giovedì 13 aprile 2017

Coraline...

... di Neil Gaiman.

Coraline è una bambina che si è appena trasferita in una nuova casa. Nello stesso stabile abitano personaggi strampalati, eppure misteriosi, come un anziano pensionato che dice di avere un circo interamente composto di topi, che nessuno ha mai nessuno ha mai visto, ma i cui roditori recapitano messaggi inquietanti alla bambina. Oppure come le due vecchie attrici che abitano al primo piano, che sono sempre gentili e che le regalano un sassolino che ha il potere di proteggerla. Ma proteggerla da cosa? Coraline non si pone la domanda, fino a che non scopre nel suo salotto una porta chiusa a chiave, che dovrebbe essere stata murata. Ma una volta che Coraline riesce ad aprirla, la porta introduce la bambina ad una buia e misteriosa copia speculare della sua casa...

Coraline ha undici anni ed è una bambina intelligente ed intraprendente. Quando si trasferisce in una nuova casa, non si accontenta di starsene con le mani in mano e comincia ad esplorare l'edificio e il grande giardino circostante, anche perché sente che qualcosa di strano abita, pulsa e vive in quel posto. Coraline oltretutto è abituata a non prendere troppo sul serio quello che gli adulti le dicono, perché sembra che gli adulti non abbiano troppo interesse in quello che lei pensa, dice o fa; perciò, anche quando la madre le mostra che la porta misteriosa del salotto, che tanto la incuriosisce, è una porta murata che un tempo metteva in comunicazione due appartamenti dello stabile, non si accontenta. Appena ne ha l'occasione, apre nuovamente quella porta per scoprire, al di là di essa, un incredibile quanto pauroso mondo parallelo.
 
Coraline è una favola nera per bambini, ma che piacerà anche agli adulti. Inquietante, più che terrificante, con personaggi minacciosi e situazioni claustrofobiche. Eppure, nonostante gli aggettivi che ho usato per definirla, resta una storia per bambini e ragazzi. E quello che più mi ha colpito è come Neil Gaiman sia riuscito a reinterpretare l'immaginario delle paure infantili (l'abbandono, il buio, i fantasmi, i mostri) con originalità e allo stesso tempo con naturalezza. Coraline non è pieno di cose che i grandi credono facciano paura ai bambini; è piena di cose terrificanti che sembrano uscite davvero dall'immaginazione di un bambino. Dalle sue paure più nascoste, ma più tangibili.

Allo stesso tempo però, ai miei occhi di adulta, balzano alcuni elementi egualmente inquietanti anche se non fantastici o soprannaturali; la presenza distratta dei genitori di Coraline, per esempio, che sicuramente le vogliono bene ma non hanno mai tempo per lei; oppure il modo sibillino che gli altri adulti hanno di comunicare con la bambina, senza mai spiegarsi compiutamente, lasciando sempre le cose dette a metà, come se la bambina non potesse capirle. Paradigmatica in questo senso è il tentativo di Coraline di rivolgersi alla polizia per segnalare la scomparsa dei genitori; tentativo ingenuo, senza dubbio, ma che viene liquidato con sufficienza dal poliziotto, che non fa nessuno sforzo per capire se effettivamente la bambina è in difficoltà, al di là delle cose incredibili che racconta. Ecco, non è che gli adulti ci facciano una grande figura in questo romanzo, almeno inizialmente, e questa cosa, sinceramente, mi ha fatto riflettere.

Gli elementi citati caratterizzano il mondo in cui vive Coraline, rendendolo incomprensibile per una bambina. Il mondo reale in cui si muove Coraline, insomma, è altrettanto enigmatico e spiazzante di quello fantastico.
Il romanzo ci dice che i bambini devono imparare a cavarsela in mondo fatto di regole e situazioni che non capiscono, ma trovano sempre il modo di adattarsi. E ci dice che sono più furbi e più forti di quanto noi crediamo.

Queste sono le ragioni per cui affermo che questo breve romanzo può parlare sia agli adulti che ai bambini più grandicelli e ai ragazzi.

Consigliato.
Voto: 8

mercoledì 12 aprile 2017

SegnaliAMO!

Buon pomeriggio e buon mercoledì. Benvenuti al secondo appuntamento con questa rubrica in cui segnalo i libri che troveremo prossimamente in libreria, e di cui sono (quasi) sicura mi innamorerò!

Questa settimana volevo segnalarvi l'arrivo di un nuovo capitolo delle divertenti avventure di Agatha Raisin, il personaggio creato dalla penna di M. C. Beaton.

Il 13 aprile uscirà in libreria Agatha Raisin - Amore, bugie e liquori.
Dal sito della casa editrice Astoria Edizioni:

James è tornato, si è ritrasferito a Carsely e chiede ad Agatha di fare una vacanza insieme, con destinazione a sorpresa! Convinta di andare in un posto caldo e affascinante del Mediterraneo per una seconda luna di miele, Agatha accetta con grande entusiasmo: la sua delusione nel ritrovarsi a Snoth-on-Sea, luogo di dolci ricordi d'infanzia di James e attualmente orribile cittadina vittima di un tempo inclemente, sarà altrettanto grande. Anche l'albergo scelto non è più quello di una volta: cupo, squallido, un pessimo servizio e frequentazioni ancora peggiori, tra cui Geraldine Jankers, donna appariscente e volgare con la quale Agatha ha un più che vivace scambio di battute. Quando viene trovata morta, soffocata da una sciarpa di Agatha, la nostra eroina si trova nei guai... E, quel che è peggio, James, pensando come sempre solo a se stesso, la pianta in asso!
 
Agatha Raisin è una signora di mezza età da sempre in lite con il suo aspetto fisico, le sue rotondità, la sua età e il resto del mondo. Trasferitasi da Londra nella regione dei Cotswold, Agatha diventa una detective dilettante, e si muove nel mondo del crimine con la determinazione di un bulldog e la grazia di un elefante in una cristalleria. Eppure è un personaggio che con i suoi difetti, anche grazie all'ironia leggera della Beaton, resta nel cuore dei lettori.
 
Se volete dare un'occhiata alle recensioni dei libri della serie di Agatha, cliccate qui.
 
Alla prossima!  

martedì 11 aprile 2017

Le belle Cece...

... di Andrea Vitali.
 
 
Bellano, sul lago di Como, 1936. Il segretario della locale sezione del partito, Fulvio Semola, organizza un concerto di campane per festeggiare la raggiunta conquista dell'Impero. Mentre il popolo ascolta le parole del Duce diffuse dalla radio, si mettono in moto una serie di eventi surreali: un furto di biancheria intima; un'aggressione apparentemente collegata; un'indagine per una rissa con improbabili testimoni; un reduce della guerra d'Africa e il suo attendente di colore; alcune rispettabili signore bellanesi. Toccherà al maresciallo dei Carabinieri Maccadò sbrogliare la singolare matassa.
 
Se le vicende partono da lontano, da un ambizioso progetto del Semola, teso a consolidare la sua posizione all'interno del partito locale, il fulcro della storia ruota attorno ad un misterioso quanto imbarazzante furto di biancheria intima. Tutte le persone coinvolte vogliono mantenere il più stretto riserbo sul fatto; il Semola, investito delle indagine dal potente e acido ispettore di produzione del locale cotonificio (tale Malversati) deve sbrigarsela alla svelta, pena ritorsioni; il Malversati deve salvare la sua reputazione; sua moglie Verzetta Cece (una delle due Cece del titolo) deve invece nascondere qualche peccatuccio. Il maresciallo, dal canto suo, deve mettere in campo tutta la sua astuzia per districarsi fra le bugie e le reticenze di tutte le persone coinvolte, tra cui spicca, sua malgrado, Stellio Cerevelli, eroe decorato della guerra d'Africa.
Mi sono abituata a vedere come Vitali di solito strapazzi i suoi personaggi, mettendo a nudo senza pietà le loro debolezze e soprattutto le loro meschinità. Mi ha colpito invece la caratterizzazione del Cerevelli, che pur avendo una condotta ritenuta scandalosa per l'epoca, è uno dei pochi, insieme al suo attendente di colore, che conserva la sua dignità.
 
Le belle Cece è il più teatrale dei romanzi di Andrea Vitali. Congegnato come una commedia degli equivoci, con i personaggi che fanno continuamente capolino su quel grande palcoscenico all'aria aperta che è Bellano, sembra diviso in atti. A far da capocomico o forse da regista, è il maresciallo Maccadò.
Alcuni personaggi mi hanno ricordato le maschere tipiche della commedia dell'arte - in particolare, il Malversati ricorda Balanzone, tronfio e presuntuoso; Volantino (il tuttofare del paese) Arlecchino; la servitù in generale ha caratteristiche comuni ai servitori che popolano la commedia dell'arte (e quindi di volta in volta la furbizia, o l'ignoranza, o lo scarso acume).
Sotto la leggerezza delle vicende traspaiono due temi importanti: l'omofobia e il razzismo. Vitali non ci fa una morale su questi due temi; si limita a descrivere come nel 1936, in piena epoca fascista, fosse considerato non solo normale ma anche meritorio essere razzisti e omofobi. Quello che però mi ha divertito è stato che, a ben guardare, l'autore un  messaggio ce lo manda: gli unici due personaggi che nel romanzo non fanno la figura dei "fessi" (ovvero Maccadò  e Stellio Cerevelli) sono anche gli unici due che non mostrano traccia né di razzismo né di omofobia.
 
Un romanzo divertente, arguto, che si legge velocemente e con interesse crescente. Consigliato sia agli amanti di Vitali, che a chi si avvicina per la prima volta a questo autore.
 
Voto: 7 e 1/2
 

lunedì 10 aprile 2017

Il segreto di Riverview College...

... di Susanne Goga.

 
Matilda Gray è una giovane insegnante in un collegio femminile a Londra, il Riverview College.
Dopo le vacanze estive apprende che una delle sue migliori allieve, Laura Ancroft, ha abbandonato gli studi ed è partita all'improvviso con il suo tutore per un lungo viaggio in Europa. Matilda sente che qualcosa non va; la ragazza è partita all'improvviso, senza salutare nessuno, neanche la sua più cara amica, e per mesi non da notizie di sé, fino a quando Matilda riceve una cartolina che cela una disperata richiesta di aiuto.
 
Il segreto di Riverview College è un romanzo ambientato a Londra nel 1900.
L'ambientazione londinese, accurata e ben descritta, sfugge ai pericoli del già, visto, già sentito, grazie alla particolarità di essere focalizzata sulla Londra sotterranea, o meglio, sulle diverse stratificazioni tipiche di una città antica come Londra.

Degni di nota poi sono anche alcune dei temi trattati: l'educazione femminile; l'emancipazione delle donne; la guerra in Sud Africa vista anche dall'occhio dei civili africani coinvolti; l'omosessualità (è l'epoca della morte di Oscar Wilde). 
 
La protagonista è una donna forte e anticonformista che si scontra con la chiusura mentale della sua epoca.
Certo, l'era vittoriana sta per giungere al termine, e si notano i primi fermenti di un cambiamento che ci sarà davvero solo dopo la Prima Guerra Mondiale, ma le pressioni sociali sono ancora forti, e il ruolo delle donne nel mondo è ancora fortemente limitato. Ciò nonostante, Matilda resta delusa e colpita dall'abbandono degli studi di un'allieva promettente, ma sembra essere l'unica a preoccuparsene. La direttrice della scuola ritiene anzi che questo interesse nei confronti di una singola allieva non sia decoroso per un'insegnante, e che l'interruzione degli studi, e i pettegolezzi che parlano di un imminente matrimonio siano del tutto normali.
 
Inizialmente Matilda non ha la forza di opporsi apertamente  alle convenzioni e alle regole vigenti; questo non la rende però un personaggio meno interessante o stimolante. A volte capita di leggere romanzi a sfondo storico in cui l'eroina fa un po' quello che le pare, infrangendo le regole imposte dalla società, travalicando limiti imposti dalla consuetudine, senza che questo abbia davvero delle conseguenze negative sulla sua vita, o perlomeno dei riflessi sulla storia. Matilda invece è consapevole dei limiti che la sua condizione di donna le impone. Non li approva, ma, almeno inizialmente, cerca di muoversi all'interno di essi. Man mano che il romanzo progredisce Matilda diventa sempre più audace e insofferente, e questa evoluzione del personaggio incide positivamente sul romanzo, secondo me.
Matilda, infatti, grazie a un messaggio nascosto fattole pervenire da Laura, si troverà impegnata in una ricerca che mira a collegare i fatti avvenuti nel 1665, all'epoca della peste nera a Londra, con quello che sta accadendo alla ragazza.
L'indagine è intrigante e interessante, e non si rivelerà semplice, per le ragioni spiegate prima.
 
Tutto sommato Il Segreto di Riverview College è un lavoro onesto, e un romanzo di buona qualità. Ma a parer mio gli manca qualcosa per diventare la lettura che ti toglie il sonno.
Il ritmo è abbastanza blando, e anche se ho apprezzato il fatto che l'autrice non abbia cercato il colpo di scena a tutti i costi, il mistero, per quanto interessante, è abbastanza intuibile molte pagine prima dell'epilogo. Magari qualche espediente per aggiungere un po' di pepe alla narrazione non avrebbe fatto male. Alcuni temi potevano essere approfonditi, come ad esempio la figura del vecchio antiquario misterioso che inizialmente aiuta Matilda; quando la donna si rivolge ad un affascinante professore universitario per ulteriori approfondimenti, l'uomo tronca bruscamente ogni rapporto con Matilda perché non vuole avere niente a che fare con quel professore. Ecco, questa parte della trama rimane un po' incompiuta: mi chiedo che senso abbia avuto spendere pagine per descrivere il vecchio antiquario, caratterizzarlo come un tipo a metà strada fra Ebenezer Scrooge e Carlo Corrado Coriandoli (il libraio de La Storia Infinita), quando poi improvvisamente l'uomo esce di scena perché non sopporta il professore. Perché? Cosa c'è dietro? Non lo sapremo mai.

Infine, nota negativa per quanto riguarda il titolo italiano (che novità!): il segreto attorno a cui ruota il romanzo non riguarda affatto il College in cui Matilda insegna; il titolo originale tedesco suona come Das Haus in der Nebelgasse  (La casa nella strada fra la nebbia, più o meno). 

Voto: 6 e 1/2
 
 

L'isola delle farfalle...

...di Corina Bomann.
La scheda del libro sul sito della Giunti

Diana è un'avvocata tedesca ma di origini inglesi. Una mattina viene chiamata al capezzale della cara zia Emmely, che sta morendo. Diana la raggiunge ma la zia muore un paio di giorni dopo, lasciandole in eredità, oltre alla grande casa di famiglia, l'incarico di svelare un segreto. Il mistero riguarda la sorte di Grace, sua antenata, di cui, ad un certo punto nella storia della famiglia, si sono perse le tracce. Seguendo gli indizi lasciati dalla zia, Diana svelerà una storia romantica e avventurosa nascosta nelle pieghe del tempo.
 
15 Febbraio 1888
Carissima Grace,
non so se nel frattempo mi hai perdonato. Suppongo di no. Eppure non posso fare a meno di scriverti.
Ti immagino seduta alla finestra della tua camera mentre guardi il parco là fuori, avvolto nella nebbia, rammaricandoti per come è andata a finire. Ne hai tutte le ragioni, e io posso solo dirmi profondamente addolorata.

Le cose qui sono cambiate da quando sei partita. Mi manchi così tanto! E credo valga lo stesso per papà, anche se non lo ammetterebbe mai. Si eclissa per ore nel suo studio, e non c’è per nessuno. La mamma teme che finisca con l’isolarsi dal mondo. (La solita esagerata!) Nel frattempo è tutta presa dai frenetici preparativi per la festa che sta organizzando con l’intento di scuotere papà dal suo torpore. In realtà le preme unicamente capire quanto siano gravi le ripercussioni dello scandalo.
Chissà, magari ora starai ridendo amaramente, ammesso che tu abbia deciso di leggere questa lettera invece di gettarla direttamente nel fuoco. 
Mi auguro dal profondo del cuore che tu voglia almeno concedermi una possibilità, perché ho una notizia che potrebbe infonderti nuova speranza.
Poco dopo la tua partenza, lui è apparso di fronte alla mia finestra per dirmi che presto sarebbe venuto da te. Non avendo più fissa dimora, mi ha dato in pegno qualcosa da custodire in tua assenza. Come nelle fiabe, ti salverà dalla prigionia nel tuo vecchio castello e insieme vivrete felici e contenti.
Carissima sorella, ti prometto che ci sarò sempre per te e per i tuoi cari, succeda quel che succeda. Se doveste trovarvi in difficoltà, la mia porta resterà sempre aperta: sono in debito con tutti voi.
     Con immenso affetto,

Victoria
 
La storia si svolge su due piani temporali, quello del XIX secolo e quello presente, e parte bene, benissimo, con questa intrigante lettera datata 1888, che qualcosa dice, e molto non dice.
Purtroppo la promessa di una storia misteriosa, romantica e tragica non viene mantenuta. 
Gli ingredienti per una bella storia ci sarebbero tutti, ma vengono malamente sciupati con un compitino svogliato e superficiale dell'autrice.
Sì, l'impressione che ho avuto leggendo il romanzo è che l'autrice non  aveva voglia di impegnarsi. Aveva degli elementi degni di interesse nel piatto ma non è voluta andare oltre un uso di facciata degli stessi.
Gli elementi che promettevano bene erano il segreto di famiglia, un personaggio, Grace, che ha potenzialità e una storia avvincente; una antica foglia di palma su cui i Tamil era soliti scrivere profezie e divinazioni, e che si trova in Inghilterra quando nessuna di quelle foglie dovrebbe - in teoria - lasciare mai le "biblioteche" in cui è costudita.

Partiamo dal perno della storia: il segreto della famiglia.
Onestamente, non ho ben chiaro se zia Emmely conoscesse o meno il segreto che riguardava Grace. In ogni caso, la trovata di organizzare una caccia al tesoro incaricando il maggiordomo Mr. Green di consegnare a Diana gli elementi un po' alla volta, facendoglieli trovare come per caso, mi è sembrata alquanto ingenua. Delle due l'una: o zia Emmely sapeva del segreto, e allora tanto valeva raccontarlo alla nipote in punto di morte, o lasciarlo scritto nel testamento; oppure non lo sapeva ma aveva degli indizi, per cui tanto valeva consegnarli alla nipote chiedendole di esaudire il suo desiderio di portare alla luce il destino della loro antenata.
Ho trovato poi decisamente curiosa la scelta dell'autrice di svelare al lettore la soluzione dei misteri durante la narrazione nel piano temporale passato, ovvero prima che Diana li scopra nel presente.
In pratica il lettore è sempre un passo avanti a Diana, e l'utilità delle sue investigazioni ai fini dell'evoluzione della trama rasenta lo zero. Questo toglie ogni interesse alle vicende del piano temporale presente.
A meno che non si voglia ravvisare un barlume di interesse nella storia d'amore che, molto prevedibilmente, sboccia come per magia tra Diana e uno studioso che l'aiuta nelle ricerche.

Grace, antenata di Diana, sarebbe un buon personaggio, forte, anticonformista, intelligente, anche se l'autrice tende a farla ragionare e parlare in maniera un po' troppo moderna (quale ragazza dell'età vittoriana parlerebbe di sesso e gravidanze in maniera aperta?). Impariamo a conoscerla attraverso lunghe, estenuanti descrizioni della sua vita di tutti i giorni nella piantagione di tè in cui ha dovuto trasferirsi con la famiglia; e quando la storia si fa interessante, quando la sua ribellione diventa tangibile, il tutto viene liquidato rapidamente. Poche pagine e via.
Un brivido l'ho comunque provato quando l'ultima parte della sua storia viene svelata attraverso i diari di un uomo finito in manicomio... altro elemento interessante ma non sfruttato a pieno, anzi liquidato in poche pagine, quando oramai tutto era abbastanza chiaro.

Ho accennato ad una foglia di palma. Esistono delle biblioteche in India in cui sono conservate appunto delle foglie su cui, secondo la leggenda, è scritto il destino di ogni uomo o donna; ogni foglia è unica e ogni essere umano ha la sua. La scoperta dell'esistenza di questa tradizione mi ha intrigato molto; ed avrei trovato interessante anche  la ricerca della traduzione della foglia in possesso di Diana e della sua esatta collocazione nella storia di Grace; ma come tutto il resto anche questa parte della storia finisce per rivelarsi niente di più che un elemento decorativo di facciata. In pratica la foglia di palma, a conti fatti, non ha alcuna utilità, tanto più che il segreto segretissimo attorno a cui ruota il romanzo è facilmente intuibili e nulla di nuovo aggiunge nel panorama letterario di questo genere di romanzi.
Kate Morton è molto, molto distante.

Voto: 5 (e non meno perché almeno il libro è scorrevole e la lettura abbastanza veloce).

mercoledì 5 aprile 2017

SegnaliAMO!

Buongiorno!
Con questo post inauguro la prima rubrica per il mio blog.
In questo spazio segnalerò l'uscita di novità editoriali che hanno un (potenziale!) alto indice di gradimento.
 
Oggi iniziamo con un'uscita ormai prossima, e che attendo con estrema ansia.
 
Il tredici aprile uscirà per Rizzoli il nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni, intitolato I Guardiani. Secondo quanto dichiarato dall'autore qua e là sui social network, si tratta del primo volume di una trilogia in cui il giallo incontrerà il mistero e l'esoterismo (forse anche la fantascienza?).
Niente commissario Ricciardi o Bastardi, per questa volta, ma la curiosità di leggere qualcosa di nuovo di questo autore è molta, da parte mia.
 
L'autore, sulla sua pagina Facebook, presenta così il nuovo progetto:
 
Ho sempre letto tantissimo. Da bambino prendevo un libro, mi buttavo su una qualche superficie orizzontale (anche il pavimento andava bene) e mi mettevo a leggere e a sognare.
Mi piacevano tutte le storie: sentimenti, luoghi esotici, passioni, passato, presente e futuro. Più di tutto mi affascinavano quei libri di mio padre con la copertina gialla, e quelli con la copertina bianca. Erano scritti a colonne, odoravano di carta grossa e semplice, si vendevano in edicola come il ...
giornale; e c'era un disegno davanti, in un cerchio, come se le storie volessero uscire da un oblò per venirmi incontro.
Se da un lato mi innamorai di quella squadra di poliziotti di un posto chiamato Isola, che lavoravano all'87° Distretto, dall'altro ero pazzo di quella scienza irregolare e non accreditata che si chiama fantarcheologia: astronavi che attraversavano i cieli della preistoria, spiegazioni astrali di pitture rupestri, civiltà morenti che incrociavano nella disperazione della sopravvivenza pianeti nascenti e selvaggi.
Fantasticavo sulla mia città, antichissima e sconosciuta, piena di cunicoli ancora ignoti e di chiese edificate su templi edificati su altri templi, su decine, centinaia di iscrizioni ancora senza significato, e catacombe piene di ossa e teschi. Mi chiedevo come mai in quei libri di papà, di quella serie chiamata Urania, non ci fosse una storia ambientata qui. La città mi pareva perfetta, per una storia come questa.
Mi hanno detto: hai due cicli di successo, la TV, il teatro. Mi hanno detto: sei un noirista, i romanzi vanno alla grande, il pubblico ti conosce e ti vuole bene: non vale la pena di rischiare. Mi hanno detto: non hai il tempo, e il mercato non è così ricettivo.
Ma io sono ancora sdraiato sul pavimento a leggere e a sognare, con un pezzo di pane e olio in mano e i compiti già fatti. E sogno di altre razze e altri mondi nella mia assurda, profonda e ignota città.
Benvenuti, Guardiani. Io non mi sono mai divertito tanto a scrivere una storia come stavolta.
Spero vi divertiate anche voi.

domenica 2 aprile 2017

I Bastardi di Pizzofalcone...

...di Maurizio De Giovanni.
 
 
L'ispettore Giuseppe Lojacono, nonostante abbia risolto brillantemente il caso di un serial killer, il Coccodrillo, che uccideva adolescenti nella città di Napoli, non riesce a scrollarsi di dosso l'antipatia che i suoi colleghi provano per lui a causa dell'accusa di un pentito, non provata, di essere colluso con la mafia. Al suo superiore non pare vero di potersi sbarazzare di lui trasferendolo al commissariato di Pizzofalcone. Lì, Lojacono scoprirà che si tratta di un commissariato sull'orlo della chiusura: quattro poliziotti sono stati arrestati per essersi appropriati di un carico di droga sequestrata. Per sostituirli, ogni commissariato della città ha mandato gli agenti di cui voleva liberarsi senza troppo clamore. Oltre a Lojacono, ci sono Francesco Romano,  con problemi di gestione della rabbia; Alessandra di Nardo, che ha esploso accidentalmente un colpo di pistola all'interno del suo ex ufficio; Marco Aragona incapace, rozzo e super raccomandato. A completare il quadro, Ottavia Calabrese e Giorgio Pisanelli, gli unici superstiti del vecchio commissariato, gli unici a risultare puliti, ma guardati comunque con sospetto dai colleghi. Dirige questa eterogena squadra di "emarginati" il commissario Luigi Palma. Il primo caso che si presenterà alla squadra sarà l'omicidio di una signora di mezza età appartenente alla Napoli bene. 
 
Raccontare questo romanzo non è facile, perché ci sarebbe molto, troppo, da dire. Non si può condensare in poche parole, riassumere in una striminzita sinossi, perché è pieno di troppe cose.
Innanzitutto,  è pieno di personaggi.
Al contrario di quello che potremmo definire prequel, Il metodo del Coccodrillo, in cui un tristissimo Lojacono, appena giunto dalla Sicilia, si occupa sostanzialmente da solo del serial killer che terrorizza la città, qui il nostro ispettore, detto il Cinese per i suoi occhi dal taglio orientale, è ben inserito in una squadra. Fondamentalmente i suoi colleghi sono paria come lui. Ognuno ha il suo scheletro nell'armadio. Quali siano, i loro scheletri e i loro tormenti, lo scopriremo un po' alla volta, attraverso i loro stessi occhi.
I Bastardi di Pizzofalcone è davvero un romanzo corale, perché la gestione dei punti di vista è perfetta e impeccabile in ogni passaggio; la voce dei personaggi è sempre coerente a se stessa e realistica. E anche umana, empatica e sentita.
 
La storia è piena di tormenti, come accennavo, ma soprattutto di rimpianti. Ognuno dei personaggi, anche quelli meno presenti sulla scena, ad un certo punto ha varcato una soglia, superato un limite, e quasi mai di propria spontanea volontà. E tutti i giorni deve fare i conti con questo, guardarsi alle spalle e convivere con la consapevolezza che quello che c'è dietro non tornerà mai più.
Non sono personaggi problematici, non in senso stretto, perché i Bastardi il loro problema ce l'hanno appena dietro le spalle, e ora devono conviverci.
 
E' anche pieno di Napoli, questo romanzo, come i precedenti dello stesso autore, del resto. Ma Maurizio De Giovanni la conosce troppo bene, questa città, per regalarcene una visione semplicistica o di facciata.
Il romanzo si apre, ancora una volta, in una giornata di pioggia.
 
E [Lojacono] pensava che in quello stesso momento, alla fine di marzo, a casa sua i mandorli erano fioriti e il sole già consentiva di starsene in spiaggia a riflettere guardando il mare; lí, invece, pareva ancora pieno inverno, col vento che si alternava alla pioggia e le donne che inseguivano ombrelli rotti sui marciapiedi, mentre il traffico immobile barriva di frustrazione attraverso squilli frequenti di clacson irritati.

Un punto di vista davvero inusuale per un posto che è stato definito il paese del sole.
E questa tecnica, di guardare le cose da un punto di vista che ribalta quelle che crediamo conoscenze acquisite, De Giovanni lo applica pure all'intreccio giallo, che ruota intorno all'omicidio di una donna che nessuno aveva interesse o motivo a volere morta. Eppure c'è un elemento che sembra puntare in una direzione ben precisa che invece, a ben guardare, puntava da subito in un'altra direzione. E c'è un particolare incontro, o meglio un litigio, tra due persone coinvolte, che va guardato come riflesso in uno specchio per capire dove sta la verità.
Una verità che i Bastardi scopriranno, assicurando alla giustizia il suo colpevole, e a noi lettori una squadra di poliziotti unica nel panorama italiano.
 
Voto: 8 

venerdì 31 marzo 2017

Magari domani resto...

...di Lorenzo Marone.
La scheda del libro sul sito della Feltrinelli
 
Luce è una donna di trentacinque anni, napoletana, avvocata poco convinta della sua carriera, e una scia di problemi irrisolti alle spalle: il padre morto quando lei era bambina; la madre infelice e poco incline alle manifestazioni d'affetto; un fratello fuggito al nord che non si fa più sentire; un fidanzato che l'ha lasciata quando lei volevo provare a fare sul serio; un capo che si muove ai limiti della legalità .
Un giorno, per una serie di circostanze, entra nella sua vita un bambino di nome Kevin, proveniente da una famiglia non proprio esemplare, eppure stranamente maturo, riflessivo, sensibile.
L'ingresso di Kevin nella vita di Luce metterà in moto una serie di eventi che cambieranno il corso delle cose.

Luce, che di cognome fa Di Notte, si porta dietro una serie di contraddizioni a partire proprio dal nome. Ha trentacinque anni ma non ha ancora risolto i conflitti adolescenziali che bloccano la sua vita. Luce è ferma a un bivio, non sa se andare o restare, sia in senso letterale che in senso metaforico. Non sa cosa vuole fare della sua vita, se vuole continuare a fare il lavoro che fa, se vuole vivere altrove. Non sa se le piace essere quella che è, ed è in continuo conflitto con se stessa e il mondo. ma questo la rende una persona di una sensibilità fuori dal comune.

E' che bisogna sedersi a tavola con il dolore almeno una volta nel corso dell'esistenza se si vuole entrare a far parte della ristretta cerchia di esseri "umani".

Ma la particolarità di Luce è di abitare in una città - Napoli - ed in quartiere - i Quartieri Spagnoli - dove le contraddizioni sono all'ordine del giorno, e quindi Luce non è sola in questa lotta quotidiana, neanche quando lo vorrebbe. Intorno a lei un folto numero di comprimari: il vicino musicista e un po' filosofo Vittorio, la transgender Patty, il cane Alleria, e poi Kevin e sua madre, un po' vrenzola (1) ma sincera e di cuore. Ognuno riesce a mettere a fuoco un aspetto della personalità di Luce, e l'aiuteranno a focalizzarsi su quello che davvero è importante nella vita, e soprattutto a risolvere e lasciare andare due grossi nodi del suo passato. Il primo è perché sua madre e la sua adorata nonna Giuseppina non sia siano più parlate per circa un decennio, fino alla morte dell'anziana; e il secondo è perché sua padre sia sparito nel nulla all'improvviso, quando lei era bambina.
 
Questo libro è arrivato tra le mie mani grazie ad un'amica, Laura, ed al giveaway organizzato sul suo blog La Libridinosa (per me un punto di riferimento), oltretutto con una splendida dedica dell'autore, che ringrazio. E penso che, insomma, sia stato il destino a farmi vincere questo giveaway perché, altrimenti, questo libro non lo avrei comprato. E avrei sbagliato.
Diciamo che in teoria non sarebbe proprio il mio genere, e infatti penso che se questo libro l'avesse scritto chiunque altro a me non sarebbe piaciuto, perchè mi piacciono le storie un po' più "movimentate". Ma la naturalezza della narrazione e la sensibilità che traspare da ogni rigo non possono che far amare questo romanzo. I personaggi tendono a dispensare "perle di saggezza" quando parlano tra loro, ed io di solito questo fatto lo odio. Ma qui i dialoghi sono così sinceri, emotivamente sinceri intendo, che le perle dispensate non suonano false e i dialoghi non suonano artefatti. No, ti parlano direttamente all'anima.
E' bello quando un autore riesce a farti cambiare idea con la sola forza del suo talento.

A questo risultato contribuisce anche lo stile adottato da Lorenzo Marone, curatissimo in ogni dettaglio, con le parole in lingua napoletana incastonate nel testo con grande armonia, e che danno al romanzo un suono familiare, come di casa.

Una lettura piacevolissima e profonda senza essere pesante; l'unico difetto l'ho riscontrato nelle ultime 50 pagine, quando il camorrista, in qualche modo l'antagonista dietro le quinte di Luce e delle persone a cui vuole bene, esce di scena con troppa facilità, praticamente senza colpo ferire. Una soluzione un po' troppo semplicistica, un po' troppo facile.

Non sarà un romanzo tutto azione e colpi di scena, ma ti fa batter ugualmente il cuore. Forse più a lungo.

Voto: 8

Notazione di carattere personale: la parte che più mi ha commosso l'ho trovata nei ringraziamenti, all'ultimissimo rigo:
 E per ultimo ringrazio lei, la mia città, per in quanto a resistere e tirare avanti non prende lezioni da nessuno.
Ci sono cose che semplicemente vanno dette. Grazie.

(1) Il significato di vrenzola è ben spiegato qui.

mercoledì 29 marzo 2017

Metti una sera a cena...

... Incontro con Maurizio De Giovanni.

Che io abbia una passione per gli scrittori napoletani, è un fatto; che Maurizio De Giovanni sia tra i miei preferiti ne è un altro.
Sabato 4 Marzo ho avuto la fortuna di partecipare ad un evento straordinario, ovvero andare a cena con l'autore (cioè, non io e lui, ma io, lui e un'altra quarantina di persone, ma va bene lo stesso). 
L'evento, organizzato dall'associazione culturale termolese Sopra le righe, si è tenuto presso il ristorante Il Porto di Termoli. E' stata un'esperienza unica, ma che ve lo dico a fare? Lo si vede dalla mia faccia soddisfatta in questo selfie. Comunque non sono qui per bearmi di aver potuto incontrare Maurizio De Giovanni, di avergli potuto stringere la mano o di aver scambiato due parole con lui (va bene, sì, anche per quello), sono qui per raccontare non solo che persona stupenda, gentile, alla mano e simpatica sia, ma anche per raccontare le cose interessantissime che ha detto in questa serata (perché mentre gli altri mangiavano, io prendevo appunti per non perdermi una sola parola). Piccola precisazione: non posso certo riferire le esatte parole dei suoi interventi, ma vi assicuro che i miei appunti sono fedeli al senso e alla sostanza dei suoi discorsi.
Sono stati molti gli argomenti toccati dagli interventi di Maurizio De Giovanni, e molti gli aneddoti raccontati.


Inevitabilmente, uno dei primi temi è stato il perché tutte le sue storie siano ambientate a Napoli.
Lo scrittore ha affermato di essere molto fortunato perché vive in una citta perfetta per chiunque voglia fare lo scrittore (per non diventare scrittore a Napoli, devi solo essere analfabeta), città da cui non ha intenzione di andare via per non perdere il flusso di storie e linguaggi che ne scaturisce. Napoli, ha detto ancora, è una città che non si difende, non ha mura, non ha cannoni, è naturalmente accogliente, istintivamente accogliente. E' piena di confini non tracciati, ha detto, citando ad esempio la centralissima Via Toledo, sede di grandi banche, uffici importanti, e delle firme più importanti dello shopping; ma basta spostarsi di pochi metri per entrare nei Quartieri Spagnoli, il quartiere più popolare di Napoli. Per questo Napoli è un paradiso narrativo, con il suo costante conflitto.

Alla domanda su quali sono state le sue "Muse" letterarie, l'autore ha risposto citando Galeano, Garcia Marquez, Borges e la narrativa Sud-Americana in genere, oltre naturalmente a Ed McBain e il suo 87° Distretto. (La cessione di Maradona e la morte di Ed McBain sono state le due amputazioni più dure nella mia vita.)
 
Parlando degli autori italiani di noir, De Giovanni ha sottolineato come ogni regione abbia la sua voce in questo campo, e come ognuna sia diversa, perché gli scrittori italiani, in questo campo, raccontano ognuno una città diversa.. L'Italia è polifonica - ha affermato; se invece guardiamo la narrativa noir del Nord Europa, troviamo che le voci narranti finiscano per l'assomigliarsi.
 
Quel che gli interessa narrare è la dinamica umana, perché ritiene esiste un disagio sociale profondo che va raccontato.
 
Poi De Giovanni ha parlato della genesi dei suoi personaggi. A volte gli autori scrivono di personaggi che gli somigliano. Questi personaggi partono grandi e poi si sgonfiano, perché lo scrittore si ispira alla sua storia, che è comunque una singola storia. Se ogni personaggio avesse un pezzo di me - ha continuato - finirebbero per assomigliarsi. La narrazione, invece, deve essere distante. Se lo scrittore fa un passo indietro, esce dalla narrazione e fa l'osservatore esterno ma innamorato di quello che narra, allora scrive il libro giusto. 
 
Il metodo usato per creare i personaggi femminili, invece, è un metodo empirico. Allo scrittore piace creare personaggi femminili perché quando si parla di passioni, allora devi parlare di donne, che ne sono o attrici o detonatrici. Il metodo empirico cui accennavo prima è il seguente: le donne vivono nel futuro, gli uomini nel presente. Le donne vivono in prospettiva, sarà un fatto ancestrale, ma sono proiettate nel Poi. E tenendo presente questo, De Giovanni immagina i suoi personaggi femminili. C'è un unico momento in cui uomini e donne si incontrano, ed è quel brevissimo istante in cui il presente diventa futuro, ma è un attimo, e poi nulla più.
 
Divertentissimi sono stati gli aneddoti sui suoi esordi letterari; iscritto per scherzo da alcuni amici ad un concorso letterario che si sarebbe tenuto al caffè Gambrinus, si è recato alla selezione con il fermo proposito di non scrivere neanche un rigo; poi è capitata una cosa che ha cambiato tutto.
Seduto vicino alla vetrina, ha visto avvicinarsi un bambina di sette, otto anni, forse una piccola mendicante. La bambina si è fermata a guardare attraverso la vetrina il locale pieno di gente che scriveva china sui fogli. Ha schiacciato il viso sul vetro per qualche istante, poi, annoiata, ha fatto una linguaccia a Maurizio De Giovanni, che era l'unico che la guardava. Lui si è girato per vedere se qualcun altro l'avesse notata, e quando è tornato a guardare fuori, la piccola non c'era più. E così lo scrittore ha immaginato di essere l'unico ad averla vista; e ha immaginato un personaggio che vede cose che gli altri non vedono... e così è nato Luigi Alfredo Ricciardi.
(Bimba, ovunque tu sia... grazie. Di cuore.) 
 
 

domenica 19 marzo 2017

Ogni giorno ha il suo male...

...di Antonio Fusco.

La scheda del libro sul sito della Giunti

Tommaso Casabona è un commissario della Mobile nella tranquilla provincia toscana di Valdenza. Un giorno si trova ad indagare sulla morte di una donna strangolata in casa, e sistemata in una posa innaturale. Quando al primo omicidio ne segue un secondo con modalità simili, appare chiaro a tutti che c'è un serial killer in circolazione, e che ucciderà ancora. Se il commissario non riuscirà a fermarlo prima.
 
Ogni giorni ha il suo male è il primo romanzo di Antonio Fusco, napoletano, funzionario della Polizia di Stato, che lavora in Toscana. Questo vuol dire che ha una profonda conoscenza della materia di cui parla, e si vede. Le indagini, i metodi, la prassi vengono descritti in maniera lineare, con un linguaggio semplice e chiaro. Mi viene da pensare che sia la tranquilla padronanza della materia di chi sa di cosa sta parlando. E questo è un punto a favore del romanzo.
Altro punto a favore, è il protagonista, il commissario Casabona. E' un poliziotto vecchio stampo, duro, cinico, ma che non ha smarrito il senso del dovere e la sua umanità. Nonostante sia, per ovvie ragioni, a contatto con il peggio che la nostra società ha da offrire, è rimasto saldo sui suoi principi, lucido ed equilibrato. Anche lui molto tranquillo nei suoi modi di fare, che non vuol dire disinteressato o lento. Vuol dire semplicemente che il nostro commissario applica con tenacia, in silenzio, senza esaltarsi e senza scoraggiarsi, i suoi metodi investigativi.
Ecco, forse Casabona non è il tipo di commissario che ti colpisce al cuore dal primo rigo, ma come investigatore in un giallo/thriller ha un suo perché.
E' un personaggio che non ruba mai la scena alla trama, che ci si incastra perfettamente, e che la porta avanti con rigore e metodo. E questo mi piace.
 
Il romanzo si presenta con un incipit dalle tinte e dai contenuti molti forti. Si tratta di un pugno allo stomaco del lettore, che ignorerà, per buona parte del romanzo, il perché di quel colpo così inaspettato.
La trama inizialmente assume i toni del giallo per poi virare al thriller; Casabona da cacciatore si troverà ad essere preda, con un capovolgimento di ruoli che ho apprezzato.
 
Nel complesso il romanzo mi è piaciuto, ma ho alcune note negative da riportare.
Capisco che essendo il libro di esordio dello scrittore (e anche di Casabona), Antonio Fusco abbia voluto presentarcelo al meglio, creandogli un passato e un background che risuonasse solido e coerente. Ma questo l'ha portato, a mio avviso, ad interrompere spesso la narrazione per aggiungere dettagli sul carattere o sul passato del protagonista. 
A dire il vero, questa tendenza non è limitata al solo Casabona, ma l'ho riscontrata anche con personaggi decisamente marginali. Da questo punto di vista la scrittura di Fusco mi è parsa un po' acerba.
 
La seconda notazione negativa, invece, riguarda la trama. Nel complesso essa è solida, interessante e ben congegnata, ma trovo che alcuni particolari siano rimasti senza spiegazione. Questo non distrugge la validità della costruzione e della soluzione del mistero, ma mi hanno lasciata insoddisfatta. Senza spoilerare nulla, dico solo che nel primo e nel secondo omicidio non è stato spiegato a sufficienza come il killer abbia raggiunto il luogo in cui è stato ritrovato il cadavere, e come abbia potuto sistemarlo in un dato modo senza essere visto. 
Niente di veramente grave, ma avrei gradito qualche dettaglio in più.
 
Se amate i gialli, e specialmente il giallo all'italiana, questo libro deve essere nella vostra biblioteca.
Voto: 7  

venerdì 17 marzo 2017

Bianca come il latte, rossa come il sangue...

... di Alessandro D'Avenia.


La scheda del libro sul sito della Mondadori

Leo ha sedici anni, ed è innamorato di una ragazza di nome Beatrice. La vede a scuola e alla fermata dell'autobus, ma non le ha mai parlato. Però è innamorato. Quando lei si ammala di leucemia, il suo punto di vista sulla vita e sull'amore cambierà.  Un supplente, soprannominato da Leo "il Sognatore", contribuirà alla trasformazione e alla maturazione del giovane protagonista.

Ci sono alcuni crimini letterari che proprio non riesco a perdonare. Uno di questi è quando un autore tenta di scrivere entrando nella mente di un personaggio, e non ci riesce. Questo capita di sovente quando autori ultratrentenni tentano di immedesimarsi nel flusso di coscienza di un adolescente.
Diciamo pure che è una guerra persa in partenza, perché nel loro flusso di coscienza non riescono ad immedesimarsi nemmeno loro, gli adolescenti.
Quindi scrivere un libro in cui il protagonista sedicenne racconta in prima persona non tanto degli avvenimenti, quanto i propri pensieri e la propria visione del mondo, è già un azzardo.
Il sedicenne in questione alterna momenti in cui dice che Beatrice ha dei capelli rossi che quando li scioglie l'alba ti viene addosso, a momenti in cui non è sicuro di come si pronunci la parola condoglianze, oppure momenti in cui dimostra di non conoscere la differenza tra astrologo e astrofisico.
"[...]Tu lo sai fare bene, Leo, ci metti passione. Magari un giorno diventi un astrofisico o uno scrittore..."
"Un  astro che? No, io non sono fatto per predire il futuro"

(E no, non era una battuta.)
 
Leo descrive le cose che accadono classificandole con i colori: il bianco è il vuoto, il dolore la solitudine; il rosso è la vita, l'emozione, il tutto... e questa è una riflessione molto bella.
Poi scrive del suo professore:

Comunque il Sognatore è proprio divertente, perché ti racconta le cose come farebbe uno qualunque.
Cioè, lui è normale. Ha una vita come la mia.

(Giuro che mi ha ricordato mia figlia quattrenne quando si è dichiarata convinta che le sue maestre vivessero dentro l'asilo, e il sentire che avevano una casa, una famiglia e una vita l'ha sconvolta alquanto per qualche giorno. A quattro anni, però, non a sedici).

La mia impressione è stata che l'autore volesse descriversi un ragazzo con una maturità, una consapevolezza maggiore dei suoi coetanei, ma poi, per strizzare l'occhio ad un pubblico più vasto di adolescenti, ha inserito riflessioni, pensieri, modi di dire banali e scontati che dovevano rendere il linguaggio (e in genere il romanzo) molto più gggiovane e trendy, per così dire.

Un'altra cosa che non mi è andata giù è stata la figura del professore, il Sognatore. Ci mette circa cinque minuti a conquistare, da supplente, una classe di sedicenni annoiati; bastano due parole perché loro lo guardino come gli fosse apparsa una qualche divinità benevola. Non fatica a conquistarsi stima e fiducia; no, i ragazzi lo amano perché... perché sì. Per decreto autoriale (altro grave crimine letterario). Poi Leo decide di scoprire qualcosa di più sul professore, trova il suo blog...e il primo post in cui si imbatte è un commento entusiasta su un film. Vi prego, indovinate quale.
Sì, L'attimo fuggente. Che sforzo di fantasia! Citando un episodio de I Simpson, direi che L'attimo fuggente (splendido film!) ha rovinato una generazione di insegnanti. Non a caso, anche D'Avenia è un insegnante, e credo che la costruzione di quest'immagine dell'insegnante-angelo sceso in terra sia stata troppo sfruttata e usata. Usarla per caratterizzare un insegnante "speciale" in qualsiasi opera scritta dopo il 1995 dovrebbe essere un crimine letterario (e siamo a tre).
Ecco, magari sul rapporto tra l'alunno e il professore si poteva lavorare un po', costruirlo pagina dopo pagina, invece di farlo calare dall'alto.

In realtà il sentimento che Leo ha per Beatrice è apprezzabile, e lo trovo ben descritto; è perfettamente naturale che un adolescente si innamori di una ragazza con cui non ha parlato, e che consideri questo amore assoluto e totalizzante. Questo aspetto l'ho trovato azzeccato in pieno, così come ho trovato ben narrati sia la paura della morte che improvvisamente sorge in Leo, sia la sua confusione, il suo smarrimento quando viene a contatto per la prima volta con una malattia devastante.
Ma tutto ciò è sciupato da una narrazione altalenante, che vuole Leo capace di pensieri profondi, e dieci minuti dopo capace di esprimersi come un undicenne (quale sedicenne si riferirebbe ai genitori come ai  grandi, tanto per fare un esempio?).

I dialoghi non aiutano, in questo senso, anzi, sono uno dei punti dolenti di questo romanzo; nessuno parla in maniera naturale. Sembrano tutti recitare un copione, ansiosi di parlare per frasi fatte e di rivelarci Verità Assolute™.

Ad esempio, un tipico colloquio fra due adolescenti che hanno appena finito di studiare:

"Sai, Silvia, non credevo, ma il cielo è pieno di storie. Prima non le vedevo, adesso le leggo come in un libro. Mio padre mi ha insegnato a vedere le storie, altrimenti sfuggono, si nascondono, si tendono come fili invisibili di una trama tra una stella e l'altra..."
Silvia mi ascolta fissando i punti luminescenti sullo sfondo uniforme, l'odore della città si acquieta vicino a lei e persino le strade sembrano profumate. Silvia ha la pace nel cuore, Silvia sorride: "Le persone sono un po' simili alle stelle: magari brillano lontane, ma brillano, e hanno sempre qualcosa di interessante da raccontare... però ci vuole tempo, a volte tanto tempo, perché le storie arrivino al nostro cuore, come la luce agli occhi."


Altre volte i dialoghi sono di una banalità sconcertante:

"E qual è la verità sull'amore?"
 Mamma rimane in silenzio. Lo sapevo, non c'è risposta, niente istruzioni.
 "Devi cercarla tu nel tuo cuore. Le verità più importanti sono nascoste, ma questo non vuol dire che non esistono. Sono solo più difficili da scovare."


A quel cerca nel tuo cuore sono quasi caduta dalla sedia.
No, sul serio. Mi rifiuto di farmi rifilare banalità simili da un romanzo. Tanto valeva comprare una scatola di Baci Perugina e leggere i bigliettini uno dopo l'altro.

Il finale mi ha lasciato perplessa. E' un finale facilmente intuibile dalla piega che ha preso il romanzo, tragico, eppure non mi ha smosso niente nell'anima. Forse perché l'autore, nel descrivere l'evento tragico era troppo impegnato a fornirci una morale consolatoria per arrivare a toccare corde sensibili nel mio animo.

Voto: 5 (e non 4 perché alcune cose le ho apprezzate). 

mercoledì 15 marzo 2017

Hamburger e miracoli sulle rive di Shell Beach...

... di Fannie Flagg.

Mississipi, 1952. Daisy Fay Harper ha undici anni, e con i suoi genitori di trasferisce a Shell Beach dove quello spiantato di suo padre ha preso in gestione un bar sulla spiaggia.
Attraverso il suo diario la seguiamo nel corso degli anni e seguiamo i piccoli e grandi avvenimenti, a volte felici, a volte tragici, che capitano in una minuscola cittadina di provincia.

Daisy Fay è una ragazzina che cerca di destreggiarsi in un mondo popolato da adulti piuttosto eccentrici. Sua padre , detto in maniera piuttosto cruda, un fallito: beve, gioca d'azzardo, non disdegna qualche avventura extraconiugale e le sue imprese lavorative vanno sempre a finire nel peggiore dei modi. Eppure a modo suo è un buon padre, affettuoso e attento alla figlia, seppure innegabilmente imperfetto e sopra le righe. La madre di Daisy è una donna con la testa sulle spalle, un tempo innamorata di questo affascinante fanfarone, ora semplicemente esasperata.
Quando sua madre esce di scena, fanno un passo avanti tanti altri personaggi, che a modo loro si prenderanno cura di Daisy. E anche lei si prenderà cura di loro.
La ragazzina dovrà passare diverse prove che ci descriverà attraverso il suo sguardo disincantato, eppure ancora ingenuo e ottimista. Niente di quello che accadrà, neanche gli eventi tragici, riusciranno a mutare questo modo di affrontare il mondo.
 
Questo libro mi è piaciuto, e anche molto. L'ho letto velocemente, e ho trovato che fosse una lettura piacevole e rilassante. Ma c'è un domanda che mi frulla in testa da quando l'ho finito: lo consiglierei a qualcuno che, al contrario di me, non adora Fannie Flagg?
Ecco, devo ammettere che la risposta no.
Hamburger e miracoli è la descrizione della vita di una ragazzina ingenua e sognatrice, che rimane fedele a se stessa nonostante tutto; la trama è esile, in fin dei conti, perché la parte più importante è narrare quella miriade di personaggi secondari, che poi secondari non sono, che stanno intorno a Daisy Fay Harper: Jimmy Snow, amico del padre che si assume il compito di vice padre, per così dire;  Michael Romeo e Pickle, i suoi amici del cuore; l'odiosa Kay Bob Benson; la signora Dot e molti altri. Lo scopo del romanzo è di narrare, attraverso una trama il cui sviluppo a volte passa in secondo piano, l'intreccio di vite, i mille fili di ragnatela che questa ragazzina riesce a tessere intorno a lei, e che nella vita l'accompagneranno, la salveranno e l'aiuteranno a realizzare i suoi sogni.
E' un libro che parla del potere dell'amicizia, dell'empatia e di legami che sono duraturi anche quando non lo sembrano. Parla dell'importanza della comunità, e questa cosa mi ha commosso perché - non per fare la vecchia carampana, ma questo lo devo dire - oggigiorno il senso di appartenenza si va via via perdendo (sì, lo so, e non ci sono più le mezze stagioni, però è vero che a causa dei ritmi della vita moderna è difficile che un quartiere, o un paesino, o anche un condominio diventino veramente comunità).
Questo messaggio di fondo, insieme all'intima descrizione della bontà intrinseca dell'essere umano (qui anche il cattivo di turno ha sentimenti quali empatia e senso dell'onore) rendono la lettura di un romanzo di Fannie Flagg quanto mai consolante e piacevole.
Ma bisogna ovviamente cogliere questo messaggio, e poi apprezzarlo. Io lo adoro, ma capisco che non per tutti i lettori è così.  
 
 

martedì 14 marzo 2017

Una spola di filo blu...

...di Anne Tyler.

Red e Abby Whitshank sono sposati da tanti anni, e vivono nella grande casa di famiglia a Baltimora. hanno quattro figli, oramai adulti.
Abby coltiva il sogno, o piuttosto l'illusione, che la sua sia una famiglia perfetta, speciale, dove regna esclusivamente l'armonia. Ma in ogni famiglia esistono piccolo crepe; storie di vecchi rancori, bugie, mezze verità, frasi non dette che rimangono sospese anche per decenni. Nonostante questo, i Whitshank hanno un legame indossolubile che porta le loro vite ad intrecciarsi sempre e comunque.
In questo romanzo, Anne Tyler ci narra le loro storie.

Ci sono romanzi che scopri per caso, e che poi si rivelano essere dei piccoli gioielli. Una spola di filo blu è uno di questi.
Del resto l'autrice ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa nel 1989 con il romanzo Lezioni di respiro. Insomma, una garanzia.

Anne Tyler ci porta a scoprire a ritroso negli anni la storia della famiglia Whitshank, una famiglia benestante ma di umili origini. Una storia all'apparenza semplice, quasi banale, ma l'autrice sembra dirci che la vita non è mai semplice, non è mai banale, anche quando appare ordinaria, perché le persone, e i legami che intessono, sono sempre complessi.

Si parte dagli anni 90, per sviluppare la storia recente di Red e Abby, dei loro figli Amanda, Jeannie, Denny e Stem; poi si torna agli anni 50 per farci scoprire come Red e Abby si siano innamorati; ed infine, torniamo ancora indietro, negli anni della Grande Depressione per scoprire qualcosa di più su Junior e Linnie, i capostipiti della famiglia.
Più indietro nel tempo nel ricostruire la storia della sua famiglia Red Whitshank non può andare, perché i suoi genitori non hanno mai voluto raccontare delle loro rispettive famiglie.

Nella famiglia Whitshank c’erano due storie che si tramandavano da generazioni. Erano considerate storie profondamente caratteristiche, che in un certo senso definivano la famiglia, e ogni Whitshank, incluso il figlio di tre anni di Stem, le aveva sentite raccontare un’infinità di volte, con tutto il loro corredo di infiocchettamenti e congetture. La prima riguardava il loro antenato più remoto di cui si avesse conoscenza, Junior Whitshank, un falegname molto apprezzato a Baltimora per l’abilità e il gusto.

Le storie della famiglia Whitshank non saranno di quelle storie che cambiano il mondo, ma sono narrate con una tale delicatezza e una tale profondità che non si può fare a meno di amarle. Ogni personaggio ha le sue mille, piccole sfaccettature, accuratamente descritte.

La prima storia di famiglia, quindi, era quella di Junior: come i Whitshank erano andati ad abitare in Bouton Road. La seconda era quella di Merrick. Merrick era figlia di suo padre, su questo non c’erano dubbi. A nove anni riuscì a farsi trasferire da una scuola pubblica a una privata, e mentre Red procedeva a fatica alla University of Maryland con la mente fissa sulla sua vera passione, l’edilizia, Merrick si trasferì al Bryn Mawr College per studiare come riuscire ad affrancarsi dalle sue origini.

Quello che rende la lettura davvero avvincente è l'intrecciarsi delle piccole storie dei membri della famiglia e di altri personaggi secondari. Non c'è mai tempo di annoiarsi perché c'è troppo da dire, troppo da vedere, troppo da capire.
A far da cornice alla vicende familiari e Denny, la "pecora nera" della famiglia; il figlio che non sa che vuole, che fugge lontano dalla casa paterna, che cambia mille lavori, che alterna lunghi silenzi con improvvise comparse sulle soglia di casa; quello che apre e chiude e la storia. Quello che alla fine comprenderemo meglio, e attraverso il cui sguardo arriveremo a comprendere anche gli altri.

La storia è narrata con uno stile semplice e lieve; l'occhio dell'autrice indugia ora su uno, ora sull'altro dei suoi protagonisti riuscendo a spiegarci le pieghe più recondite del suo carattere attraverso i suoi gesti, le sue azioni, il suo modo di affrontare le vicende della vita. Nessuna lunga analisi psicologica: la Tyler ci mostra ognuno dei personaggi in azione, fornendoci tutto il materiale per farci una nostra opinione. Insomma, a tratti mi è sembrato di essere anche io nella grande casa di Bouton Road.
Per certi versi il romanzo mi ha ricordato lo stile di Fannie Flagg, ma la differenza è che qui lo sguardo dell'autrice non è affettuosamente ironico, ma piuttosto nostalgico e lievemente malinconico.
 
Infine, una piccola riflessione: mi chiedevo, man mano che leggevo, il perché del titolo del romanzo. la mia curiosità è stata soddisfatta nel finale, quando finalmente compare sulla scena questa spola di filo; e proprio leggendo il finale ho capito una cosa. Abby comincia sempre raccontando che si innamorò di Red in uno splendido pomeriggio tutto giallo e verde...
Un'altra svolta del romanzo riguarda un secchio di smalto blu rovesciato sul portico; e infine, la conclusione del romanzo, la chiusura della trama riguarda una spola di filo blu. Credo che questi dettagli nascondano una metafora e il senso più profondo del romanzo. Se ci pensiamo, giallo e verde mescolati danno il blu. Inizialmente nella storia, nel racconto di Abby, sono distinti. Poi si fondono, si mescolano e alla fine diventano una lungo filo blu  che accompagna le vicende della famiglia Whitshank.

Una piccola grande saga familiare. Voto: 7 e 1/2
 

lunedì 13 marzo 2017

L'occhio del Golem. Trilogia di Bartimeus #2...

... di Jonathan Stroud.

La scheda del libro sul sito della Salani

Dopo aver sventato un attentato alla vita del Primo Ministro inglese, il giovanissimo mago Nathaniel ha fatto carriera.
Sono passati due anni dagli eventi narrati ne L'anello di Samarcanda, e ora Nathaniel lavora al Ministero degli Affari Interni. Londra è sempre scossa dalle piccole azioni di guerriglia di un movimento chiamato Reisistenza che mira a rovesciare il governo oppressivo dei maghi.
Quando però qualcosa di sconosciuto devasta edifici storici e palazzi come il British Museum, Nathaniel comincia a dubitare che dietro tutta quella distruzione ci sia la Resistenza. nella speranza di comprendere cosa sta accadendo e di salvare il suo posto al Ministero, dove vorrebbero farne un comodo capro espiatorio, Nathaniel parte per Praga, con il jinn Bartimeus al seguito (suo malgrado).
 
Per chi non avesse familiarità con la trilogia, e non avesse voglia di leggere la recensione del primo volume che trovate qui, ricordo brevemente che la storia si svolge in una Europa alternativa; la magia è sempre esistita ma negli ultimi duecento anni i maghi inglesi hanno raggiunto il potere politico, instaurato una dittatura opprimente verso i cittadini senza poteri magici (detti comuni) e creato un vasto impero. Da qualche indizio sparso qua e là direi che la storia è, approssimativamente, ambientanta negli anni '30/40 del XX secolo. La casta dei maghi governa solo in apparenza in armonia; in realtà essi sono molto impegnati a pugnalarsi l'un l'altro alle spalle, e a tenere nascosto un segreto: la loro magia è esclusivamente frutto della capacità di evocare demoni da un'altra dimensione. La loro magia si basa solo sulla forza delle creature evocate (che sono quelle che davvero possiedono poteri magici).
 
Di solito il secondo volume di una trilogia è quello meno interlocutorio, e più di transizione, ma Jonathan Stroud riesce a introdurre elementi nuovi che riescono non solo a completare il quadro che già aveva tracciato in precedenza, ma a catturare il lettore come, e forse di più, di prima.
Mentre nello scorso volume, infatti, avevamo conosciuto Nathaniel e Bartimeus, e solo di sfuggita la Resistenza e i suoi scopi, qui gli orizzonti si allargano. Il romanzo viene ancora narrato da Bartimeus e da Nathaniel, ma ai loro punti di vista si aggiunge quello di Kitty, giovane membro della Resistenza. Questo punto di vista esterno alla comunità magica ci consente di conoscere ulteriori dettagli sul mondo creato da Jonathan Stroud; allo stesso tempo i capitoli narrati dal punto di vista di Kitty sono quelli più avvincenti e ricchi di azione.

Interessante è stata l'evoluzione di Nathaniel; nei due anni trascorsi tra il primo e il secondo volume il ragazzo ambizioso, ma triste e confuso, si trasforma in un adolescente affamato di successi che sembra aver smarrito il germe di umanità che mostrava nel primo capitolo della saga. Se Nathaniel si avvia davvero a diventare come i maghi per cui lavora, ovvero classista, opportunista senza scrupoli e senza empatia, credo riusciremo a scoprirlo solo nel terzo volume della serie.
Nathaniel ha da poco compiuto quattordici anni, e nonostante ciò ha un incarico delicatissimo al Ministero, e sinceramente questo particolare è l'unico che secondo me stona in una costruzione altrimenti quasi perfetta. Va bene che a soli dodici anni ha sventato un attentato catastrofico e svelato una cospirazione di maghi dei ranghi più alti, ma affidare l'antiterrorismo a un ragazzino di quattordici anni non mi è parsa una mossa brillantissima. Ok, la società dei maghi è quella che è, mastica e sputa le persone in continuazione, e quindi ha sempre bisogno di nuove forze, ma questo mi è sembrato eccessivo.
 
Bartimeus resta ancora l'unico a narrare la storia in prima persona, e in lui ritroviamo l'ironia e la cazzima (1) (passatemi il termine) che lo contraddistinguono da sempre.

La trama è ancora più solida e avvincente; i capitoli finali hanno un ritmo incalzante e mettere giù il libro risulta difficile.
La storia è autoconclusiva ma lascia buoni margini per la costruzione del terzo volume della saga.

Consigliato. Voto: 8
 
 (1) Se non sapete cos'è la cazzima, ve lo spiega l'Accademia della Crusca.

giovedì 9 marzo 2017

Il giardino degli incontri segreti...

...di Lucinda Riley.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Giunti

In seguito ad un evento tragico che ha sconvolto la sua vita, Julia, giovane pianista di successo, torna nel Norfolk, dove aveva trascorso momenti felici durante la sua infanzia. I suoi ricordi sono legati a Wharton Park, la tenuta dove suo nonno lavorava come giardiniere e coltivava orchidee rare. L'erede della tenuta, Kit, trova un diario nascosto sotto le assi del pavimento nel cottage dove i suoi nonni abitavano, e decide di donarglielo. Julia porta il diario a sua nonna Elsie, la quale le racconterà la storia del diario e di un segreto tenuto nascosto per oltre settant'anni.

Io adoro le storie che parlano di grandi famiglie aristocratiche e di segreti sepolti tra le pieghe del tempo, perciò questo romanzo mi aveva inizialmente intrigato. Purtroppo, però, alla fine si è rivelato molto deludente.

L'andamento del romanzo è più o meno questo: Julia, la pianista di fama internazionale, è in depressione dopo un tragico evento che più o meno si intuisce, ma che riusciremo a scoprire solo dopo circa 250 pagine. Le basta rincontrare un tizio che ha visto per tipo 10 minuti quando aveva 11 anni perché lei decida di uscire dalla depressione e lui si innamori perdutamente di lei. Perché? Perché sì.
Il tizio ha trovato un diario nella sua tenuta di famiglia, dove i nonni di Julia lavoravano come giardiniere e cameriera, così Julia decide di portarlo alla nonna per farsi raccontare la storia di questo diario e del perché fosse nascosto sotto le assi del pavimento nel cottage dove i suoi nonni vivevano.
A questo punto ho pensato: evvai! Finalmente succede qualcosa!
E invece no. Alle paranoie di Julia, (legittime, per carità, visto quello che ha passato, però non si può costruire un romanzo solo sulle paranoie!) si sostituiscono le paranoie di un'altra tizia, Olivia, però sono paranoie del 1939. Paranoie vintage, insomma.
Fino a metà del libro questo è tutto.

Una piccola luce in fondo al tunnel la si intravede nella seconda metà del libro, quando finalmente, dopo pagine e pagine di storie inconcludenti, scopriamo il segreto e il ruolo del giardino nel romanzo. Entrambi riguardano Harry, erede di Wharton Park e quello che gli accadde subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ecco, questa parte, ambientata tra Bangkok e l'Inghilterra nel 1946 ha una trama passabile e focalizzata, una trama che racconta qualcosa e punta decisa in una direzione. Precedentemente invece mi era sembrato di girare a vuoto; davvero ancora adesso non riesco a capacitarmi della profonda inutilità dei pagine e pagine sulle feste a cui Olivia partecipa durante la season londinese, visto che non aggiungono nessun elemento utile allo sviluppo della trama.

Dicevo che intravedevo una luce in fondo al tunnel...ma in realtà si trattava del treno che stava per sopraggiungere.
Non solo dopo che il segreto è stato svelato il romanzo si trascina ancora per 100 pagine, ma l'autrice tira fuori un colpo di scena talmente improbabile e talmente a casaccio che mi è sembrato di essere finita in una soap opera di terza categoria. Il colpo di scena è talmente assurdo che anche la comparsa del classico gemello malvagio di cui nessuno conosceva l'esistenza sarebbe stata meno ridicola.
Oltretutto, il grandioso colpo di scena poggia su un particolare che proprio non torna. Per chi non vuole spoiler, sappiate che c'è un grosso buco nel punto dove dovrebbe esserci l'appiglio per questo plot twist. Per chi invece si sente coraggioso, ecco lo spoiler (selezionare col mouse per leggere):

il colpo di scena è che Julia scopre che il marito morto insieme al figlioletto in un tragico incidente stradale non è morto, ed è stato un anno in giro per l'Europa (trattasi di un pianista di fama internazionale come lei, nessuno lo riconosce ma vabbè). Ma il particolare assurdo è che dopo l'incidente, l'auto ha preso fuoco, e sul luogo sono stati ritrovati i resti carbonizzati di due persone, un bambino e un adulto. Di chi sono quei resti? Non solo nessuno lo spiega, ma nessuno se lo chiede quando lui ricompare.

Le ultime cento pagine diventano la fiera dell'assurdo, con situazioni surreali e forzate, condite da dialoghi improbabili e imbarazzanti.
Senza svelarvi nulla, vi chiedo di seguirmi nel mio ragionamento.
Immaginate di essere sul punto di riprendervi da un Tragico Evento™, quando improvvisamente scoprite la verità su questo Tragico Evento™ e altresì scoprite che chi ve l'ha rivelata è anche il responsabile di quanto è accaduto.
Fatto? Bene. Adesso, se potete, immaginate di avere, subito dopo, questa conversazione con quella persona.

«Tu non sei felice, vero, Julia? Ti prego, dimmi perché.»
«Magari mi devo solo riadattare» rispose semplicemente, non volendo proseguire la conversazione.
Y le strinse la mano e si versò un altro bicchiere. «Sì, forse è così. Mi sembri molto cambiata.»
«Ma non possiamo tornare quelli di prima?» [...]
Julia sospirò. «Lo spero, Y, lo spero tanto.»

Cioè ma... davvero? Ma che domanda è??? E' infelice, toh guarda che strano. La sua vita era andata in pezzi, e quando si stava riprendendo arrivi tu, caro Y, a buttare un'altra granata sui cocci che lei stava raccogliendo, e le chiedi perché è infelice? E osservi, con molto acume, che è cambiata? E soprattutto lei non ti manda ca...lcolare quanti granelli di sabbia ci sono in spiaggia? Ma sul serio?

Come se ciò non bastasse, la Riley aggiunge un altro simpaticissimo colpo di scena (forse erano in offerta al discount per scrittori) che è totalmente inutile, e gettato a casaccio nella trama tanto per. Anche saltando le pagine in oggetto a piè pari, la trama non avrebbe perso nulla, anzi, e non avrei nemmeno perso il filo della storia.
Anche questo colpo di scena, poi, è condito da dialoghi di una banalità disarmante, frasi da Baci Perugina mescolate a massime di psicologia spicciola. Siamo al livello di eh, signora mia, qui una volta era tutta campagna. Venezia è bella ma non ci vivrei. Non ci sono più le mezze stagioni. Di notte tutti i gatti sono bigi.

Può un romanzo non particolarmente originale ma tutto sommato leggibile e scorrevole mandare tutto all'aria nelle ultime cento pagine?
Sì, può. Sconsigliato.
Voto: 4 (il voto sarebbe stato 6 se l'autrice si fosse fermata prima). 

martedì 7 marzo 2017

Cuore d'inchiostro...

...di Cornelia Funke.

La scheda del libro sul sito Mondadori

Quella notte in cui tutto cominciò e molte cose cambiarono per sempre, Meggie aveva con sé uno dei suoi libri preferiti. E siccome non riusciva ad addormentarsi, tanto valeva riprenderlo da sotto il guanciale. Si mise a sedere, si stropicciò gli occhi per scacciare quel torpore che viene quando si sta distesi al buio, e lo riaprì. Le pagine frusciarono cariche di promesse. Meggie trovava che questi primi sussurri avessero un suono diverso a seconda che conoscesse o meno la storia. [...]
La pioggia dava alla notte una sorta di pallore spettrale, e lo sconosciuto era poco più di un'ombra. Solo il volto si stagliava contro l'oscurità, con i capelli bagnati incollati alla fronte. L'uomo era ormai zuppo, ma sembrava non farci caso. Se ne stava là sotto, immobile, le braccia incrociate sul petto come se potesse scaldarsi. E scrutava la casa. "Devo avvertire Mo!" pensò Meggie. Ma era come paralizzata. Restò alla finestra a guardare fuori con il cuore in gola, come se quell'apparizione l'avesse contagiata con la sua immobilità.

Meggie ha dodici anni e vive con il padre Mo. Sua madre è misteriosamente scomparsa nove anni prima.
Mo è un rilegatore e restauratore di libri antichi, e Meggie è cresciuta circondata dalle fantastiche storie dei libri di cui sono pieni i romanzi e i racconti che suo padre le regala.
Una notte uno straniero misterioso si presenta alla loro porta, ha un colloquio con Mo, e quello che gli dice spinge l'uomo a fare i bagagli e partire in tutta fretta e partire con la figlia verso la dimora di una zia che Meggie non ha mai visto. Mo non vuole dare spiegazione, ma la ragazzina ha capito che un uomo malvagio dall'insolito nome di Capricorno è sulle loro tracce e vuole qualcosa da Mo. Perché Mo ha un potere speciale, il potere di dare vita alle creature fatte solo di carta e inchiostro di cui si legge nei libri...
 
Cuore d'inchiostro è una fiaba, raccontata con uno stile delicato e leggero da favola.
Mo ha fatto, involontariamente, qualcosa che ogni lettore ha sognato almeno una volta nella vita: leggendo ad alta voce ha permesso ai personaggi di una storia di uscire dal libro, e prendere vita. Purtroppo, però, ogni potere ha il proprio rovescio della medaglia: non solo Mo non riesce a controllare la sua capacità, ma ogni volta che evoca un personaggio da un libro, qualcun altro sparisce dal mondo "reale" ed entra nella storia che lui sta leggendo ad alta voce.
Ho messo la parola reale tra virgolette perché i personaggi dei racconti vivono, nei loro rispettivi mondi, una vita reale quanto la nostra; per noi sono fatti di carta e inchiostro, ma loro non sono e non si ritengono personaggi di fantasia, sono umani a tutti gli effetti, con sentimenti, pulsioni, passioni, gioie e dolori reali, ed è come se  Mo non li avesse resi vivi, ma evocati da un'altra dimensione, un universo parallelo al nostro, ma altrettanto vero e solido. Questa idea del libro come porta per una dimensione parallela sottesa a tutto il romanzo mi è piaciuta moltissimo.

Altra cosa che ho apprezzato tantissimo è stata la bravura con cui la Funke ha descritto i personaggi evocati per sbaglio da Mo; essi hanno tutte le caratteristiche dei personaggi di una fiaba. A prima vista appaiono molto "letterari", nel senso che hanno le caratteristiche tipiche della loro categoria: il malvagio ha cuore nero come la tenebra, ed è malvagio perché lo disegnano così;  il vagabondo mangiafuoco e illusionista che gira il mondo e si imbatte, suo malgrado, nei cattivi, gli sgherri che ubbidiscono senza fiatare... eppure allo stesso tempo l'autrice ha saputo renderli straordinariamente umani. In particolare, l'autrice ha dato a Dita di Polvere, il vagabondo artista di strada un'ambiguità molto reale, e una vena di malinconia struggente davvero azzeccata e ben riuscita.
 
Due cose non ho digerito particolarmente di questo romanzo altrimenti molto piacevole:
1. Capricorno mette in piedi, dal nulla, e con una scarsa conoscenza del nostro modo, una banda di criminali che non ha nulla da invidiare alla criminalità organizzata moderna: rapine, estorsioni, rapimenti, assassinii, incendio dolose, intimidazioni, corruzione... forse gli manca solo il traffico di stupefacenti per rivaleggiare con organizzazioni più antiche. E tutto questo avviene senza che le autorità battano ciglio. E' bastato intimidire un paio di poliziotti di provincia per creare un villaggio di masnadieri dove le leggi non arrivano, e nemmeno le autorità. Mah. Mi è sembrata una situazione forzata, esagerata e descritta in maniera ingenua.
2. Al libro, secondo me, avrebbe giovato un taglio di una cinquantina di pagine. Il tira e molla iniziale tra Mo e Capricorno, prima che la storia si metta a correre sui binari giusti che ci porteranno ad una degna conclusione, ha un ritmo lento, e dura troppo. Stavo quasi per perdere interesse.

Cuore d'inchiostro è un libro che scorre veloce nonostante le sue 400 pagine circa; è un libro che parla di libri, anzi, che parla in particolare di un libro, Cuore d'inchiostro, appunto, da cui Mo ha evocato i personaggi. Un libro che sostanzialmente parla di se stesso non può non richiamare per certi versi La storia infinita, ma lo svolgimento è totalmente diverso, anzi, ribaltato.
L'autrice ci parla di libri in maniera molto romantica, e per un lettore appassionato è impossibile non scorgere fra le righe questa dichiarazione d'amore per la parola scritta.
Anche se il libro si chiama Cuore d'inchiostro per indicare il cuore nero di Capricorno, io continuo a pensare che il cuore d'inchiostro del titolo sia quello dei lettori, a cui sicuramente scorre un po' di inchiostro nelle vene.

Voto: 7
 
 
 
 

giovedì 2 marzo 2017

Un passato imperfetto...

...di Julian Fellowes.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Uno scrittore ultracinquantenne e non troppo famoso riceve una richiesta d'aiuto da un ex amico di gioventù, Damian Baxter. L'uomo sta morendo, e nonostante abbia accumulato una fortuna, non ha amici né parenti a cui rivolgersi. Prima di morire desidera che il suo ex amico indaghi su una lettera anonima giuntagli anni prima, in cui una donna lo metteva al corrente di aver avuto un figlio da lui senza mai rivelarglielo. La lettera non fornisce molti indizi, ma Damien, uomo forte, affascinante, ma anche cinico e opportunista, desidera lasciare il suo patrimonio ad un figlio che non ha mai conosciuto.
Incapace di rifiutargli il suo aiuto, nonostante qualcosa sia successo tra loro quarant'anni prima, tanto da indurli a non rivedersi mai più, lo scrittore ripercorrerà a ritroso le tappe della loro giovinezza alla ricerca della donna che ha scritto la lettera e di suo figlio.

Il romanzo è narrato in prima persona dallo scrittore, che resterà senza nome per tutta la durata del libro. Per esaudire l'ultimo desiderio di Baxter dovrà rintracciare cinque donne, in base a una lista che lo stesso Baxter ha scritto per lui. Così lo Scrittore ci porterà in giro per l'Inghilterra e anche a Los Angeles, ma inevitabilmente la ricerca lo costringerà a ricostruire i fatti salienti della sua giovinezza. Lo Scrittore, adesso, ha passato i 50 e si avvia verso i 60; la sua vita scorre su consolidati binari fatti di routine e insoddisfazione.  Lo Scrittore non è infelice, ma nemmeno pieno di gioia e voglia di vivere.
La richiesta di Damian Baxter non comporterà solo una ricerca di vecchi amici ed ex fidanzate. Comporterà un tuffo in un passato che non è assolutamente idilliaco, nemmeno quando viene guardato attraverso la lente deformante dei numerosi anni trascorsi.
 
Stai rivisitando il tuo passato e non potrai fare a meno di paragonarlo con il tuo presente. Sarai costretto a ricordare ciò che volevi dalla vita a diciannove anni, quando ancora non sapevi nulla della vita, i tuoi sogni e i sogni di tutte le ragazzine sciocche e troppo truccate, dei giovanotti montati che frequentavi allora. Per colpa di Damian, dovrai essere testimone della loro sorte. Della tua sorte. Da vecchio, chiunque abbia un minimo di cervello trova il modo di venire a patti con le grandi delusioni della vita, ma tu sei ancora troppo giovane. Non avrai più il tempo di raddrizzare le cose, ma te ne resterà troppo per rimpiangere gli errori che hai commesso.

Perciò la ricerca lascerà un segno molto profondo sulle vite dello Scrittore e delle persone da lui contattate, anche perché  tra Damian e lo Scrittore è successo qualcosa, qualcosa di grave e mai chiarito, ma che molto britannicamente (si, lo so che questa parola non esiste, ma è comunque appropriata) viene sempre e soltanto accennato e mai discusso direttamente. 
Damian Baxter è stato un affabulatore, un arrampicatore sociale senza empatia e senza sentimenti veri. Lo Scrittore invece è esacerbato da quello che è successo tra loro, ed è ancora amareggiato a distanza di quarant'anni.
Quando lui e Baxter erano giovani hanno assistito, come tutta la loro generazione, nata durante o subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, al crollo inesorabile dell'aristocrazia; alla scomparsa dei vecchi privilegi e della deferenza ossequiosa verso le classi alte; alla sparizione di interi patrimoni non più in grado di reggere il confronto con l'economia moderna; in una parola, sono stati testimoni di un cambio epocale per le fortune e le vite degli aristocratici.
Ecco, tutto questo ci viene narrato con estrema dovizia di particolari, abbondanza di dettagli che sfiora la pedanteria. La trama procede lenta, perché ci sono pagine e pagine di spiegazioni sul come, perché, quando, dove l'aristocrazia ha fallito, è caduta, ha ceduto il testimone ed il mondo è inesorabilmente cambiato (in peggio).
Il crollo di una società e l'instaurarsi di un'altra è un'ottima cornice per un romanzo (penso ad esempio, a Via col Vento) ma qui questi eventi sono narrati dall'esterno, senza essere veramente legati alla trama, senza che ne facciano parte davvero. E' come se fossimo a cena con l'autore, e lui ci stesse illustrando l'ambientazione del suo romanzo, senza lasciare che siano i suoi personaggi e le loro storie a definirla per noi.
 
Per esempio, lo Scrittore incontra un tizio che potrebbe avere informazioni utili per lui, e parte la divagazione:

Il vecchio Savoy ci ha lasciato. Quell’assurda mescolanza di Odéon e Belle Époque ha fatto da sfondo a buona parte della mia vita: dalla fanciullezza, quando le zie mi ci portavano per il tè, all’adolescenza, con i balli e i cocktail-party nella River Room, agli anni adulti fra matrimoni, compleanni e ricorrenze di ogni genere, fino a ieri, quando ci andavo per le cene di gala dei festival cinematografici con i loro menu privi di fantasia, le pacche sulle spalle, la finta allegria. Poco dopo la serata con Kieran, la nuova proprietà chiuse i battenti ed è passato un bel pezzo prima che ci fosse svelata la forma rivista e corretta dell’hotel. Consapevoli del posto speciale che il Savoy occupa, da oltre un secolo, nel cuore dei londinesi, gli architetti hanno cercato di preservarne almeno lo spirito, ma il ritrovo preferito da Nellie Melba e Diana Cooper, Alfred Hitchcock e la duchessa di Argyll, Marilyn Monroe e Paul McCartney vive ormai solo nella nostra memoria e nei libri di storia.
   Era da tempo che non entravo al Grill e lo trovai molto diverso dall’esclusivo rendez-vous della mia adolescenza. All’inizio degli anni Sessanta... [continua così ancora per parecchio]

Dopo una discreta scena piena di sentimento, lo Scrittore decide di fare una camminata per schiarirsi le idee - e parte il sermone.

Esco raramente a piedi di notte, più per pigrizia che per timore a dire la verità, ma ogni volta rimango stupito nel vedere quanto è cambiata Londra dai tempi della mia giovinezza. Non mi riferisco alla microcriminalità e neppure alla sporcizia, le cartacce che svolazzano qua e là e si accumulano presso le ringhiere e i platani nella vana attesa che gli addetti vengano a raccoglierle. È l’ubriachezza molesta ad aver trasformato le strade di Londra in un piccolo inferno per il cittadino rispettoso della legge. L’abbrutimento alcolico che si associava un tempo alla Russia di Stalin, sintomo di un popolo oppresso dal pugno di ferro della dittatura, o alle regioni polari, dove l’interminabile notte artica conduceva alla pazzia anche i temperamenti più equilibrati, sembra essere dilagato anche da noi. Perché? Sbaglia chi pensa che sia un problema di classe, frutto delle miserie dei meno abbienti.[...]
   La gente beveva anche quarant’anni fa, è ovvio, ma capitava di rado di assistere al triste spettacolo di un uomo in preda ai fumi dell’alcol. Alzare troppo il gomito era considerato uno sbaglio, un riprovevole effetto collaterale dell’allegria, un errore di valutazione che, il giorno dopo, richiedeva delle scuse. Oggi è il vero scopo di ogni festa. C’è qualcuno in grado di spiegarmi perché continuiamo a tollerare un simile andazzo? Non intendo negare il fascino della vita notturna, che noi stessi abbiamo favorito e incoraggiato, ma non si può andare avanti così. Quanto tempo dovrà passare prima che riusciamo ad ammetterlo? L’ottimismo non equivale a chiudere gli occhi sui problemi, quella si chiama ignavia. [continua così ancora per un po']

Questi sono due esempi, ma se ne potrebbero fare molti, molti, molti altri, perché il romanzo è costruito tutto così.
C'è una vena triste, a volte amara, a volte velenosa che attraversa il romanzo. Non c'è traccia dell'humour cui ci aveva abituato il precedente romanzo del medesimo autore, Snob; i personaggi suscitano più pietà e compatimento più che empatia. Il rimpianto per quello che poteva essere e non è stato permea tutto il libro. Avrei potuto apprezzare l'amarezza e la tristezza di fondo, che danno alla trama un accento dolente, se non fossero state sommerse da una incredibile quantità di recriminazioni che somigliano a lezioncine su cosa c'è che non va nella società di oggi; ogni singolo passo che compie la trama viene accompagnato da pagine e pagine di dissertazione che analizzano le pecche del mondo moderno.
In questo modo la lettura viene resa molto difficoltosa, e a tratti diventa noiosa.

Il finale è passabile, ma nulla di più.

Voto: 5