domenica 25 agosto 2019

Ritorno a Riverton Manor...

... di Kate Morton.

Nella scena del suo film, la giovane regista Ursula Ryan immagina uno dei momenti più drammatici della storia letteraria inglese, uno scandalo da sempre circondato da un'aura di mistero, perdizione e genio maledetto. Era l'estate del 1924 e i sopravvissuti alla carneficina della Grande Guerra si ritrovavano a divorare la vita come se non ci fosse un futuro, come se dovessero rimanere per sempre giovani. Tra feste alla Grande Gatsby, fiumi di alcol, amori che duravano lo spazio di una notte, quei ragazzi creavano il mito dei ruggenti anni Venti. Tra loro, era Lord Robert Hunter, astro nascente della poesia, ammirato e celebrato da tutti. Eppure, proprio quell'estate, proprio a una delle feste più belle, quella di Riverton Manor, Robert si allontanò da solo. E stringendo una pistola con mano tremante, si tolse la vita. Per Ursula, settantacinque anni dopo, quel poeta è diventato leggenda. Almeno fino a quando scopre che è rimasta una testimone degli eventi. È Grace, custode quasi centenaria di un terribile segreto. Un segreto che ora non può più tenere per sé. Ritorno a Riverton Manor è l'esordio sensazionale di Kate Morton, un romanzo nel quale mistero e amore si mescolano avvolgendo il lettore nello stile appassionante e inconfondibile di un'autrice che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. (Sinossi tratta dal sito della casa editrice Sperling & Kupfer)

Ritorno a Riverton Manor è il primo romanzo che Kate Morton ha scritto ed è la storia di due sorelle, Hannah ed Emmeline Hartford, nell'Inghilterra degli anni venti. La struttura del romanzo è quella che diventerà la matrice strilistica della Morton, ovvero l'ambientazioni su due diversi piani temporali: il presente da un lato ed il passato dall'altro, con il suo mistero da svelare.

Voce narrante della loro storia è Grace, che, ormai quasi centenaria, acconsente a rievocare i giorni in cui lavorava a Riverton Manor, la casa di famiglia degli Hartford, e a ripercorrere gli eventi che portarono Roberto Hunter, poeta di fama, al suicidio. La morte di Robert nasconde un segreto, e ci vorranno oltre 500 pagine per arrivare anche solo ad immaginare quale possa essere.
Di solito, questa cosa nei libri di Kate Morton funziona; stavolta, io mi sono annoiata a morte per buona parte del romanzo. 

Probabilmente una delle ragioni è che la voce narrante, Grace, mi è apparsa troppo distaccata dal contesto e a tratti anche inverosimile. La parte più interessante della sua vita sembra essere stata quella vissuta subito dopo le vicende narrate nel romanzo, e questo non mi ha aiutato a immergermi nella vicenda. Infatti, da quel che sappiamo, Grace passa da cameriera semi analfabeta a laureata e archeologa dopo aver lasciato Riverton, la qual cosa mi è sembrata non solo leggermente inverosimile (Grace lascia Riverton giovanissima, e siamo negli anni trenta), ma anche stonata con il resto della narrazione. Mi ha dato fastidio, ecco, come se avesse distratto la mia attenzione dalle vicende principali.

Altro motivo per cui mi sono annoiata è che la storia comincia veramente troppo, troppo tempo prima rispetto al punto focale del romanzo. A parer mio ci sono troppi capitoli che, tagliati, non avrebbero tolto nulla alla comprensione della storia e al suo dipanarsi. Le sotto-trame che ci tengono impegnati finchè i nodi non vengono al pettine non possiedono la forza necessaria, secondo me, a tener vivo l'interesse del lettore.

Indubbiamente il romanzo ha dalla sua una splendida ambientazione. L'aristocrazia inglese degli anni venti, il fermento della società, una grande villa di campagna, la contrapposizione fra classi agiate e domestici sono tutti elementi che adoro in un romanzo. Anche il contesto storico, come ho già detto, è uno dei più vivaci del secolo scorso. I personaggi poi, sono tutti potenzialmente interessanti.
Ma nonostante tutto ciò, la trama risulta troppo diluita tra le pagine, troppo poco serrata per essere all'altezza dei successivi romanzi della medesima autrice.

Voto: 5

Il respiro delle anime...

... di Gigi Paoli.

E' una torrida mattinata di luglio, le scuole sono ormai chiuse e sulle strade semideserte di Firenze e dintorni è calato un silenzio irreale, ma Carlo Alberto Marchi, tenace cronista e instancabile padre-single, continua inesorabilmente a svegliarsi alle sette e dieci. Non resta che mettersi in viaggio verso ''Gotham City'', l'avveniristico Palazzo di Giustizia nella periferia della città - nonché uno dei dieci edifici più brutti del mondo secondo svariate classifiche - e andare a caccia di notizie sull'allarmante ondata di morti per overdose che negli ultimi mesi ha colpito la città. Un'inchiesta con cui il direttore del ''Nuovo Giornale'' sta marcando stretti il reporter e il suo collega, ''l'Artista'', che con la loro tendenza all'insubordinazione non godono certo delle sue simpatie... Ma a scombinare l'agenda di Marchi arriva una notizia che gli fa subito drizzare le antenne: nella notte, a pochi passi da Gotham, un ciclista è stato ucciso da un'auto pirata scomparsa nel nulla. Un banale incidente? Solo all'apparenza. Perché se si aggiunge che la vittima era il dirigente americano di una nota azienda farmaceutica, e che solo pochi giorni prima era rimasto coinvolto in una retata in un ambiguo locale del centro, il caso si fa piuttosto interessante. Molte e intricate sono le piste che si aprono davanti alle forze dell'ordine e a chiunque abbia voglia di vederci chiaro: una lugubre villa dalle finestre murate, un misterioso iPhone placcato d'oro, un barbone che forse dice la verità, un pericoloso boss della malavita... Marchi si troverà alle prese con l'inchiesta più complessa, torbida e inquietante della sua carriera. (sinossi dal sito della casa editrice Giunti)
 
Mi sono avvicinata a questo secondo capitolo delle indagini del giornalista Carlo Alberto Marchi con molta diffidenza. Il rumore della pioggia mi era piaciuto, ma la mia opinione aveva risentito del fastidio che personalmente avevo provato per il protagonista e i suoi tentativi (malriusciti, secondo me) di ironizzare sulla sua situazione di padre single attraverso ovvietà, frasi fatte e stereotipi che sfioravano pericolosamente il sessismo.

Per fortuna devo dire che in questo secondo romanzo, Marchi è decisamente migliorato, dal mio punto di vista. Il personaggio è meno sopra le righe, meno impegnato a fare battute a tutti i costi, più concentrato sul suo lavoro e su chi ha davanti. Ritroviamo ancora la figlia pre-adolescente Donata, ma questo volta l'autore ha saputo dosarne la presenza in maniera più attenta, riuscendo a tenere il focus sul protagonista e sulla sua indagine giornalistica. Insomma, il rapporto padre figlia, che comunque concorre a caratterizzare il personaggio, è presente, ma non ruba la scena alla trama. Secondo me, visto come era stato gestito nel primo capitolo della serie, questo è un bene.

Mentre Marchi narra in prima persona le vicende  di cui è protagonista, altri capitoli del romanzo sono raccontati in terza persona e descrivono le attività della Procura e della Polizia giudiziaria. Mi è piaciuto questo modo di organizzare la stroria, e questa dicotomia tra la fredda procedura e il calore, per così dire, dell'investigazione giornalistica.
A ciò dobbiamo aggiungere che la trama è particolarmente strutturata e ben architettata. Si parte da quello che sembra un triste ma purtroppo banale incidente automobolistico, per arrivare ad un mistero che si ingigantisce pagina dopo pagina, e che è stato davvero piacevole da leggere. Mi è piaciuto come nell'ingigantirsi del mistero vengano ben inseriti alcuni elementi piacevolmente inquietanti come una villa in rovina, con gli ingressi e le finestre murati, ed un cimitero monumentale in mezzo alla città.
Interessante è stata anche l'introduzione di un nuovo investigatore di polizia giudiziaria, un uomo a cui un errore in una precedente indagine è costato la carriera, le cui doti investigative, insieme ad una pacata ma ferma voglia di riscatto, saranno preziose.

In conclusione, un giallo davvero mirabile, ben scritto, ben orchestrato, scorrevole, che sa dosare con abilità i due volti che lo scrittore ha dato a questa indagine: l'approccio più umano, psicologico e curioso del giornalista Carlo Alberto Marchi, e quello più rigoroso degli organi preposti alle indagini ufficiali. Consigliatissimo.

Voto: 8=

sabato 24 agosto 2019

Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn...

... di Colin Dexter.

Non è stato facile per Nicholas Quinn riuscire a ottenere la nomina accademica di membro del Comitato Esami Esteri di Oxford. Il giovane professore era afflitto da una sordità progressiva e questo, a parere di alcuni, avrebbe ostacolato una piena funzionalità. Ma alla fine, tra gelosie e risentimenti, l’aveva spuntata sui candidati concorrenti e aveva intrapreso il compito armato del sussiego e della flemma comune a tutti nell’ambiente del santuario universitario. Un giorno Nicholas viene ritrovato cadavere nel suo appartamento da scapolo. Accanto una bottiglia dello sherry preferito. La causa della morte appare semplice: avvelenamento da cianuro. Ma l’indagine dell’ispettore Morse della Thames Valley Police e del suo aiuto Lewis è tutt’altro che semplice. L’ambiente accademico è oscuro, arcano, reticente; è chiuso in un guscio claustrofobico in cui le domande investigative sembrano prevedibili ma tutto è così vischioso che è impossibile muoversi. Si mescolano motivi di carriera, passioni sessuali, intrighi economici, coinvolgimenti di finanziatori esteri, personaggi dalla vita privata impenetrabile. E poi, del tutto all’improvviso, un secondo inspiegabile omicidio. Un ginepraio per l’ispettore Morse, sempre brusco e bisbetico con il paziente sergente; e sempre affezionato agli intermezzi nei pub dove esporre allo scettico collaboratore la trama dei suoi percorsi mentali. (Sinossi dal sito della casa editrice Sellerio)

In questo terzo capitolo della serie dedicata all'ispettore Morse, Colin Dexter ci porta come di consueto ad Oxford, ma questa volta nell'ambiente accademico, e precisamente all'interno degli ingranaggi burocratici del Comitato Esami Esteri, ovvero all'interno di quell'ente che supervisiona gli esami per ottenere una certificazione di conoscenza della lingua inglese. Un tema decisamente attuale, nonostante il romanzo sia stato scritto nel 1977, e inconsueto per un romanzo giallo. 

L'ispettore Morse, burbero e scontroso come sempre, amante degli alcolici e restio a condividere le sue scoperte con il suo collaboratore sergente Lewis, entra in scena relativamente tardi.
La prima parte del romanzo infatti segue le vicende di Nicholas Quinn, la sua elezione a membro del Comitato e i suoi primi passi all'interno dell'ente.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, arriva il suo avvelenamento, e parte la caccia al chi e soprattutto al perchè.
Già, perchè la particolarità di questo romanzo è che l'indagine ruota intorno alla convulsa ricerca di un movente per un delitto che appare senza senso alcuno. Il signor Quinn era un uomo pacifico, abitudinario, senza nemici e senza scheletri nell'armadio.

Perfetta la caratterizzazione della vittima, proprio grazie alla lunga introduzione che ho già citato; perfetta risulta inoltre la caratterizzazione degli altri personaggi, quasi tutti accademici , di cui a poco a poco veniamo a conoscere rancori, invidie, ripicche, alleanze momentanee e piccole vendette.
L'unico neo che ho rilevato è proprio la personalità dell'ispettore Morse, nonostante l'accurata caratterizzazione. L'ispettore è burbero, a tratti misogino, spesso scrtese e dispotico, ed io non riesco a trovare un appiglio che mi aiuti ad entrare in sintonia con lui, nonostante le indubbie capacità investigative. 

Mi ha colpito maggiormente l'ambientazione. Il mondo accademico, all'apparenza statico, polveroso, quasi soporifero si rivela, attraverso la trama creata da Colin Dexter, vitale e anche terribilmente complicato. Le ambiguità e le bugie che caratterizzano i rapporti all'interno del comitato fanno sì che le indagini abbiano continui capovolgimenti di fronte e colpi di scena. Quando gli indizi sembrano puntare in una direzione, ecco che spunta qualcosa a scombinare nuovamente le carte sul tavolo.
L'indagine è di tipo deduttivo, e ho apprezzato moltissimo che la soluzione finale venga svelata grazie ad un sottilissimo dettaglio, presentato fin dall'inizio agli occhi del lettore, ma a cui, probabilmente, si presta poca importanza.

In conclusione, questo romanzo è un classico giallo all'inglese, un'indagine deduttiva in cui viene usata il più classico dei modi per uccidere, il veleno, e consigliata a tutti gli amanti del genere. Qualche perplessità suscita la personalità del protagonista, a tratti, a parer mio, un po' troppo sopra le righe.

Voto: 7

Morte di una sgualdrina. I casi di Hamish Macbeth #2...

... di M. C. Beaton.

Una sgualdrina con un cuore di pietra: ecco chi è Maggie Baird. Né gentile né generosa, ma certamente molto, molto ricca. Così, quando la sua auto prende fuoco con lei dentro, ci sono almeno cinque candidati per il ruolo di assassino. Tutti e cinque sono ospiti nella sua lussuosa residenza nelle Highlands: la timida nipote Alison e quattro uomini, una volta suoi amanti, ora chiamati a una sorta di competizione che avrà come premio il matrimonio con Maggie. Tutti e cinque sono in difficoltà finanziarie e tutti hanno avuto la possibilità di manomettere la macchina.
Hamish Macbeth avrà bisogno di dosi massicce del suo straordinario buonsenso e della sua capacità di comprensione dell’animo umano per risolvere il caso. (Sinossi dal sito della casa editrice Astoria)

In questa sua seconda avventura, il poliziotto scozzese Hamish Macbeth si ritrova trasferito in città, e deve lasciare la sua amata Lochdubh, paesino delle Highlands. Hamish si strugge di nostalgia, ma non è il solo: anche gli abitanti di Lochdubh sentono la sua mancanza, e faranno di tutto per far sì che Hamish venga riassegnato al luogo cui appartiene. Quando finalmente ci riescono, accade l'evento che dà il titolo al romanzo: Maggie Baird muore in un incidente a dir poco sospetto. Dato il passato della vittima, e una schiera di pretendenti interessati al suo patrimonio, l'indagine non sarà semplice.

Questo nuovo caso di Hamish Macbeth segna, a parer mio, un deciso passo avanti rispetto al romanzo precedente. Il romanzo appare infatti più solido, con una trama meglio strutturata,  personaggi più focalizzati e una narrazione meno dispersiva.
L'ambientazione è la medesima - bellissima - del romanzo precedente. Le Highlands si rivelano nella loro quotidiana, tranquilla bellezza.
La trama è articolata e vivace. Prende spunto dal trasferimento di Hamish per mettere in scena tutti gli attori della tragedia che avverrà di lì a poco.
L'inizo è pertanto interessante, perchè le vicende prendono il via  da fatti che apparentemente non hanno niente a che vedere con il delitto che verrà commesso di lì a poco.

Sicuramente il fulcro del romanzo è Hamish, investigatore all'apparenza pigro e indolente, ma in realtà scaltro e acuto. Quello che mi colpisce di lui è la sua indole tranquilla, di uomo che, nonostante tutto, sa di essere esattamente nel posto in cui dovrebbe essere, e di stare svolgendo il lavoro per cui è nato. Mi piace questa sua pacatezza, questa mancanza di "ansia da prestazione" che si respira nei gialli di questa serie.
Mancanza di ansia non vuol però dire che non ci sia interesse ad andare avanti nella lettura; il giallo si ispira ai canoni classici del genere, innestando nel filone elementi di novità, rappresentati proprio dalla fusione dell'investigazione con la perfetta ricostruzione della tranquilla vita di un paesino delle Highlands scozzesi.
Per quanto traumatico, il delitto fa parte delle vicende della vita moderna, purtroppo, ed è da questo punto di vista che Hamish indaga e cerca di sbrogliare la matassa.
Il numero di sospettati è sufficientemente ampio da garantire la complessità del mistero; ed allo stesso tempo è sufficientemente ristretto da consentire al lettore la sua personale indagine. Quest'ultimo elemento, per me, è fondamentale in un giallo: devo avere la possibilità di formulare le mie ipotesi e trarre le mie conclusioni.

Ben riuscito anche il finale, che chiude la vicenda ma lascia al lettore la voglia di continuare con la serie.
Voto: 7

È tempo di ricominciare...

di Carmen Korne.

È il 1949. La guerra è finita. I nazisti sono stati sconfitti. Come molte altre città, Amburgo è ridotta a un cumulo di macerie e in parecchi si ritrovano senza un tetto sulla testa. Fra questi, Henny, che ha finalmente accettato di sposare Theo e continua a cercare la cara Käthe, che risulta ancora dispersa nonostante l’amica sia sicura di avere incrociato il suo sguardo, la sera di San Silvestro, su quel tram… Nel frattempo, mentre Lina e la sua compagna Louise aprono una libreria in città, Ida si sente delusa dal modesto ménage coniugale con il cinese Tian, pur avendo mandato all’aria il suo precedente matrimonio per stare con lui, e ricorda con nostalgia la sua giovinezza di rampolla di una famiglia altolocata. Sono in molti ad aver perso qualcuno di caro, e sono in molti ad attendere il ritorno di qualcuno, giorno dopo giorno, alla finestra. Ma per i sopravvissuti tornare a casa non è facile, si ha paura di cosa si potrebbe trovare, o non trovare più.
Gli anni passano, i figli delle protagoniste crescono e anche loro hanno delle storie da raccontare. Sullo sfondo, la ripresa dell’economia tedesca e le rivoluzioni sociali che hanno scandito gli anni Cinquanta e Sessanta: lo sbarco sulla Luna, la costruzione del Muro di Berlino, il riarmo e la paura del nucleare, l’arrivo della pillola anticoncezionale, l’irruzione della televisione nella vita quotidiana delle famiglie, l’inizio dei movimenti studenteschi e la musica dei Beatles.
Dopo Figlie di una nuova era, il secondo, attesissimo capitolo di questa fortunata e appassionante trilogia che racconta la vita di quattro amiche nella Germania del Novecento. (Sinossi dal sito della casa editrice Fazi Editore)

Figlie di una nuova era mi era piaciuto tantissimo. Proprio per questo le aspettative per il  nuovo capitolo della storia di Henny, Käthe, Ida e Lina erano piuttosto alte e mi duole affermare che sono andate deluse. Vi spiego perchè.

La guerra è finita da poco, le macerie, fisiche e psicologiche, del nazismo e della conflitto mondiale, sono ancora lì, a ricordarci ad ogni pagina l'orroore degli eventi che si sono ancora conclusi.
I capitoli ambientati nell'immediato dopoguerra sono, a parer mio, i migliori del romanzo, quelli in cui ho ritrovato lo spirito del volume precedente. Quattro donne normali che lottano per non soccombere alla Storia, che cercano di sopravvivere senza dimenticare i legami umani che uniscono al resto del mondo: questa è l'anima del romanzo.
È stato emozionante scoprire come, quando una guerra finisce, non finisce mai dall'oggi al domani, con la firma su un armistizio o su un trattato di pace. Le conseguenze sulla vita delle persone possono trascinarsi per anni. È stato interessante vivere, attraverso le pagine del libro e le semplici ma vivide descrizioni dell'autrice, una sofferta ricostruzione.
Purtroppo, con l'avanzare della narrazione e col procedere degli anni, queste emozioni si sono sciolte tra le pagine come neve al sole.
Le storie narrate, nonostante l'introduzione di nuovi personggi - figli, amici e compagni dei protagonisti - diventano ripetitive e un filino noiose.
Chissà, forse proprio l'aver ampliato il numero dei protagonisti ha causato la perdita di coesione nella trama, che pare voler raccontare mille cose, nessuna delle quali veramente incisive.
O forse, il motivo principale di questa mia opinione è che in questo romanzo non c'è pathos e non c'è quasi mai tensione narrativa.  Sciolto, fin troppo presto, a parer mio, il nodo sulla scomparsa di Käthe, resta ben poco a tenerci incollati alla pagine.
Certo, l'autrice ci snocciola con una certa abilità fatti ed eventi del dopoguerra, che rivivono attraverso le pagine del libro e suscitano anche una certa emozione, ma la compiaciuta riscoperta della storia del cosiddetto secolo breve non è stata abbastanza, dal mio punto di vista, per creare una storia intrigante.
Secondo me, in questo romanzo manca un polo antagonista delle quattro protagoniste, che sia un evento di grande portata come l'ascesa del nazismo, oppure semplicemente il "cattivo"di turno.

Prendiamo ad esempio la storia di Klaus, figlio di Henny e del suo primo marito. 
Klaus è un omosessuale in una società che considera la sua natura un crimine. Mi sarei aspettata che il ragazzo fosse in pericolo, che la sua storia fosse fonte di ansia per il lettore, ma mi sono ben presto resa conto che Klaus, protetto dall'ampia tribù della sua famiglia allargata, non correrrà mai alcun rischio. Certo, mi fa piacere per lui, però che noia.
Stesso discorso potrei fare a proposito di un personaggio (che non nominerò per evitare spoiler) che ha una malattia invalidante e potenzialmente mortale: anche qui, farmaci miracolosi che capitono senza troppa fatica nella trama, e la malattia diventa un dettaglio da menzionare di quando in quando, ma senza effetti dirompenti sulla narrazione.

Ho detto spesso, in altre recensioni, che il conflitto e il dramma sono, secondo me, la vera essenza di una storia ben riuscita. Qui mancano entrambi, e perciò non mi sento di dare la sufficenza al romanzo.
Voto: 5


Fiori sopra l'inferno...

... di Ilaria Tuti.

«Tra i boschi e le pareti rocciose a strapiombo, giù nell’orrido che conduce al torrente, tra le pozze d’acqua smeraldo che profuma di ghiaccio, qualcosa si nasconde. Me lo dicono le tracce di sangue, me lo dice l’esperienza: è successo, ma potrebbe risuccedere. Questo è solo l’inizio. Qualcosa di sconvolgente è accaduto, tra queste montagne. Qualcosa che richiede tutta la mia abilità investigativa.
Sono un commissario di polizia specializzato in profiling e ogni giorno cammino sopra l’inferno. Non è la pistola, non è la divisa: è la mia mente la vera arma. Ma proprio lei mi sta tradendo. Non il corpo acciaccato dall’età che avanza, non il mio cuore tormentato. La mia lucidità è a rischio, e questo significa che lo è anche l’indagine.
Mi chiamo Teresa Battaglia, ho un segreto che non oso confessare nemmeno a me stessa, e per la prima volta nella vita ho paura.» (sinossi dal sito della casa editrice Longanesi)

Siamo a Travenì, un piccolo paese di montagna in Friuli. Qui vive e lavora Teresa Battaglia, commissario sessantenne, donna forte, intelligente e preparata, che, però, nasconde una insospettata fragilità. La sua debolezza, alla lunga, diventa un punto di forza, perchè la rende quanto mai empatica e perspicace sulla natura umana.
Il commissario Battaglia, che ha studiato come profiler, si trova ad indagare su una serie di omicidi molto cruenti, che appaiono quasi inconcepibili in un posto come Travenì, paese tranquillo a ridosso delle Dolomiti e circondato da boschi.
Proprio a causa di questo stridente contrasto, l'ambientazione diventa protagonista del romanzo al pari dei personaggi in carne ed ossa. L'abilità con cui Ilaria Tuti riesce a fondere narrazione e descrizione dei luoghi crea un'atmosfera inquietante, di pericolo incombente, che cala il lettore immediatamente all'interno della storia. Decisamente questo è uno degli aspetti migliori del romanzo.

La trama, comunque, non è da meno. Ho adorato il fatto che la storia narrata affondi le sue radici in qualcosa che è accaduto nel passato, ma che i legami tra passato e prewsente non siano immediatamente intuibili.
La narrazione degli eventi del passato è incredibilmente inquietante, e anche se il lettore non comprende subito dove andremo a parare, riesce a gettare un'ombra nera sul presente, e ad alimentare quel senso di ansia costante che deve essere l'ingrediente principale di ogni thriller che si rispetti.
Da questo punto di vista, Ilaria Tuti centra in pieno l'obiettivo.
Questa è, inoltre, la parte che ho preferito nel romanzo, perchè personalmente adoro i segreti sepolti nel passato che devono essere svelati attraverso indagini criminali; il segreto in questione, poi, è particolarmente interessante e ben narrato.

Altra menzione spetta ovviamente alla protagonista, il già citato commissario Battaglia. Il personaggio è particolarmente ben riuscito perchè, sebbene si inserisca nel filone dei poliziotti tutti di un pezzo con una nascosta debolezza, riesce a risultare originale. La sua fragilità non è infatti ostacolo, ma piuttosto un percorso attraverso cui il commissario, sebbene spaventato dalla propria situazione, riesce a tirar fuori l'empatia necessaria per far luce sul caso. 

Fiori sopra l'inferno è il thriller che andrebbe consigliato a tutti gli amanti del genere, e non solo. Se pensiamo che si tratta di un libro di esordio non possiamo non congratularci con Ilaria Tuti per la maturità con cui la trama è stata sviluppata, dosando sapientemente i cambi di scena, di punti di vista, di ambientazione. Lo stile è pulito, diretto ed efficace.

Voto: 8

Sangue marcio...

... di Antonio Manzini.

 «Ero un bambino felice. Facevo le cose che fanno tutti i bambini felici. Questo fino al 12 ottobre 1976».
Pietro e Massimo Sini vivono un’infanzia dorata. Villa con campo da tennis, piscina, videogame Atari. Poi, una mattina del 1976 cambia tutto. La polizia arriva in casa con un ordine di arresto e si porta via il padre. “Il mostro delle Cinque Terre” lo chiameranno qualche giorno dopo i giornali. Sono passati quasi trent’anni e i due fratelli hanno preso strade differenti: Pietro ha trascorso l’adolescenza in un istituto di preti a Torino e ora fa il cronista di nera in un giornale, Massimo ha vissuto con un zio a Padova ed è diventato commissario di polizia. Ma i delitti di un serial killer che da due anni cuce con ago e filo le vagine delle sue vittime, li riavvicinano. Sembrano tutt’e due cambiati. Massimo, che da piccolo era un tipo violento che usava minacciare i suoi coetanei con la frase «vatti a nascondere in Tibet», ora è un uomo stanco e triste che beve troppi martini. Pietro invece è diventato scaltro e freddo come un serpente. Non ha storie d’amore, non ha amici. Vive per il suo lavoro. Il suo unico obiettivo è mettere suo fratello sulle tracce del serial killer e farlo diventare un eroe. Ci riuscirà? (sinossi dal sito Fazi Editore)

Questa è la storia di due fratelli, a cui il destino prima concede molto, poi toglie tutto in un modo cinico e crudele. Figli di una famiglia all'apparenza solida, normale, e notevolmente agiata, una mattina scoprono che il padre è un efferato serial killer. Perdono così, da un momento all'altro, ogni cosa. Non sono tanto gli agi e le comodità la perdita più dura, quanto il doversi rassegnare a vivere da reietti, spinti ai margini da una colpa che inevitabilmente ricade su di loro, innocenti e inconsapevoli.
Manzini riesce a narrare stupendamente il cambiamento
Quando Antonio Manzini non si dedica al suo personaggio più famoso, Rocco Schiavone, riesce comuqnue a scrivere romanzi che hanno una forza dirompente e una originalità sorprendente. Come già mi era successo con La giostra dei criceti, ho trovato la lettura estremamente coinvolgente e sorprendente.
La trama parte in sordina ma ben presto acquista forza. Sebbene si parli di un serial killer, non si tratta esattamente di un thriller (di un noir sicuramente, ma di certo non di un thriller), eppure Sangue marcio è un page turner che deve la sua fortuna ad una profondità e uno spessore psicologico che molti thriller non hanno. Questo romanzo infatti ha diverse anime, come i suoi protagonisti, e con stile a volte leggermente ironico e distaccato, a volte cupo e malinconico, ci guida attraverso le luci (poche) e le ombre (molte) che albergano negli esseri umani.
Quello che spinge a leggere senza tregua è stato, nel mio caso, il senso di profonda inquietudine che le vicende ambientate nel presente e gli sprazzi di passato riuscivano a darmi. Ad ogni capitolo, la vicenda acquista sempre più senso, fino a che il grande mosaico che l'autore stavo componendo non ci viene rivelato.
Ho letto di alcuni lettori che si lamentavano della facilità con cui erano giunti alla verità; onestamente io non avevo intuito niente fino al momento in cui l'autore non ha deciso di giocare a carte scoperte.
Ed è stato un  pugno nello stomaco.

Voto: 7 e 1/2


lunedì 27 maggio 2019

Chiedi alla notte...

... di Antonella Boralevi.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Baldini+Castoldi

Ringrazio la casa editrice per la copia del romanzo.

Venezia, 28 settembre 2018. È la serata di gala della Mostra del Cinema, ed è anche il momento di Vivi Wilson, protagonista del film d'apertura e astro nascente del cinema mondiale. 
Quella stessa notte, Vivi Wilson viene trovata morta sulla spiaggia. Incidente, omicidio o suicidio?
Alfio Caruso, commissario di origini siciliane, indaga, e durante le indagini incontra nuovamente Emma, avvocato che lavora per Netflix, con cui aveva avuto una breve ma intensa storia d'amore una anno prima, quando indagava su un altro caso.
L'indagine non sarà facile, ed Emma ed Alfio si troveranno a collaborare, spinti l'uno verso l'altra da un sentimento mai sopito, e dovranno muoversi con cautela tra star, manger, critici cinematografici, nobili veneziani e uomini d'affari, il tutto in una splendida Venezia di fine estate, piena di luce ma anche di torbidi segreti.

In questo romanzo ritroviamo Alfio ed Emma, inquieti protagonisti de La bambina nel buio. A separarli, le infedeltà di Alfio; ad unirli la profonda affinità di due anime.
Alfio ed Emma vedono il contesto in cui è maturata la morte di Vivi Wilson da due punti differenti, entrambi utili alle indagini. Mentre Alfio si occupa della scena del crimini, di alibi e di rapporti della scientifica, Emma si trova coinvolta nei torbidi segreti della nobilità veneziana, che sembra sapere parecchio sulla morte di Vivi Wilson.
Le apparenze, in questo romanzo, ingannano sempre. E tutti mentono, come dice il regista di Vivi Wilson ad Emma. Perciò la risoluzione del mistero non è nè facile nè consolante, e richiede la collaborazione di entrambi i protagonisti, capaci di vedere ognuno un pezzo della soluzione.

Il romanzo sembra quasi essere diviso in due parti. Nella prima metà, più o meno, siamo trasportati nello scintillante mondo della Mostra del Cinema, tra feste, grandi alberghi, cocktail party, registi alcolizzati, giornalisti e paparazzi. Insomma, tutto quello che siamo soliti associare a quel mondo. L'elemento di disturbo, per così dire, è Emma, avvocato di Netflix, società che produce il film d'apertura.
La giovane inglese, dall'educazione e dalla professionalità impeccabili, si trova spaesata in quel contesto dove all'apprenza tutto è meraviglioso. Forte è il contrasto fra la sua personalità sofferente e confusa e quella dei bellissimi attori sicuri di sè sul red carpet. Il luccichio della fama e di quel mondo patinato fa emergere ancora una volta le sue fragilità e i dolori del passato, che non sono ancora sopiti.
Certo, a ben guardare questa prima parte del romanzo ha dalla sua una grande carica empatica, essendo descritto dal punto di vista della fragile Emma, ma allo stesso tempo risulta dispersivo e poco incisivo. Insomma, seguendo i pensieri e i sentimenti di Emma comprendiamo benissimo la sua sofferenza, i suoi rimpianti e la sua anima, ma per altro verso questo poco incide sulla trama, la fa avanzare lentamente e porta inevitabilmente a chiedersi dove alla fine andremo a parare.

Passata la metà del romanzo, il registro cambia, e la trama diventa più focalizzata sul proprio sviluppo e sulla risoluzione del mistero.
Emma, ospite nella villa di una enigmatica nobildonna veneziana, resta anche questa volta invischiata in una indagine a ritroso su un passato che non vuole saperne di restare tale.
Qui l'autrice dà il meglio di sè. Il ritmo della narrazione aumenta fino a diventare incalzante, e le rivelazioni si susseguono senza tregua. Il mistero sembra infittirsi anzichè chiarirsi, ed assume contorni sempre più inquietanti. Qui ho ritrovato l'angosciante atmosfera noir che tanto mi aveva colpito ne La bambina nel buio, e qui ho ritrovato ciò che mi aveva conquistato nel precedente romanzo: quella cappa di sofferenza che aleggia tra gli antichi palazzi e le scure calli: l'eco di una tragedia accaduta nel passato che arriva a plasmare il presente; e personaggi, anche quelli secondari, con ombre molto lunghe nelle loro anime spezzate.

Un'altra cosa particolarmente accattivante è stato il fatto che l'autrice ha voluto dare due finali al suo romanzo. Mi spiego meglio: Alfio ed Emma giungono ad una soluzione molto ben congegnata e soddisfacente.
In un breve ma splendido capitolo finale, intitolato Cosa videro i gabbiani, Boralevi aggiunge un tassello, che non sapevamo mancasse, ma che ci lascia con l'amaro in bocca.
Il doppio finale vale da solo il prezzo del biglietto (per restare in tema cinematografico).
Credo che questi finali così crudi e poco pietosi siano la cifra dell'autrice, ed una delle cose che apprezzo di più dei suoi romanzi.

Voto: 7

domenica 26 maggio 2019

Le vedove di Malabar Hill...

... di Sujata Massey.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Bombay, 1921. Perveen Mistry è la prima donna avvocato dell'India. Non può patrocinare in tribunale, ma lavora nello studio del padre. Quando il ricco musulmano Omar Farid muore, lasciando tre vedove purdahnashin, donne che non parlano con gli uomini e vivono in isolamento, Perveen è l'unica che può seguire l'esecuzione del testamento senza creare problemi. Ma quando l'amministratore del patrimonio viene trovato morto nella residenza delle vedove a Malabar Hill, le cose si complicano per Perveen, che decide di indagare.

Le vedove di Malabar Hill è un romanzo dalle diverse anime. È sicuramente un giallo, ma è anche la storia di una donna, ispirata a due figure realmente esistite (Cornelia Sorabji, prima donna a frequentare legge a Oxford nel 1892, e Mithan Tata Lam, prima donna ammessa al foro di Bombay nel 1923) che lotta per la sua emancipazione. È la storia di una società sospesa tra la tradizione e la modernità, divisa in caste, gruppi etnici e sociali, dove ancora fortissimo era il pregiudizio verso le donne e tra indiani ed inglesi nascevano le prime tensioni.

In questo contesto così ricco e così complesso si muove Perveen. Il suo personaggio mi è piaciuto molto. Nonostante si tratti di una giovane donna che vive fuori dagli schemi, non ho mai avuto la sensazione che lei o il suo atteggiamento fossero anacronistici. Massey è riuscita a costruire un personaggio che è una vera pioniera, inserendola nel contesto sociale nel modo giusto. Perveen ha limiti e ostacoli, vede lontano e affronta consapevolmente la realtà che la circonda.

 Il romanzo è ricco di dettagli e di spiegazioni, ed è utilissimo per capire il contesto sociale e storico in cui è ambientato. Questo, se da un lato può essere considerato un pregio, dall'altro rallenta lo sviluppo dell'indagine, a volte in maniera esasperante. Se a ciò aggiungiamo che nella narrazione sono inseriti gruppi di capitoli ambientati nel 1917, prima che Perveen diventasse procuratore legale, è facilmente intuibile come inizialmente io abbia trovato la storia lenta e frammentaria.
Però devo riconoscere che procedendo nella lettura, la trama mi ha conquistata, specialmente quella di cui meno evidente mi appariva l'utilità, ovvero la storia di Perveen prima della sua laurea. 
La storia di Perveen e della sua lotta per essere riconosciuta come donna e essere umano (non faccio spoiler, ma no, non riguarda la sua possibilità di studiare o lavorare, come sarebbe stato ovvio, ma qualcosa di diverso e questo mi ha colpito positivamente) diventa parte integrante della trama e aiuta a capire meglio i personaggi e il perchè di determinati comportamenti ed azioni. Inoltre si tratta di una sotto-trama che diventa sempre più avvicente con lo scorrere delle pagine.
Insomma, questo è un libro che parte piano, ma a cui bisogna dare una possibilità. 

L'indagine ha molti elementi del giallo classico. Il delitto è infatti avvenuto in un ambiente chiuso, con un numero limitato di sospettati. Sono situazioni che mi sono molto congeniali, ed ho altresì apprezzato che la soluzione del mistero passi attraverso lo studio e la compresione di dettagli legali (sì, lo so, è una deformazione professionale). Ed è qui che Perveen dimostra tutta la sua intelligenza e la sua perspicacia.
Nel finale Massey si concentra sulla risoluzione del mistero legato all'omicidio. Il ritmo si fa più veloce, ma mancano veri e propri colpi di scena; alcune rivelazioni comunque sono interessanti e rendono il finale assolutamente non scontato.

L'impressione che mi resta, finito di leggere il romanzo, è quello di una lettura piacevole, che a volte pare un po' troppo didascalica, ma che comunque non perde di vista la ragione principale d'essere di un romanzo, ovvero quello di raccontare una (bella) storia. A conti fatti, le descrizioni sulla società indiana degli anni venti sono un valore aggiunto, anche se hanno reso la lettura meno scorrevole.

Voto: 7

L'uomo di Lewis...

... di Peter May.


Fin, ex poliziotto di Edinburgo, dopo essere tornato brevemente sulla natia isola di Lewis, nelle Ebridi Esterne, per la risoluzione di un caso, decide di lasciare il lavoro e stabilirsi sull'isola. Qui si imbatte nel ritrovamento del corpo di un ragazzo, sepolto nella torba, che risale, probabilmente, agli anni '50. Quando gli sviluppi dell'indagini coinvolgono la donna che aveva amato in gioventù, Fin decide di indagare, e fa un viaggio a ritroso nel passato di una famiglia e di una comunità. Segreti, menzogne, abusi e atrocità emergono dal passato, e tocca a Finn dare un senso e una conclusione ad una storia che non può più rimanere nascosta. 

L'uomo di Lewis è il secondo libro della trilogia di Lewis scritta da Peter May. I due volumi sono autoconclusivi ed è possibile leggerli indipendentemente. Ma, poichè questo secondo romanzo comincia poche settimane dopo la fine del primo, L'isola dei cacciatori di uccelli, consiglio vivamente di leggerli in ordine, per meglio apprezzare la complessa storia di Fin e dell'isola di Lewis.
L'ambietazione scozzese  è la prima cosa che balza all'occhio del lettore. Essa riempie le pagine e l'unica parola che mi viene in mente per descriverla è possente. Questo romanzo non avrebbe avuto la stessa forza se fosse stato ambientato da un'altra parte.
Le Ebridi Esterne sono formate da piccole isole e piccoli villaggi molto chiusi e isolati, che però posseggono un grande senso della comunità. Peter May ci racconta la storia di un omicidio, che diventa la storia di una famiglia e delle comunità in cui ha vissuto.
Il viaggio indietro nel tempo è affascinante, intrigante e ricco di elementi misteriosi che andranno al loro posto solo con la lettura dell'ultima pagina.
Allo stesso tempo però, questa è la storia di un uomo, e del suo rapporto di amore e di repulsione verso il luogo dove è nato e cresciuto. Fin ne è fuggito appena maggiorenne, credendo di odiarlo; ma quando la sua vita è andata in pezzi, il richiamo dell'isola gli ha restituito equilibrio e stabilità.
Ho amato moltissimo questo lacerantre contrasto di Fin, e soprattutto ho amato la riscoperta dell'amore per il luogo da cui proviene, che non è il paradiso in terra e non è perfetto, ma è parte di lui. Nonostante la durezza dei luoghi e della vita che vi si conduce, c'è un che di consolante nell'idea di accettazione delle proprie orgini. Il contrasto fra l'asprezza dell'ambientazione, la crudezza degli eventi e la riscoperta del protagonista del sentimento per la propria terra rende il protagonista Fin un bel personaggio, scontroso, chiuso e non facile da comprendere, ma sicuramente molto umano.

La trama si svolge su due piano temporali.
Nel presente, Fin indaga sul ritrovamento del cadavere nascosto nella torbiera, in una lotta contro il tempo, prima che dalla terraferma mandino un poliziotto, un estraneo, a indagare ufficialmente. Il cadavere, infatti, sembra legato alla famiglia di Marsaili, la donna che Fin ha amato in gioventù, che in questo momento ha grossi problemi familiari di difficile risoluzione. Fin vuole proteggerla scoprendo la verità prima che qualcuno che viene da lontano ficchi il naso in vicende che non può comprendere.
L'indagine è ben strutturata. Se c'è una cosa che adoro nei gialli è quando le scoperte provengono non da intuizioni campate per aria o da colpi di fortuna dell'investigatore, ma da un vero lavoro di ricerca, in cui ogni passo è conseguenziale a quello precedente. Ed è esattamente così in questo romanzo.
La trama ambientata nel passato è molto interessante, offre molte notizie sulla vita e sulla società scozzese degli anni 40 e 50, diversi spunti di riflessione ed è quella che ha generato, nel mio caso, maggior curiosità. Credo sia la parte migliore della storia, senza nulla togliere al resto. Parte da un orfanotrofio, attraversa i vicoli di una città per arrivare allo splendido paesaggio delle Ebridi, dove il cielo e il mare sono un tutt'uno, e il vento non mette mai di sferzare gli uomini durante il duro lavoro.

Bello e delicato il finale.

Voto: 8

Gli amici silenziosi...

... di Laura Purcell.

La scheda del libro sul sito della casa editrice DeA Planeta

Inghilterra, 1865. La giovane Elsie, rimasta vedova e in attesa di un figlio, si ritira nella casa di campagna del ricco defunto marito insieme ad una cugina di lui, Sarah, sua dama di compagnia. Il primo impatto con i luoghi di cui la famiglia del marito è originaria è piuttosto deprimente. Al villaggio tutti provano grande diffidenza per lei, al punto che nessuno vuole lavorare nella grande casa padronale. Lì Elsie comincia a percepire qualcosa di strano: porte che non si aprono, misteriosi rumori notturni, oggetti che si spostano senza che nessuno li abbia apparentemente toccati. Poi fanno la loro comparsa i cosiddetti "amici silenziosi", sagome di legno che rappresentano persone a grandezza naturale, usate nei secoli precedenti per divertire gli ospiti. Ma quelle sagome scovate in soffitta nascondono una storia inquietante...

Elise Bainbridge è giovane, incinta e vedova. Proveniente da una famiglia benestante, ma non ricchissima, di estrazione commerciale, sposa per amore un maturo nobiluomo. Il loro idillio, però, viene interrotto troppo presto. L'amato marito muore improvvisamente proprio mentre si era recato nella tenuta di campagna, in attesa di essere raggiunto dalla moglie.
L'arrivo di Elsie nella tenuta della famiglia del marito è sconfortante: tutto intorno a lei è squallido e decadente, la servitù scarsa ed impreparata, la compagnia di altri essere umani assente. In questa situazione Elsie comincia ad avvertire che qualcosa non va in quella grande casa, ma distrutta dal dolore e stremata dalla gravidanza, non sa cosa sia vero e cosa non lo sia.

Ed insieme a lei non lo sappiamo neanche noi lettori. Il fascino di questo romanzo comincia da qui.
La storia infatti parte dalla fine, espediente letterario che apprezzo moltissimo. Elsie è in manicomio, stravolta, confusa, sull'orlo della pazzia. Cosa è accaduto? E possiamo fidarci di quello che lei stessa racconta come fosse la verità?

Gli amici silenziosi è un romanzo che si inserisce nel solco della narrativa horror, o meglio, soprannaturale, tracciato, secoli fa, dai grandi romanzi gotici.
La storia parte in sordina, e per qualche pagina ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte una trama tutt'altro che notevole. Insomma, una grande casa di campagna, una donna sola, misteriosi scricchiolii e nessuno a cui chiedere aiuto sono tutti elementi visti e letti un milione di volte.
Eppure Gli amici silenziosi lentamente riesce a creare una tensione costante nel lettore, aggiungendo man mano dettagli che elevano il romanzo e gli danno una sua connatazione e una sua originalità. La maggior parte del merito va alla cura con cui l'ambientazione è stata costruita. La grande casa, decadente e soffocante, incombe letteralmente in ogni pagina che leggiamo, toglie il fiato e rende ogni dettaglio, anche il più insignificante, inquietante.
Se inizialmente, come detto, non ero affatto presa e per nulla spaventata, proprio per la certosina cura nella costruzione dell'ambientazione, col procedere della lettura ho iniziato ad avere prima ansia, poi costantemente il cuore in gola. Ci sono scene nel libro (e in particolare ce n'è una, che ovviamente non racconterò, che coinvolge un corridoio di notte) che sono descritte talmente bene e talmente vividamente da fa accapponare la pelle.

Il romanzo, insomma, fa benissimo il suo dovere: crea ansia, tensione e curiosità; avvince il lettore impedendogli di mettere giù il libro; costruisce una trama solida, misteriosa, impreziosita da rivelazioni sul passato della casa e della famiglia Bainbridge. L'autrice riesce abilmente a mescolare le carte in tavolo, facendoci dubitare della sanità mentale di Elsie e di quello che abbiamo appreso attraverso i suoi occhi e la sua voce narrante.
Il finale è splendido, evita spiegazioni forzate ma lascia benissimo intendere al lettore cosa sia accaduto davvero.
Far paura senza mostri, squartamenti e fiumi di sangue non è sempre semplice. È necessario avere eleganza e intelligenza, due qualità che il romanzo sicuramente possiede.

Consiglio questo romanzo a tutti i lettori, con la raccomandazione di fare attenzione alle porte (chiuse e aperte) mentre lo leggete.

Voto: 8

sabato 11 maggio 2019

L'isola dei cacciatori di uccelli...

... di Peter May.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Einaudi

Finn Macleod è ispettore della polizia ad Edinburgo. Ha da poco perso un figlio e il suo matrimonio non regge l'urto di questa tragedia. Quando sull'Isola di Lewis, Ebridi Esterne, viene commesso un omicio molto simile ad uno precedentemente commesso ad Edinburgo, Finn, originario del luogo, viene spedito ad investigare nella piccola comunità. La vittima è un uomo che ben pochi avevano motivo di amare. L'indagine costringerà perciò Finn a fare i conti col proprio passato, le proprie origini e con una comunità molto chiusa e legata, da cui era fuggito giovanissimo, ma che ora gli appare sotto una luce diversa.

Non conoscevo nè l'autore nè il romanzo che mi accingo a recensire. La verità è che l'ho letto solo perchè cercavo un libro ambientato in Scozia (sono stata in Scozia una anno fa, per la seconda volta, e ci ho lasciato il cuore, per la seconda volta). E così, per puro caso, ho scoperto un grande romanzo mistery/noir.

L'isola dei cacciatori di uccelli è un romanzo molte forte, molto duro e di una straordinaria quanto ruvida bellezza. La prima cosa che balza agli occhi è  l'ambientazione. Come detto, il romanzo si svolge in Scozia, quasi tutto sulla piccola Isola di Lewis, un isolotto incessantemente spazzato dai venti, dove la natura è aspra e selvaggia e modella il carattere delle persone a sua immagine. In questo romanzo ho visto la vera Scozia, lontana dai miti e dalle leggende di castelli e epiche battaglie; ho visto la lotta quotidiana di una intera comunità contro gli elementi per sopravvire, e allo stesso tempo il forte amore che la lega alla propria isola, a dispetto di tutto.
Un valore aggiunto sono dettagli preziosi che permettono di scoprire la vita quotidiana degli scozzesi lontano dalla capitale Edinburgo (e dell'altra grande città del paese, Glasgow): l'uso del gaelico, che viene loro più naturale dell'inglese; le tradizioni secolari a cui non rinunciano; le fattorie sperdute; la dignitosa povertà, ma anche l'alcolismo e la depressione.

Finn, il protagonista, è fuggito da tutto questo in un'età in cui il piccolo orizzonte dell'isola gli stava stretto, e torna ora, piegato dal dolore, per scoprire che quell'orizzone non era affatto così ristretto.
Ho amato motissimo sia l'ambientazione e i sentimenti contrastanti che suscita in Finn, e ho amato l'evoluzione di questi sentimenti, che lo porta a riconsiderare molte scelte della sua vita, e ad accettare ciò che non può essere cambiato. Questo parallelismo tra uomo e natura è la colonna portante del romanzo e la parte che ho apprezzato di più, perchè permetta a trama e personaggi di bucare le pagine.
Per certi versi, il romanzo mi ha ricordato quelli di de Giovanni; anche se lo stile è molto diverso, anche qui l'omicidio è quasi un pretesto per indagare l'animo umano e soprattutto gli abissi oscuri che nasconde; il passato non è mai passato finchè non ci si fanno i conti, e l'ambientazione è protagonista al pari dei personaggi.

La trama è solida, e oltre all'indagine su un efferato delitto, ci regala ampi flashback sul passato di Finn, che ci permettono di conoscere la comunità in cui è cresciuto, e tutti gli attori del dramma che si consumerà anni dopo. La stretta interconnessione fra i fatti raccontati nei flashback e quello che accadrà poi non è immediatamente chiara, ma si fa sempre più evidente mentre si prosegue con la lettura. La storia perciò diventa sempre più interessante ad ogni pagina.
Lo scrittore alterna sapientemente elementi del noir con elementi presi a prestito dalle migliori saghe familiari.
Ogni cosa è dipinta vividamente; la forza con cui i personaggi vivono, amano, odiano e soffrono non può lasciare indifferenti; così come non si può restare indifferenti davanti ad una trama che colpisce dritta allo stomaco.

Voto: 8

giovedì 9 maggio 2019

Le parole di Sara...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della Rizzoli

Sara Morozzi ha lasciato la Polizia anni prima, per accudire l'amore della sua vita, gravemente ammalato. Per lui ha lasciato marito e figlio, e adesso vive in solitudine, ma non si pente di nulla, dopo aver amato tanto. Ma l'unità speciale della Polizia in cui prestava servizio sembra avere ancora bisogno di lei. Non in via ufficiale, si intende. Teresa Pandolfi, amica ed ex collega, ha bisogno di aiuto per un'indagine sulla scomparsa di uno stagista, un'indagine che qualcuno, ai livelli superiori, non vuole che venga svolta. La persona giusta da contattare è Sara: lei sa muoversi nell'ombra, sa come non essere vista mentre vede tutto, e con l'aiuto di Viola, compagna del figlio deceduto in un incidente, e dell'ispettore Pardo, arriverà alla verità.

Iniziamo col dire che devo ancora trovare un libro di Maurizio de Giovanni che non mi piaccia. Anche I guardiani , il libro di de Giovanni che ha avuto meno succeso rispetto agli altri, è per me affascinante e ben scritto (anzi, io aspetto con ansia il secondo volume della serie, rinviato a data da destinarsi, sigh).
Le parole di Sara non smentisce questo trend.

Il volume è il secondo della serie dedicata a Sara Morozzi, detta Bionda, ex agente di una squadra speciale della Polizia, esperta di interpretazione del linguaggio del corpo, di lettura della labbra e comprensione delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Lei arriva a decodificare suoni e immagini incomprensibili per altri; è praticamente una donna invisibile, perchè ha passato la vita a mimetizzarsi con l'ambiente, per poter cogliere ogni minimo dettaglio utile alle indagini senza farsi notare.
Questo secondo romanzo mi è piaciuto più del primo. Infatti il libro ha dalla sua una trama ben congegnata e compatta, che mescola elementi diversi (dal mistery, al noir alla spy story) e una protagonista originale curata nei minimi dettagli.
Ho apprezzato molto la scelta di includere nell'edizione il racconto breve Sara che aspetta, inizialmente pubblicato nell'antologia poliziesca Sbirre. Il racconto, oltre ad essere molto bello, anche se doloroso, come tutto quello che riguarda la nostra donna invisibile, getta luce sul passato recente di Sara. Un vero e proprio regalo per i lettori appassionati della serie e dell'autore.

Dopo un primo capitolo, recensito qui , in cui larga parte della trama era dedicata alla presentazione dei personaggi, del contesto e del passato di Sara, ho trovato questo nuovo romanzo molto focalizzato sulla storia, con una protagonista perfettamente integrata nel meccanismo della narrazione.
Nonostante sia la protagonista, Sara riesce davvero ad essere invisibile. Parla poco, ma agisce molto, soprattutto in sordina. Riesce ad essere quasi invisibile anche agli occhi del lettore, che, distratto dai problemi di Viola, dalle sue scaramucce con l'ispettore Pardo e dai fantasmi del passato che non cessano di tormentare i protagonisti, quasi non si rende conto del grande lavoro sottorraneo svolto dell'ex poliziotta.
Il personaggio è dunque costruito alla perfezione e ho trovato interessante che riesca a mimetizzarsi così bene con la trama senza però sparire. De Giovanni è davvero riuscito a creare una protagonista che domina la scena senza che il lettore se ne accorga.

L'intreccio è complesso quanto basta ed è narrato in maniera lucida e diretta; le riflessioni, l'empatia e i sentimenti sono affidati ai brevi momenti di flashback, anch'essi perfettamente integrati nello sviluppo della trama. La storia è di quelle spinose; oltre a dover risolvere il mistero legato alla scomparsa di un giovane stagista, l'eterogenea squadra di investigatori dovrà fare i conti con depistaggi, oscure minacce e apparati deviati dello Stato.

Fa capolino nella trama anche l'attualità, con richiami ai temi dello sfruttamente dell'immigrazione ai  gruppuscoli eversi di matrice fascista.

L'ambientazione è sempre quella napoletana cara all'autore, ma è interessante sottolineare che Napoli qui è, al pari di Sara, invisibile eppure presente e riconoscibilissima, anche se non viene mai nominata. È una città dolente, disperata ma non rassegnata, viva, pronta sempre a sconfiggere "il male"con l'ultimo guizzo di autoconsapevolezza.
Come Sara.

Il finale mi è piaiciuto moltissimo. Forte (anche se non scioccante come ci ha abituato l'autore), duro e assolutamente non politically correct.

Voto: 8

lunedì 6 maggio 2019

Circe...

... di Madeline Miller.


Rieccoci anche questo mese all'appuntamento con Questa volta leggo, la rubrica creata dalle blogger dei blog La libridinosa, Le mie ossessioni librose e Lettrice sulle nuvole.
Ogni blogger partecipante si impegna a leggere un libro che soddisfi il tema del mese, che per questo mese di maggio è leggere qualcosa pubblicato nel 2019. La mia scelta è stata Circe, di Madeline Miller.



Circe, figlia del Sole e della ninfa Perseide, è diversa dai suoi genitori e dai suoi fratelli divini. Parla con voce umana, ha un aspetto meno imponente e soprattutto prova empatia e amore per gli esseri umani. Ha il dono della magia, ma questo non le porterà stima o affetto da parte delle altre creature divine. È troppo diversa da loro, e questa diversità la porterà in esilio sull'isola di Ea, dove scoprirà la sua vera natura e inconterà diversi personaggi della mitologia, e finalmente, andrà incontro al suo destino.

Inizialmente ho guardato questo libro con un po' di sospetto. Insomma, la mitologia e l'epica classica l'abbiamo studiata tutti a scuola, e la storia di Circe la conoscono pure i sassi. Temevo, insomma, di annoiarmi leggendo una storia già vista e già sentita. 
Fortunatamente i miei dubbi erano totalmente infondati. Circe è una gran bel romanzo, che si legge tutto d'un fiato nonostante le sue 400 e passa pagine. 

Innanzitutto, parte del merito è dello stile usato dall'autrice, fluido e accattivante come quello di una fiaba. 
In secondo luogo, la storia narrata qui è di più ampio respiro rispetto al frammento che abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola. Circe riempie tutto il romanzo, con le sue fragilità, le sue passioni e soprattutto con la continua ricerca del suo posto nel mondo e della sua vera natura. 
Questa continua ricerca, dolorosa e senza fine, è quello che mi ha colpito di più del romanzo. Non mi aspettavo un racconto così vero, così empatico e a tratti così straziante in un romanzo di genere fantastico. L'umanità di Circe in contrasto con  la sua natura divina è dipinta in maniera splendida, e racconta del dualismo che, secondo me, è in ogni essere umano. Abbiamo tutti un luogo di provenienza ed una famiglia alle spalle, ma dobbiamo comunque lottare per trovare il nostro ruolo, che sia esso vicino o lontano dall'ambiente da cui proveniamo; che sia quello che la famiglia e la società si aspettano o sia completamente diverso. In questo senso Miller racconta una storia universale, capace di parlare a diversi tipi di lettori.

Ma non è tutto qui. La trama è unica e coinvolgente, e sa dare contenuto alle storie della mitologia classica. Circe incontra e si scontra con moltissimi personaggi noti: Glauco, Scilla, Dedalo, il Minotauro e naturalmente Odisseo. 
Se Circe dunque domina il romanzo con la sua straordinaria volontà di vivere a modo suo, i personaggi minori non sono da meno.
L'incontro con l'eroe acheo, ovvero la parte più famosa del mito di Circe, segna sì un punto di svolta nella vita della maga, ma non occupa, come mi ero aspettata, grandissima parte del romanzo. Più importanti ne sono le implicazioni, e più interessante è il ritratto di Odisseo che emerge da quelle pagine. La figura dell'eroe ne esce ridimensionata, ma rafforzata nella sua umanità e nella sua credibilità. Insomma, anche l'astuto e inarrivabile Ulisse aveva le sue fragilità e (soprattutto) le sue meschinità.
Particolarmente interessanti e degne di nota sono le figure di Telemaco e Penelope, di cui si narra la storia, perlopiù sconosciuta, dopo il ritorno a casa di Odisseo. Saranno loro ad accompagnare Circe verso uno splendido finale, degna conclusione di una storia meravigliosa.

Circe è un romanzo interessante, magico e di sicura presa sul lettore. La mitologia greca, argomento di per sè affascinante, non viene stravolta, ma viene sviscerata per raccontare le storie che stanno dietro storie più famose. I personaggi vengono riempiti di sentimenti, difetti e passioni, e balzano prepotentemente fuori dalle pagine. Spesso, durante la lettura, ho avuto il desiderio di andare a leggere cosa raccontava la mitologia sui personaggi del libro, per poi scoprire che il mito narrava praticamente le stesse cose del romanzo, ma con meno attenzione, meno dettagli e meno empatia. In questo senso Madeline Miller è riuscita davvero a dare nuova vita alla mitologia classica. Oltre a creare un romanzo stupendo.

Voto: 8

E per finire, vi lascio il calendario della rubrica per il mese di maggio. Se volete dare un'occhiata ai libri pubblicati di recente, non perdetevi le recensioni sui blog partecipanti!


sabato 27 aprile 2019

Sabbia nera...

... di Cristina Cassar Scalia.

La scheda del libro sul sito della Einaudi

A Catania un'eruzione dell'Etna riempie l'aria di una pioggia di sabbia nera. E così, Alfio Burrano, imprenditore vinicolo, si vede cancellare il volo che doveva prendere per un viaggio di lavoro. Decide di fermarsi presso la decadente villa di proprietà della ricca zia, di cui occupa saltuariamente qualche stanza. Un improvviso cedimento di una parete rivela un cadavere mummificato da tempo, nascosto nel vano di un montacarichi in disuso. Ad indagare è il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina. Il mistero non è facile da risolvere, e dare un'identità al cadavere sembra impossibile. Ma alcuni piccolissimi indizi sembrano indicare una pista che risale addirittura agli anni Cinquanta, e sembrano collegare il cadavere con un altro omicidio avvenuto nella villa.

Sabbia Nera è un bel giallo, il primo di una serie, di ambientazione siciliana.

Per presentarci il suo nuovo personaggio, Cristina Cassar Scalia sceglie un cold case di quelli difficili, ma proprio per questo maggiormente intrigante. Difatti, cosa può meglio mettere in luce la bravura di una scrittrice se non il dover ricostruire un mistero che ha più di sessant'anni? Niente tecniche moderne nelle indagini, se non quelle poche possibili sui reperti sopravvisuti, pochi testimoni ancora in vita e scena del crimine probabilmente manomessa e contaminata: le sfide per l'intuito investigativo del vicequestore Guarrasi sono molteplici. Questi elementi rendono perciò la trama avvicente, intricata al punto giusto e non banale.
Aggiugiamo a ciò una ambientazione diversa dal solito, Catania e non Palermo come siamo abituati a leggere, e la cenere dell'Etna che avvolge la città. Può sembrare un particolare da poco, ma invece è perfetto a rendere l'ambientazione viva e palpabile. Considero questo dettaglio una prova dell'intelligenza con cui l'autrice ha costruito il suo romanzo.
Infatti il romanzo è costruito con estrema intelligenza e lucidità, anche se l'autrice non riesce, a parer mio, ad evitare del tutto la trappola tipica di tutte le indagini su omicidi avvenuti a distanza di tempo. Mi riferisco al fatto che solitamente, nel trattare un cold case, l'investigatore di turno si trova davanti  testimoni che ricordano con incredibile (a volte inverosimile) precisione i fatti accaduti decenni prima. Diciamo però che in questo caso si tratta di un peccato veniale, che non inficia la godibilità dell'intreccio e che è meno accentuato rispetto ad altri romanzi che mi è capitato di leggere. Proprio per questo parlo di una trama costruita con intelligenza, perchè l'autrice ha saputo dosare le testimonianze con cura, utilizzandole insieme ad altri elementi probabatori ed evitando eccessive forzature.

Inevitabilmente, parlando di un giallo ambientato in Sicilia, la mente corre al più famoso dei commissari siciliani, quel Montalbano di cui sono fan devota e appassionata. Ma Vanina Guarrasi ha poco in comune con il suo illustro collega, e l'autrice evita abilmente qualsiasi contatto, omaggio o riferimento.
Scontrosa, taciturna, decisionista, può apparire fredda e distaccata sul lavoro; ma dentro ha una grande tempesta emotiva che fatica a governare, e ferite mai guarite che le ricordano tutti i giorni chi è e da dove viene.
Questa duplice natura del vicequestore Guarrasi mi è piaciuta molto, e trovo che sia il tratto distintivo del personaggio. L'ho apprezzato proprio perchè rende Vanina un personaggio con le proprie caratteristiche, e non un detective di cartone utilizzato per risolvere un mistero. Nel panorama ricco e variegato dei gialli italiani, riuscire a crerare qualcosa di originale che si imprima nell'animo del lettore non è facile, ma direi che Cassar Scalia c'è riuscita benissimo.
Ben costruiti anche i comprimari, anche se inizialmente ho fatto fatica distinguerli l'uno dell'altro, forse perchè sono comparsi in scena praticamente tutti insieme. 

Apprezzabile anche il finale, che scioglie il mistero con ben dosati colpi di scena, e che ci lascia con la voglia di leggere il successivo volume della serie (La logica della lampara, in libreria dal 30 aprile).

Voto: 7

giovedì 25 aprile 2019

Jane e la disgrazia di Lady Scargrave. Le indagini di Jane Austen #1...

... di Stephanie Barron.

Siamo nel 1802. Jane Austen ha appena rifiutato una proposta di matrimonio che tutti definiscono vantaggiosa. Per sfuggire alle recriminazioni della famiglia ed al biasimo sociale, si rifugia nella residenza di campagna di una cara amica, Isobel, che ha recentemente sposato Lord Scargrave. Ma subito dopo un ballo in onore dei novelli sposi, lord Scargrave ha un malore e muore. Sembrerebbe una morte naturale, ma ad Isobel cominciano ad arrivare biglietti anonimi in cui si insinua che ci sia qualcosa di scandaloso fra lei e il giovane erede del defunto conte, la cui morte non sarebbe accidentale...

Quando si è lettori e si ama appassionatamente un libro, un autore o una saga, non se ne ha mai abbastanza. La voglia di rivivere le emozioni che un romanzo ci ha regalato ci spinge a tuffarci in improbabili sequel, prequel, rivisitazioni (e ve lo dice una che ha letto tutti i possibili seguiti di Via col vento, compreso quello che narra gli stessi eventi dal punto di vista di Rhett, e poi si è ritirata in un angolino a piangere per l'orrore e lo sdegno).
Dunque, da grande estimatrice di Jane Austen e dei suoi romanzi, con non poco timore mi sono accostata a questo primo volume di una serie che eleva al rango di protagonista la donna dietro capolavori come Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento.

L'autrice ricorre ad un espediente letterario, fingendosi la curatrice della pubblicazione di alcune lettere e diari di Jane Austen, ritrovati per caso in una vecchia casa; fin da subito, dunque, Stephanie Barron mette in chiaro che mescolerà realtà e fantasia.
Barron sceglie, tanto per iniziare, un periodo della vita della scrittrice di cui si sa poco. È la fine dell'anno 1802, Jane aveva prima accettato e poi rifiutato la proposta di matrimoniodi un certo Harris Bigg – Wither, ed aveva bisogno di fuggire dal biasimo sociale che le era piombato addosso per la decisione presa. A ventisette anni, infatti, Jane si avviava a diventare una zitella, destino poco desiderabile per una donna di quell'epoca.
Fin qui i fatti, su cui si innesta la fantasia dell'autrice. Jane si reca presso la nobile dimora della cara amica Isobel, appena maritata ad un conte molto più grande di lei, e qui verrà coinvolta in una serie di omicidi, ricatti e misteri.

La prima cosa che colpisce in positivo di questo romanzo, è la grande conoscenza che l'autrice ha di Jane Austen, della sua vita e delle sue opere.
Questo le ha permesso di ricreare una perfetta atmosfera austeniana, e di far sentire a casa un'appassionata come me. È di sicuro questo il più grande merito del romanzo, ovvero quello di aver ricreato l'ambiente e il contesto dei romanzi austeniani senza alcun bisogno di prendere a prestito personaggi o situazioni dei romanzi originari.
Insomma, Barron riesce a creare qualcosa di originale restando nel solco della tradizione letteraria austeniana.

Lo stile è vivace e ricco di dialoghi; il contesto storico sociale è, come detto, molto accurato, e ben spiegato da sporadiche note a piè di pagina che hanno avuto il grande merito di gettare luce su alcuni aspetti meno noti della società e delle leggi dell'epoca.
La trama è ben costruita, e nonostante il ristretto numero di possibili sospetti, l'individuazione del colpevole non è affatto facile. 
I personaggi non solo sono ben delineati, ma possiedono tutti sufficente spessore e abbastanza contrasti interiori e tormenti da risultare interessanti. Sia dietro la frivola cugina di Isobel, ad esempio, sia dietro quello che sembra essere il cattivo di turno c'è molto da scoprire: nessun personaggio è bidemensionale, infatti.
Jane svolge le indagini in prima persona, esponendosi spesso, e quello che ho apprezzato è stato che la Barron non ha mai forzato le regole e le convenzioni sociali per permettere a Jane di muoversi più liberamente; la protagonista ha dovuto indagare facendo i conti con i limiti che la società, il ceto e il sesso le imponevano.

La storia, come è lecito aspettarsi da una romanzo che richiami le atmosfere delle opere di Jane Austen, si svolge principalmente tra le pareti domestiche: prima Scargrave Manor, in campagna, e poi la residenza londinese della famiglia Sacargrave. Il romanzo non risulta però affatto statico o lento. L'evoluzione dell'indagine è dosata con cura, per adattarsi al ritmo del romanzo.
Nel finale il ritmo accelera, come è giusto che sia.

Sono rimasta molto sorpresa da questo romanzo, e lo consiglio a tutti quelli che di Jane Austen hanno amato non solo l'enigmatico Mr. Darcy, ma anche tutto il resto: dialoghi, vivacità, ironia, contesto e critica sociale.

Voto: 7 e 1/2

lunedì 15 aprile 2019

Le sette morti di Evelyn Hardcastle...

...di Stuart Turton.

Un uomo si sveglia in un bosco sconosciuto, gridando il nome di una donna, Anna. Non sa chi sia Anna e non ricorda nemmeno il proprio nome, ma sa che la donna è in pericolo. 
Sente qualcuno correre nel bosco, ombre vestite di nero, poi un grido, e un colpo di pistola. Fuggendo senza meta giunge ad una maestosa residenza nobiliare, Blackheat House, e scopre di essere ospite della famiglia che la abita. Con sgomento, scopre che il corpo in cui si trova non è il suo. È sull'orlo della follia, o sta accadendo qualcosa di incredbile? L'uomo non lo sa, ma sa che qualcosa di orrendo accadrà a Balckheat House, e lui deve a tutti i costi venirne a capo.

Prima di inziare la recensione, vorrei fare una premessa. Se non avete letto nulla a proposito di questo romanzo, vi consiglio di continuare così, e di non leggere neanche il risvolto di copertina, se avete intenzione di affrontare Le sette morti (la mia recensione la potete leggere però, perchè sarà al 100% spoiler free).
Se invece avete letto qualcosa su questo romanzo, vi renderete conto che la sinossi che ho elaborato è sostanzialmente diversa da quelle che si trovano in rete (e sul sito ufficiale della casa editrice, di cui non metterò il link per ragioni che sto per spiegare).
Questo perchè trovo che la sinossi ufficiale, riportata anche sul risvolto di copertina, sia ricca di spoiler, e la cosa mi ha infastidito non poco. Onestamente credo sia scorretto riportare in copertina elementi che il lettore scoprirà solo una volta giunto oltre pagina 100/150. La struttura del romanzo è molto particolare, come ben dovrebbe sapere anche la casa editrice, e contribuire a dipanare i nodi iniziali prima che il lettore si cimenti nella lettura del romanzo è fastidioso.

Il romanzo inizia con un uomo che si sveglia e pensa di essere precipitato in un incubo. È riverso nel fango, sa che Anna è in pericolo ma non sa chi sia Anna, e per di più non sa nenache dove si trovi o quale sia il suo nome. Una volta raggiunta Blackheat House, che sembra essere il luogo dove alloggia, scopre con orrore di non riconoscere nemmeno il proprio corpo; gli altri ospiti della villa tentano di aiutarlo a ricostruire gli eventi della notte, ma nessuno di loro ha mai sentito nominare Anna.  Comincia così la ricerca del protagonista, che si muove a tentoni, brancolando nel buio, cercando di dare un senso alle incredibili incongruenze che lo circondano.

È come se questo libro fosse composto da due romanzi avvolti l'uno nell'altro; c'è qualcosa di strano, misterioso e sovrannaturale all'opera a Bleackheat House, e i lettori scopriranno presto che le leggi del tempo e dello spazio non funzionano come nel resto del mondo; ed allo stesso tempo c'è un omicidio (indovinate un po' di chi?!?) che va impedito, o quanto meno risolto per assicurare il colpevole alla giustizia.
Nella prima metà del libro, l'elemento sovrannaturale è preponderante (chiamiamolo così ma è comunque una definizione imprecisa); nella seconda metà, invece, il mistero giallo prende il sopravvento. Sebbene io abbia apprezzato entrambe le anime del romanzo, la seconda metà è stata quella che ho preferito. La prima parte risulta faticosa da leggere, ma certo non per demerito dell'autore, ma per sua stessa natura. In pratica per le prima 200 pagine brancoliamo nel buio come e forse più del protagonista, e questo rende la lettura a tratti  ostica . 
Nella seconda metà del romanzo, invece, il meccanismo particolare che muove le vicende di Blackheat House comincia ad esserci un poco più chiaro, e indagare sull'omicidio diventa una priorità. 

Di sicuro Le sette morti di Evelyn Hardcastle è un romanzo originale. Io l'ho trovato anche straordinario. Un giallo avvincente è stato reso ancora più misterioso e avvincente da qualcosa che faticheremo a capire fino alla fine del romanzo. È stata un'esperienza di lettura a tratti lenta e faticosa (vi consiglio carta e penna a portata di mano, e vi consiglio di prendere appunti!), ma entusiasmante. Mi chiedo come abbia fatto Stuart Turton a scrivere questo romanzo e a conservare la propria sanità mentale: l'intreccio è davvero incredibile, ingarbugliato e a tratti pare impossibile.
Nonostante i molti fili intrecciati, però, i pezzi del rompicapo alla fine vanno tutti perfettamente a posto, regalandoci nel finale qualche colpo di scena che gli amanti del giallo classico non potrenno che apprezzare. Ma è nel suo complesso che il romanzo va apprezzato, perchè riesce a fondere due generi diversi senza trascurare il minimo dettaglio, senza cercare facili scorciatoie e senza lasciare buchi nella trama (e vi assicuro che non deve essere stato facile).
Già la storia che ruota intorno all'omicidio sarebbe bastata a reggere da sola un romanzo di ottima qualità; l'aggiunta di una struttura e di una narrazione molto particolari rappresenta davvero il raggiungimento di un livello superiore.

A ciò va aggiunta la capacità dell'autore di creare un'atmosfera pesante e decadente, con descrizioni mirate e vivide della vecchia casa e della famiglia che la abita, rimasta legata ad una tragedia avvenuta diciannove anni prima.
Anche i personaggi, a causa della particolarità del romanzo (ve l'ho detto che Le sette morti è un romanzo particolare? No? Ve lo dico ora) sono molto ben delineati e approfonditi. In pratica l'autore riesce a portarci nella loro testa, e lo fa con grande abilità, e questo è un altro punto di forza del romanzo.

Le sette morti di Evelyn Hardcastle è romanzo che consiglio a chi ama il giallo ed il mistero, ma con una avvertenza: è una lettura che va affrontata con calma e con pazienza. Bisogna dare il tempo al romanzo di svelarsi, dopodichè non riuscirete più a metterlo giù.

Voto: 8

mercoledì 27 marzo 2019

L'isola delle anime...

... di Johanna Holmström.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Finlandia, 1891. Kristina sta tornando a casa dopo una lunga giornata di duro lavoro in una fattoria. Scivola sul fiume remando controcorrente per raggiungere la sua casupola, e con lei ci sono i suoi due bambini. Il padre dei bambini è lontano, e Kristina non ne ha notizie da tempo. La donna è stanca, tanto stanca, quasi non riesce più a remare. Vorrebbe riposare ma non può, deve portare i bambini acasa, e preparare loro la cena, lavarli, accudirli. Quasi senza accorgeresene Kristina getta i due bimbi addormentati fuori borso, e si rende conto solo il giorno dopo dell'orrendo crimine commesso.Viene così mandata a Själö, un'isoletta che ospita un manicomio per donne ritenute incurabili. Davanti a lei sfileranno gli anni e le storie di altre donne, recluse e infermiere, che consumeranno la loro vita in quel posto isolata e senza speranza.

Come lettrice ho poche, semplici regole. Una di queste è di stare alla larga dai romanzi che autori e/o case editrici definiscono potenti. Solitamente l'aggettivo in questione è sinonimo di: schifezza supponente e sopravvalutata, non leggibile dai comuni mortali ma che l'autore ritiene sia il romanzo che cambierà la storia della letteratura mondiale. Questa ferma convinzione deriva dalla mia esperienza personale, ma sono ben lieta di affermare che L'isola delle anime è l'eccezione alla (mia) regola, e che il romanzo è davvero evocativo e potente come lo definisce la copertina.

La storia si apre con un avvenimento tragico, forte e crudo. Con una prosa delicata e dolente, la Holmström ci porta a conoscere Kristina, e la sua stanchezza e la sua solitudine diventano le nostre. Fin dalle prime pagine il romanzo cattura prorpio perchè riesce a fare quello che ogni buon libro dovrebbe fare: trasportarti nella testa del personaggio. E di certo non è facile farci comprendere il pensiero e le motivazioni di una infanticida, eppure l'autrice ci riesce, senza scadere nel pietismo, senza giustificare un crimine terribile, ma semplicemente mostrando la grande fragilità dell'essere umano, la fragilità, in questo caso, di una donna stanca e sola, che arranca sulla strada della vita.
Io credo che chiunque sia stata madre e abbia passato notti insonni e giorni a correre cercando di incastrare qualunque altra cosa con la cura di un neonato possa capire la lacerante solitudine di Kristina. La Holmoström dimostra, da subito, di parlare al lettore con un linguaggio universale, cosa che di solito è il marchio di fabbrica dei grandi libri.

Ma i temi trattati non si esauriscono qui. Per Kristina, e per noi, si aprono le porte di un manicomio, un modello di ospedale psichiatrico che non aveva niente da offrire alle pazienti. In realtà si trattava più di un luogo di detenzione, senza alcuna prognosi e senza alcuna speranza di guarigione nè di reale cura per le pazienti.
Questo tipo di struttura era diffusa un po' ovunque nel secolo scorso in Europa: che si trattasse di manicomi, oppure di ospizi per madri sole o povere, o "ricoveri"per ragazze cosiddette perdute, questi erano luoghi dove rinchiudere donne che non si conformavano ai canoni della società, e risultavano scomode, imbarazzanti o fastidiose per le famiglie o le autorità. In pratica, un gigantesco tappeto dove nascondere la polvere. Perchè questo erano quelle donne, non tutte malate di mente: polvere negli ingranaggi di una società che non tollerava diversità o deviazioni da quella che era considerata la normalità.



Lo sviluppo della trama è lento e pacato. Vorrei sottolineare come anche lo scorrere del tempo è volutamente nebuloso all'interno del romanzo. Ci sono uno o due punti fermi in cui l'autrice ci aiuta a capire quanti anni sono passati, ma per il resto lo scorrere del tempo è volutamente confuso, e questo conferisce ancora maggior impatto ad una ambientazione soffocante e claustrofobica.

Le storie narrate sono così forti che non necessitano di particolare enfasi stilistica per colpire il lettore, ma praticamente parlano da sole.
Sebbene quella di Kristina sia la quella emotivamente più coinvolgente, anche le storie delle altre pazienti sono significative e profonde. A fare da filo conduttore tra le varie storie, mentre gli anni passano, è Sigrid, infermiera giovane con una forte vocazione, che avrà la sua storia da raccontare.
In particolare mi è piaciuta quella di Elli, giovanissima paziente che non soffre di reali disturbi mentali. La sua unica colpa è quella di aver tenuto una condotta sregolata e moralmente riprorevole secondo gli standard dell'epoca. Interessante (e doloroso, ma l'avrete capito che questo libro non regala nè speranza nè emozioni facili da metabolizzare) il suo percorso di paziente senza malattia all'interno di una struttura psichiatrica. 

Di questo romanzo mi ha colpito la forza dei temi e delle storie narrate; e mi ha colpito il fatto che, nonostante la gravità degli argomenti, esso si sia rivelato di una scorrevolezza quasi incredibile. Per questo, lo consiglio vivamente.

Voto: 8