domenica 12 novembre 2017

Louisiana...

... di Maurice Denuziere.

Louisiana, 1830. Adrien de Damerville, ricco proprietario terriero di origine francese, ed il suo attendente Clarence Dandrige attendono l'arrivo a Bagatelle, la piantagione dove vivono, di Virginie Trégan, giovane orfana e figlioccia di Adrien. Virginie ha completato la sua educazione a Parigi, e si appresta a rientrare in Louisiana dopo una lunga assenza.
Al suo rientro non è più la bambina che aveva lasciato gli Stati Uniti: adesso è una giovane donna bellissima e spregiudicata. E con le idee molto chiare.
Ben presto diventerà insostituibile a Bagattelle, conquistando il cuore di tutti gli uomini che le capitano a tiro, mentre gli anni passano e la storia degli Stati Uniti scorre sullo sfondo.
 
Ho trovato questo libro su una bancarella dell'usato, e l'ho acquistato con grande entusiasmo. Sono una fanatica del periodo della Guerra Civile Americana, specialmente quella vista con gli occhi dei Sudisti. Insomma, non per niente Via con vento è il mio romanzo preferito (anche se sono ovviamente perfettamente cosciente del fatto che l'economia del Sud degli Stati Uniti si basava sullo sfruttamento intollerabile e indegno di altri esseri umani, ammantato di ipocrisia e giustificazioni risibili; eppure c'è qualcosa che mi affascina di questa epoca storica; forse si tratta del mito costruito presumibilmente dopo la caduta del Sud; mi affascinano un po' tutte le cause perse, e mi interessano anche moltissimo le conseguenze e le implicazioni della guerra civile, portata avanti - a parole - per abolire la schiavitù, mentre in realtà a nessuno importava davvero della sorte degli ex schiavi.)
 
Il fatto che nonostante io sia un'appassionata non avessi mai sentito nominare romanzo e autore - che pure ha vinto il premio Bancarella nel 1980 proprio con questo volume - avrebbe dovuto farmi sorgere qualche domanda. E anche il fatto che online si trovano pochissime recensioni (si contano sulla punta delle dita), nessuna sinossi e il volume sia reperibile esclusivamente usato avrebbe dovuto farmi sorgere qualche dubbio.
Dubbi comunque perfettamente fugati da un'attenta e approfondita lettura del romanzo in questione.
Per farla breve: Louisiana è un mattone. E non esiste un modo gentile per dirlo. È un romanzo lungo, lento, pedante, prolisso e noioso.
 
L'autore dovrebbe narrarci la storia di Virginie, piccola intrigante arrivista, sfacciata arrampicatrice sociale dall'intelligenza vivace e calcolatrice. La sua storia però, di per sé assai banale, si perde tra mille descrizioni di fatti storici meno noti che nessuna attinenza hanno con la trama; si perde tra infinite descrizioni sull'abbondanza o meno del raccolto di cotone; tra divagazioni sul prezzo di questa o quella materia prima; e tra mille altri dettagli profani che niente aggiungono alla comprensione della trama o dei personaggi.
 
Ho letto su Wikipedia che il romanzo è nato da un'inchiesta giornalistica condotta dall'autore sui francesi stabilitisi nel Sud degli Stati Uniti. Bene, sembra che l'autore si sia limitato a inserire brani della vita di Virginie e degli abitanti di Bagatelle tra un capitolo e l'altro della sua inchiesta.
 
I personaggi restano sempre molto distanti dal lettore. Niente ci racconta davvero cosa pensano, cosa sognano e cosa li spinge ad agire |(o a non agire). Li vediamo muoversi ma restano per noi degli sconosciuti, dalle motivazioni oscure, per cui non proviamo alcuna empatia. L'unico che sfugge, almeno parzialmente, a questo triste destino, è Clarence Dandridge, l'amministratore della piantagione, il quale viene descritto come un uomo la cui vita si svolge principalmente nella sua testa. Perciò l'autore si premura di farci sapere cosa pensa e come ragiona. Peccato però che si tratti di uno degli uomini più noiosi della storia della letteratura mondiale. Ok, ha un tragico segreto sepolto nel suo passato, segreto che però viene nominato un paio di volte in tutto il romanzo, e che ci viene svelato nelle ultimissime pagine, senza che ci sia mai stata data l'opportunità di incuriosirci o di provare empatia grazie ad esso.
 
Onestamente, l'unica cosa che ho trovato tollerabile nelle quasi 500 pagine del romanzo, sono state alcune considerazioni sulla condizione degli schiavi nella Louisiana. Denuziere, in questo senso, offre alcuni spunti di riflessione interessanti.
Ad esempio l'autore fa dire ad un suo personaggio (un inglese in visita a Bagattelle), riferendosi agli yankees:
 
"Bisogna vedere con quanto disprezzo trattano i negri liberi. La libertà, ai loro occhi, è una ricompensa sufficiente per quei poveri diavoli che dormono nel fango delle strade e si guadagnano il pane facendo lavori giudicati indegni dei bianchi". 
 
Quando Virginie ricambia la visita e si reca in Inghilterra, verso la metà del romanzo, c'è una interessante riflessione che confronta il destino e le miserevoli condizioni degli operai inglesi con quelli degli schiavi delle piantagioni. L' uomo infatti le dice:
 
"La libertà di questi uomini e di queste donne (gli operai, n.d. Lisse) è la speranza. I vostri schiavi non hanno nessuna probabilità di uscire dalla loro condizione. [...] I nostri operai possono elevarsi [...]"
"Ma quelli che tendono la mano agli angoli delle strade sperando il pane dalla carità pubblica, quelle donne cenciose, quei marinai monchi d'un braccio o d'una gamba, quei vecchi addossati ai muri delle case, che speranze possono avere?"
"Quelli sono i rifiuti, i rottami della nostra società. Il più delle volte hanno quello che si meritano, non possiamo occuparci di loro."
 
La riflessione finale, dopo il viaggio alla scoperta del progresso e delle ricchezze inglesi, è che l' Inghilterra, esempio di liberismo, trattava i suoi operai peggio degli schiavi del cotone.
Indubbiamente interessante, ma non basta.
Non basta perché le riflessioni, per quanti stimolanti, sono esclusivamente per gli occhi del lettore e non incidono mai sulla trama o sui personaggi, modificandone i sentimenti o le azioni. I personaggi continuano dritti per la loro strada, e sembra che nulla possa toccarli nel profondo.
Probabilmente perché una profondità non ce l' hanno.
 
Da dimenticare.
Voto: 4

La casa di tutte le guerre...

... di Simonetta Tassinari.

La scheda del libro sul sito della Corbaccio

Certo che avrei voluto assomigliare alla nonna Mary Frances! Era la grande ambizione della mia vita, ma, per disilludermi, sarebbe bastato uno specchio. La nonna Mary Frances era bella, esile e bionda, con gli occhi azzurri, i capelli ondulati a metà guancia, un ovale perfetto, un naso sottile e una carnagione bianchissima. Teneva molto alla sua figura snella e dritta come un fuso. Quando si accorgeva di essere un po’ ingrassata pregava la sua governante, la Bea, di prepararle del brodo, e per una settimana a pranzo mangiava solo filini o quadrucci all’uovo per tenersi leggera. Aveva un modo speciale di camminare, di ridere e soprattutto di parlare, si capisce, con il suo bell’accento inglese che non perse mai. Profumava di Femme, portava sciarpe di seta, scarpe allacciate alla caviglia e stendeva sulle labbra un velo di rossetto rosa pesca. Se aveva dei difetti, io non li vedevo. Tutti la chiamavano «la signora» e io la adoravo, benché fosse palese che non ci somigliavano neppure nella forma delle unghie. Ero così orgogliosa di lei che silenziosamente ringraziavo la sorte poiché, per l’appunto, la zia Prospera era la mia prozia e non mia nonna.
E il motivo era semplice: non avrei cambiato la mia con nessun’altra al mondo.

Rocca, paesino dell'entroterra romagnolo, anni '60. Silvia trascorre le vacanze estive dalla nonna di origine inglese, una donna amorevole, intelligente e raffinata, che tutti in paese chiamano semplicemente la signora. Silvia ama quelle estati passate nella grande casa con giardino, tutte uguali ma tutte bellissime. Ma nel 1967, qualcosa cambia. L'incontro con Lisa, una ragazzina che non appartiene al suo mondo, segnerà l'inizio di un'amicizia ferocemente osteggiata dalla nonna, altrimenti sempre pronta ad assecondare l'amata nipote. Cosa si nasconde dietro il divieto inflessibile della nonna? E perché il padre di Lisa sembra nutrire una grande ostilità per la famiglia di Silvia?
Le due ragazzine sfideranno i pregiudizi degli adulti e scopriranno un segreto che tutti hanno tentato, senza riuscirci, di dimenticare.
 
Con La casa di tutte le guerre Simonetta Tassinari ci porta nel mondo ovattato, tranquillo e nostalgico della Romagna degli anni '60. La voce narrante del romanzo, Silvia, a dieci anni e mezzo ha una visione molto lucida dell'ambiente che la circonda, e soprattutto degli adulti, che la trattano come una piccola principessa. La sua intelligenza e la sua lucidità, comunque, sono sempre quelle di una bambina, e le piccole e grandi ipocrisie, bugie e segreti degli adulti, sebbene non passino inosservati,  le risultano il più delle volte incomprensibili.
Ad esempio, in paese c'è una sorta di ostracismo per la famiglia Bandini, composta da Lisa e da suo padre Tito, comunista, ubriacone e pecora nera del paese. Ma per Silvia le etichette apposte dagli adulti non hanno alcun significato finché non riesce a vedere con i suoi occhi Lisa e suo padre.
Questa scelta caparbia cambierà il corso degli eventi non solo di quella estate, ma anche di tutta la vita di Silvia.
Il romanzo ruota attorno ad un segreto che potrà essere svelato solo quando Silvia si accorgerà che dietro le apparenze quasi nessuno è come sembra davvero. L'adorata nonna Mary Frances non è perfetta ed infallibile come appare alla bambina; Lisa non è un animaletto selvatico come dicono le voci di paese; Tito, suo padre, non è quel buono a nulla ubriacone e pericoloso che tutti descrivono; e la vita dei Frassineti, la famiglia di Silvia, non è così perfetta come appare a tutti.

Silvia è un personaggio molto riuscito. Non che sia esente da difetti, tutt'altro. È evidente che si tratta di una bambina piuttosto saccente, a tratti presuntuosa ed egocentrica, ma allo stesso tempo i suoi pensieri, che ci guidano attraverso il dipanarsi del romanzo, sono molto naturali e coerenti, e non suonano mai artificiosi. Non è mai facile, per un  autore, entrare nella testa di una bambina, e per di più di una degli anni 60, ma la Tassinari ci riesce con una naturalezza sorprendente.

Il punto forte di questo romanzo è proprio la solidità e la naturalezza del racconto, che scorre fluido, che viene narrato con un linguaggio semplice ma evocativo.  Durante tutta la lettura non ho potuto fare a meno di provare una sorta di malinconia, come per qualcosa che avevo perso e che non avrei ritrovato mai più. Non si tratta tanto dell'atmosfera degli anni 60, epoca che non ho vissuto ma che comunque oramai incarna, nell'immaginario di tutti noi, una sorta di epoca d'oro scomparsa, quanto della bravura con cui l'autrice ci conduce, insieme a Silvia, verso la fine dell'infanzia, avvertendoci, rigo dopo rigo, che qualcosa di irripetibile sta per finire, che questi giorni perfetti non torneranno mai più e li rimpiangeremo per sempre. In questa ottica, gli anni '60, sono perfetti per aggiungere quel pizzico di innocenza e malinconia che rende l'atmosfera del romanzo unica.
Silvia crescerà durante quella estate scoprendo appunto le carte di un gioco che andava avanti da troppo tempo; e l'autrice sembra dirci che si cresce davvero quando le invincibili certezze dell'infanzia crollano per permetterci di guardare oltre il velo delle nostre illusioni.

Insomma, questo romanzo è un piccolo gioiello. Unico neo, a parer mio, un finale un po' affrettato e un po' troppo zuccheroso.

Voto: 7 e 1/2

lunedì 30 ottobre 2017

Magic...

... di V. E. Schwab.

La scheda del libro sul sito della Newton Compton

Kell indossava un cappotto molto particolare.
 Non aveva né un solo verso, come sarebbe stato normale, né due, che sarebbe stato insolito ma plausibile, bensì numerosi, il che era – ovviamente – impossibile.
 La prima cosa che faceva quando metteva un piede fuori da una Londra per andare in un’altra era sfilare il cappotto e rivoltarlo una o due volte (o addirittura tre) fino a quando non trovava il verso di cui aveva bisogno. Non tutti erano alla moda, ma ognuno di essi aveva uno scopo. C’erano quelli fatti per confondersi, quelli fatti per risaltare, e quelli che non servivano a nulla ma a cui lui era particolarmente affezionato.
 
Kell è uno degli ultimi Antari, i maghi del sangue, e può muoversi attraverso le quattro dimensioni parallele che compongono il suo universo. Da Londra Rossa, la sua patria, egli viaggia per conto della famiglia reale a Londra Grigia, quasi priva di magia, e a Londra Bianca, dove la magia è potente ma anche pericolosa. La quarta dimensione, quella di Londra Nera, invece, è poco più di una leggenda, perduta e distrutta quando le porte tra le dimensioni vennero sigillate per impedire che la magia prendesse il sopravvento sugli altri mondi, come appunto era successo a Londra Nera.
Kell, che è uno dei pochissimi che ancora può viaggiare tra i mondi, è però anche un contrabbandiere: trasporta illegalmente oggetti da una dimensione all'altra. Questa cosa, oltre ad essere proibita dalla legge, si rivelerà essere molto, molto pericolosa, quando qualcuno gli affiderà un manufatto dai poteri oscuri.
 
Mi ero avvicinata a questo romanzo fantasy con aspettative molto basse. Ultimamente tendo a diffidare dai fantasy, specie quelli destinati ad un pubblico giovane, a causa delle molteplici fregature rimediate in passato. Complice una bella copertina ed un prezzo contenutissimo, ho comprato questo ebook, ed ora posso dirlo: 99 centesimi spesi non bene, ma benissimo.
 
Avete letto l'incipit riportato sopra? Bene, ditemi se non vi ha intrigato e incuriosito. Certo, Magic non è un romanzo perfetto, ma porta nel panorama del fantasy qualcosa di nuovo, interessante e affascinante.
 
L'ambientazione è la cosa migliore di tutto il romanzo, e, poiché la fa da padrona nella storia, questo non è poco. Ci sono quattro dimensioni, disposte una sull'altra come le pagine di un libro: per passare dalla prima all'ultima, ad esempio, bisogna attraversarle tutte. La magia del sangue è la chiave per passare da un mondo all'altro. La magia più comune, quella basata sugli elementi, non consente di aprire varchi tra le dimensioni.
Come potete intuire da questi cenni, il panorama magico è complesso e variegato, anche perché muta da una dimensione all'altra. In pratica ad ogni pagina c'è una nuova scoperta e si aggiunge un tassello al mosaico. Ho adorato questa idea dei quattro mondi, chiusi tra loro eppure stranamente dipendenti l'uno dall'altro, legati a doppio filo da una magia che è potente ma difficilmente addomesticabile.
Devo dire che, per quanto io sia rimasta affascinata e piacevolmente colpita da questa costruzione, inizialmente c'è un po'di confusione e le distinzioni tra i tipi di magia, i vari poteri, le varie leggi che regolano le diverse società non sono chiarissime. Ho provato un po'di smarrimento, e per afferrare bene i concetti è necessario proseguire nella lettura, e non scoraggiarsi di fronte ai primi dubbi.
 
La trama è piacevole, senza punti morti e scorre velocemente.
 
Lo stile è pulito e veloce, anche se ho riscontrato una tendenza a raccontare le situazioni, anziché mostrarle e ad utilizzare i monologhi interiori dei personaggi per fornirci informazioni sull'ambientazione. Le informazioni sono sicuramente di vitale importanza per il lettore, ma il sistema scelto mi ha un pochino infastidito, perché i pensieri dei personaggi non suonavano naturali.
È come se io, trovando dei rifiuti abbandonati per strada, attaccassi a pensare: beh, nonostante l'Italia sia una Repubblica parlamentare, e la sua bandiera sia verde, bianca e rossa, devo sottolineare che la scarsità di controllo sul territorio genera aberrazioni che si ripercuotono sulla vita di tutti i giorni dei cittadini... Non esattamente un discorso spontaneo e lineare, secondo me.
 
Il vero punto debole del romanzo si trova, comunque, nei personaggi. Per quanto essi siano potenzialmente interessanti, sono poco o per nulla sviluppati e caratterizzati psicologicamente, e risultano simpatici sì, ma bidimensionali.
 
Kell dovrebbe essere un personaggio portatore di un sano conflitto: egli è stato adottato dalla famiglia reale, che se ne serve come messaggero tra le dimensioni, ma allo stesso tempo infrange la legge contrabbandando oggetti da una Londra all'altra. Perché? Cosa lo spinge? È vero che Kell risente della natura ambigua del suo rapporto con la famiglia d'adozione (servitore o membro della famiglia?) ma l'argomento andava, secondo me, approfondito per garantire maggiore spessore e coerenza al personaggio.
 
Anche la co- protagonista, Lila, una ladruncola di strada che vorrebbe essere un pirata, mi è piaciuta, ma trovo che sia stata approfondita pochissimo. L'autrice ci ripete che Lila non ha altro scopo che accumulare denaro per abbandonare le miserie di Londra Grigia; che è sopravvissuta perché ha sempre pensato esclusivamente a se stessa, ma in realtà Lila non fa altro che correre in soccorso degli altri dall'inizio alla fine del romanzo. La cosa mi sta bene, o meglio, mi starebbe stata bene se questo atteggiamento fosse arrivato alla fine di un percorso di cambiamento emotivo del personaggio, invece di essere in aperto contrasto con quanto l'autrice ci ha detto di Lila fino a quel momento.
 
Nel complesso, comunque, il romanzo mi è piaciuto. Sebbene si tratti del primo volume di una trilogia, la storia è autoconclusiva. Consiglio il romanzo a tutti gli appassionati di fantasy.
 
Voto: 7

domenica 29 ottobre 2017

Il mistero del treno azzurro...

... di Agatha Christie.

Il miliardario americano Van Aldin, durante un soggiorno a Londra viene in possesso di una collana di rubini che si dice appartenuta a Caterina I di Russia, e la regala alla sua unica figlia, Ruth. Quest'ultima, stufa dei continui tradimenti del marito inglese, accarezza l'idea del divorzio, che lascerebbe il marito fedifrago al verde e in balia dei debiti, e intanto si reca in Costa Azzurra in vacanza. Sul treno che la porta dall'Inghilterra al sud della Francia viene assassinata.
Suo padre chiede aiuto al celebre investigatore Hercule Poirot.
 
Il mistero del treno azzurro, pubblicato per la prima volta nel 1928, è la quinta avventura di Hercule Poirot. Qui l'autrice mescola elementi a lei cari, e che diventeranno negli anni seguenti classici del giallo.
Innanzitutto parliamo dell'ambientazione: un treno notturno che da Londra porta i ricchi vacanzieri inglesi fino alle assolate coste del sud della Francia. È ovvio che la mente corra subito ad un altro celebre omicidio avvenuto a bordo di un treno, Assassinio sull'Orient Express, ma questo romanzo è precedente a quello citato.
Il treno è un ambiente chiuso che permette di circoscrivere senza forzature l'ambito dei sospettati e la scena del crimine, ed allo stesso tempo è un'ambientazione dinamica. Non è impossibile che qualcuno sia salito o sceso dal treno senza essere notato, ma il punto focale, in questo romanzo, è come possa averlo fatto nel preciso momento in cui la vittima è stata uccisa. Ed è su questo dettaglio che si focalizzerà l'acuta intelligenza di Poirot. Quando tutti daranno per scontata la risoluzione del caso, lui continuerà ad indagare fino a svelare la verità.
 
Altro elemento classico che possiamo trovare nel romanzo è la presenza di un gioiello famoso, inestimabile e dalla fama sinistra. La sua natura in relazione al crimine è qui ambigua: la sparizione dei rubini è movente dell'omicidio o semplicemente fumo negli occhi? Questa ambiguità e la leggenda nera che li circondano aggiungono fascino ad una vicenda che comunque non ha bisogno.
 
Ho trovato questo romanzo leggermente diverso da quelli della Christie (che ho letto quasi tutti, me ne manca ancora qualcuno, però). Qui l'investigazione è dinamica, gli ambiti in cui spaziare sono non solo molteplici, ma anche molto diversi l'uno dall'altro. Si va infatti dalla promessa di una ingente eredità al contrabbando di gioielli, fino alla presenza di una ladro internazionale senza volto. Lo stesso Poirot dovrà ricorrere ad aiuti esterni per chiarire i dettagli (ed il movente) della vicenda. Insomma, le sue celluline grigie avranno bisogno di una mano, ma riusciranno comunque a tenere la situazione sotto controllo.
 
Nonostante io preferisca le ambientazioni classiche, del tipo riunione di famiglia in vecchia villa isolata nella campagna inglese, ho amato molto questo romanzo. La trama gialla è solida ed il colpevole è onestamente insospettabile, eppure nascosto in bella vista per tutto il tempo. Interessanti anche i personaggi secondari, come la giovane Katherine Grey, la quale ha appena ereditato una fortuna da un'anziana signora di St. Mary Mead (no, tranquilli, non si tratta certo di Miss Marple!) e si rivela essere una osservatrice acuta e un'ottima spalla per Poirot.
 
Una chicca per appassionati è la presenza sul treno di un inserviente di nome Pierre Michel, lo stesso nome (e dunque è dato presumere si tratti dello stresso personaggio) dell'inserviente dell'Orient Express teatro del celebre omicidio.
 
Voto: 8
 

lunedì 23 ottobre 2017

I Medici. Decadenza di una famiglia...

... di Matteo Strukul.


Grazie alla disponibilità di Federica della casa editrice Newton Compton recensisco in anteprima, in collaborazione con altre blogger, il quarto volume della saga della famiglia de' Medici, opera dello scrittore veneto Matteo Strukul.
 
La Parigi del diciassettesimo secolo è l’essenza del vizio e della violenza. Maria de’ Medici, da poco sposa di Enrico IV di Borbone, si trova ben presto a fare i conti con le mire rapaci di Henriette d’Entragues. Con un documento scritto, Enrico stesso ha promesso alla propria favorita di prenderla in moglie, e ora quel foglio è l’arma con la quale ricattarlo. Ma non è l’unica minaccia: un’altra arriva da un gruppo di nobili che cospirano per rovesciare il trono. Avvertendo che le sorti proprie e del re sono sempre più critiche, Maria decide allora di affidarsi a Mathieu Laforge, spia e sicario abilissimo, capace di sventare più di una congiura. Ma la regina non sa ancora che il suo destino sarà segnato dalla lotta costante contro coloro che vogliono la fine del suo regno. Quando Enrico IV di Borbone muore, vittima dell’ennesimo complotto, all’orizzonte si profila, inarrestabile, l’ascesa di un astro di prima grandezza della politica francese: il cardinale di Richelieu. Sarà proprio lui, dopo la morte del re, ad acquisire un potere sempre maggiore, tradendo colei che più di chiunque altro ne aveva favorito la fortuna: Maria de’ Medici. (trama tratta dal sito della C. E.)
 
In questo quarto romanzo l'autore ci narra le vicende di Maria de' Medici, moglie di Enrico IV, primo Borbone a salire sul trono di Francia, comprendo un periodo che va dal 1597 al 1640.
L'ambientazione è intrigante e particolarmente adatta ad un romanzo. La corte di Francia all'epoca era dominata da personalità forti in  costante contrasto fra loro. Intrighi, bugie, segreti, e tradimenti erano all'ordine del giorno.
In questo ambiente deve inserirsi la giovane Maria, che sposa un uomo parecchio più vecchio di lei, e che non è particolarmente amata dalla nobiltà francese e per la quale resterà , come era già accaduto per la sua lontana cugina Caterina de' Medici, sempre un corpo estraneo.
 
Maria è una donna forte e consapevole delle proprie qualità e della propria abilità, che non esiterà ad usare la sua influenza sul re per indirizzare la politica interna ed esterna della Francia. Bella e intelligente, ma forse troppo impetuosa, causerà la sua stessa rovina.
Co-protagonista di questa storia lunga quasi mezzo secolo è un giovane vescovo di nome Armand-Jean du Plessis, meglio noto come Richelieu.
Richelieu regala un fremito al lettore ogni volta che entra in scena, per la sottigliezza dei suoi maneggi e naturalmente per l'indubbio fascino che questo personaggio possiede. Per inciso, viene narrata di sfuggita, e da un punto di vista totalmente diverso, la famosa relazione di Anna d'Austria, moglie di Luigi XIII (figlio di Maria) e il Duca di Buckingham, storia attorno alla quale ruota I tre Moschettieri di Dumas.
 
Le vicende narrate si susseguono veloci, gli intrighi e le congiure si dipanano una dopo l'altra. Gli amanti della Storia e del romanzo storico non potranno che gioire leggendo questo libro. Infatti l'autore ha dalla sua una solida ed accurata ricerca storiografica. Di ciò è prova, tra le altre cose, la naturalezza con cui Strukul fa muovere sulla scena anche i personaggi secondari come Condè, Concino Concini e Leonora Galigai, protetti della Regina.

Nonostante la precisione della ricostruzione storica e la cura dei dettagli, il romanzo risulta molto scorrevole e piacevole da leggere. Insomma, l'accuratezza non diventa un ostacolo alla leggibilità del romanzo.
 
Quello che davvero non mi ha convinto di questo libro, però, è stata la scelta di una narrazione a quadri, già utilizzata nei precedenti volumi della saga. In pratica lo scrittore raggruppa i capitoli per finestre temporali, e tra un gruppo di capitoli e l'altro possono passare anche diversi anni.  
Nelle note finali, l'autore ribadisce che si tratta di una scelta meditata e consapevole, e a suo parere, anche obbligata a  causa dell'ampiezza dell'arco temporale da trattare in ogni romanzo.
Prendo atto di ciò, ma continuo a pensare che una narrazione che presenta continui salti temporali allontana il lettore dai personaggi e lo coinvolge meno nella trama. Sebbene io abbia notato una maggiore coesione fra i vari gruppi di capitoli, rispetto a quanto accadeva nel terzo volume della serie, I medici. Una regina al potere, non si può non notare come a volte i collegamenti fra un lasso temporale e l'altro siano labili, o addirittura assenti. Ad esempio, ed evitando spoiler sulla trama, capita di lasciare un determinato personaggio imprigionato dalle guardie del Cardinale Richelieu, e di ritrovarlo, dopo qualche pagina e qualche anno, da tutta altra parte, senza che ci sia dato sapere come il personaggio si sia tratto d'impaccio. L'impressione è proprio quella di guardare un affresco, sicuramente pregevole, accurato, ricco di particolari, ma appunto un affresco e come tale immobile, e non una storia in divenire che cattura il lettore con il fluire della sua trama.
 
Perciò il mio voto è ampiamente sufficiente ma non completamente positivo.
 
Voto: 6 e 1/2
 
Questa è la mia opinione. Cosa avranno pensato e scritto le altre blogger partecipanti a questo review party? Per scoprirlo, correte su:
 
 
 
 
 

domenica 15 ottobre 2017

Ross Poldark...

... di Winston Graham.

La scheda del libro sul sito della Sonzogno

Cornovaglia, 1783. Ross Poldark, figlio di un nobile locale, torna a casa dopo aver combattuto durante la Guerra d'Indipendenza Americana. L'esperienza lo ha cambiato: ama ancora la sua terra ma capisce che non è più la stessa terra che ha lasciato. Le mienere di rame sono impoverite, suo padre è morto, la casa di famiglia è in rovina e la donna che ama ha sposato un altro.
A Ross, tenace per natura, non resta che rimboccarsi le maniche e cercare di risollevare le fortune della famiglia, aiutato dalla cugina Verity e da Demelza, una ragazzina scaltra che lui ha salvato da un padre ubriacone e violento.
 
Ross Poldark è un bel drammone storico, ricco di vicende e di personaggi romantici.
Ross, il protagonista, è uno che parla poco e agisce molto, a volte senza pensare. Ma circa a pagina 50 ha già conquistato il cuore di ogni lettrice. Innanzitutto, tornato a casa logoro e disilluso da una guerra che l'Inghilterra ha peso, non chiede altro che trovare conforto nella braccia della donna che ama, ma la trova accasata senza tanti scrupoli con un altro, con suo cugino per di più. La compostezza con cui reagisce ad un dolore che egli stesso crede di non poter superare ne fanno subito un beniamino agli occhi dei lettori.
Senza essere stucchevole o pesantemente moralista, Ross è uno che sa dove sta la giustizia, e sa preferire, d'istinto, la cosa giusta a quella sbagliata. In una società dominata dall'ipocrisia, questo gli creerà più di qualche problema.
Intorno a lui si muove la società della Cornovaglia, composta di piccoli nobili e ricchi borghesi e poverissimi minatori.
In particolare, la crisi del mercato del rame fa da filo conduttore a tutta la vicenda. Da un lato, infatti, c'è la lotta di Ross per ridare lustro alle proprietà della famiglia; dall'altro c'è la dignitosa lotta dei minatori e delle loro famiglie per riuscire letteralmente a non morire di fame.
L'elemento di disturbo, per così dire, nel fluire della trama è rappresentato da Demelza. Ross la strappa al suo destino di fame, percosse e miseria, attirandosi così la disapprovazione non solo dei suoi pari ma anche dei minatori, che non vedono di buon occhio l'idea che un signorotto abbia portato fuori dal suo ambiente la ragazzina.
 
Insomma, come potete intuire da questi cenni, gli ingredienti per farne un bel romanzo ci sono tutti, e mescolati ad arte.
La trama si dipana lenta ma costante, senza eccessi ma senza punti morti, dando tempo al lettore di familiarizzare con l'ambientazione e i numerosi personaggi.
Ross Poldark è un affresco ben riuscito, un romanzo storico di ampio respiro (non per niente la saga conta 14 romanzi), una di quelle storie che diventano familiari, in cui ci si sente a casa non appena si comincia a leggere.
Difficile non trovare piacevole la lettura e non venirne rapiti. Avrei gradito qualche grande evento tragico a dare uno scossone alla trama, ma è solo una questione di gusti.
 
Libro consigliato.
Voto: 7 e 1/2
 

L'amore bugiardo...

... di Gillian Flynn

La scheda del libro sul sito Rizzoli

Amy e Nick Dunne sono una coppia all'apparenza perfetta, felice e innamorata. Le cose cominciano a cambiare quando entrambi perdono il lavoro e decidono di trasferirsi da New York in Missouri, nella città natale di Nick, per stare vicino alla madre malata e aprire un bar con gli ultimi risparmi. Una volta lì, il matrimonio mostra le prime crepe e all'improvviso Amy scompare. Nick proclama a gran voce la sua estraneità al fatto, ma molti piccoli indizi portano la polizia a sospettare di lui, e l'opinione pubblica a chiedersi chi fosse veramente Nick. Il diario di Amy descrive una vita di menzogne, prevaricazioni e violenze. La polizia pensa di arrestare Nick. Eppure anche Amy ha i suoi segreti...  
 
Ho letto molto pareri contrastanti su questo thriller psicologico, e quelli negativi ci andavano giù veramente pesanti. Beh, a me il libro è piaciuto, e mi sento anche di consigliarlo ad un certo tipo di pubblico.
 
Ma andiamo con ordine. L'amore bugiardo è probabilmente penalizzato da un inizio un po' sottotono, e per niente fuori dall'ordinario.
Lui & Lei, bellissimi e in carriera, innamoratissimi e lanciati verso un luminoso futuro, perdono il lavoro e da New York tornano a vivere in provincia. Il matrimonio scricchiola. Lei scompare, il marito diventa il sospettato n. 1. Già visto, già letto, già sentito.
Sebbene la scelta di narrare la storia in prima persona con le voci del sospettato e della vittima (la voce di lei viene svelata attraverso un diario) sia stata senza dubbio interessante, inizialmente faticavo a contenere qualche sbadiglio. Mi sono ritrovata a leggere pagine di vita della protagonista datate sei- sette anni prima della vicenda. Sbuffavo per l'impazienza, mi chiedevo: sì, ok, è tutto molto bello, ma a me cosa importa?
Poi però, il romanzo ha cominciato a cambiare impercettibilmente davanti ai miei occhi, e la lettura svogliata si è trasformata in attenta e vorace. Ho divorato le 464 pagine del romanzo in due giorni e mezzo.
 
Le cose non sono come sembrano in questo romanzo. Anche il lettore più esperto e smaliziato dovrà ammettere che sono molto, molto più contorte di come se le aspettava.
A metà circa del romanzo, arriva un bel colpo di scena che ci svela, almeno parzialmente, la verità. Colpo di scena che ho apprezzato e che mi ha fatto rivalutare anche quanto avevo letto fino a quel momento. Ma con oltre 250 pagine ancora da leggere, mi sono chiesta: e adesso?
Ecco, questo è il bello di questo romanzo. Dopo l'iniziale lentezza, cominci a chiederti  in continuazione: e adesso? E la risposta non è mai scontata. Gillian Flynn scombina le carte, rovescia il tavolo, poi lo rimette a posto e distribuisce nuove carte come se niente fosse.
Ci troviamo di fronte, di volta in volta, ad un mistery, una caccia al tesoro, un procedural thriller in fase embrionale, un romanzo on the road, un thriller psicologico. E più ci addentriamo nella narrazione, più la verità ci appare inquietante e disturbante.
 
La psicologia dei personaggi è molto curata. Non solo quella di Amy e Nick, ma anche quella dei personaggi minori. Ho trovato i genitori di Amy, ad esempio, tremendamente inquietanti, con la loro fredda logica da psicologi di successo, più attenti al loro tornaconto personale che all'effettiva felicità emotiva della figlia.
 
Il finale è in linea con l'intero romanzo, non ha nulla di convenzionale e, sebbene riesca a chiudere l'ampio cerchio delle diverse vicende narrate, mi ha lasciato insoddisfatta. Non si tratta di un finale brutto, questo no, ma avrei preferito qualcosa di più definitivo.
 
So di essere stata vaga in questa recensione, ma parlare del romanzo senza svelare nulla dei colpi di scena, senza tradirmi rivelando dettagli che minerebbero il piacere di una futura lettura, è stato molto difficile.
Consiglio questo libro a chi ama i thriller psicologici e ha la pazienza di andare oltre un inizio molto lento;  a chi ama i romanzi che si sverlano senza fretta, a chi non cerca adrenalina a tutti a costi, ma ama sentirsi turbato da qualcosa di più sottile, di più strisciante.
 
Voto: 7

domenica 1 ottobre 2017

7-7-2007...

...di Antonio Manzini.

 
ATTENZIONE:
In caso non abbiate ancora letto niente della serie di Rocco Schiavone, vi consiglio vivamente di rimediare subito, e allo stesso tempo vi sconsiglio la lettura della recensione, perché essendo il romanzo un enorme flashback, la sua recensione potrebbe contenere spoiler su eventi narrati in altri libri.
 
Rocco Schiavone è un poliziotto molto particolare. Insofferente, scorbutico, la sottile linea che divide la legalità dall'illegalità l'ha passata da un pezzo e pure più volte, eppure è un buon poliziotto. Una volta, prima che sua moglie Marina cadesse in un agguato, era anche un uomo felice.
Questa è la storia di quel "prima", e la storia di come quel prima è diventato "dopo", consegnandoci quel Rocco Schiavone rabbioso, indifferente e vuoto che abbiamo imparato a conoscere.
 
Ci sono libri che si fanno leggere, ti intrattengono, ti divertono, ma che non escono mai dalle pagine su cui sono scritti. E poi ci sono romanzi come questo.
La forza, il realismo e la profondità di questa storia e di questo personaggio sono di quelli che lasciano una traccia indelebile nel lettore.
 
Rocco Schiavone, vicequestore trasteverino spedito per punizione ad Aosta, lo conosciamo tutti. Facile all'ira, al turpiloquio, scarsamente interessato ai suoi simili, brusco, misantropo e misogino, ha il fiuto del buon poliziotto. Non è una vocazione, perché Rocco non ha uno spiccato senso della giustizia, ma piuttosto un talento innato.
Anni addietro, era un uomo diverso. Non migliore, ma diverso. E addirittura più tollerante verso il prossimo, più disponibile; a volte perfino empatico.
E in questo romanzo vediamo questo Rocco muoversi nella sua città, in mezzo ai suoi amici e ai luoghi che conosce benissimo e ama.
Un ragazzo è stato ucciso con una pugnalata alla nuca, e scaricato in una cava. Un bravo ragazzo, dalla vita apparentemente normale e irreprensibile. Schiavone indaga aiutato dai suoi amici Seba, Brizio e Furio, utilizzando sistemi al limite della legalità.
Come ben sappiamo, la legalità non è mai stata in cima ai pensieri del vicequestore: qui però questa tendenza a sconfinare nella zona grigia viene scoperta dalla adorata moglie Marina, che lo lascia.
Rocco è distrutto eppure continua ad indagare, mettendo inconsapevolmente in moto gli eventi che porteranno al tragica uccisione di Marina.
 
Il caso da risolvere è, al solito, interessante e valido; ma la verità è che qui il lettore vuol arrivare a capire cosa sia accaduto a Marina, e perché. Ci vuole pazienza, però, e bisognerà seguire con calma tutti gli sviluppi del caso e coglierne i dettagli per poter davvero comprendere la portata del dolore e del senso di colpa di Rocco.
 
La scena dell'omicidio di Marina è descritta con parole semplici, nude e crude, e fa malissimo. Commuove nella sua semplicità. Colpisce con la sua ineluttabile evidenza, e vale da sola un intero romanzo. Stessa cosa può dirsi per la vendetta di Rocco, un uomo distrutto che vediamo cambiare davanti ai nostri occhi in poche pagine. Colpisce il fatto che dietro la boria del vicequestore c'è una grande fragilità, che non gli consente di andare avanti da solo, dopo aver perduto la sua adorata Marina.
 
Non posso che inchinarmi alla bravura di Antonio Manzini per essere riuscito a rendere sulla carta le mille sfumature di un personaggio complesso e imperfetto, triste, vuoto, spezzato eppure ancora in pista, nonostante tutto.
 
Votö: 8

Piccole grandi bugie...

...di Liane Moriarty.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

A  Pirriwee, una piccola cittadina di provincia australiana, Jane, giovane madre single del piccolo Ziggy, stringe amicizia con Madeleine e Celeste.
Jane parla poco del suo passato, e ancor meno del padre di suo figlio ed è evidente che nasconde qualcosa.
Madeleine, madre di tre bambini, è una sorta di ape regina, abituata ad averla vinta su tutto. Ma anche lei ha subito una sconfitta che le brucia ancora, l'abbandono del suo primo marito, che ora ha deciso di tornare a vivere proprio accanto a Madeleine e alla sua nuova famiglia.
Celeste è una donna bellissima, con un marito bellissimo e due figli perfetti. Eppure è sempre nervosa, assente, spaurita.
Quando Ziggy viene accusato di bullismo da una compagna di scuola, Madeleine e Celeste prendono Jane sotto la loro ala protettrice per cercare di fare chiarezza sull'episodio.
Ma come una piccola spinta fa cadere una dopo l'altra le tessere nel gioco del domino, questo evento scatenerà una cascata di avvenimenti e metterà in luce le piccole grandi bugie che le vite apparentemente perfette nascondono.
 
Mi sono avvicinata a questo libro dopo aver visto l'ottima serie tv tratta dal romanzo. E devo dire che, pur sapendo benissimo cosa sarebbe accaduto, la storia mi è piaciuta tantissimo. Nonostante sapessi praticamente già tutto, mi risultava assai difficile staccarmene.
 
La cosa che più mi è piaciuta è la struttura del romanzo.
La storia inizia dalla fine: siamo ad una serata di beneficenza per la scuola elementare della cittadina. Qualcosa è successo, qualcuno è morto. Ma chi? Come? Chi ne è il responsabile (se un responsabile esiste)? E cosa è successo esattamente?
Per scoprirlo dobbiamo ricostruire gli eventi negli ultimi mesi di vita dei protagonisti.
 
Mentre accompagna la figlia minore a scuola, Madeleine prende una storta e viene aiutata da Jane, che sta portando Ziggy alla stessa scuola. C'è qualcosa in Jane che alla sofisticata ed elegantissima Madeleine fa tenerezza: la sua giovane età forse, o le sue insicurezze, o forse quella coda di cavallo stretta stretta che sembra fatta apposta per mortificare i suoi capelli.
Madeleine è quel tipo di persona che amplifica i propri sentimenti: l'odio è per sempre, ma anche l'amicizia e la gratitudine lo sono. E questa è la ragione per cui difende Jane e suo figlio a spada tratta quando il piccolo viene accusato di essere un bullo, mettendo così in moto tanti piccoli eventi concatenati tra loro, che porteranno inesorabilmente alla tragedia finale.
Infatti, nelle vite patinate e perfette degli abitanti di Pirriwee ci sono parecchie imperfezioni, coperte alla meno peggio con - appunto - bugie piccole e grandi.
Ma l'arrivo di Jane, che sembra non appartenere a quel mondo, con i suoi silenzi, i suoi abiti dimessi e sempre di colore scuro, con quel figlio taciturno, sconvolge gli equilibri e comincia a metterle a nudo.
Utilizzando i piccoli dettagli della vita quotidiana come tessere di un mosaico, l'autrice ci racconta una storia di ordinario mistero e di ordinaria violenza. Non si tratta però di quella violenza eclatante a cui ci hanno abituato i telegiornali; si tratta di una violenza subdola, nascosta e più sottile ma non meno dolorosa. 
 
Altra cosa che veramente mi ha colpito, sono i personaggi. La caratterizzazione di ognuno di loro, anche di quelli secondari, è perfettamente riuscita e perfettamente amalgamata con la trama.
Essi sono così imperfetti, e così impegnati a nascondere le crepe nella facciata. Ipocrisia, sofferenza, rancori, amore e amicizia si mescolano e si agitano nei loro animi. Solitamente questo miscuglio esplosivo viene spinto in fondo al loro animo, e ricoperto da una patina di cordialità. Ma basterà davvero poco perché quel magma risalga in superficie.
 
Il romanzo sconta forse un po'di lentezza nel suo svolgimento, ma le vicende di queste tre donne e delle loro famiglie hanno avuto su di me un effetto quasi ipnotico.
 
Voto: 7 e 1/2
 
 

martedì 19 settembre 2017

Il mistero di Lord Listerdale e altre storie...

... di Agatha Christie.

Il Mistero di Lord Listerdale e altre storie è una raccolta di dieci racconti di Agatha Christie, pubblicati per la prima volta nel 1934. Nei racconti non compare nessuno dei personaggi ricorrenti creati dell'autrice. Il filo conduttore della raccolto è lo scambio di identità o l'equivoco sull'identità altrui. Insomma, niente e nessuno sono come sembrano, in queste storie.
 
Il mistero di Lord Listerdale
 
Un lord scompare misteriosamente: la sua casa a Londra viene affittata per una cifra irrisoria e la servitù sembra estremamente devota ai nuovi inquilini, i quali non possono fare a meno di chiedersi cosa c'è sotto.
Il mistero è intrigante e la soluzione divertente. Ottimo racconto, ottima soprattutto la parte preparatoria alla indagine vera e propria, e l'atmosfera.
 
La ragazza del treno
 
Un giovane spiantato prende un treno e si imbatte in una misteriosa ragazza dall'accento straniero, inseguita da un energumeno minaccioso.
Emerge in questo racconto l'amore della Christie per lo spionaggio, l'azione e gli intrighi internazionali. Tocco rosa nel finale.
 
Canta una canzone da sei soldi
 
Una giovane donna chiede aiuto ad un maturo avvocato conosciuto anni prima in vacanza. La sua ricca zia è stata uccisa nella casa dove abitava con i quattro nipoti. Se, come sembra, nessun estraneo è entrato, vuol dire che in famiglia si nasconde un assassino.
Indagine molto intrigante: il vecchio p[enalista, sir Edward, mi ha ricordato per certi versi Hercule Poirot. La Christie riesce a condensare in poche pagine tutti gli indizi necessari ad arrivare ad una soluzione: gli indizi sembrano insignificanti e sono quasi invisibili agli occhi del lettore ma ci sono tutti, come sempre. In questo risiede la grandezza dell'autrice. 
 
L'ardimento di Edward Robinson

Edward Robinson ha una fidanzata che ama ma che lo tiranneggia. Per questo decide di fare un colpo di testa e di acquistare un'automobile sportiva e andarsene a zonzo da solo. A causa di una serie di equivoci e coincidenze, finirà per mettersi nei guai, ma  allo stesso tempo ritroverà il carattere che credeva perduto.
Non è propriamente un racconto giallo, quanto più un racconto d'azione basato sul classico scambio di due oggetti simili all'apparenza ma in realtà molto diversi. Storia simpatica e con un pizzico di divertita ironia da parte dell'autrice.
 
In cerca di lavoro
 
Jane, giovane disoccupata, risponde ad un annuncio di lavoro in cui si cerca una ragazza con caratteristiche fisiche molto particolari: occhi azzurri, capelli biondi, altezza 1,65, corporatura snella, naso dritto. Incuriosita ma sospettosa, si presenta all'indirizzo indicato, e, quando viene scelta, si trova coinvolta in un intrigo internazionale.
Anche qui non abbiamo propriamente un racconto giallo, ma siamo quasi nel genere della spy story. Nonostante il racconto sia breve quanto gli altri, l'autrice riesce a piazzare un paio di colpi di scena molto ben riusciti. 
 
Una domenica fruttuosa
 
Due giovani fidanzati trovano un gioiello di grande valore, probabilmente rubato, in un cestino della frutta. Il dilemma è: tenerlo o andare alla polizia? Gli esiti della loro decisione saranno sorprendenti.
Interessante racconto, in cui più che indagare su un furto, la Christie indaga sull'animo umano messa di fronte al frutto (è il caso di dirlo) di un crimine. Bella la conclusione della storia, significativa e ottimistica.
 
L'avventura del signor Eastwood
 
Uno scrittore in crisi riceve una misteriosa telefonata da una ragazza che gli chiede aiuto e gli fornisce un indirizzo cui recarsi. Qui l'uomo incontra la ragazza ma viene scambiato per un assassino e arrestato. Ma la sua avventura non finisce certo così.
Un racconto davvero carino, basato su uno scambio di identità e con un plot twist tanto inaspettato quanto geniale. Il racconto che mi è piaciuto di più in questa raccolta.
 
La palla dorata
 
Un giovane perde il lavoro per essersi preso mezza giornata di vacanza. Conosce una ragazza dell'alta società e la segue in campagna, dove viene coinvolto in una strana avventura.
Racconto divertente, senza un vero e proprio crimine, ma con un "piano" ben congegnato.
 
Lo smeraldo del rajah
 
Giovane innamorato segue una ragazza superficiale in una località turistica. Sulla spiaggia scambia accidentalmente i suoi vestiti con quelli di qualcun altro, e nella tasca dei pantaloni trova un enorme smeraldo...
Ancora uno scambio di oggetti e di identità in questo racconto, dove l'astuzia e la costanza vengono ricompensati nel finale.
 
Il canto del cigno
 
Un giovane soprano ma già molto famoso partecipa ad una rappresentazione della Tosca. Il cantante che fa Scarpia si sente male in seguito ad un avvelenamento. Viene trovato un sostituito in tutta fretta in un vecchio cantante ormai ritiratosi dalla scena. Ma c'è un segreto nel passato di qualcuno che getta ombre sulla rappresentazione...
Per l'ultimo racconto, il tema è quello intrigante del passato che torna a chiedere il conto. Racconto tragico, delicato e struggente.
 
Nel complesso si tratta di un'antologia molto piacevole da leggere. I racconti sono sorprendentemente originali , con temi diversi dai classici gialli cui ci ha abituati la Christie.

Voto: 7 e 1/2
 
 

lunedì 18 settembre 2017

La musica del caso...

... di Paul Auster.

La scheda del libro sul sito Einaudi

Jim Nashe riceve un'inaspettata eredità poche settimane dopo essere stato piantato dalla moglie. Porta la figlia di soli due anni dalla sorella, prende una pausa dal suo lavoro di pompiere, compra una Saab 900 e comincia a viaggiare per gli Stati Uniti.
Una notte conosce Jack Pozzi, giovane giocatore d'azzardo in fuga da un pestaggio. I due decidono di mettersi in società per sfidare Flower e Stone, due eccentrici miliardari, ad una partita a poker. Ma la partita avrà egli sviluppi imprevisti.
 
La musica del caso inizia come un romanzo on the road, nella più classica tradizione americana. Jim Nashe si lascia tutto alle spalle, pure i legami familiari, dopo che i suo equilibrio viene rotto dall'abbandono della moglie.
Sfruttando i soldi di un'eredità inaspettata, vive una vita libera, anche se non sregolata o piena di eccessi.
Semplicemente guida, macina chilometri su chilometri, senza prefissarsi una meta se non quella di andare sempre più lontano, dimentico di se stesso e di tutto se non della macchina e della strada.
 
Lui era il punto fermo in un vortice di cambiamenti, un corpo che restava in equilibrio, assolutamente immobile, mentre il mondo gli si gettava incontro e scompariva. L’automobile divenne il sacrario dell’invulnerabilità, un rifugio dentro il quale nulla poteva più colpirlo. Mentre guidava non aveva fardelli da portare, era libero dalla benché minima particella della vita precedente.
 
Il caso mette sulla sua strada un giovane giocatore di poker, Jack Pozzi, e insieme progettano di arricchirsi facilmente a spese di due sprovveduti miliardari che si danno arie da grandi giocatori.
Ma le cose non vanno esattamente come i due avevano immaginato, e le loro vite prendono una piega strana e non prevedibile. I due protagonisti si trovano intrappolati in posto inquietante, a svolgere un'attività anch'essa inquietante e priva di senso.
E così il romanzo si trasforma davanti agli occhi del lettore in una specie di fiaba surreale da cui non ci si riesce a staccare.
 
Mi ha fatto molto pensare questa citazione dell'autore:
 
L'influenza più grande sulle mie opere sono state le fiabe, [ovvero] la tradizione orale del racconto. I Fratelli Grimm, Le mille e una notte - il tipo di storie che si leggono ad alta voce ai bambini. Si tratta di narrazioni spoglie, scarne, narrazioni in gran parte prive di dettagli, enormi quantità di informazioni vengono ancora trasmesse in uno spazio molto breve, con pochissime parole. [1]

Senza dilungarsi in descrizioni o introspezioni inutili, Paul Auster riesce a fornirci tutto quello di cui abbiamo bisogno per comprendere il suo romanzo.
 Infatti la lettura è scorrevolissima e fa sicuramente presa sul lettore. Ciò non vuol dire che lo stile dell'autore sia superficiale, o eccessivamente sintetico. L'autore riesce a darci tutti i dettagli necessari a comprendere i personaggi e per calarci in una storia costruita con elementi di routine, che però di ordinario o banale non ha assolutamente nulla, tutt'altro.
La ripetitività degli eventi nella parte centrale del romanzo non significa che essa sia noiosa. La cosa stupefacente è come una attività (di cui non voglio rivelare nulla) all'apparenza piatta riesca a caricarsi di significati, di aspettative e di interesse per il lettore, a portare a galla la tragedia latente in questa vicenda, e la vena di follia ed il alto oscuro presente in un essere umano.
 
Non è facile descrivere questo libro senza svelare gli eventi. Vi basti sapere che ci troviamo sempre in bilico fra il potere del caso e la prevalenza del libero arbitrio, e insieme a Nashe e Pozzi anche il lettore cammina in bilico su questa corda tesa, fino ad un finale inaspettato ed esplosivo.
La nostra vita e la nostra libertà sono nelle nostre mani o in balia del caso? Cosa ne sarebbe di noi se improvvisamente ne perdessimo il controllo? E fino a dove potremmo spingerci, eventualmente, per riprenderci le redini?

Questo è un romanzo che non mi ha lasciato indifferente, mi ha intrigato e conquistato con la sua particolare visione della vita, che ha una forza comunicativa straordinaria e sorprendente.

Voto: 8
 
[1] Citazione tratta da Wikipedia

domenica 17 settembre 2017

Gita al faro...

di Virginia Woolf.

La famiglia Ramsay, madre, padre e otto figli, si trova in vacanza sull' isola di Skye. James, il più piccolo, vorrebbe fare una gita al vicino faro l'indomani. Mentre la madre acconsente, il padre stronca le sue speranze affermando perentoriamente che il tempo sarebbe stato brutto, e pertanto raggiungere il faro non sarebbe stato possibile. Da questa vicenda nascono piccoli attriti all'interno della famiglia, sentimenti, pensieri, considerazioni, che ci sveleranno l'anima più intima e riposta dei membri della famiglia, e dei loro ospiti, la pittrice Lily Briscoe, il signor Tansley ed il signor Carmichael.

Gita al faro viene considerato uno dei più importanti romanzi modernisti. Scritto nel 1927, è affine nello stile  alle opere di James Joyce; il romanzo non sviluppa una vera e propria trama, ma soltanto un accenno di essa, e si concentra sulla psicologia e sui pensieri intimi e mai espressi dei personaggi, dipingendo un affresco dei loro rapporti e della loro visione del mondo in massima parte attraverso i loro pensieri e soltanto con pochissimi scambi di battute o interazioni tra i personaggi.
Tutto inizia con il desiderio del piccolo James di andare al faro l'indomani. Questo desiderio così forte, espresso da un bimbo quieto ed introverso, viene stroncato dal padre, il quale senza curarsi dei sentimenti del figlio, ne distrugge bruscamente la speranza, senza tatto alcuno e senza alcuna dolcezza. 
Questo scatena l'irritazione della madre, creatura dolce, empatica e disponibile con tutti, che non capisce per quale ragione il marito abbia sentito la necessità di essere così brusco con il bambino. Da qui, come detto, si dipanano una serie di pensieri  che ci mostrano come, da un particolare all'apparenza insignificante, scaturiscano riflessioni via via più ampie, che giungono ad abbracciare e riconsiderare tutta la vita del soggetto.
Il romanzo è diviso in tre capitoli: La finestra, Il tempo passa, Il faro. Il primo e l'ultimo, che coprono lo spazio di poche ore, sono i più lunghi, mentre quello centrale, che riassume ben dieci anni delle vicende della famiglia Ramsay, è paradossalmente quello più breve. Tutto ciò è sintomatico di quello che l'autrice considerava importante per il suo romanzo. Ad esempio, la narrazione si sofferma molto più a lungo sulla cena di quella sera in cui James esprime il desiderio di fare una gita, indagando le reazioni e i pensieri dei personaggi coinvolti, piuttosto che sulle vicende della famiglia durante la Prima Guerra Mondiale.

Gli elementi fondamentali della trama sono, a conti fatti, solo due: la gita al faro, e il ritratto della signora Ramsay e di James che Lily non riesce a terminare. Entrambi questi elementi resteranno in sospeso e troveranno compimento solo nell'ultimo capitolo, e rivestono, nell'economia del romanzo, più importanza dei grandi cambiamenti (tragedie, nascite, morti e addirittura una guerra mondiale) narrati nel capitolo centrale.
La gita e il quadro nell'ultimo capitolo vengono finalmente completati e chiudono il cerchio, simboleggiando, secondo me, tutti quei conflitti irrisolti che ci trasciniamo dietro e che influenzano le nostre vite molto più profondamente di quanto crediamo. 

Gita al faro è sicuramente un romanzo importante nel panorama della letteratura moderna, per il distacco che segna, insieme ad altri romanzi e autori dell'epoca, con il passato. L'attenzione si sposta dalla trama ai personaggi, alla loro vita interiore, al loro cd. monologo interiore. Non è necessario sottolineare come questa minuziosa introspezione psicologica sia un cambiamento dirompente che getta le basi per una concezione moderna e non più "ottocentesca" della letteratura.
Ciò nonostante, leggere questo romanzo è difficile e complicato. Lo stile è molto pesante, le frasi lunghe e involute. I pensieri si spostastano con rapidità da un tema all'altro, e rendono difficile al lettore seguirli. Del resto, i pesnieri di ognuno di noi non seguono schemi ben precisi, e qui l'autrice ha tentato di riportarli sulle pagine del suo romanzo così come si creano nella mente dei suoi personaggi. Non si tratta propriamente dello stream of consciuosness di Joyce, ma di qualcosa che gli è molto affine. Ci vogliono tempo e pazienza per arrivare fino in fondo, anche perchè l'assenza di una trama che scandisca i tempi del romanzo costituisce un ulteriore ostacolo. Non vi nascondo che ho perso spesso il filo della narrazione, e sono dovuta tornare indietro di qualche pagina per recuperarlo.
Ho letto in rete che questo non sarebbe "un romanzo per tutti"; io, più che un romanzo non adatto a tutti i tipi di lettore, lo definirei come non adatto a tutti i momenti della nostra vita "libresca". Soprattutto, credo sia fondamentale avvicinarsi al testo con consapevolezza.

Torta al caramello in Paradiso...

... di Fannie Flagg.

La scheda del libro sul sito BUR Rizzoli

Elner Shimfissle ha più di ottant'anni, ma è ancora piena di vita e di energie. Così le sembra perfettamente normale arrampicarsi su una scala per raccogliere fichi dall'albero nel suo giardino. Punta da uno sciame di vespe, cade, batte la testa e muore in ospedale. Potrebbe sembrare la fine della storia, e invece per Elner comincia un viaggio incredibile alla volta del Paradiso, mentre tutti i suoi familiari e amici la ricordano e la piangono sconvolti. Ma il viaggio di Elner sarà breve, perché dovrà tornare sulla Terra e portare un messaggio a tutti quelli che vorranno ascoltarla.
È buffo, sapete, mentre siamo in vita ci spremiamo tutti quanti il cervello per capire cosa sia veramente la vita, e non è altro che un dono da godere.
Fannie Flagg, un nome, una garanzia. Un'autrice da cui sai già cosa aspettarti, e che comunque riesce sempre a sorprenderti piacevolmente.
Con questo romanzo, torniamo a Elmwood Spring, teatro dei migliori romanzi di Fannie Flagg (a parer mio): Pane, cose e cappuccino dal fornaio di Elmwood Spring (in onore del quale ho intitolato il mio blog) e In piedi sull'arcobaleno (recensito qui).
Qui zia Elner, da delizioso personaggio secondario, si trasforma in adorabile protagonista, pronta a dispensare perle di saggezza (per lo più a parenti e amici, per lo più per telefono, per lo più a orari improbabili).
Elner ha sempre preso la vita come veniva, senza lamentarsi, senza ansie inutili e senza paranoie.

"Vedi, Elner la vita è come un giro sulle montagne russe, tutta sussulti, curve e sbandamenti, un su e giù dall'inizio alla fine."
"Ah", disse Elner. "E tutto quel che bisogna fare è stare seduti a godersela"

La sua caratteristica principale è quella di non aver mai perso il senso del meraviglioso, quella incredibile capacità che hanno per lo più i bambini, che ti porta a meravigliarti delle cose belle della vita, e ad essere felice con poco.

Quando si diffonde la notizia che Elner non ce l'ha fatta, i suoi amici e vicini cominciano a pensare a come la semplice vicinanza di Elner abbia toccato le loro vite, e noi lettori ci troviamo a scoprire come le stravaganze della vecchia signora siano riuscite a cambiare in meglio le vite di chiunque sia stato a contatto con lei.
In particolare seguiamo le vicende di Norma, la nipote di Elner, e di suo marito Macky. Norma è una maniaca del controllo, ansiosa e agitata, ovvero l'esatto contrario di sua zia. Dall'incontro-scontro tra queste due personalità si sviluppano gli episodi più significativi (e divertenti) del romanzo. Non sarà facile per Norma accettare prima la morte e poi il "ritorno" di Elner, e i suoi ricordi di quell'esperienza.
In mezzo a questa lunga serie di aneddoti gustosi e allegri, dolci e ironici, spunta qualcosa di inaspettato: Elner nasconde una pistola nel cesto dei panni sporchi. E così, anche lei ha un segreto. Ed è così che l'autrice decide di sorprenderci e di intrigarci con un piccolo mistero.
Quello che rende questo romanzo speciale è il fatto che la Flagg sia riuscita a costruire un personaggio che a quasi novant'anni trova - ad esempio - portentosa la corrente elettrica; che ha fondato un Club del Tramonto, per godersi tutti i giorni la bellezza, appunto, dei tramonti; che nutre gli uccellini nel suo giardino; e tutto ciò senza scadere nella macchietta. Elner è sicuramente ingenua e un po' naive, ma non è mai sciocca, e riesce a farti vedere il mondo con i suoi occhi, almeno per un poco. Qui sta secondo me il grande merito dell'autrice.

Questo è un romanzo che ti riconcilia col mondo, pieno di messaggi positivi forse eccessivamente ottimisti. Forse il mondo descritto da Fannie Flagg nei suoi romanzi non esiste e non esisterà mai, ma ogni tanto bisogna pur concedersi di sognare a occhi aperti, tra le pagine di un libro.
Voto: 8

giovedì 14 settembre 2017

I custodi della biblioteca...

... di Glenn Cooper.

La scheda del libro sul sito della TEA

ATTENZIONE: questo è il terzo volume di una trilogia, se non volete spoiler sui volumi precedenti (La Biblioteca dei morti e Il libro delle anime) non leggete oltre.
 
Premessa: Will Piper, ex agente dell'FBI ha scoperto l'esistenza di un antico segreto, la biblioteca dell'abbazia di Vectis, sull'isola di Wight, dove misteriosi scrivani, in epoca medievale, registravano le date di nascita e morte di tutta l'umanità presente e futura. Arrivati al 9 febbraio 2027, gli scrivani si erano suicidati in massa, lasciando un messaggio sulle loro pergamene: fines dierum (la fine dei giorni).
 
USA, 2026. Will ha una moglie, la ex collega Nancy, ha un figlio adolescente e, dopo aver rivelato al mondo l'esistenza della Biblioteca, è in pensione e cerca di godersi la vita. Ma l'avvicinarsi della data fatidica del 9 febbraio 2027, chiamata l'Orizzonte, sta creando problemi e primi segni di panico tra la gente. Philip, figlio di Will, scappa improvvisamente di casa, attirato da un misterioso messaggio che promette di svelargli qualcosa di stupefacente. Contemporaneamente, qualcuno comincia a mandare nuovamente cartoline con una data di morte a semplici cittadini. Le persone muoiono puntualmente come riportato sulle missive. Ma chi può avere avuto accesso al segretissimo database che contiene i volumi della Biblioteca, custodita nell'area 51? E perché il misterioso mittente ha scelto solo persone di origini cinesi, causando tra l'altro gravi frizioni con il governo della Repubblica Popolare? Possibile che la fuga di Philip e la comparsa delle cartoline siano in qualche modo legate?
 
I custodi della biblioteca è il terzo volume della trilogia dedicata al Will Piper. Confesso di non aver letto il volume di mezzo, ma questo non mi ha impedito di godermi appieno il romanzo.
Come già accaduto nei volumi precedenti, il romanzo scorre lungo due linee temporali: quella nel presente e quella nel passato
Il "presente" è quello di un mondo leggermente più avanzato del nostro (siamo nel 2026) in cui però su tutto e tutti pende l'ombra cupa dell'Orizzonte. Nessuno sa cosa accadrà, ma la maggior parte delle persone pensano che quel giorno inizierà l'Apocalisse. L'economia ne risente e anche i suicidi sono in aumento. La situazione geopolitica è tesa.
 
La linea temporale passata, invece, è ambientata nel 1296, nell'abbazia di Vectis. Non credevo che, dopo la strepitosa idea sviluppata ne La biblioteca dei morti, Cooper sarebbe riuscito a tirare fuori dal cilindro un'altra idea, complementare e altrettanto intrigante.
 
Il romanzo dunque è una degna conclusione della trilogia. È interessante, stimolante, ben scritto e scorrevole.
Ha però alcune debolezze, a parer mio. Ad esempio, l'esca gettata a Philip, che da il via alla trama ambientata nel presente e segna il ritorno all'azione di Will, è deboluccia. Seguire la traccia che Philip insegue fuggendo di casa è davvero un atto di fede un po' forzato. Certo, dobbiamo considerare che siamo di fronte ad un ragazzo adolescente e che probabilmente il mondo finirà più o meno entro un anno, ma il via all'azione viene dato, secondo me, in maniera poco soddisfacente.
Anche la gestione delle situazioni di pericolo in cui Will finisce (e relative soluzioni) mi sono sembrate troppo semplicistiche. Insomma, Will ad un certo punto si trova in una situazione esplosiva, apocalittica, ma se la cava troppo facilmente. C'è la tendenza da parte dell'autore a calcare la mano sul fascino di Will con l'altro sesso, e questa cosa lo toglie d'impaccio un po' troppo spesso per i miei gusti. Ho trovato più solidità e coerenza nella storyline ambientata nel passato.
La parte riguardante le cartoline che preannunciano la morte segue uno schema già presente nel primo volume della trilogia, ma risulta più solida nelle motivazioni rispetto a quanto narrato ne La Biblioteca dei morti. L'unico difetto che posso imputargli è quello di essere stata svolta sinteticamente, per lasciare probabilmente più spazio alle altre sotto - trame.
 
Nonostante ciò, ho apprezzato il romanzo nel suo complesso. Ne ho apprezzato soprattutto la risoluzione dei conflitti e dei misteri lasciati in sospeso. Non era facile scrivere una conclusione adeguata per una storia come questa, e Glenn Cooper ci è riuscito.
In particolare, l'autore è riuscito ad infondere al suo romanzo quel tocco di intrigante mistero e fascinazione che avevo amato nel primo volume della trilogia, e a coniugare ancora una volta realismo, thriller ed azione con l'elemento soprannaturale in un mix riuscito. 
 
Voto 7-

mercoledì 13 settembre 2017

Non ditelo allo scrittore...

... di Alice Basso.

La scheda del libro sul sito della Garzanti

Vani ha un dono: le basta osservare le persone per capire, dai loro gesti, dai loro movimenti, dai loro piccoli tic, cosa passa loro per la mente. E le basta un niente per immedesimarsi e pensare con la loro testa. Vano sfrutta questo suo talento scrivendo libri che poi altri firmeranno.
Il commissario Berganza, però, ha capito che il talento di Vani può fare molto di più, e spesso si trova a chiederle aiuto per risolvere casi intricanti.
In questo romanzo, Vani deve cercare di scoprire come fa un boss della malavita, vecchio e malato, a mandare messaggi ai propri sodali dalla villetta in cui si trova agli arresti domiciliari.
Sul fronte letterario, invece, Vani si trova alle prese con un capolavoro della letteratura italiana, e col sospetto che sia stato scritto non dal suo autore, ma da un ghostwriter come lei. Purtroppo, però, il suo capo le affianca in questa ricerca il miglior autore della casa editrice L'Erica, cioè Riccardo, l'uomo che l'ha ingannata  e spezzato il cuore.
 
Ogni volta che recensisco un libro di Alice Basso non riesco a trattenermi dal dire: Vani è tornata! E questa recensione non fa differenza.
Il punto qui non è che l'autrice ha scritto un nuovo libro, il punto è che ad ogni nuovo romanzo Vani torna sul serio per i suoi lettori. Non tradisce le promesse, non delude le aspettative. E' sempre il personaggio che amiamo, costruito alla perfezione, con le sue nevrosi, le sue caratteristiche e anche con le sue fragilità. Insomma, tutti sono capaci di scrivere un sequel, ma non tutti sono in grado di scriverne uno che mantenga gli - altissimi - standard dei volumi precedenti.

E quindi sì, Vani è tornata, è sempre perfettamente se stessa e noi lettori la amiamo più che mai.
Quello che invece io non amo è Riccardo. Mi spiego: io non lo amo perché mi sta antipatico. Ecco, l'ho detto. Ma la bravura dell'autrice suppongo si veda anche da qui. Io Riccardo non lo sopporto non perché sia costruito male, o faccia cose illogiche o incoerenti. Io lo detesto proprio perché è come è, e l'autrice ha saputo renderlo alla perfezione.
In questo romanzo, Riccardo si comporta come il classico uomo che non capisce che no è no. Perseguita Vani con gesti che lui definisce romantici, e che io invece (e anche Vani, eh) definirei stalking. Ho trovato interessante che Morgana e la sua amica, due adolescenti, ritengano i suoi gesti da principe azzurro. Questo mette in luce come tali comportamenti siano ritenuti accettabili solo quando si ha una visione ancora immatura dell'amore. E mi ha fatto piacere che Alice Basso, per bocca di Vani, abbia chiarito il punto.
 
In questo libro ci sono sviluppi anche sulla situazione sentimentale di Vani, sviluppi che tutti noi lettori, presumo, attendevamo. Qualcuno resterà deluso, altri esulteranno (come è capitato a me).
 
L' intreccio giallo stavolta non è predominante, perché questo romanzo è fatto di molto sotto-trame che si intrecciano. Prima fra tutte quella riguardante i flashback di Vani ragazzina, che oltre ad essere illuminanti sono di una bellezza struggente.
Altro tema del libro, la caccia ad un ghostwriter che è riuscito a rimanere nascosto per decenni. Ed è lampante che ci vuole un ghostwriter per scovarne un altro che ha saputo occultarsi così bene e così a lungo. Questo intreccio mi ha affascinata molto, ed è la parte del romanzo che preferisco.
Comunque la trama propriamente gialla non delude, in ogni caso, anzi, tutt'altro, perché questa volta Vani si ritrova alle prese con tipo di caso e di criminale molto diversi dai precedenti e potenzialmente molto più pericolosi. 
Ho apprezzato la ventata di novità che un caso diverso dai soliti ha portato nella serie.
 
Libro consigliatissimo (ma suggerisco di recuperare prima gli altri due della serie, recensiti qui e qui, per godersi a pieno le avventure di Vani)
 
Voto: 8

martedì 12 settembre 2017

L'avventuriera. 67 Clarges Street # 5...

... di M. C. Beaton.

La scheda del libro sul sito della Astoria Edizioni

Londra, epoca Regency. La casa signorile situata al numero 67 di Clarges Street ha una pessima fama. C'è chi dice che porti sfortuna, altri che sia infestata dal fantasma del nono conte di Pelham, suicidatosi proprio in quella casa. Fatto sta che molte cose spiacevoli sono successe lì, e ora la casa è vuota e viene affittata solo durante la Stagione, quel periodo che va dalla primavera all'estate, in cui le giovani dell'alta società sbarcano a Londra in cerca di un marito. La servitù della casa - Rainbird il maggiordomo, Mrs. Middleton la governante, Angus il cuoco, Joseph il valletto, Alice la cameriera, Jenny la domestica, Lizzie e Dave gli sguatteri - non se la passa bene. L'amministratore paga stipendi da fame e addebita al proprietario spese più alte, intascando la differenza. Ma, dopo tante vicissitudini, i domestici sono quasi una famiglia, e hanno risparmiato per comprare un pub tutto loro. L'arrivo di una signora bella ma sconosciuta, e all'apparenza molto avara, fa temere alla servitù che per quella stagione ci saranno poche ricevimenti e feste, e di conseguenza poche mance. Perciò tentano di spaventarla per mandarla via, ma ad un certo punto Rainbird viene a conoscenza di un particolare che farà ricredere tutti loro sulla nuova inquilina. Come accaduto in precedenza, Rainbird e compagni la prenderanno sotto la loro ala protettrice per assicurarle il lieto fine che merita.
 
Siamo arrivati alla quinta e dunque alla penultima delle avventure ambientate nella casa di Clarges Street. La servitù è ad un passo dal coronare il proprio sogno di mettersi in proprio, e liberarsi dal giogo che il malvagio e avido amministratore Palmer ha imposto su di loro. Serve un'ultima stagione per accumulare mance e aumentare il gruzzolo dei risparmi.
Giunti così vicini alla libertà, i domestici cominciano a farsi spregiudicati, le loro avventure guadagnano spazio e le loro azioni si fanno sempre più incisive e determinanti ai fini della trama.
La storia della bella sconosciuta, Emily Goodenough, ricca ma senza amici importanti, e con una parlata talvolta grossolana e volgare, e quelle dei domestici si intrecciano strettamente e non danno luogo a due distinte trame, ma costituiscono un'unica narrazione, divertente e ironica come sempre.
L'autrice gioca con gli equivoci, i segreti (perché Emily ne ha uno, di segreto, molto grosso e pericoloso per la sua vita sociale), gli inganni e gli intrighi. La mescolanza di questi elementi le riesce particolarmente bene.
Il romanzo è scorrevole, piacevole da leggere e divertente.
Una menzione speciale merita anche questa volta il personaggio di Lizzie. Da sguattera analfabeta e trascurata, si trasforma in una signorina compita, elegante e soprattutto intelligente. Quello che mi ha colpito di lei, e che trovo molto significativo, è che con i suoi ragionamenti riesca a mettere in dubbio verità che vengono date per scontate come fossero dogmi. Non è una cosa semplice da fare, specie se queste affermazioni provengono da persone amate e stimate. Eppure in Lizzie c'è un insopprimibile bisogno di capire, di migliorare e di attivarsi per farlo, senza accettare passivamente quello che accade.
Se c'è una morale in questa serie libri, credo sia questa.
E nonostante si tratti di libri leggeri (ma non superficiali), io credo che il messaggio in fondo ci sia, perché la Beaton non manca di criticare la cosiddetta buona società, scegliendo come protagonisti personaggi che per qualche ragione ne stanno ai margini, ma che alla fine si rivelano molto più veri e meritevoli di chi è nato tra privilegi e opportunità.
In questo senso Lizzie è emblematica, e resta la mia preferita.

È altresì particolarmente evidente che siamo ormai quasi giunti alla conclusione della serie. La stagione non termina in questo libro, ma prosegue nel prossimo e ultimo volume della serie, dal promettente titolo La vendetta di Rainbird.

Voto 7 e 1/2