sabato 11 maggio 2019

L'isola dei cacciatori di uccelli...

... di Peter May.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Einaudi

Finn Macleod è ispettore della polizia ad Edinburgo. Ha da poco perso un figlio e il suo matrimonio non regge l'urto di questa tragedia. Quando sull'Isola di Lewis, Ebridi Esterne, viene commesso un omicio molto simile ad uno precedentemente commesso ad Edinburgo, Finn, originario del luogo, viene spedito ad investigare nella piccola comunità. La vittima è un uomo che ben pochi avevano motivo di amare. L'indagine costringerà perciò Finn a fare i conti col proprio passato, le proprie origini e con una comunità molto chiusa e legata, da cui era fuggito giovanissimo, ma che ora gli appare sotto una luce diversa.

Non conoscevo nè l'autore nè il romanzo che mi accingo a recensire. La verità è che l'ho letto solo perchè cercavo un libro ambientato in Scozia (sono stata in Scozia una anno fa, per la seconda volta, e ci ho lasciato il cuore, per la seconda volta). E così, per puro caso, ho scoperto un grande romanzo mistery/noir.

L'isola dei cacciatori di uccelli è un romanzo molte forte, molto duro e di una straordinaria quanto ruvida bellezza. La prima cosa che balza agli occhi è  l'ambientazione. Come detto, il romanzo si svolge in Scozia, quasi tutto sulla piccola Isola di Lewis, un isolotto incessantemente spazzato dai venti, dove la natura è aspra e selvaggia e modella il carattere delle persone a sua immagine. In questo romanzo ho visto la vera Scozia, lontana dai miti e dalle leggende di castelli e epiche battaglie; ho visto la lotta quotidiana di una intera comunità contro gli elementi per sopravvire, e allo stesso tempo il forte amore che la lega alla propria isola, a dispetto di tutto.
Un valore aggiunto sono dettagli preziosi che permettono di scoprire la vita quotidiana degli scozzesi lontano dalla capitale Edinburgo (e dell'altra grande città del paese, Glasgow): l'uso del gaelico, che viene loro più naturale dell'inglese; le tradizioni secolari a cui non rinunciano; le fattorie sperdute; la dignitosa povertà, ma anche l'alcolismo e la depressione.

Finn, il protagonista, è fuggito da tutto questo in un'età in cui il piccolo orizzonte dell'isola gli stava stretto, e torna ora, piegato dal dolore, per scoprire che quell'orizzone non era affatto così ristretto.
Ho amato motissimo sia l'ambientazione e i sentimenti contrastanti che suscita in Finn, e ho amato l'evoluzione di questi sentimenti, che lo porta a riconsiderare molte scelte della sua vita, e ad accettare ciò che non può essere cambiato. Questo parallelismo tra uomo e natura è la colonna portante del romanzo e la parte che ho apprezzato di più, perchè permetta a trama e personaggi di bucare le pagine.
Per certi versi, il romanzo mi ha ricordato quelli di de Giovanni; anche se lo stile è molto diverso, anche qui l'omicidio è quasi un pretesto per indagare l'animo umano e soprattutto gli abissi oscuri che nasconde; il passato non è mai passato finchè non ci si fanno i conti, e l'ambientazione è protagonista al pari dei personaggi.

La trama è solida, e oltre all'indagine su un efferato delitto, ci regala ampi flashback sul passato di Finn, che ci permettono di conoscere la comunità in cui è cresciuto, e tutti gli attori del dramma che si consumerà anni dopo. La stretta interconnessione fra i fatti raccontati nei flashback e quello che accadrà poi non è immediatamente chiara, ma si fa sempre più evidente mentre si prosegue con la lettura. La storia perciò diventa sempre più interessante ad ogni pagina.
Lo scrittore alterna sapientemente elementi del noir con elementi presi a prestito dalle migliori saghe familiari.
Ogni cosa è dipinta vividamente; la forza con cui i personaggi vivono, amano, odiano e soffrono non può lasciare indifferenti; così come non si può restare indifferenti davanti ad una trama che colpisce dritta allo stomaco.

Voto: 8

giovedì 9 maggio 2019

Le parole di Sara...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della Rizzoli

Sara Morozzi ha lasciato la Polizia anni prima, per accudire l'amore della sua vita, gravemente ammalato. Per lui ha lasciato marito e figlio, e adesso vive in solitudine, ma non si pente di nulla, dopo aver amato tanto. Ma l'unità speciale della Polizia in cui prestava servizio sembra avere ancora bisogno di lei. Non in via ufficiale, si intende. Teresa Pandolfi, amica ed ex collega, ha bisogno di aiuto per un'indagine sulla scomparsa di uno stagista, un'indagine che qualcuno, ai livelli superiori, non vuole che venga svolta. La persona giusta da contattare è Sara: lei sa muoversi nell'ombra, sa come non essere vista mentre vede tutto, e con l'aiuto di Viola, compagna del figlio deceduto in un incidente, e dell'ispettore Pardo, arriverà alla verità.

Iniziamo col dire che devo ancora trovare un libro di Maurizio de Giovanni che non mi piaccia. Anche I guardiani , il libro di de Giovanni che ha avuto meno succeso rispetto agli altri, è per me affascinante e ben scritto (anzi, io aspetto con ansia il secondo volume della serie, rinviato a data da destinarsi, sigh).
Le parole di Sara non smentisce questo trend.

Il volume è il secondo della serie dedicata a Sara Morozzi, detta Bionda, ex agente di una squadra speciale della Polizia, esperta di interpretazione del linguaggio del corpo, di lettura della labbra e comprensione delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Lei arriva a decodificare suoni e immagini incomprensibili per altri; è praticamente una donna invisibile, perchè ha passato la vita a mimetizzarsi con l'ambiente, per poter cogliere ogni minimo dettaglio utile alle indagini senza farsi notare.
Questo secondo romanzo mi è piaciuto più del primo. Infatti il libro ha dalla sua una trama ben congegnata e compatta, che mescola elementi diversi (dal mistery, al noir alla spy story) e una protagonista originale curata nei minimi dettagli.
Ho apprezzato molto la scelta di includere nell'edizione il racconto breve Sara che aspetta, inizialmente pubblicato nell'antologia poliziesca Sbirre. Il racconto, oltre ad essere molto bello, anche se doloroso, come tutto quello che riguarda la nostra donna invisibile, getta luce sul passato recente di Sara. Un vero e proprio regalo per i lettori appassionati della serie e dell'autore.

Dopo un primo capitolo, recensito qui , in cui larga parte della trama era dedicata alla presentazione dei personaggi, del contesto e del passato di Sara, ho trovato questo nuovo romanzo molto focalizzato sulla storia, con una protagonista perfettamente integrata nel meccanismo della narrazione.
Nonostante sia la protagonista, Sara riesce davvero ad essere invisibile. Parla poco, ma agisce molto, soprattutto in sordina. Riesce ad essere quasi invisibile anche agli occhi del lettore, che, distratto dai problemi di Viola, dalle sue scaramucce con l'ispettore Pardo e dai fantasmi del passato che non cessano di tormentare i protagonisti, quasi non si rende conto del grande lavoro sottorraneo svolto dell'ex poliziotta.
Il personaggio è dunque costruito alla perfezione e ho trovato interessante che riesca a mimetizzarsi così bene con la trama senza però sparire. De Giovanni è davvero riuscito a creare una protagonista che domina la scena senza che il lettore se ne accorga.

L'intreccio è complesso quanto basta ed è narrato in maniera lucida e diretta; le riflessioni, l'empatia e i sentimenti sono affidati ai brevi momenti di flashback, anch'essi perfettamente integrati nello sviluppo della trama. La storia è di quelle spinose; oltre a dover risolvere il mistero legato alla scomparsa di un giovane stagista, l'eterogenea squadra di investigatori dovrà fare i conti con depistaggi, oscure minacce e apparati deviati dello Stato.

Fa capolino nella trama anche l'attualità, con richiami ai temi dello sfruttamente dell'immigrazione ai  gruppuscoli eversi di matrice fascista.

L'ambientazione è sempre quella napoletana cara all'autore, ma è interessante sottolineare che Napoli qui è, al pari di Sara, invisibile eppure presente e riconoscibilissima, anche se non viene mai nominata. È una città dolente, disperata ma non rassegnata, viva, pronta sempre a sconfiggere "il male"con l'ultimo guizzo di autoconsapevolezza.
Come Sara.

Il finale mi è piaiciuto moltissimo. Forte (anche se non scioccante come ci ha abituato l'autore), duro e assolutamente non politically correct.

Voto: 8

lunedì 6 maggio 2019

Circe...

... di Madeline Miller.


Rieccoci anche questo mese all'appuntamento con Questa volta leggo, la rubrica creata dalle blogger dei blog La libridinosa, Le mie ossessioni librose e Lettrice sulle nuvole.
Ogni blogger partecipante si impegna a leggere un libro che soddisfi il tema del mese, che per questo mese di maggio è leggere qualcosa pubblicato nel 2019. La mia scelta è stata Circe, di Madeline Miller.



Circe, figlia del Sole e della ninfa Perseide, è diversa dai suoi genitori e dai suoi fratelli divini. Parla con voce umana, ha un aspetto meno imponente e soprattutto prova empatia e amore per gli esseri umani. Ha il dono della magia, ma questo non le porterà stima o affetto da parte delle altre creature divine. È troppo diversa da loro, e questa diversità la porterà in esilio sull'isola di Ea, dove scoprirà la sua vera natura e inconterà diversi personaggi della mitologia, e finalmente, andrà incontro al suo destino.

Inizialmente ho guardato questo libro con un po' di sospetto. Insomma, la mitologia e l'epica classica l'abbiamo studiata tutti a scuola, e la storia di Circe la conoscono pure i sassi. Temevo, insomma, di annoiarmi leggendo una storia già vista e già sentita. 
Fortunatamente i miei dubbi erano totalmente infondati. Circe è una gran bel romanzo, che si legge tutto d'un fiato nonostante le sue 400 e passa pagine. 

Innanzitutto, parte del merito è dello stile usato dall'autrice, fluido e accattivante come quello di una fiaba. 
In secondo luogo, la storia narrata qui è di più ampio respiro rispetto al frammento che abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola. Circe riempie tutto il romanzo, con le sue fragilità, le sue passioni e soprattutto con la continua ricerca del suo posto nel mondo e della sua vera natura. 
Questa continua ricerca, dolorosa e senza fine, è quello che mi ha colpito di più del romanzo. Non mi aspettavo un racconto così vero, così empatico e a tratti così straziante in un romanzo di genere fantastico. L'umanità di Circe in contrasto con  la sua natura divina è dipinta in maniera splendida, e racconta del dualismo che, secondo me, è in ogni essere umano. Abbiamo tutti un luogo di provenienza ed una famiglia alle spalle, ma dobbiamo comunque lottare per trovare il nostro ruolo, che sia esso vicino o lontano dall'ambiente da cui proveniamo; che sia quello che la famiglia e la società si aspettano o sia completamente diverso. In questo senso Miller racconta una storia universale, capace di parlare a diversi tipi di lettori.

Ma non è tutto qui. La trama è unica e coinvolgente, e sa dare contenuto alle storie della mitologia classica. Circe incontra e si scontra con moltissimi personaggi noti: Glauco, Scilla, Dedalo, il Minotauro e naturalmente Odisseo. 
Se Circe dunque domina il romanzo con la sua straordinaria volontà di vivere a modo suo, i personaggi minori non sono da meno.
L'incontro con l'eroe acheo, ovvero la parte più famosa del mito di Circe, segna sì un punto di svolta nella vita della maga, ma non occupa, come mi ero aspettata, grandissima parte del romanzo. Più importanti ne sono le implicazioni, e più interessante è il ritratto di Odisseo che emerge da quelle pagine. La figura dell'eroe ne esce ridimensionata, ma rafforzata nella sua umanità e nella sua credibilità. Insomma, anche l'astuto e inarrivabile Ulisse aveva le sue fragilità e (soprattutto) le sue meschinità.
Particolarmente interessanti e degne di nota sono le figure di Telemaco e Penelope, di cui si narra la storia, perlopiù sconosciuta, dopo il ritorno a casa di Odisseo. Saranno loro ad accompagnare Circe verso uno splendido finale, degna conclusione di una storia meravigliosa.

Circe è un romanzo interessante, magico e di sicura presa sul lettore. La mitologia greca, argomento di per sè affascinante, non viene stravolta, ma viene sviscerata per raccontare le storie che stanno dietro storie più famose. I personaggi vengono riempiti di sentimenti, difetti e passioni, e balzano prepotentemente fuori dalle pagine. Spesso, durante la lettura, ho avuto il desiderio di andare a leggere cosa raccontava la mitologia sui personaggi del libro, per poi scoprire che il mito narrava praticamente le stesse cose del romanzo, ma con meno attenzione, meno dettagli e meno empatia. In questo senso Madeline Miller è riuscita davvero a dare nuova vita alla mitologia classica. Oltre a creare un romanzo stupendo.

Voto: 8

E per finire, vi lascio il calendario della rubrica per il mese di maggio. Se volete dare un'occhiata ai libri pubblicati di recente, non perdetevi le recensioni sui blog partecipanti!


sabato 27 aprile 2019

Sabbia nera...

... di Cristina Cassar Scalia.

La scheda del libro sul sito della Einaudi

A Catania un'eruzione dell'Etna riempie l'aria di una pioggia di sabbia nera. E così, Alfio Burrano, imprenditore vinicolo, si vede cancellare il volo che doveva prendere per un viaggio di lavoro. Decide di fermarsi presso la decadente villa di proprietà della ricca zia, di cui occupa saltuariamente qualche stanza. Un improvviso cedimento di una parete rivela un cadavere mummificato da tempo, nascosto nel vano di un montacarichi in disuso. Ad indagare è il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina. Il mistero non è facile da risolvere, e dare un'identità al cadavere sembra impossibile. Ma alcuni piccolissimi indizi sembrano indicare una pista che risale addirittura agli anni Cinquanta, e sembrano collegare il cadavere con un altro omicidio avvenuto nella villa.

Sabbia Nera è un bel giallo, il primo di una serie, di ambientazione siciliana.

Per presentarci il suo nuovo personaggio, Cristina Cassar Scalia sceglie un cold case di quelli difficili, ma proprio per questo maggiormente intrigante. Difatti, cosa può meglio mettere in luce la bravura di una scrittrice se non il dover ricostruire un mistero che ha più di sessant'anni? Niente tecniche moderne nelle indagini, se non quelle poche possibili sui reperti sopravvisuti, pochi testimoni ancora in vita e scena del crimine probabilmente manomessa e contaminata: le sfide per l'intuito investigativo del vicequestore Guarrasi sono molteplici. Questi elementi rendono perciò la trama avvicente, intricata al punto giusto e non banale.
Aggiugiamo a ciò una ambientazione diversa dal solito, Catania e non Palermo come siamo abituati a leggere, e la cenere dell'Etna che avvolge la città. Può sembrare un particolare da poco, ma invece è perfetto a rendere l'ambientazione viva e palpabile. Considero questo dettaglio una prova dell'intelligenza con cui l'autrice ha costruito il suo romanzo.
Infatti il romanzo è costruito con estrema intelligenza e lucidità, anche se l'autrice non riesce, a parer mio, ad evitare del tutto la trappola tipica di tutte le indagini su omicidi avvenuti a distanza di tempo. Mi riferisco al fatto che solitamente, nel trattare un cold case, l'investigatore di turno si trova davanti  testimoni che ricordano con incredibile (a volte inverosimile) precisione i fatti accaduti decenni prima. Diciamo però che in questo caso si tratta di un peccato veniale, che non inficia la godibilità dell'intreccio e che è meno accentuato rispetto ad altri romanzi che mi è capitato di leggere. Proprio per questo parlo di una trama costruita con intelligenza, perchè l'autrice ha saputo dosare le testimonianze con cura, utilizzandole insieme ad altri elementi probabatori ed evitando eccessive forzature.

Inevitabilmente, parlando di un giallo ambientato in Sicilia, la mente corre al più famoso dei commissari siciliani, quel Montalbano di cui sono fan devota e appassionata. Ma Vanina Guarrasi ha poco in comune con il suo illustro collega, e l'autrice evita abilmente qualsiasi contatto, omaggio o riferimento.
Scontrosa, taciturna, decisionista, può apparire fredda e distaccata sul lavoro; ma dentro ha una grande tempesta emotiva che fatica a governare, e ferite mai guarite che le ricordano tutti i giorni chi è e da dove viene.
Questa duplice natura del vicequestore Guarrasi mi è piaciuta molto, e trovo che sia il tratto distintivo del personaggio. L'ho apprezzato proprio perchè rende Vanina un personaggio con le proprie caratteristiche, e non un detective di cartone utilizzato per risolvere un mistero. Nel panorama ricco e variegato dei gialli italiani, riuscire a crerare qualcosa di originale che si imprima nell'animo del lettore non è facile, ma direi che Cassar Scalia c'è riuscita benissimo.
Ben costruiti anche i comprimari, anche se inizialmente ho fatto fatica distinguerli l'uno dell'altro, forse perchè sono comparsi in scena praticamente tutti insieme. 

Apprezzabile anche il finale, che scioglie il mistero con ben dosati colpi di scena, e che ci lascia con la voglia di leggere il successivo volume della serie (La logica della lampara, in libreria dal 30 aprile).

Voto: 7

giovedì 25 aprile 2019

Jane e la disgrazia di Lady Scargrave. Le indagini di Jane Austen #1...

... di Stephanie Barron.

Siamo nel 1802. Jane Austen ha appena rifiutato una proposta di matrimonio che tutti definiscono vantaggiosa. Per sfuggire alle recriminazioni della famiglia ed al biasimo sociale, si rifugia nella residenza di campagna di una cara amica, Isobel, che ha recentemente sposato Lord Scargrave. Ma subito dopo un ballo in onore dei novelli sposi, lord Scargrave ha un malore e muore. Sembrerebbe una morte naturale, ma ad Isobel cominciano ad arrivare biglietti anonimi in cui si insinua che ci sia qualcosa di scandaloso fra lei e il giovane erede del defunto conte, la cui morte non sarebbe accidentale...

Quando si è lettori e si ama appassionatamente un libro, un autore o una saga, non se ne ha mai abbastanza. La voglia di rivivere le emozioni che un romanzo ci ha regalato ci spinge a tuffarci in improbabili sequel, prequel, rivisitazioni (e ve lo dice una che ha letto tutti i possibili seguiti di Via col vento, compreso quello che narra gli stessi eventi dal punto di vista di Rhett, e poi si è ritirata in un angolino a piangere per l'orrore e lo sdegno).
Dunque, da grande estimatrice di Jane Austen e dei suoi romanzi, con non poco timore mi sono accostata a questo primo volume di una serie che eleva al rango di protagonista la donna dietro capolavori come Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento.

L'autrice ricorre ad un espediente letterario, fingendosi la curatrice della pubblicazione di alcune lettere e diari di Jane Austen, ritrovati per caso in una vecchia casa; fin da subito, dunque, Stephanie Barron mette in chiaro che mescolerà realtà e fantasia.
Barron sceglie, tanto per iniziare, un periodo della vita della scrittrice di cui si sa poco. È la fine dell'anno 1802, Jane aveva prima accettato e poi rifiutato la proposta di matrimoniodi un certo Harris Bigg – Wither, ed aveva bisogno di fuggire dal biasimo sociale che le era piombato addosso per la decisione presa. A ventisette anni, infatti, Jane si avviava a diventare una zitella, destino poco desiderabile per una donna di quell'epoca.
Fin qui i fatti, su cui si innesta la fantasia dell'autrice. Jane si reca presso la nobile dimora della cara amica Isobel, appena maritata ad un conte molto più grande di lei, e qui verrà coinvolta in una serie di omicidi, ricatti e misteri.

La prima cosa che colpisce in positivo di questo romanzo, è la grande conoscenza che l'autrice ha di Jane Austen, della sua vita e delle sue opere.
Questo le ha permesso di ricreare una perfetta atmosfera austeniana, e di far sentire a casa un'appassionata come me. È di sicuro questo il più grande merito del romanzo, ovvero quello di aver ricreato l'ambiente e il contesto dei romanzi austeniani senza alcun bisogno di prendere a prestito personaggi o situazioni dei romanzi originari.
Insomma, Barron riesce a creare qualcosa di originale restando nel solco della tradizione letteraria austeniana.

Lo stile è vivace e ricco di dialoghi; il contesto storico sociale è, come detto, molto accurato, e ben spiegato da sporadiche note a piè di pagina che hanno avuto il grande merito di gettare luce su alcuni aspetti meno noti della società e delle leggi dell'epoca.
La trama è ben costruita, e nonostante il ristretto numero di possibili sospetti, l'individuazione del colpevole non è affatto facile. 
I personaggi non solo sono ben delineati, ma possiedono tutti sufficente spessore e abbastanza contrasti interiori e tormenti da risultare interessanti. Sia dietro la frivola cugina di Isobel, ad esempio, sia dietro quello che sembra essere il cattivo di turno c'è molto da scoprire: nessun personaggio è bidemensionale, infatti.
Jane svolge le indagini in prima persona, esponendosi spesso, e quello che ho apprezzato è stato che la Barron non ha mai forzato le regole e le convenzioni sociali per permettere a Jane di muoversi più liberamente; la protagonista ha dovuto indagare facendo i conti con i limiti che la società, il ceto e il sesso le imponevano.

La storia, come è lecito aspettarsi da una romanzo che richiami le atmosfere delle opere di Jane Austen, si svolge principalmente tra le pareti domestiche: prima Scargrave Manor, in campagna, e poi la residenza londinese della famiglia Sacargrave. Il romanzo non risulta però affatto statico o lento. L'evoluzione dell'indagine è dosata con cura, per adattarsi al ritmo del romanzo.
Nel finale il ritmo accelera, come è giusto che sia.

Sono rimasta molto sorpresa da questo romanzo, e lo consiglio a tutti quelli che di Jane Austen hanno amato non solo l'enigmatico Mr. Darcy, ma anche tutto il resto: dialoghi, vivacità, ironia, contesto e critica sociale.

Voto: 7 e 1/2

lunedì 15 aprile 2019

Le sette morti di Evelyn Hardcastle...

...di Stuart Turton.

Un uomo si sveglia in un bosco sconosciuto, gridando il nome di una donna, Anna. Non sa chi sia Anna e non ricorda nemmeno il proprio nome, ma sa che la donna è in pericolo. 
Sente qualcuno correre nel bosco, ombre vestite di nero, poi un grido, e un colpo di pistola. Fuggendo senza meta giunge ad una maestosa residenza nobiliare, Blackheat House, e scopre di essere ospite della famiglia che la abita. Con sgomento, scopre che il corpo in cui si trova non è il suo. È sull'orlo della follia, o sta accadendo qualcosa di incredbile? L'uomo non lo sa, ma sa che qualcosa di orrendo accadrà a Balckheat House, e lui deve a tutti i costi venirne a capo.

Prima di inziare la recensione, vorrei fare una premessa. Se non avete letto nulla a proposito di questo romanzo, vi consiglio di continuare così, e di non leggere neanche il risvolto di copertina, se avete intenzione di affrontare Le sette morti (la mia recensione la potete leggere però, perchè sarà al 100% spoiler free).
Se invece avete letto qualcosa su questo romanzo, vi renderete conto che la sinossi che ho elaborato è sostanzialmente diversa da quelle che si trovano in rete (e sul sito ufficiale della casa editrice, di cui non metterò il link per ragioni che sto per spiegare).
Questo perchè trovo che la sinossi ufficiale, riportata anche sul risvolto di copertina, sia ricca di spoiler, e la cosa mi ha infastidito non poco. Onestamente credo sia scorretto riportare in copertina elementi che il lettore scoprirà solo una volta giunto oltre pagina 100/150. La struttura del romanzo è molto particolare, come ben dovrebbe sapere anche la casa editrice, e contribuire a dipanare i nodi iniziali prima che il lettore si cimenti nella lettura del romanzo è fastidioso.

Il romanzo inizia con un uomo che si sveglia e pensa di essere precipitato in un incubo. È riverso nel fango, sa che Anna è in pericolo ma non sa chi sia Anna, e per di più non sa nenache dove si trovi o quale sia il suo nome. Una volta raggiunta Blackheat House, che sembra essere il luogo dove alloggia, scopre con orrore di non riconoscere nemmeno il proprio corpo; gli altri ospiti della villa tentano di aiutarlo a ricostruire gli eventi della notte, ma nessuno di loro ha mai sentito nominare Anna.  Comincia così la ricerca del protagonista, che si muove a tentoni, brancolando nel buio, cercando di dare un senso alle incredibili incongruenze che lo circondano.

È come se questo libro fosse composto da due romanzi avvolti l'uno nell'altro; c'è qualcosa di strano, misterioso e sovrannaturale all'opera a Bleackheat House, e i lettori scopriranno presto che le leggi del tempo e dello spazio non funzionano come nel resto del mondo; ed allo stesso tempo c'è un omicidio (indovinate un po' di chi?!?) che va impedito, o quanto meno risolto per assicurare il colpevole alla giustizia.
Nella prima metà del libro, l'elemento sovrannaturale è preponderante (chiamiamolo così ma è comunque una definizione imprecisa); nella seconda metà, invece, il mistero giallo prende il sopravvento. Sebbene io abbia apprezzato entrambe le anime del romanzo, la seconda metà è stata quella che ho preferito. La prima parte risulta faticosa da leggere, ma certo non per demerito dell'autore, ma per sua stessa natura. In pratica per le prima 200 pagine brancoliamo nel buio come e forse più del protagonista, e questo rende la lettura a tratti  ostica . 
Nella seconda metà del romanzo, invece, il meccanismo particolare che muove le vicende di Blackheat House comincia ad esserci un poco più chiaro, e indagare sull'omicidio diventa una priorità. 

Di sicuro Le sette morti di Evelyn Hardcastle è un romanzo originale. Io l'ho trovato anche straordinario. Un giallo avvincente è stato reso ancora più misterioso e avvincente da qualcosa che faticheremo a capire fino alla fine del romanzo. È stata un'esperienza di lettura a tratti lenta e faticosa (vi consiglio carta e penna a portata di mano, e vi consiglio di prendere appunti!), ma entusiasmante. Mi chiedo come abbia fatto Stuart Turton a scrivere questo romanzo e a conservare la propria sanità mentale: l'intreccio è davvero incredibile, ingarbugliato e a tratti pare impossibile.
Nonostante i molti fili intrecciati, però, i pezzi del rompicapo alla fine vanno tutti perfettamente a posto, regalandoci nel finale qualche colpo di scena che gli amanti del giallo classico non potrenno che apprezzare. Ma è nel suo complesso che il romanzo va apprezzato, perchè riesce a fondere due generi diversi senza trascurare il minimo dettaglio, senza cercare facili scorciatoie e senza lasciare buchi nella trama (e vi assicuro che non deve essere stato facile).
Già la storia che ruota intorno all'omicidio sarebbe bastata a reggere da sola un romanzo di ottima qualità; l'aggiunta di una struttura e di una narrazione molto particolari rappresenta davvero il raggiungimento di un livello superiore.

A ciò va aggiunta la capacità dell'autore di creare un'atmosfera pesante e decadente, con descrizioni mirate e vivide della vecchia casa e della famiglia che la abita, rimasta legata ad una tragedia avvenuta diciannove anni prima.
Anche i personaggi, a causa della particolarità del romanzo (ve l'ho detto che Le sette morti è un romanzo particolare? No? Ve lo dico ora) sono molto ben delineati e approfonditi. In pratica l'autore riesce a portarci nella loro testa, e lo fa con grande abilità, e questo è un altro punto di forza del romanzo.

Le sette morti di Evelyn Hardcastle è romanzo che consiglio a chi ama il giallo ed il mistero, ma con una avvertenza: è una lettura che va affrontata con calma e con pazienza. Bisogna dare il tempo al romanzo di svelarsi, dopodichè non riuscirete più a metterlo giù.

Voto: 8

mercoledì 27 marzo 2019

L'isola delle anime...

... di Johanna Holmström.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Finlandia, 1891. Kristina sta tornando a casa dopo una lunga giornata di duro lavoro in una fattoria. Scivola sul fiume remando controcorrente per raggiungere la sua casupola, e con lei ci sono i suoi due bambini. Il padre dei bambini è lontano, e Kristina non ne ha notizie da tempo. La donna è stanca, tanto stanca, quasi non riesce più a remare. Vorrebbe riposare ma non può, deve portare i bambini acasa, e preparare loro la cena, lavarli, accudirli. Quasi senza accorgeresene Kristina getta i due bimbi addormentati fuori borso, e si rende conto solo il giorno dopo dell'orrendo crimine commesso.Viene così mandata a Själö, un'isoletta che ospita un manicomio per donne ritenute incurabili. Davanti a lei sfileranno gli anni e le storie di altre donne, recluse e infermiere, che consumeranno la loro vita in quel posto isolata e senza speranza.

Come lettrice ho poche, semplici regole. Una di queste è di stare alla larga dai romanzi che autori e/o case editrici definiscono potenti. Solitamente l'aggettivo in questione è sinonimo di: schifezza supponente e sopravvalutata, non leggibile dai comuni mortali ma che l'autore ritiene sia il romanzo che cambierà la storia della letteratura mondiale. Questa ferma convinzione deriva dalla mia esperienza personale, ma sono ben lieta di affermare che L'isola delle anime è l'eccezione alla (mia) regola, e che il romanzo è davvero evocativo e potente come lo definisce la copertina.

La storia si apre con un avvenimento tragico, forte e crudo. Con una prosa delicata e dolente, la Holmström ci porta a conoscere Kristina, e la sua stanchezza e la sua solitudine diventano le nostre. Fin dalle prime pagine il romanzo cattura prorpio perchè riesce a fare quello che ogni buon libro dovrebbe fare: trasportarti nella testa del personaggio. E di certo non è facile farci comprendere il pensiero e le motivazioni di una infanticida, eppure l'autrice ci riesce, senza scadere nel pietismo, senza giustificare un crimine terribile, ma semplicemente mostrando la grande fragilità dell'essere umano, la fragilità, in questo caso, di una donna stanca e sola, che arranca sulla strada della vita.
Io credo che chiunque sia stata madre e abbia passato notti insonni e giorni a correre cercando di incastrare qualunque altra cosa con la cura di un neonato possa capire la lacerante solitudine di Kristina. La Holmoström dimostra, da subito, di parlare al lettore con un linguaggio universale, cosa che di solito è il marchio di fabbrica dei grandi libri.

Ma i temi trattati non si esauriscono qui. Per Kristina, e per noi, si aprono le porte di un manicomio, un modello di ospedale psichiatrico che non aveva niente da offrire alle pazienti. In realtà si trattava più di un luogo di detenzione, senza alcuna prognosi e senza alcuna speranza di guarigione nè di reale cura per le pazienti.
Questo tipo di struttura era diffusa un po' ovunque nel secolo scorso in Europa: che si trattasse di manicomi, oppure di ospizi per madri sole o povere, o "ricoveri"per ragazze cosiddette perdute, questi erano luoghi dove rinchiudere donne che non si conformavano ai canoni della società, e risultavano scomode, imbarazzanti o fastidiose per le famiglie o le autorità. In pratica, un gigantesco tappeto dove nascondere la polvere. Perchè questo erano quelle donne, non tutte malate di mente: polvere negli ingranaggi di una società che non tollerava diversità o deviazioni da quella che era considerata la normalità.



Lo sviluppo della trama è lento e pacato. Vorrei sottolineare come anche lo scorrere del tempo è volutamente nebuloso all'interno del romanzo. Ci sono uno o due punti fermi in cui l'autrice ci aiuta a capire quanti anni sono passati, ma per il resto lo scorrere del tempo è volutamente confuso, e questo conferisce ancora maggior impatto ad una ambientazione soffocante e claustrofobica.

Le storie narrate sono così forti che non necessitano di particolare enfasi stilistica per colpire il lettore, ma praticamente parlano da sole.
Sebbene quella di Kristina sia la quella emotivamente più coinvolgente, anche le storie delle altre pazienti sono significative e profonde. A fare da filo conduttore tra le varie storie, mentre gli anni passano, è Sigrid, infermiera giovane con una forte vocazione, che avrà la sua storia da raccontare.
In particolare mi è piaciuta quella di Elli, giovanissima paziente che non soffre di reali disturbi mentali. La sua unica colpa è quella di aver tenuto una condotta sregolata e moralmente riprorevole secondo gli standard dell'epoca. Interessante (e doloroso, ma l'avrete capito che questo libro non regala nè speranza nè emozioni facili da metabolizzare) il suo percorso di paziente senza malattia all'interno di una struttura psichiatrica. 

Di questo romanzo mi ha colpito la forza dei temi e delle storie narrate; e mi ha colpito il fatto che, nonostante la gravità degli argomenti, esso si sia rivelato di una scorrevolezza quasi incredibile. Per questo, lo consiglio vivamente.

Voto: 8

lunedì 25 marzo 2019

Scritto a Napoli #2: Fattaccio napoletano...

... di Alessandra De Martino.

Torna, dopo mesi di colpevole silenzio, la rubrica Scritto a Napoli, appuntamento mensile senza scadenza fissa in cui esploreremo le varie sfaccettature della letteratura made in Naples. Per questo secondo appuntamento ho scelto un libro che sebbene non sia stato fisicamente scritto a Napoli (la sua autrice risiede ormai da molti anni in Belgio) è quanto di più autenticamente napoletano si possa trovare. Curiosi di sapere perchè? E allora procediamo con la recensione!


La scheda del libro sul sito della casa editrice Astoria.

Durante il periodo fascista, tra i vicoli di Napoli, accade un fattaccio. Qualcuno ha ucciso donna Brigida, giovane e bellissima vedova. Gli abitanti del palazzo danno ognuno la loro versione della storia, insieme alla loro visione del mondo e della vita.
Ma lentamente, un tassello alla volta, la vita e la morte di donna Brigida acquisiscono una luce diversa...

Fattaccio napoletano è un bel giallo, brillante e originale. Interessante la scelta di sostuire l'investigazione vera e propria (che pure si svolge, per così dire, dietro le quinte) con la narrazione fatta in prima persona dagli abitanti del palazzo dove è avvenuto l'omicidio. Undici capitoli (più un epilogo), dieci voci diverse (il maresciallo Casson, incaricato delle indagini, proveniente dal nord, che poco si orienta in mezzo al colorato guazzabuglio di relazioni, parentele e trame sociali, interviene due volte), dieci versioni di quello che è accaduto o che verosimilmente potrebbe essere accaduto.
Solo in una città dove le relazioni sociali sono così intense da essere presenti anche se una delle due parti non ha nessuna intenzione di relazionarsi una struttura simile poteva funzionare. I racconti così precisi e particolareggiati dei protagonisti sarebbe suonati forzati in qualunque altro posto, ma non qui. Questo intensa ragnatela sociale, questo patrimonio umano è tutto quello che abbiamo, è quello che ci tiene in piedi nonostante tutto.
In questo senso l'autrice ha scritto, come accennavo più su, un romanzo autenticamente partonepeo.

Ma al di là di queste considerazioni molto personali, di questi elementi che hanno fatto breccia nel mio cuore, va anche sottolineato che Fattaccio napoletano è un romanzo divertente, che scorre piacevolmente e si lascia leggere velocemente.

Questo è un vero e proprio romanzo corale, che fa del racconto a più voci la sua forza.
La pluralità di voci è la cosa che mi è piaciutà di più di tutto il romanzo. E qui va sottolineata la bravura dell'autrice nel dare una connotazione diversa ad ogni personaggio.
Alcune voci sono profonde e disincantate; altre tremendamente malinconiche; altre ancora popolari e divertenti nella loro incolpevole ingenuità.
Senza uscire dalle mura del palazzo, se non attraverso i racconti e i ricordi degli abitanti, la De Martino riesce a tratteggiare una Napoli particolarmente verace, intensa, umana.
Ogni personaggio, nel raccontare, spazia andando indietro coi ricordi. Viene così fuori la personalità della vittima e la sua storia tragica sulla sfondo di un'Italia dominata dal regime fascista, con le sue prepotenze e meschinità. Infatti gli abitanti del palazzo raramente si limitano a raccontare quel che sanno della vittima o del giorno del delitto; piuttosto  necessitano di ampie digressioni (molto gustose) per spiegare il come ed il perchè di certe cose.

[dal racconto dela maresciallo Casson] Fui invitato ad entrare nel soggiorno. Già dalle prime domande mi risultò che la Di Gennaro (la vicina, n. d. Lisse) versasse ancora in stato di choc per gli avvenimenti del giorno precedente.
"Siete stata voi a rinvenire il cadavere?"
"A rinvenire? No, io sono andata solo a vedere che era successo. Che saranno state? Le 11 quando andai a bussare alla porta di donna Brigida, che quella mammà diceva che non si fidava..."
"Di chi? Di vostra madre? " 
"Mia madre? E che c'azzecca mo' mia madre? Quella sta fresca e tosta... "
"Vostra madre vi aveva riferito che la signora De Luca non si fidava. Vi ripeto la domanda: di chi non si fidava?"
" 'Non si fidava', come vi devo spiegare: si sentiva poco bene. Mammà stava col penziero che non usciva di casa da settimane, da giorni interi addirittura."
"Eppure", secondo la portinaia, ieri mattina vostra madre non era in casa."
"Chi? Mia madre? Sì. Cioè no, non ci stava a casa. Ero io che mi credevo che ci stava [...] Ma poi, scusate, a voi che ve ne importa di mia madre che la mettete sempre in mezzo?"
La testimone era in evidente stato confusionale.

Lo stile, sebbene leggermente differente a seconda del personaggi che racconta, è sempre fresco, scorrevole e brillante. A tratti si vela di tristezza e di malinconia ma resta sempre molto piacevole da leggere.
Il finale è anch'esso molto particolare, perchè non fornisce una versione ufficiale del fattaccio, ma ancora una volta lascia che sia la voce del popolo dei Quartieri Spagnoli a parlare e a spiegare. Cosa sia successo davvero viene lasciato all'intuizione del lettore.
Sebbene nei gialli non ami i finali troppo vaghi o aperti, devo dire che questo è coerente con la struttura del romanzo e le scelte stilistiche dell'autrice, e  perciò mi è piaciuto.

Consigliato.

Voto: 7 e 1/2

La cena dei segreti...

... di Care Santos.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Salani

Spagna, 1950. In una afosa notte d'estate, l'ultima che passeranno nel collegio cattolico dove hanno studiato fino ad ora, Olga e Marta giocano per l'ultima volta con le amiche Julia, Nina e Lola a "obbligo o verità". Un obbligo più pericoloso del solito, però, segna in modo tragico quella nottata.
Gli anni passano, le amiche prendono strade diverse e restano lontane per trent'anni, fino a quando Marta non le invita tutte a cena nel suo ristorante. mentre spettano Julia, che è in ritardo, le ragazza ormai adulte decidono che è arrivato il momento di svelare i segreti del passato, per capire cosa è successo quella notte di tanti anni fa e come quel fardello abbia influenzato le loro vite.

Questo romanzo inizia raccontando il gioco, soltanto apparentemente innocente, che cinque collegiali adolescenti fanno in una notte d'agosto. Il gusto del proibito, del segreto condiviso, della ribellione silenziosa alle rigide regole dettate dalle suore che gestiscono il collegio permeano l'aria e creano un senso di sospsesa aspettativa anche nel lettore. L'incipit e il primo capitolo del romanzo mi sono piaciuti molto. Bella l'ambientazione; ben descrittae la soffocante rigidità della scuola e  la tensione delle ragazzine, sospese tra la volontà di conformarsi al comportamento che ci si aspetta da loro, e l'ansia di ribellarsi comunque agli adolescenti di tutto il mondo.
Durante la nottata descritta però, capita qualcosa di terribile ad una di loro; qualcosa che le ragazze non arriveranno a sapere, perchè l'accaduto è coperto dall'omertà delle suore. E quando si perdono di vista, crescono e maturano, nelle vite delle cinque ragazze resta sempre qualcosa di non detto, di sospeso, che pesa come un macigno.

Ecco, secondo me questo è il meglio che il romanzo offre.
Lo svolgimento successivo, che ci narra in terza persona le vite delle cinque ragazze, da quando hanno lasciato il collegio fino alla maturità, va avanti fra alti e bassi. Non tutte le protagoniste e le loro storie sono riuscite a suscitare il mio interesse allo stesso modo. Ho trovato profonda e interessante la storia di Olga; mi è piaciuto l'approfondimento della sua psicologia in quanto personalità dominante e un po' crudele, responsabile principale di quanto accade nella famosa notte al collegio. Un po' meno interessanti sono risultate le vite di Nina e Lola (in particolare di quest'ultima, davvero scialba e noiosa). Sufficientemente interessante quella di Marta, mentre quella di Julia, secondo me, avrebbe meritato maggior approfondimento (anche perchè è la chiave di volta di tutta la vicenda).

La cena dei segreti sembra uno di quei sufflè preparati con tanto amore e ottimi ingredienti, ma che inspiegabilmente si affloscia in forno durante la cottura. Gli elementi per una buona riuscita del romanzo c'erano tutti, ma qualcosa è mancato, e il risultato non può dirsi completamente soddisfacente.
A parer mio è mancata un po' di forza e di incisività nella trama, qualche guizzo in più nell'intreccio che risulta invece troppo statico; la cosa terribile accaduta durante la famosa notte è facilmente intuibile. Si legge sperando che arrivi un colpo di scena, una rivelazione, un particolare qualunque a dare nuova luce ai fatti del passato, ma questo non accade, e per me è stata una delusione.

Non si tratta di un romanzo brutto, da cestinare in toto. Forte di una bella ambientazione e di un buon inizio, questo libro si lascia comunque leggere fino alla fine. Nonostante le critiche che ho mosso non ho mai avuto la tentazione di abbandonarlo, anche perchè la scelta dell'autrice di narrare la vita delle protagoniste una alla volta tiene in piedi il romanzo spingendo il lettore ad andare avanti per saperne di più. Ma alla fine, al momento di tirare le somme, qualcosa è mancato.

Voto: 6

... che Dio perdona tutti...

... di Pif.


Arturo, 35 anni, single e con scarse ambizioni, ha una sola passione: i dolci. Quando incontra Flora, proprietaria di una pasticceria, crede di aver trovato la donna della sua vita. Ma c'è un problema: Flora è molto religiosa, e non se la sente di impegnarsi con una persona che non condivida la sua fede. Perciò Arturo decide, per tre settimane, di fingersi profondamente cattolico per conquistarla. Ma la finta conversione gli sfuggirà di mano, con esiti inaspettati.

Di solito diffido dai romanzi scritti da personaggi televisivi che troppo spesso si improvvisano autori senza avere niente di significativo da dire; ma la carriera di Pif mi suggeriva che si tratta di una persona con un intelletto sveglio e vivace, e perciò ho deciso di dargli una possibilità. Tutto sommato non sono pentita, anche se ho qualche critica da fare.

Arturo è un trentacinquenne che vive perennemente spaesato in mezzo agli altri. Non sa bene cosa vuole dalla vita, o meglio, l'unica cosa che è sicuro di sapere è che non rinuncerà mai alla sua passione quasi maniacale per i dolci alla ricotta, e che vorrebbe qualcuno che condividesse questo amore con lui. Le occupazione a cui sono dediti gli altri (amici, colleghi, familiari) gli sembrano noiose e un po' futili, anche se accetta passivamente di farsi coinvolgere. Tutto cambia quando conosce Flora, donna che dei dolci ha fatto una professione, e per amore della quale finalmente Arturo decide di prendere in mano la sua vita.

Il romanzo ha un esordio folgorante e divertentissimo. Il protagonista, Arturo, racconta il suo primo incontro con l'esigenza della preghiera, avvenuto da bambino davanti alla partita Brasile - Italia dei Mondiali del 1982.
Il primo impatto con il romanzo è dunque dei migliori. Arturo racconta con molta ironia la trepidazione davanti a quel match, trepidazione talmente forte da richiedere un intervento divino per essere placata.

Dopo un esordio che definire brillante è riduttivo, credo che il romanzo perda un po' di verve e di forza, e sembra quasi afflosciarsi su stesso. Riesce ancora a strappare qualche sorriso, ma durante la lettura ho avuto l'impressione che stessimo girando in tondo, senza sapere bene dove saremmo andati a parare. Certo, in parte la cosa potrebbe essere voluta, perchè il romanzo è narrato in prima persona da Arturo che, come forse avrete capito, non è proprio un decisionista. Insomma, la narrazione rispecchia un po' il carattere del protagonista, che è uno che ama farsi trascinare dalla corrente.
Fatto sta che circa a metà del romanzo ero un po' annoiata, ma poi l'autore ha saputo riscattarsi, a parer mio, con un colpo da maestro.

Senza abbandonare lo stile indolente e ironico della voce narrante, Pif ha saputo inserire nel suo romanzo una critica feroce all'ipocrisia della società moderna, che è risultata tanto ben costruita quanto inaspettata. Le premesse erano state poste sufficientemente bene durante la narrazione, ma a priori non mi ero resa conto che saremmo finiti a parlare di critica sociale. La cosa mi ha piacevolmente colpito, anche perchè l'autore non perde, come detto, la sua vena ironica, e riesce ad evitare i toni del pistolotto moraleggiante, ma, tra un sorriso e l'altro, riesce a far riflettere.

Io volevo fare qualcosa di rivoluzionario, volevo essere Cristo in Terra. Perché tutti possiamo diventarlo o quanto meno avvicinarci a Cristo. Non volevo vivere il cristianesimo come uno sport, da praticare solo quando ne avevo voglia o non avevo impegni. Ci sono certe cose che ci mettono sicurezza e ci confortano. Quando sta male un caro o stiamo male noi, ci ricordiamo di essere cristiani. Quando un presunto invasore rischia di mettere in discussione “le nostre radici cristiane”, allora lo diventiamo. Pratichiamo il cristianesimo quando ci è più comodo. Quando vogliamo divorziare “no”, quando dobbiamo imporre il crocifisso “sì”, quando dobbiamo accogliere “no”, quando giuriamo sul Vangelo “sì”. Perché di san Francesco ci piace che parlasse ai lupi e agli uccellini, ma dimentichiamo quello che potremmo fare anche noi: donare tutto ai poveri, ma basterebbe anche la metà; trattare il prossimo come un nostro fratello, anche quando nostro fratello ci tratta male. Non volevo nascondere le mie responsabilità dietro un santo che fa miracoli. Non volevo vivere la cristianità come superstizione.

A volte, le riflessioni più profonde sono anche quelle più semplici da fare, e si nascondo tra le righe di un romanzo divertente, ironico e scanzonato. Bel lavoro, Pif!
Voto: 7 e 1/2

La giostra dei criceti...

... di Antonio Manzini.

La scheda del libro sul sito della Sellerio (la versione edita della Einaudi, che è quella che ho letto io, è ormai fuori catalogo).

Un complotto delirante ad opera di alti funzionari dello Stato, un impiegato annoiato, quattro piccoli deliquenti ed una rapina in banca danno vita ad una girandola di avvenimenti che si intrecciano tra loro in modo tragico e grottesco. Il caso disegna una storia in cui molti dei protagonisti agiranno senza conoscersi, l'uno all'insaputa dell'altro, ma tutti presi nel meccanismo insensato di una giostra che gira; chi salta su pensa di riuscire a fare un passo avanti, ma in realtà non fa altro che ruotare in tondo, fino al momento della rese dei conti.

Questo è uno dei primi lavori letterari di Antonio Manzini e io l'ho trovato piuttosto interessante.
 La trama non è facile da riassumere perchë coinvolge tanti personaggi, la maggior parte dei quali inizia questa storia da posizioni molto lontane; sarà poi il caso a attirarli l'uno verso l'altro a farli ritrovare, loro malgrado, tutti sulla stessa giostra.
 Ho avuto qualche difficoltà ad immergermi nel romanzo a causa di questa molteplicità di personaggi e dell'apparente distanza tra di loro; ognuno sembra portare avanti la propria storia personale senza alcun legame con quelle degli altri e questo allínizio ha rallentanto la lettura. Ma basta tener duro per una cinquantiuna di pagine e il romanzo comincia a svelare il suo senso.

La prima cosa che mi ha colpito in positivo, invece, è stata la vena ironica che permea il romanzo e quel tocco di surreale che hanno le vicende narrate. Insomma, sarebbe bastato un niente per lasciarsi sfuggire di mano la situazione ed esagerare con questi due ingredienti e scrivere qualcosa di improbabile e illegibile, di farsesco, per così dire. E invece no. Con la bravura che ha confermato nei suoi lavori successivi, Manzini dosa con maestria questi due elementi per regalarci un romanzo sorprendente. Il romanzo è sorprendente proprio perchè ha diverse anime, e l'autore salta con disinvoltura dall'una all'altra mantendo vivo l'interesse del lettore pagina dopo pagina.

Anche nella gestione dei personaggi Manzini è imbarttibile; nonostante le difficoltà iniziali di cui ho detto sopra, devo riconoscere che alla fine l'autore è riuscito a dare ad ognuno una voce unica e un sufficiente spessore.
Per chi conosce Rocco Schiavone, qui troviamo alcuni elementi che saranno ripresi nella serie del vicequestore trasteverino, come ad esempio i piccoli deliquenti con una ferocia inaudita, la malavita delle periferie romane, la facilità con cui una persona (specie se si tratta di un servitore dello Stato) può attraversare la sottile linea che divide la legalità dall'illegalità e quella sorta di strana etica che alcuni possiedono e rispettano anche quando operano al di fuori dei confini della legge.

Nonostante l'ironia di cui dicevo prima, il romanzo racconta storie molto dure, violente, ai limiti del pulp. Io le ho trovate disturbanti; funzionali alla trama e coerenti con l'ambientazione, ma parecchio disturbanti. Insomma, se siete anime troppo sensibili, questo romanzo potrebbe urtare, appunto, la vostra sensibilità. C'è una sfiducia di fondo che permea il romanzo, che ho trovato tragicamente agghiacciante ma non troppo lontana dalla realtà. Il romanzo non concede speranze di miglioramento, di un futuro diverso, di un nuovo giorno che sia migliore del precedente. Anche da questo punto di vista forse non è adatto a persone sensibili.

Il finale, come ci ha abituato Manzini, è triste, commuovente, poetico e bellissimo e crudo al tempo stesso, ed è la parte più bella del romanzo.

Voto: 7

martedì 12 marzo 2019

La scrittrice del mistero...

... di Alice Basso.


Vani Sarca, ineguagliabile ghost writer dalla mente prodigiosa, che rifugge la compagnia degli altri esseri umani come la peste, sembra aver trovato il suo posto nel mondo e anche un po' di stabilità affettiva. A complicare le cose arriva prima sua sorella, in crisi esistenziale, poi la proposta del suo capo, che le chiede di scrivere un improbabile romanzo a metà strada fra il thriller e l'avventura, badando solo alla possibile commerciabilità del testo; infine Riccardo Randi, scrittore ed ex di Vani che un tempo le ha spezzato il cuore, il quale sembra essere vittima di uno stalker, e non ha altri a cui chiedere aiuto se non Vani e il commissario Berganza.

Prima di iniziare la recensione, una importante avvertenza: i libri di Alice Basso non possono essere letti in pubblico - treni, autobus, sale d'aspetto di medici o anticamere di scuole di danza affollate (specialmente anticamere di scuola di danza affollate di madri, padri e nonne. Date retta a me, fidatevi.) Rischiate di ritrovarvi con gli occhi sgranati di ignari astanti addosso, mentre sogghignate senza ritegno. 
(Io la mia pessima figura l'ho fatta nella suddetta anticamera, quando ho letto: Questa poi. Tip e Tap che leccano i piedi a Berganza. Non sono riuscita a trattenermi.)

Detto questo, passiamo alla mia opinione sul romanzo.
Ci sono autori che oramai sono una garanzia, su cui puoi contare ad occhi chiusi. Ed Alice Basso è una di questi. Possiede una naturale scorrevolezza nello stile e nell'uso della lingua italiana che rende la lettura un piacere; la prosa è arguta, curata e intrecciata di ironia e qualche battuta fulminante. Le citazioni letterarie sono un valore aggiunto e sono anch'esse naturali e ben amalgamate con il testo, non arrivano mai a sproposito o "tanto per".
Detto tra noi ho adorato  la citazione di Via col vento (e quale sennò!), che dimostra perfettamente come l'autrice non sia mai scontata e mai banale.
[...] come Rossella O'Hara che giura a se stessa che non proverà mai più la fame, è grazie ai cocktail al metanolo bevuti al Quicksand se oggi butto in scotch torbato quei due soldi che Enrico mi sgancia ogni mese.

Vani Sarca è un personaggio ben costruito, frizzante, lontano dalla quotidianità di molti di noi (chi può vantare la sua conoscenza encicplopedica o le sue capacità logiche?) eppure mai distante dal lettore. Vani è, nonostante le sue perculiarità, un personaggio con cui il lettore entra immediatamente in sintonia, e con cui empatizza fin da subito. È evidente che questo è un grande merito della sua creatrice.

La trama mi è piaciuta molto. In teoria, richiamare sulla scena nel ruolo di co-protagonista il prof. Randi, ex fidanzato di Vani e di cui molto si è scritto nei romanzi precedenti, poteva sembrare un azzardo. Insomma, il lettore avrebbe potuto dire: ancora lui?!?
Invece l'intreccio riesce a fondere elementi già noti al lettore (su tutti, la bastardaggine di Riccardo Randi) con fatti nuovi, interessanti e funzionali alla trama. Questo permette di vedere da un punto di vista diverso la personalità di personaggi conosciuti, e di gettare anche nuova luce sul loro modo di essere.
Inoltre la trama è briosa e costruita con intelligenza. Seguirne lo sviluppo è un piacere. Interessantissimo il finale, che ci offre un piccolo ma sorprendente colpo di scena. Per citare un detto di saggezza popolare, il finale chiude una porta ma apre un portone; cosa ci sia oltre questo portone potrà dirlo soltanto il nuovo romanzo della serie, che io aspetto con infinita impazienza.

Voto: 8.

mercoledì 27 febbraio 2019

La classe dei misteri...

... di Joanne Harris.


Alla prestigiosa scuola privata St. Oswald sta per cominciare un nuovo anno scolastico, ma dopo le terribili vicende dell'anno precedente, raccontate ne La scuola dei desideri, molte cose dovranno per forza cambiare. Tanto per iniziare, arriva un nuovo rettore, un quarantenne rampante ex allievo della scuola che Roy Straitley, anziano docente di latino che ha salvato la scuola l'anno precedente, conosce e considera ambiguo e poco degno di fiducia. Man mano che il nuovo Rettore inizia ad applicare la sua personale idea di modernizzazione, alcuni segreti sepolti nel passato ritornano a galla, con il loro carico di bugie, verità nascoste, colpe inconfessabili e peccati da espiare.
Ancora una volta toccherà al professor Straitley cercare di capire cosa sta accadendo. 

Il passato, a St. Oswald, non è ancora pronto per essere dimenticato. Dopo gli eventi  che hanno sconvolto studenti e insegnanti l'anno prima, c'è ancora qualcosa che l'esclusiva scuola maschile ha tenuto nascosto troppo a lungo, e comincia ad emergere quando Roy Stratley, nel tentativo di resistere a cambiamenti che lui ritiene deleteri per la scuola, indaga sul passato e le motivazioni del nuovo Rettore.

La classe dei misteri condivide personaggi e ambientazione con il precedente La scuola dei desideri, e ne condivide altresì lo stile denso di parole e descrizioni, a volte un po' involuto, ma perfetto per creare un alone di mistero e una cappa claustrofobica sulla scuola e chi la frequenta. 
L'ambientazione e l'atmosfera che la permea sono magistralmente costruite e valgono da sole il prezzo del romanzo.
Ancora una volta bisogna semplicemente inchinarsi davanti alla capacità di Joanne Harris di dipingere le ombre, sia quelle dei luoghi ma soprattutto quelle dentro le persone.

Ma come tutte le cose buone, questo libro ha bisogno di tempo, e di pazienza.

Un trimestre a St. Oswald, come un buon libro, ci impiega un po' per ingranare.

Questa frase riassume perfettamente l'essenza de La classe dei misteri. Il romanzo ha bisogno di essere letto con molta calma e molta pazienza. L'atmosfera della prestigiosa scuola privata di St. Oswald ha bisogno di molte pagine per essere ben descritta, e anche il lettore ha bisogno di tempo per immergersi e familiarizzare con i nomi e i luoghi del presente e del passato.
Ma se si ha la pazienza di leggere con attenzione, La classe dei misteri rivela una storia cupa e morbosa, eppure terribilmente affascinante e che non delude.

La trama si svolge su due piani temporali: il presente (2005) e il passato (1981), periodo in cui qualcosa di brutto accadde nella scuola. 
I due piani temporali vengono entrambi narrati da due voci: quella di Roy Stratley e quella di un misterioso personaggio, alunno negli anni '80. 
La presenza di due piani temporali e di due narratori può inizialmente rendere la lettura un po' faticosa, specialmente perchè non sappiamo chi sia il secondo narratore ed esattamente se quale legame abbia con St. Oswald nel presente.
Ma il bello di questo romanzo è proprio qui: nella sfida, nella caccia che il lettore deve dare ai dettagli, agli indizi, alle mezze verità.
Questo romanzo non cerca di suscitare facile curiosità o violente emozioni; è costruito con intelligenza per parlare all'intelligenza del lettore.
C'è qualcosa che incombe sui personaggi per tutto il dipanarsi della storia, e cosa sia il lettore lo scopre un po' alla volta, mettendo insieme frammenti di ricordi e di racconti che, con reticenza, i protagonisti si lasciano sfuggire.
Questi frammenti sono come i classici sassolini che rotolano sul fianco di una montagna; inizialmente sembrano innocui e trascurabili; ma ben presto riescono a trasformarsi in una gigantesca frana. E a quel punto, la frana è inarrestabile: le rivelazioni si susseguono una dopo l'altra con ritmo incalzante; ed il libro che era cominciato in sordina, in una polverosa aula scolastica del dipartimento di lettere classiche, diventa quel genere di libro che non si può mettere giù, che si legge con gli occhi sgranati per la curiosità e lo stupore, che racconta una storia che lascia l'amaro in bocca e anche tante domande sulla natura dell'uomo, sulla giustizia, sulla verità e sulla menzogna. 

Voto: 7 e 1/2

giovedì 21 febbraio 2019

Morte di una giovane di belle speranze. I delitti Mitford #2...

... di Jessica Fellowes.


Per la recensione del primo volume della serie, L'assassinio di Florence Nightingale Shore, cliccate qui.

Londra, 1925. Louisa Cannon, dopo le turbolente esperienze narrate ne L'assassinio di Florence Nightingale Shore si è stabilita in casa Mitford come cameriera e aiuto bambinaia. 
I Mitford sono una famiglia nobile, ricca e conosciuta; con l'affacciarsi all'età adulta di Pamela, la seconda delle sorelle Mitford, balli ed eventi mondani si susseguono. Ed è proprio ad una festa ad Ashton Hall, dimora della famiglia, un giovane brillante e scapestrato cade dal campanile della piccola chiesetta situata al confine con la proprietà Mitford. Omicidio? Incidente? Suicidio? 
Quando Dulcie Long, una conoscente di Louisa anch'ella cameriera, viene arrestata per il delitto, Louisa, convinta della sua innocenza, decide di indagare. Le investigazioni la porteranno di nuovo a Londra, dove incrocerà la strada con una gang di pericolose criminali, detta Le Quaranta Ladrone. Ma che legame potrebbe mai esserci fra un giovane di buona famiglia, una festa in casa Mitford e una pericolosa gang di strada?
Al contrario del primo volume di questa serie, Morte di un giovane di belle speranze è un romanzo focalizzato principalmente sul mistero della morte di Adrian Curtis, il giovane di belle speranze del titolo, e sulle susseguenti indagini.
Il giallo è in perfetto stile inglese, e non mancano gli elementi tipici del genere: una dimora di campagna, la buona società riunita, un ristretto gruppo di possibili sospetti e una morte molto, molto misteriosa e apparentemente senza movente.
L'autrice però ha pensato bene di aggiungere un po' di pepe, per così dire, a questo impianto classico inserendo nella trama un gruppo di criminali di strada, le temibili Quaranta Ladrone, i cui tentacoli sembrano essersi allungati fino ad Ashton Hall.
Questo ha permesso a Jessica Fellowes di raccontarci non solo della vita ovattata dell'aristocrazia terreria, con le sue tradizioni e le sue rigide convenzioni sociali (tema che, per quanto non cessi mai di interessarmi, è comunque stato sviluppato più e più volte), ma anche della turbolenta vita di città. A Londra le cose stavano cambiando; si stava prendendo coscienza del mutamento dei tempi; i costumi iniziavano a mutare al ritmo delle orchestrine jazz che suonavano in fumosi night club frequentati tanto da giovani della buona società quanto da piccoli e grandi criminali.
La Fellowes ci descrive un mondo in dinamico cambiamento, in contrasto con quello ormai asfittico e tenacemente aggrappato al passato dell'aristocrazia.
Si tratta di un'ambientazione decisamente stimolante per un giallo, perchè effettivamente il lettore non sa cosa aspettarsi; la soluzione sarà da cercare, in puro stile inglese, nella cerchia degli invitati alla festa, oppure bisognerà spaziare fino a coinvolgere le nascenti organizzazioni criminali che tentano di mettere le mani sulle  nuove e lucrose attività  economiche?

L'ambientazione è perciò la cosa che mi è piaciuta di più. Se siete amanti della letteratura inglese, della storia di quel paese e del tipico modo british di guardare al mondo e ai suoi affanni, questo è il romanzo che fa per voi.
La bravura di Jessica Fellowes ci consente di calarci nei primi anni '20 del '900, grazie ad una accuratissima descrizione storica amalgamata perfettamente con le esigenze di trama.
L'intreccio, variegato ed intricato al punto giusto, è integrato molto bene con l'ambientazione. Le vicende narrate sono credibili e realistiche, ed altrettanto lo sono i personaggi.
Capita spesso, in romanzi d'ambientazione storica, di vedere personaggi, specie quelli femminili, sottoposti nelle epoche passate a restrizioni di vario genere, comportarsi, parlare ed agire come soggetti moderni senza che nessuno lo trovi strano o disdicevole; ecco, qui ad indagare sono principalmente due donne (Louisa e Pamela) e gli ostacoli dovuti al contesto sociale e storico in cui si muovono sono ben presenti e non vengono allegramente ignorati per esigenze di trama, come fin troppo spesso mi capita di leggere.

Il mistero è ben articolato, interessante da scoprire, ben sviluppato e degnamente risolto e spiegato.
 
Ancora una volta Jessica Fellowes non mi ha delusa, anzi, mi ha regalato un romanzo ancora più intrigante e stimolante del primo volume della serie.

Voto: 7 e 1/2

Agatha Raisin. Amore, bugie e liquori. Agatha Raisin misteries #17...

... di M. C. Beaton.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Astoria Edizioni

James, l'ex marito di Agatha Raisin, è tornato a Carsely, e chiede ad Agatha di accompagnarlo in una vacanza a sorpresa. Convinta di fare un viaggetto romantico con l'uomo che non è ancora riuscita a dimenticare, Agatha accetta, per ritrovarsi non nella splendida località esotica che sognava, ma in un paesino triste e grigio chiamato Snoth-on-Sea, un tempo rinomata località balneare e ora decadente cittadina di mare.
Depressa, Agatha litiga con una donna orribile nella sala da pranzo dell'albergo, e quella notte stessa la donna viene trovata strangolata sulla spiaggia con la sciarpa di Agatha...

Una serie che dopo diciassette romanzi riesce ancora a divertire, interessare e sorprendere è una serie da non perdere.
Ecco, così è la serie che narra le avventure di Agatha Raisin, cinquantenne con la paura di invecchiare (e rimanere sola), burbera, poco diplomatica, con il tatto di un elefante in una cristalleria. Agatha però è anche una donna acuta, intelligente e intraprendente. L'agenzia investigativa che ha fondato va a gonfie vele, e quando James, sfuggente amore della sua vita, si presenta alla sua porta, Agatha crede di toccare il cielo con un dito. Ma James è sempre il solito egocentrico, e la romantica vacanza non è altro che un soggiorno deprimente nella località marina, ora in disarmo, che lui frequentava da bambino.
Ben presto, a distogliere la mente di Agatha dal rammarico per la vacanza non proprio perfetta, arriva un omicidio. E qui comincia una delle avventure più movimentate di Agatha.
Questo romanzo infatti è una girandola di avvenimenti, un susseguirsi di colpi di scena e di capovolgimenti di fronte.
La trama è narrata con la solita ironia e leggerezza e scorre piacevole e veloce.
Si tratta di una trama particolarmente articolata, al contrario di quasi tutti gli altri romanzi della serie, ambientati nella quiete dei Cotswold e di impianto abbastanza statico.
Il ritmo è qui davvero frizzante; a volte il romanzo prende quasi il tono di una commedia degli equivoci, dal sapore un po' shakespeariano, con tutta una serie di personaggi, già noti ai fan, che entrano e escono dalla scena in teoria per aiutare Agatha, ma in realtà per ingarbugliare ancora di più le cose.
Questa pennellata, chiamiamola così, non toglie nulla al mistero da risovere, ma anzi, ne mette ancora di più in evidenza la complessità.
Mi è piaciuta inoltre la presenza di tutti i personaggi precedentemente incontrati durante i diciassette volumi della serie. Queste presenze, unite alla vivacità della trama e al ritmo scoppientante, rendono Amore, bugie e liquori uno dei migliori romanzi della serie.

Il mistero è sufficientemente complesso; Agatha è in gran forma e strappa più di qualche sorriso. Allo stesso tempo però la sua creatrice la fa crescere e maturare, dal punto di vista dei sentimenti. Finalmente Agatha apre la mente e cerca di liberarsi dalle sue ossessioni amorose, con alterni risultati. Agatha Raisin è una protagonista ben costruita. È una donna lontana dalla perfezione, con le sue ossessioni, le sue idiosincrasie e la sua testardaggine. Riesce a farci sorridere quando Beaton ne mette a nudo i difetti; ma non scade mai nel macchiettistico.
Io la trovo adorabile perchè è una persona profondamente consapevole dei propri limiti, ma che morirebbe piuttosto che ammetterli con chiunque altro che non sia la sua coscienza.

Il finale è in puro stile Raisin, con le indagini che vanno in senso e Agatha che si intestardisce in un altro e che, a furia di fare domande, ficcanasare e rimuginare riesce a catturare il colpevole quando anche la polizia ha già gettato a spugna accontentandosi di una soluzione parziale.

Insomma, io mi sono divertita moltissimo a leggere questo romanzo, e non posso che consigliarlo agli amanti della serie, nochè esortare chi non l'abbia ancora fatto, a fare la conoscenza di Agatha Raisin.

Voto:7 e 1/2

mercoledì 20 febbraio 2019

La coda del diavolo...

 di Maurizio Maggi.


La notte che il mostro arrivò da noi ci colse impreparati. Aveva rapito una ragazzina seviziandola per mesi e, quando lei era riuscita a scappare, l’aveva rincorsa per la strada e uccisa con un colpo alla nuca a due passi da una pattuglia. Non diedi io l’allarme, ma qualcuno lo fece. Le cattive notizie sono sempre le più veloci e in pochi minuti tutti furono svegli. Non c’era uno solo di noi, guardie o detenuti, che non avrebbe ammazzato il mostro, e anche gratis.

Una ragazzina è tenuta prigioniera da un uomo. Riesce a fuggire, ma l'uomo la raggiunge e le spara a sangue freddo. Catturato, il mostro finisce in carcere, in attesa di giudizio. Tra le guardie carcerarie che lo sorvegliano c'è Sante Moras, uomo tormentato con un passato difficile alle spalle e un segreto mai confessato.
Un ambiguo avvocato lo avvicina gli propone, in cambio di molti soldi, di fare giustizia e uccidere il mostro. Sante esita, dubita, si tormenta ma non agisce. Eppure il giorno dopo l'uomo è morto, e Sante, rienuto colpevole, comincia una fuga che lo porterà a scoprire una trama molto più grande e inquietante di quanto avesse sospettato.

Ho conosciuto questo libro attraverso una garbatissima e stimolante mail di presentazione dell'autore, che mi ha messo davvero la voglia di leggere il suo romanzo. E prima di iniziare la recensione devo ringraziare Maurizo Maggi due volte: per aver scritto un gran bel romanzo e per avermelo fatto conoscere.

La coda del diavolo infatti, mi è piaciuto molto. Questo romanzo mescola con naturalezza il thriller con il romanzo d'azione, riuscendo a darci il meglio di entrambi i generi. Del thriller abbiamo l'approfondimento psicologico dei personaggi, la suspense, il mistero e anche quel senso di claustrofobia dei migliori romanzi del genere; delle storie d'azione abbiamo il ritmo serrato e la trama vivace, ricca di avvenimenti e di qualche colpo di scena. 
La trama è articolata e ben congegnata; non disdegna dei cambi di rotta inaspettati che disorientano il lettore e lo spingono a leggere per cercare spiegazioni e risposte. Anche gli scenari mutano velocemente - dal carcere, alla natura selvaggia, alla città, al mare, senza che una sensazione di urgenza e di oppressione ci abbandoni.
Dicevo prima del senso di claustrofobia. È la prima cosa che mi ha colpito del romanzo. I primi capitoli sono ambientati in un carcere in Sardegna, e la descrizione della routine carceraria è talmente vivida e ben narrata che si sentono le pareti della prigione chiudersi su di noi. Bellissimo, a parer mio, il contrasto tra la struttura opprimente del carcere e la natura libera e selvaggia della costa sarda.

La cosa migliore del romanzo è la capacità di trascinare il lettore dentro la storia. Merito senza dubbio di uno stile curatissimo, ricco di dettagli ma che non risulta mai pesante, ma che al contrario si mantiene scorrevole e avvolgente.
Ma merito anche del protagonista e voce narrante, Sante Moras, i cui dubbi etici sulla giustizia, sulla colpa e sull'espiazione sono esposti con una tale linearità e lucidità da far diventare i suoi dilemmi nostri.

C’era stato un tempo in cui avevo creduto che affermare la giustizia fosse un modo per riportare l’armonia nel mondo, un atto necessario per renderlo più bello. Ma c’era ancora spazio per la bellezza? Il ricordo ancora vivo del cadavere di un’adolescente dalla pelle bianca come il latte mi diceva che non ce n’era, che le nostre vite mediocri erano tutto ciò che avevamo e ciò per cui eravamo venuti al mondo, che non c’era altro.
Ma mi bastava pensare a quella voce, mi bastava alzare lo sguardo a quel cielo buio come catrame che solo certe notti di Sardegna conoscono, perché milioni di stelle brillanti come piccole pietre incandescenti mi suggerissero il contrario.

Sante è un personaggio solido e ben costruito e nonostante alcuni elementi possano far pensare ai soliti clichè (passato militare da duro, e segreto che pesa sulla coscienza) è elaborato in maniera credibile e non risulta mai piatto nè dà mai quell'impressione fastidiosissima in un romanzo del già visto, già letto.
Risulta evidente una accurata ricerca per quanto riguarda i dettagli di tattica, equipaggiamento e in generale dell'ambiente militare e di quello carcerio, ricerca che rende l'ambientazione e l'intero romanzo molto realistici e credibili.

Un romanzo forse poco conosciuto ma che porta una ventata di originalità in un genere che a volte tende ad appiattirsi troppo su se stesso e su formule già collaudate; un romanzo scritto benissimo, curato, in una lingua semplice eppure precisa. Ogni parola ha il suo posto, ogni dettaglio il suo perchè. Una trama articolata, coinvolgente, veloce e scorrevole che riesce a tenere desto l'interesse del lettore dall'inizio alla fine.
Ecco, queste sono tutte le ragioni che fanno de La coda del diavolo un libro consigliatissimo.

Voto: 7 e 1/2

Se siete curiosi e volete dare un'occhiata allo stile e alla capacità narrativa di Maurizio Maggi, potete leggere gratuitamente un racconto, Cartoline da N'Djamena, ambientato circa dieci anni prima di questa romanzo, con protagonista Sante Moras. Cliccate qui.

Warcross...

... di Marie Lu.


Per i milioni di persone che si connettono ogni giorno, Warcross non è solo un gioco, è un modo di essere. Per alcuni rappresenta una via di fuga dalla realtà, per altri una fonte di profitto. La giovane hacker Emika Chen sbarca il lunario braccando i giocatori entrati nel giro delle scommesse illegali. Ma l'ambiente dei cacciatori di taglie, oltre a essere pericoloso, è molto competitivo. Sempre al verde, per racimolare una somma di denaro di cui ha urgentemente bisogno, Emika hackera la partita inaugurale del Campionato di Warcross e, senza volerlo, si ritrova dentro il gioco. È certa che il suo errore le costerà l'arresto, e l'ultima cosa che si aspetta è la telefonata del creatore di Warcross, l'affascinante miliardario giapponese Hideo Tanaka, con una proposta impossibile da rifiutare. Un volo per Tokyo ed Emika si ritrova catapultata nel mondo che fino a quel momento aveva solo potuto sognare. Ma presto le sue indagini sveleranno l'esistenza di un oscuro complotto le cui implicazioni vanno ben oltre i confini dell'universo di Warcross. (La sinossi è tratta dalla scheda del libro sul sito della casa editrice Piemme)

Bene, letta la sinossi? Amanti della cultura nerd, vi suona familiare? In ogni caso dovrebbe. Perchè l'ambientazione del romanzo pare essere presa pari pari da Player One, bel romanzo di Ernest Cline del 2010, da cui di recente è stato tratto un (brutto) film.
Diciamo che con queste premesse, il romanzo non parte benissimo, ma sulla poca originalità dell'ambientazione avrei potuto anche glissare, se mi fossi trovata davanti a una bella storia. E invece no. Warcross non è un bel romanzo.

Emika tenta di hackerare una partita del videogame che tiene avvinte milioni di persone, ma un piccolo errore la fa scoprire e le vale una lavoro da cacciatrice di taglie addirittura per miliardario che ha inventato Warcross. La ragazza entrerà sotto copertura in una delle squadre partecipanti al campionato mondiale di Warcross; vivrà l'immancabile storia d'amore e nel frattempo cercherà di capire chi è l'hacker che minaccia il mondo virtuale creato da Hideo Tanaka.

Da queste poche righe già si capisce che la trama è piatta, banale, noiosa e scorre senza che intervenga nessun guizzo, nessun lampo di interesse a salvarla.

L'ambientazione non è curata, non è approfondita nè riesce mai a imporsi come realistica. È un bel fondale dipinto. Il gioco, Warcross appunto, un misto di realtà aumentata e realtà virtuale, viene descritto come qualcosa che ha cambiato la vita dell'umanità, ma la cosa ci viene detta, e bisogna che la accettiamo come un dato di fatto, perchè mai nel romanzo viene mostrato che sia così. Non ci viene mai mostrato, infatti, attraverso lo sviluppo della trama o le azioni dei personaggi, che Warcross ha avuto un impatto tale da cambiare le abitudini e la vita quotidiana delle persone. Tutto quello che fanno le persone è connettersi per giocare e per guardare altri giocare, e addirittura per le partite ufficiali di questo videogame la gente esce di casa e si riunisce un palasport per seguire il match, proprio come facciamo oggi per un qualsiasi evento sportivo o per i vari tornei di videogame che si tengono in giro per il mondo.
La gente continua a lavorare, uscire, dipingere, fare la spesa, mandarsi messaggi, eccetera. Dove sarebbe il dirompente cambiamento portato alla società da Warcross? 
Ho visto alcuni utenti di Goodreads definire il romanzo come distopico. Ma dove sarebbe la distopia? Dove sarebbe questa società distorta? Potrebbe anche esserci, eh, ma in realtà noi non arriviamo a vederla, perchè poco o nulla ci viene mostrato del mondo che c'è oltre i confini di Warcroos.
In compenso, in ogni momento del romanzo, possiamo sapere cosa indossa Emika, e di che colore sono i vestiti, i calzini e le scarpe suoi e di ogni personaggio che ha la sventura di comparire, fosse anche per poche righe, nella trama di Warcross.

La descrizione della tecnologia è superficiale e non approfondita. In un mondo in cui, in teoria, la gente vive connessa ad una sorta di realtà aumentata, grazie all'invenzione di occhiali detti NeuroLink, collegati direttamente al cervello, i mezzi di protezione del proprio account, dei propri dati, della propria privacy sono ridicoli, anzi, del tutto inesistenti. La gente va in giro esponendo i propri dati sensibili al primo curioso che passa e getta uno sguardo. Praticamente è come essere su Facebook. 
Quando Emika trova una persona che ha un sistema di protezione del proprio account, subito sospetta abbia qualcosa di losco da nascondere. Il che è francamente ridicolo. Una cosa del genere dovrebbe essere la normalità, non qualcosa di sospetto.
Mi vien da pensare che se Emika vedesse la (misera) protezione applicata alla mia rete wi-fi di casa, mi manderebbe direttamente l'FBI, la Digos e la NASA per arrestarmi.

Inoltre la descrizione stessa della tecnologia informatica connessa al videogame e alle abilità di hacker di Emika è molto vaga e inconsistente.
La protagonista bypassa sistemi di protezione, accede ad account, ruba dati, hackera profili di giocatori di Warcross con una semplicità disarmante, ma senza che a noi sia mai dato sapere come fa. 
Tutto ciò che l'autrice ci dice è che Emika scrive qualcosa, oppure fa partire un nuovo script, o anche che usa, e cito testualmente, qualche trucchetto da hacker.
Oltretutto, nel romanzo esiste anche una certa confusione fra la realtà virtuale e internet. Infatti sembra che in Warcross esista una sorta di dark world modellato sul dark web, ma come possa esistere all'interno di un videogame un dark world fuorilegge, dove si nascondono criminali e si scommette clandestinamente, senza che la casa di produzione lo sappia, o prenda provvedimenti per eliminarlo, è un mistero. Non è chiarissimo, poi, se si tratti di una specie di appendice derivante dal gioco o di una zona franca di internet o di chissà cos'altro.

Tutto questo, in un romanzo in cui la tecnologia informatica è parte rilevante della trama  è semplicemente I N A C C E T  T A B I L E.

La rappresentazione del dark web e della realtà virtuale fatta nel film Ralph spacca internet era molto più accurata e credibile. E ho detto tutto.

Ma non basta.  Lo stesso videogame che ha cambiato la vita di milioni di persone alla fine si rivela essere un gigantesco rubabandiera, solo con gli occhiali neurali. Fico! (Sono ironica, in caso non si fosse capito).
Due squadre, con tute per la realtà virtuale, che si sfidano su campi di battaglia sempre diversi, per rubare ciascuna la gemma simbolo dell'altra squadra.
Praticamente quello che facevamo da bambini durante le scampagnate di Pasquetta, solo più costoso.

La cultura nerd e videoludica di cui questo romanzo dovrebbe essere alfiere, poi, non è altro che una figurina attaccata sul fondale dipinto di cui prima. Non basta far indossare alla protagonista una maglietta col logo della SEGA, o farla giocare a Sonic quando è nervosa (tra l'altro, una sola volta in 324 pagine) per scrivere un romanzo imbevuto di questo tipo di cultura. Anche questo aspetto è trattato superficialmente, non entra davvero nella storia. I riferimenti potrebbero tranquillamente essere eliminati e il romanzo non ne risentirebbe affatto.

La storia d'amore, che sembra essere un obbligo in questo genere di romanzo, indirizzato ad un pubblico giovane, è, allo stesso tempo, quanto di più telefonato e di più incomprensibile possa esserci. È una storia d'amore basata sul nulla, o meglio, sul fatto che i due personaggi in questione debbano innamorarsi perchè sì. Non riesco a trovare una sola ragione per cui questo sentimento, che occupa una parte rilevante della storia, debba nascere e svilupparsi. O meglio, ne trovo solo una: la protagonista è una spaventosa Mary Sue [1] e quindi, per definizione, nessuno può resisterle oltre il primo sguardo.

E questo mi porta all'analisi dei personaggi. Nessuno spessore, nessuno sviluppo, nessuna evoluzione.
L'autrice, dopo aver appiccicato addosso ad Emika una patetico passato strappalacrime che avrebbe dovuto avere lo scopo di farci empatizzare con lei (ma che con me ha avuto l'effetto opposto perchè ha decisamente esagerato), lascia che qualunque cosa faccia Emika le riesca senza sforzo alcuno. Lascia che sia la più brava in tutto, anche se non ha mai fatto o non si è mai esercitata in quella cosa. Qualsiasi azione intraprende è coronata da un successo strepitoso, specie all'interno di Warcross, anche se non ha mai giocato partite ufficiali nè si è mai allenata come si deve.
Anche l'ingresso non autorizzato ad una partita ufficiale di Warcross, che le vale l'ammirazione di Hideo Tanaka, viene effettuato con una semplicità ed una mancanza di sforzo incredibili.

È la mia unica possibilità. Trattengo il respiro, aspetto – non farlo – e scrivo una parola, un comando nell’esatto istante in cui l’oggetto abbandona la mano di Jena.

Ecco, questo è tutto. Questo è il modo in cui Emika entra in un gioco intorno a cui, è bene specificarlo, ruotano milioni e milioni di dollari; un gioco che, in teoria, ha cambiato la vita di milioni di persone. Una parola e via. Emika è dentro.
Gli altri personaggi non li commento neppure, perchè comunque esistono solo in funzione di Emika, di quanto possano esserle utili o di quanto possano evidenziare la sua marysuaggine interagendo con lei. Quando, infatti, Emika si trova in difficoltà, uno degli altri personaggi, anche uno di quelli che le è ostile o che la trova odiosa (la mia solidarietà, fratello!) si prodiga per toglierle le castagne dal fuoco, fornendole indizi, informazioni o quello che le occorre. Sia mai che Emika debba faticare troppo per ottenere un risultato!

Questi sono i problemi principali; e a questi andrebbero aggiunti una miriade di piccoli fastidiosissimi dettagli incongruenti, sciocchi o superficiali di cui è costellata la narrazione: corde che tirate sul muso di un drago (virtuale) si annodano da sole e fungono da briglie improvvisate; personaggi definiti crudeli e rabbiosi per aver detto (senza urlare eh) alla propria figlia "piantala"; uno stadio da migliaia di posti che rimane al buio perchè privo di luci di emergenza; le prime partite del campionato di Warcross fastidiosamente somiglianti alle prove del Torneo Termaghi di Harry Potter; un drone al servizio delle squadre ufficiali di Warcross costruito dalla concorrenza e che ha una specie di porta attraverso cui accedere ai dati dei giocatori di ogni squadra, porta ovviamente completamente priva di protezioni... Potrei continuare, ma rischierei di far diventare la recensione più lunga del romanzo stesso.
Il finale ci regala un colpo di scena che dovrebbe essere scioccante, ma che è telefonatissimo, perchè proprio poche pagine prima della rivelazione, l'autrice decide di condividere con noi, con molta enfasi, un dettaglio importante che a me ha fatto subito intuire dove saremmo andati a parare. Lo stesso dettaglio, se fosse stato rivelato in un altro momento, mescolato con noncuranza alle informazioni iniziali su Warcross e il suo creatore, avrebbe avuto sicuramente una minore valenza rivelatrice e magari non mi avrebbe rovinato (pure) il finale.

Voto: 4

(Un consiglio? Se siete, come me, cresciuti negli anni 80 e 90, e siete amanti della fantascienza, dei giochi di ruolo, dei videogame, dei romanzy fantasy - se siete, in una parola, nerd e lo siete da ben prima che diventasse una moda, allora leggete Player One e preparatevi ad una full immersion nella nostalgia).

[1] Per la definizione di Mary Sue, clicca qui