giovedì 20 settembre 2018

Fidanzati dell'inverno. L'attraversaspecchi #1...

... di Christelle Dabos.

La scheda del libro sul sito della Edizioni E/O

Il mondo è andato in pezzi in seguito alla Lacerazione. La razza umana vive sui frammenti galleggianti della Terra, in città stato chiamate "arche". La giovane Ofelia vive su Anima, l'arca dove gli oggetti hanno un'anima e una personalità. Curatrice di un museo, Ofelia ha il potere di leggere gli oggetti (coglierne le impressioni lasciate da chi li ha toccati) e l'abilità, alquanto inconsueta, di usare questo suo talento per attraversare gli specchi. Timida, miope e maldestra, la ragazza trascorre una vita tranquilla finchè le autorità di Anima non decidono di darla in sposo a Thorn, della potente famiglia Draghi dell'arca Polo, dove la famiglie sono sempre in lotta tra loro e gli intrighi e i complotti sembrano essere uno sport nazionale. Quando giunge su Polo, Ofelia si rende conto che la situazione è anche peggiore di come se l'era immaginata: il suo promesso sposo è freddo, distantee indifferente; la sua vita è in pericolo costante e non può fidarsi di nessuno. Ma perchè le Decane hanno scelto proprio lei per suggellare l'allenza con Polo? Quale mistero si nasconde dietro questa decisione all'apparenza incomprensibile? 

Le vecchie dimore hanno un’anima, si sente spesso dire. Su Anima, l’arca in cui gli oggetti prendono vita, le vecchie dimore avevano più che altro la tendenza a sviluppare un carattere orribile. L’Archivio di famiglia, per esempio, era sempre di malumore. Per esprimere il suo malcontento non faceva che scricchiolare, cigolare, sgocciolare e sbuffare. Non gli piacevano le correnti d’aria che d’estate facevano sbattere le porte chiuse male. Non gli piacevano le piogge che d’autunno gli tappavano le grondaie. Non gli piaceva l’umidità che d’inverno penetrava nei muri. Non gli piacevano le erbacce che ogni primavera tornavano a invadergli il cortile.
Ma la cosa che all’edificio dell’Archivio piaceva meno erano i visitatori che non rispettavano gli orari d’apertura.

Questo romanzo è il primo di una trilogia, chiamata L'attraversaspecchi.
A partire dalla copertina e dall'incipit, Fidanzati dell'Inverno è un libro intrigante. 
Ci troviamo in un mondo in cui è facile riconoscere tracce del nostro pianeta, ma che è diversissimo a partire dalla confermazione geologica. Tanto per iniziare il  "mondo" non esiste più: esistono le Arche, frammenti galleggianti dove la popolazione ha sviluppato culture e tradizioni completamente autonome. Ofelia, maldestra, miope, intelligente ma troppo timida per farsi valere, vive su Anima, disprezzata per la sua apparente mancanza di qualità, fino a che non viene spedita su Polo a sugellare, con il suo matrimonio, un'alleanza importantissima. 
Ecco, laddove Anima è ricca di tradizioni, ricordi, calore, Polo è fredda, inospitale e abitata da gente altrettanto inospitale, con tradizioni brutali. Ofelia sembra la meno adatta a sopravvivere in un mondo dove l'omicidio politico è all'ordine del giorno, eppure, sotto la sua patina di timidezza e sciatteria, la ragazza nasconde molte qualità e una tenacia straordinaria.

L'ambientazione è la cosa migliore di questo romanzo e vale da sola il prezzo del biglietto. Le arche galleggianti, i poteri bizzarri, le famiglie in lotta, le corti reali eccentriche e pericolose, le leggi della fisica e della chimica diverse e imprevedibili sono tutti elementi che rendono Fidanzati dell'inverno un libro originale e gustoso. 
La trama è perfettamente fusa con questa ambientazione, anzi, possiamo dire che i due aspetti del romanzo si sviluppano in simbiosi. La descrizione dell'ambientazione e lo sviluppo della trama procedono di pari passo e l'una non potrebbe esistere senza l'altro.
Se da un lato questa fusione mi è piaciuta moltissimo, dall'altro devo riconoscere che il ritmo della narrazione non è molto serrato, anzi, è piuttosto lento. La scoperta della nuova arca in cui Ofelia dovrà vivere è graduale, e non certo favorita da una popolazione, famiglia acquisita compresa, non proprio incline a parlare a viso aperto. Altresì non ha giovato alla scorrevolezza della trama la continua e incredibilmente ridondante sottolineatura del fatto che Ofelia è piccola, timida, maldestra, trasandata e parla a voce bassa, mentre il suo futuro marito è alto, biondissimo, magro e pallido. Queste cose vengono ripetute ogni volta che i due sono in scena. Ogni volta. Effettivamente è stato un po' troppo anche per me, che pure ho trovato il libro gradevole e interessante.

Certo Fidanzati dell'inverno non è un libro che consiglierei a tutti, ma di sicuro a me è piaciuto parecchio. Non credo sia adatto a chi ama le storie adrenaliniche (e soprattutto autoconclusive, perchè questa proprio non lo è); non lo consiglierei a chi non ama le contaminazioni di generi nel fantasy (e qui uno spruzzo di steam punk fa capolino qui e lì, specialmente nella struttura di Polo, con i grandi ascensori meccanici e i dirigibili). Ma sicuramente lo consiglerei a chi ama un ritmo di lettura lento (ma non soporifero) e a chi è alla ricerca di originalità nel genere fantastico.
Per quel che mi riguarda, resto in trepidante di attesa di Gli scomparsi di Chiardiluna, secondo volume della trilogia, in uscita a gennaio 2019.

Voto: 7

martedì 18 settembre 2018

Volevamo andare lontano...

di Daniel Speck.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Sperling &Kupfer

Julia, giovane stilista emergente tedesca, durante  una sfilata a Milano viene avvicinata da un uomo, tedesco come lei, che le rivela di essere suo nonno, e che il padre che lei ha sempre creduto morto in realtà non lo è, e vive in Italia. L'uomo le mostra la foto di una giovane italiana, scattata negli anni 50. Quella ragazza sorridente e bellissima, che le somiglia molto, è sua nonna. Comincia così il viaggio di Julia alla scoperta di radici che non sapeva di avere, attraverso la storia avventurosa di sua nonna Giulietta, del suo gemello Giovanni e della loro famiglia emigrata dalla Sicilia in cerca di un futuro migliore.

Le domande sull'immigrazione e sugli immigrati finiscono per diventare inevitabilmente domande non solo su chi siamo ma su chi vogliamo essere. Cioè sui temi più profondi. (Hanif Kureishi, Il mio orecchio sul suo cuore - citazione di apertura di Volevamo andare lontano)

Questa è la lunga storia di una famiglia. Una storia che parte dal secondo dopoguerra nel profondo Sud per arrivare ai giorni nostri. È innanzitutto la storia di una famiglia, che attraversa gli anni e l'Europa alla ricerca di quello che ogni essere umano desidera: la felicità.
È un romanzo molto forte dal punto di vista delle passioni e dell'empatia; non c'è una sola pagina che mi abbia lasciato indifferente.
La trama è molto articolata. È ricca di segreti, drammi, bugie, amori e passioni. Ma la cosa che colpisce di più è  l'intensità con cui tutto questo è raccontato. La storia colpisce il lettore dritto al cuore.
Mi è piaciuto molto anche il modo in cui viene narrata. Infatti i diversi membri della famiglia si passano idealmente il testimone durante il racconto, e così questa lunga saga ci offre diversi punti di vista e diverse sfaccettature.
La cosa che più mi ha colpito e impressionato è stata appunto questa: l'abilità dell'autore nel raccontare la storia di una famiglia di emigranti cogliendone perfettamente le diverse sfumature dei sentimenti, che variano dalla speranza per il futuro allo strazio per la casa e la famiglia lontane, dalla frustrazione per il fatto di sentirsi sempre "ospiti" in terra straniera, alla fiducia nel futuro.
Sono andata a curiosare nella biografia di Daniel Speck convinta di trovarci qualcosa che mi spiegasse una tale comprensione dell'autore dei suoi personaggi - che so, un antenato italiano, o una storia di emigrazione alle spalle - ma niente fa intendere che l'autore abbia attinto alla sua storia personale. Questo non fa che accrescerne i meriti di scrittore.

Il tema dell'emigrazione è perfattamente sposato con quello della famiglia, del senso di appartenza, della voce del sangue.

Era possibile scegliere a chi appartenere o era qualcosa di predeterminato, un imperativo del sangue?
Tutti i personaggi, in qualche modo, devono fare i conti con questa domande, divisi fra la nostalgia per la Sicilia e la voglia di far parte della società che li ha accolti.

Un unico appunto che mi sento di fare all'autore è quello di aver a volte indugiato un po' troppo sulla rappresentazione stereotipata dell'emigrante italiano, specie per quel che riguarda i personaggi secondari. Mentre Giulietta e Giovanni sono descritti e approfonditi meravigliosamente, con i loro dubbi, le lacerazioni interiori e la voglia di andare lontano e al tempo stesso di restare attaccati alle loro radici, i personaggi secondari e le semplici comparse sono un po' appiattiti sui luoghi comuni tipici degli italiani all'estero. Ad esempio, il primo contatto di Julia con gli italiani in Germania, avviene tramite un tipo su una Vespa che tenta di abbordarla (ci mancava solo che le dicesse "ciao bella!", ed eravamo a posto); per non parlare del fatto che circa trenta secondi dopo essere scesa dal treno alla stazione di Napoli, Julia viene scippata (ovviamente, e che vi aspettavate? Io personalmente attendevo qualcuno che la consolasse tirando fuori dalla tasca una fetta di pizza, con un  mandolino a tracolla, coinvolgendola in una allegra tarantella). L'episodio è palesemente una nota di colore perchè il furto non ha particolari conseguenze sulla trama (tanto che Julia neanche si pone il problema della denuncia, e sì che le hanno rubato tutti i documenti. Questa cosa l'ho trovata parecchio assurda). Diciamo che da questo punto di vista Daniel Speck poteva, a parer mio, impegnarsi un pochino di più. Fortunatamente si tratta di un difetto marginale, che nulla toglie alla bellezza di questo romanzo.

Un libro che consiglio vivamente a tutti, non solo per la bellezza della trama, ma anche per le emozioni che ha saputo suscitare durante la lettura. 
Noi italiani, ed in particolari noi meridionali, credo, non possiamo leggere questo libro e non sentirci coinvolti. Perchè se non siamo stati emigranti in prima persona, guardiamo i nostri figli e ci chiediamo se un domani toccherà a loro partire per forza e non per scelta. E allora quelle pagine non sono solo una bella storia scritta nero su bianco. Sono la storia del nostro popolo.

Voto: 8-

mercoledì 12 settembre 2018

Ogni piccola bugia...

... di Alice Feeney.


Amber si ritrova immobilizzata in un letto d'ospedale, la mente vigile, il corpo immobilizzato. È in coma e non ricorda come ci sia finita. Nella stanza suo marito e sua sorella parlano, convinti che lei non possa sentirli. le loro parole ambigue, sussurrate, smozziacate le fanno pensare che deve essere successo qualcosa di grave, oltre all'incidente che l'ha portata in ospedale. Qualcuno ha tentato di farle del male? E chi? E di chi si può fidare, indifesa in quel letto d'ospedale?

Oggi vi propongo un altro thriller psicologico, diverso da L'illusione della verità recensito da poco, ma altrettanto meritevole di letture. 
Io l'ho letto in un'unica nottata insonne, semplicemente perchè non potevo metterlo giù. Ecco, la mia recensione potrebbe fermarsi qui, perchè credo non esista niente di più bello per un lettore di imbattersi in uno di quei libri che semplicemente non puoi smettere di leggere.
 
Alice Feeney ha creato per il suo romanzo un'atmosfera claustrofobica: Amber non può muoversi nè comunicare in alcun modo con l'esterno, ma sentendo i discorsi intorno a lei, e con il riaffiorare graduale dei ricordi, capisce di essere in pericolo. Il lettore ripercorre insieme a lei la strada che l'ha portata fin lì, che parte dall'infanzia, fino ad arrivare al suo lavoro di giornalista radiofonica in una seguita trasmissione mattutina. Intorno a lei si muovono diversi personaggi, principalmente la sorella Claire, il marito, le colleghe, i suoi superiori, ed ognuno di loro è enigmatico e ambiguo. Ognuno di loro potrebbe essere  il centro del mistero angoscioso che è la vita di Amber in questo momento.
La bravura dell'autrice, in questo thriller, sta tutta nell'aver costruito una storia misteriosa, tortuosa e intrigante, e di averla costruita benissimo. Come Amber, il lettore non sa chi di può fidarsi e a chi deve credere. 
La trama è intricata ma non risulta involuta o incomprensibile. I plot twist sono diversi, tutti credibili e ben preparati e lasciano il lettore a bocca aperta.
Lo stile dell'autrice è molto fluido, non ci sono digressioni inutili nè pause nel ritmo delle rivelazioni, che sono dosate sapientemente. 

Raccontare questo tipo di storia non è facile: basta dimenticare un piccolissimo dettaglio e tutta la credibilità della trama crolla miseramente. Alice Feeney invece tiene saldamente le fila del suo intreccio. Alla fine ogni dettaglio va al suo posto con precisione. Il lettore è avvinto fino all'ultima pagina, anzi, fino all'ultimo rigo, che riserva anch'esso qualche sorpresa.

Voto: 8


 

lunedì 10 settembre 2018

L'illusione della verità...

... di Wendy Walker.

La scheda del libro sul sito della casa editrice NORD

Le sorelle Tanner, Emma e Cassandra, adolescenti con una famiglia complicata, scompaiono dopo una lite furiosa. L'auto di Emma e le sue scarpe vengono ritrovate sulla spiaggia. Di Cassandra, invece, nessuna traccia. Eppure è proprio lei, tre anni dopo, a ricomparire all'improvviso e a raccontare la storia della loro scomparsa e della prigionia su un'isola che non sa come identificare. Ma il suo racconto lascia molti dubbi all'agente dell'FBI Abby Winter, che si è occupata del caso tre anni prima. La versione di Cassandra non coincide con le testimonianze, e troppi dettagli rimangono oscuri. Cosa nasconde Cassandra? Perchè è ricomparsa proprio adesso? E la sua famiglia, all'apparenza perfetta, cosa nasconde?

L'illusione della verità è un thriller psicologico interessante, che ruota intorno alla figura di una madre disfunzionale e alla famiglia altrettanto disfunzionale che è riuscita a creare intorno a sè. Vittime, ambigue e a volte consenzienti, sono le due figlie adolescenti, unite ma allo stesso tempo perennemente in lotta per l'amore e l'approvazione della madre.  Le dinamiche tra le tre donne, asse portante del romanzo, sono descritte con una cura maniacale per i dettagli. Sono dinamiche di comprensione non immediata, che coinvolgono conoscenze di psicologia, eppure l'autrice riesce a illustrarle in maniera sufficientemente chiara senza appesantire troppo la narrazione.
Anzi, a dirla tutta, l'autrice riesce a creare un clima claustrofobico mentre dipana la morbosa relazione tra le tre donne, clima che mi ha causato una seria angoscia mentre leggevo. E sebbene a volte la lettura diventasse disturbante, alla fine non ho potuto fare a meno di concludere che questo thriller svolge egregiamente il suo lavoro.

Il cuore di questo romanzo sta tutto nel gioco di potere che la verità e i segreti altrui regalano. Ognuna delle protagoniste - in particolare Cassandra e sua madre - sanno dosare verità e bugie per ottenere quello che vogliono, e in questo labirinto in cui le persone credono solo quello che vogliono credere, come dice Cassandra, il lettore si smarrisce, restando incollato alle pagine cercando di ricostruire una storia di torbide relazioni familiari dove niente è come sembra.
Ogni cosa - la lite, la scomparsa, la prigionia, il ritorno - ha due facce. Anche la verità, in questa romanzo ha due facce. E ciò lo rende estramente interessante, a tratti oscuro, ma mai banale o scontato.

Ma è una lettura che buca la pagina, arriva al lettore, lo intrattiene, gli fa tenere il fiato sospeso, e lo conduce attraverso un labirinto buio fino alla fioca luce all'uscita.

Voto: 7 e 1/2

mercoledì 5 settembre 2018

Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey...

... di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows.

Dopo la pausa estiva, torna la rubrica Questa volta leggo, nata dalla mente vulcanica di alcune blogger - Dolci (Le mie ossessioni librose)Chiara (La lettrice sulle nuvole) e Laura (la Libridinosa). 
Ogni mese un tema, ogni tema un libro. Questa volta, abbiamo letto un libro che non fosse ambientato in Italia. 
Per me, una scelta quasi obbligata: ho letto un romanzo ambientato nel Regno Unito, la mia seconda patria letteraria, che mi ha accolto tra le pagine di un libro molto bello, Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey.

La scheda del libro sul sito della Astoria

Londra, 1946. La guerra è finita, e la città sta lentamente tornando alla normalità. Juliet Ashton, scrittrice, si sta godendo il successo dei suoi ultimi libri quando riceve una lettera da un certo Dawsey Adams, residente sull'isola di Guernsey, il quale ha trovato il suo indirizzo sulla prima pagina di un libro usato. Dawsey chiede a Juliet di consigliargli una libreria a Londra presso cui acquistare libri, per uscire dall'isolamento che l'isola ha vissuto durante la guerra e l'occupazione tedesca. L'uomo nomina di sfuggita un club del libro locale dal nome bizzarro, accendendo la curiosità di Juliet. Inizia così una corrispondenza dolce e interessante, che coinvolgerà gli eccentrici membri del Club, e svelerà le storie di ognuno di loro.

Accattivante fin dal titolo, lungo e inconsueto, il Club del libro... è un romanzo epistolare dal sapore dolcemente retrò, che trasporta il lettore su una piccola isola nella Manica, Guernsey. 
L'isola di Guernsey (da Wiki Commons)
Durante la guerra, a questa piccola comunità toccò subire l'occupazione nazista, la quale, sebbene meno crudele che in altre zone, fu comunque molto dura e a tratti spietata. Basti pensare che, oltre a patire fame e altre privazioni, i residenti dell'isola rimasero, per volontà delle truppe occupanti, completamente isolati dal resto del mondo per cinque lunghi anni. Niente telefono, niente radio, niente posta, niente giornali, e niente notizie dai membri della famiglia al fronte o semplicemente sfollati in Inghilterra. Una cosa terribile da immaginare.

A poco a poco, tra le righe delle lettere che Juliet e Dawsey prima, e Juliet e gli altri membri del Club poi si scambiano, scopriamo le storie di quel periodo. I membri del Club, nonostante la leggerezza e il buon umore con cui scrivono a Juliet, hanno un peso sul cuore, e condividerlo con un'estranea si rivelerà la scelta migliore per tutti.

La struttura del romanzo è particolarmente coinvolgente. La sua natura di romanzo epistolare non è assolutamente di intralcio alla narrazione, tutt'altro. È un espediente che ha permesso alle autrici di svelarci la storia poco a poco, di mostrarci molteplici punti di vista, di aggiungere aneddoti ora tristi ora spassosi senza che il romanzo perdesse solidità. Non è facile trovare un romanzo epistolare tra la narritiva moderna, e perciò io l'ho amato ancora di più per questa sua caratteristica.
Con un tono lieve, davanti ai nostri occhi si svelano le crudeltà e le privazioni della guerra, ma ancora di più, si svelano  le anime dei personaggi che popolano l'isola e che hanno dato vita al Club in circostanze piuttosto singolari. Il Club, nato per caso da una bugia, diventa un'ancora di salvezza per chiunque vi si avvicina. Credo non ci sia niente di più bello e appagante, per un lettore, di leggere del potere consolatorio e salvifico dei libri, potere che ognuno di noi ha sperimentato nella vita, prima o poi.

Questo è un romanzo fatto di buoni sentimenti, che però non appaiono nè retorici nè stucchevoli, popolato da brave persone (per la maggior parte, almeno) e condito da una leggera dose di ironia, ed è un inno alla vita e alla resistenza contro le forze del male, qualunque esse siano. È un romanzo che mi ha toccato nel profondo, per la sua capacità di raccontare tragedie tremende, e allo stesso tempo di mostrarci la luce che brilla anche nel buio più profondo.
Nel farlo non ha smarrito il compito preciso di ogni romanzo, ovvero quello di narrare una storia. Mi ha conquistato la grande abilità delle autrici nel mescolare sapientemente le due anime del romanzo (quella  narrativa e quella più filosofica e spirituale). Ancora, mi ha piacevolmente colpito il fatto che la parte che ho definito "filosofica"sia affidata alla voce di persone di umili origini e che poco hanno potuto studiare. Ma a riprova del fatto che non è il titolo di studio che rende un animo colto, queste persone hanno trovato attraverso i libri e la critica letteraria, risposte alle loro domande, e forse, anche altre domande.

Unico piccolissimo neo, il finale: mi è sembrato che le fila della narrazione venissero tirate un po' troppo precipitosamente, ma questo può dipendere dal fatto che Shaffer, molto malata, affidò l'opera per il suo completamento e per la revisione alla nipote, Annie Barrows. Non deve essere  stato facile finire un'opera che non le apparteneva, ma Barrows ha fatto comunque un lavoro ottimo.

Consigliatissimo.
Voto: 8

PS: prima di lasciarvi al calendario della rubrica Questa volta leggo, vorrei spendere due parole sul film tratto dal libro, disponibile su Netflix. Sicuramente una visione gradevole, con atmosfere rese bene ma che a causa, secondo me, di qualche taglio dio troppo perde lo spessore e la liricità del romanzo. 

venerdì 31 agosto 2018

Il gatto che annusava le streghe...

... di Lilian Jackson Braun.

Jim Qwilleran,  detto Qwill,ex giornalista di città, ora residente nella contea di Moose, 600 km a nord di ognidove, accetta di trascorrere con i suoi amati felini Koko e Yum Yum due settimane nella Locanda dello Schiaccianoci, di proprietà di una coppia di amici. I due sostengono che una cappa di oscurità incomba sul luogo, e chiedono a Qwill di indagare, insieme ai due gatti, che hanno un fiuto infallibile per il mistero.

Questo romanzo giallo fa parte di una serie, Il gatto che..., che ho conosciuto grazie ad un libro usato scovato su una bancarella, Il gatto che leggeva alla rovescia. Da allora è passato molto tempo ma ogni volta che riesco a recuperare un volume di questa serie, mi butto nella lettura con piacere. Peccato però che questa volta io sia rimasta molto, molto delusa.

La serie che avevo imparato ad amare mi piaceva per la simpatia del suo protagonista, per la originale presenza di due gatti siamesi molto speciali e per l'impianto classico del mistero e delle indagini.
In questo volume, purtroppo, sono rimasti solo Jim Qwilleran e i due gatti, mentre mistero e indagini sono scomparsi, insieme alla trama.
Sì, perchè il vero enigma che permea questo libro è: che fine ha fatto la trama gialla? Anzi, per essere precisi, che fine ha fatto la trama stessa?
Infatti qui non possiamo certo parlare di un intreccio solido e organico; la trama è stata sostituita da una serie di aneddoti buttati là, senza alcun approfondimento, sulla contea di Moose e la simpatica vita di Qwill nella bucolica regione.
I due gatti, di solito scopritori di indizi fondamentali per dare una svolta alle indagini, sono gli unici che provano ad attirare l'attenzione dei protagonisti sui misteri presenti nella storia, ignorati  senza tanti complimenti da Qwill.

Un'altra cosa affascinante della serie era quella sospensione della trama a metà tra la logica e il soprannaturale. Le abilità dei due gatti Koko e Yum Yum, i veri detective della storie meglio riuscite, avevano sempre un che di incredibile; in questo romanzo il loro fiuto pareva indispensabile per comprendere la sensazione di pericolo incombente che la proprietaria della Locanda sente, ma tutto si limita alla scoperta di tre vecchi specchi incrinati tutti nello stesso punto, appartenuti ad una ragazza fuggita di casa per amore sul finire del XIX secolo, e rimasti da allora dietro una porta chiusa. 
Spunto  potenzialmente interessante: perchè gli specchi sono tutti incrinati nel medesimo punto? Perchè sono rimasti chiusi dietro quella porta per quasi un secolo? Peccato che il ritrovamento resti buttato lì, senza alcuno sviluppo, indagine o ulteriore spiegazione, inutile ai fini della trama, declassato ad aneddoto di colore della storia della contea di Moose.

L'asse portante del romanzo doveva essere la morte, apparentemente accidentale, di un uomo in vacanza alla locanda. La vittima si era presentata come un commesso viaggiatore; ma ben presto Koko mette in evidenza diverse incongruenze nella storia della vittima, segnalando a Qwill dettagli che non tornano. Con mio sommo stupore e disappunto, però, Qwill sembra troppo impegnato ad accettare inviti a cena, ad osservare scoiattoli e assistere a opere teatrali amatoriali per trovare il tempo di indagare su una morte sospetta.

Lilian Jackson Braun, insomma, ha scritto un giallo senza indagine, e in cui del delitto avvenuto non importa a nessuno. La soluzione cade pratiacamente dal cielo nelle ultimissime pagine, raccontata in maniera sommaria tanto al lettore quanto ai personaggi stessi. 

Mi dispiace stroncare il romanzo di un'autrice che in passato ho apprezzato, ma sconsiglio vivamente la lettura di questo "giallo", e contemporaneamente consiglio la lettura dei primi quattro o cinque volumi della serie, di sicuro meglio riusciti e in grado di soddisfare gli amanti del giallo classico.

Voto: 4

PS: una menzione speciale poi merita il titolista che ha pensato di tradurre il titolo originale The cat who went up the creek (Il gatto che risalì il torrente) con Il gatto che annusava le streghe. Inutile precisare che le streghe, nel romanzo, non le vediamo neanche dipinte. Complimenti vivissimi.

mercoledì 29 agosto 2018

La ragazza della nave...

di Arnaldur Indriðason.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Guanda

Nel 1940, con la Seconda Guerra Mondiale in pieno svolgimento, l'Islanda richiama in patria tutti i suoi cittadini che si trovano in zone controllate dai nazisti. La nave Esja salpa dal porto finlandese di Petsamo per riportarli tutti a casa. Invano una ragazza aspetta il suo fidanzato sul molo. Lui non arriva, e lei è costretta a salpare senza di lui, senza sapere cosa gli è accaduto, se sia finito nelle mani dei nazisti per la sua attività contraria al loro regime.

Tre anni dopo, Reykjavík è occupata dalle truppe americane.  L’investigatore Flóvent e il giovane soldato canadese Thorson indagano su un caso di aggressione: un giovane con indosso una uniforme americana viene ritrovato ucciso sul retro di una bettola frequentata dai soldati, ma nessun soldato americano manca all’appello. Negli stessi giorni, il cadavere di un uomo annegato in mare viene riportato a riva dalle correnti. Forse si tratta di un incidente, ma durante l'autopsia emerge qualcosa di strano...

Credo che la mia relazione con il giallo nordico finisca qui, con la lettura de La ragazza della nave.
La sinossi mi aveva intrigato moltissimo; il periodo storico dell'ambientazione è tra quelli che preferisco e che sanno sempre riservare sorprese; la diversità di piani temporali mi ha sempre intrigato. Eppure, non ho amato questo libro. Per nulla.
Vi spiego perchè.

Come accennato, la storia prende il via nel 1940, con l'esodo dei cittadini islandesi dalla Scandinavia occupata dai nazisti. Lo storico viaggio dell'Esja è un episodio minore, per così dire, della Seconda Guerra Mondiale, ma ha un grande fascino, secondo me, perchè ha il duplice merito di farci conoscere meglio cosa è stata la guerra nell'estremo nord dell'Europa e di farci conoscere la varia umanità in fuga dalla guerra e dall'occupazione nazista. L'atmosfera del viaggio e della snervante attesa della ragazza del titolo, così come l'angoscia di quel lungo viaggio e la paura di venir affondati dai sottomarini tedeschi sono rese molto bene e a parer mio sono la parte migliore del romanzo.
L'ambientazione in generale è molto ben curata, e si conferma il punto di forza del giallo nordico, secondo me.

I due diversi piani temporali, che si alternano mi hanno invece un po'confusa inizialmente. Essendo separate da soli tre anni, non si coglie immediatamente la diversità cronologica delle due storie. Non mi è sembrato che l'autore abbia fatto uno sforzo per diversificare le due narrazioni, che hanno il medesimo passo, la medesima voce. Onestamente, se non avessi letto la sinossi non so quanto tempo ci avrei messo per capire la differenza temporale.

Purtroppo, la cosa che mi ha convinto di meno è stata proprio l'indagine, anzi, le indagini, perchè ben presto diventeranno tre: due nel presente, e una nel passato, riguardante il viaggio dell'Esja.
Quello che mi ha infastidito di più è stata la reticenza di ogni singolo testimone o sospettato a rispondere alle domande della polizia, e l'arrendevolezza con cui Flóvent desiste dall'esigere risposte. Posso capire un simile comportamento quando l'investigatore si trova davanti un ufficiale delle esercito americano occupante, che rifiuta con sdegno di sottoporsi a interrogatorio (i rapporti tra popolazione e autorità locali e esercito erano molto tesi), ma non posso capacitarmi di un tale atteggiamento quando Flóvent interroga comuni cittadini, molti dei quali vivono ai margini della legge. In un giallo investigativo, questa cosa è frustrante, molto, molto frustrante, e rallenta il ritmo all'inverosimile.
Oltretutto il mistero in sè è facilmente intuibile e i collegamenti fra le varie morti sono più che evidenti al lettore che segue entrambi i piani temporali. Pessima poi la scelta di confermare quello che il lettore ha già immaginato con l'espediente di Tizio che ascolta una conversazione tra due persone, le quali, a distanza di anni, rievocano con precisione nomi, date e modalità di un crimine cui hanno preso parte. 
Anche la soluzione al mistero del cadavere portato a riva dalle correnti è facilmente intuibile e non riserva grandi colpi di scena.

Insomma, un romanzo con una ambientazione e una premessa suggestive, ma con un'indagine che ha veramente poco da dire.
Voto: 5

domenica 19 agosto 2018

Arabesque. Alice Allevi #6...

... di Alessia Gazzola.

 La scheda del libro sul sito della Longanesi

Ci siamo: Alice Allevi non è più una specializzanda ma una specialista in medicina legale a pieno titolo. Il suo primo caso come consulente del Tribunale è quello di una ex ballerina molto famosa, ora insegnante di danza, in apparenza deceduta per cause naturali. Nonostante lo smarrimento iniziale e la nostalgia per la sicurezza che l'Istituo di Medicina Legale le garantiva quando era specializzanda, Alice è decisa a farsi valere, e durante l'autopsia scopre un piccolo particolare che non quadra con l'ipotesi di un decesso per cause naturali. Mentre la sua relazione con il bel dottor Conforti procede tra alti (pochi) e bassi (molti), Alice inizia ad indagare.

Questo romanzo segna decisamente un passo in avanti rispetto a quello che lo precede, Un po' di follia in primavera, che onestamente mi era piaciuto poco. 

Alice ha finito finalmente la sua specializzazione; potrebbe finalmente lasciarsi alle spalle i tremendi anni passati all'Istituto di Medicina Legale di Roma e dedicarsi alla professione che ha scelto. Ma Alice non sarebbe Alice se non amasse complicarsi la vita, e perciò rifiuta tenacemente di abbandonare l'Istituto, che, nonostante tutto, è ormai da considerarsi la sua comfort zone. Questo dettaglio rende la protagonista sicuramente non perfetta ma molto umana, e rende facile al lettore identificarsi e provare empatia. Una caratteristica questa che si trova in tutti i libri della serie e che mi è sempre piaciuta.
Nel caso di Alice, poi, al timore di avventurarsi da sola nel mondo si aggiunge l'impossibilità di fare a meno della presenza quotidiana di Claudio Conforti, bello, stronzo e impossibile, ma oramai re incontrastato del cuore della nostra protagonista.
E da questa situazione deriva la prima critica che mi sento di muovere a questo libro. Ho scoperto con stupore, infatti, che nel corso del romanzo Alice compie trent'anni. Trent'anni! Il dottor Conforti, invece, ne ha ben quaranta. Insomma, siamo di fronte a due adulti a pieno titolo, e mi tocca ancora leggere di giochetti sentimentali, di tira e molla, e sceneggiate amorose del tipo: non ti parlo più perchè non mi hai telefonato subitissimo dopo aver scoperto quella cosa.
Senza svelare nulla della trama, vorrei sottolineare che un grandissimo litigio tra i due nasce perché Claudio non risponde a numerose chiamate urgenti di Alice, per poi accusarla di non aver fatto il possibile per parlare con lui, e di avergli volutamente nascosto un particolare che aveva scoperto. Ora, non voglio commentare un adulto che non riesce a capire che dieci chiamate non risposte saranno pure un segnale; quello che mi preme sottolineare è che io uno così  non lo vorrei neanche regalato. Altro che perderci il sonno! E invece Alice ci perde il sonno, l'appetito e pure la gioia di vivere.
Sebbene le schermaglie amorose tra i due siano, fortunatamente, meno stucchevoli rispetto al romanzo precedente, io a tratti ho provato fastidio a dover leggere pagine su pagine del tenore su descritto. Non è stata la parte rosa in sé a lasciarmi perplessa. Oramai, giunti al sesto volume (settimo, se si conta il breve prequel Sindrome da cuore in sospeso) appare chiaro al lettore che i libri della serie di Alice Allevi sono un mix di giallo e romance, e criticare questa loro caratteristica non avrebbe senso. Ciò è ancora più vero se si considera che, tutto sommato, la fusione delle due anime gialla e rosa è particolarmente riuscita in questo romanzo.
Ho trovato infatti la trama ben costruita, lo sviluppo coerente senza eccessive lungaggini, e la fusione tra la vita privata e quella professionale della protagonista ben riuscita. Anzi, l'idea di inserire nella trama i primi incarichi di Alice come consulente tecnico del Tribunale ha portato, a parer mio, una ventata di novità e di rinnovato interesse nella serie.
Quello che proprio non ho digerito è stato l'approccio alla vita sentimentale dei due protagonisti, che ho trovato troppo adolescenziale e immaturo.

Quello che invece ho apprezzato maggiormente nel romanzo è stato, come accennato, lo spazio dedicato alla nuova vita professionale di Alice, che si muove con la consueta insicurezza ma che allo stesso tempo ostenta una nuova autonomia investigativa. Questa nuova veste da professionista conferisce maggior spessore alle indagini, e la trama nel complesso ne guadagna.
L'intreccio investigativo è infatti interessante; gli indizi ben piazzati e le rivelazioni ben dosate. Peccato però che tutto si perda nel finale, quando il mistero viene risolto grazie al ritrovamento casuale di un reperto che ha praticamente la firma dell'assassino sopra, reperto che poteva tranquillamente saltar fuori anche prima, ma che opportunamente fa la sua comparsa quando Alice ha avuto modo di eseguire le indagini a modo suo. Per intenderci: se il reperto fosse stato cercato e trovato subito, delle indagini non ci sarebbe stato alcun bisogno. Per questo la soluzione mi ha lasciato insoddisfatta.

Nel complesso, non mi sento di bocciare totalmente questo romanzo, che pur con qualche difetto, regala qualche ora piacevole in compagnia di un personaggio particolarmente amabile e ben riuscito (al netto della sua sbandata per Claudio Conforti, che fatico a comprendere).
Voto: 6 e 1/2

sabato 18 agosto 2018

Tre stanze per un delitto...

... di Sophie Hannah.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

Hercule Poirot decide di prendersi una meritata vacanza, ma evita di allontanarsi da Londra per sottrarsi allo stress e alle scomodità che un viaggio comporta. Mentre si trova al Caffè Pleasant gli si avvicina una giovane donna di nome Jennie, la quale gli racconta di essere in pericolo: rischia di essere assassinata, ma chiede al famoso investigatore di non fare nulla in proposito, perchè qualunque cosa succederà, se lo sarà meritato. Detto questo, la donna fugge via, pentita di essersi aperta con lui. Quando in un famoso hotel della città viene commesso un triplice omicidio, e tutto fa pensare che le vittime potrebbero salire a quattro, Poirot non può fare a meno di chiedersi se il misterioso incontro con Jennie sia legato a questi avvenimenti.
 
Come forse saprete, sono una grande fan di Agatha Christie e dei suoi personaggi letterari. L'idea che un personaggio che si è tanto amato possa tornare a vivere tra le pagine di un libro è, per ogni appassionato, qualcosa che attrae e terrorizza allo stesso tempo. Raramente, infatti, un altro scrittore riesce a rievocare le atmosfere che abbiamo amato e a fare realmente suo un personaggio che non gli appartiene, a maggior ragione se si tratta di un mito della letteratura gialla (e non solo) come Poirot.
Fatta questa doverosa premessa, sapete come mi sono accostata a questo romanzo, che segna il ritorno sulle scene letterarie del famoso investigatore Hercule Poirot. 

La mia opinione su questo romanzo si può riassumere così: pensavo peggio.
Certo, può sembrare un giudizio non particolarmente incoraggiante, ma non è esattamente così, come spiegherò nelle righe che seguono.

Hannah ha ambientato il suo romanzo in un momento della vita di Poirot in cui c'è una sorta di buco; il nostro investigatore si è preso una vacanza senza abbandonare Londra, ed alloggia in una tranquilla pensioncina. Qui conosce un detective di Scotland Yard, Edward Catchpool, che sarà la sua spalla in questa indagine, nonchè il legame che gli permetterà di indagare su un triplice omicidio avvenuto all'hotel Bloxham.

L'indagine si sviluppa in maniera decisamente classica, con Poirot che investiga, scruta, interroga, raccoglie prove e con il povero Catchpool che brancola nel buio (e noi con lui).
L'aver ricostruito un impianto investigativo classico è decisamente un punto a favore del romanzo di Hannah. Il rispetto delle atmosfere e dei modi e tempi del protagonista mi ha colpito favorevolmente e si vede, a parer mio, uno studio sufficientemente approfondito delle opere della Christie.
Quello che invece non ho apprezzato poi così tanto è stato l'eccessivo calcare la mano sul divario tra l'intuito investigativo di Poirot e l'ottusità di Catchpool. Insomma, per essere un detective di Scotland Yard (mica pizza e fichi, eh!) il nostro mi pare un tantinello sprovveduto. Restio a fare domande approfondite, utilizza il ricordo di un trauma infantile per evitare un'accurata ispezione cadaverica, addirittura restio a scavare nel passato delle vittime, Catchpool sembra a più riprese un dilettante e non un poliziotto. E a volte questa cosa diventa fastidiosa.

Poirot, al contrario, è molto ben curato e approfondito nei suoi tic, nelle sue manie e nel suo modo di agire; le sue rivelazioni (parziali) sono come sempre oscure, i dialoghi ben costruiti e le parole messe in bocca a Poirot suonano quasi sempre giuste, adeguate al personaggio. 

"La punizione e la persecuzione sono due cose distinte" osservò Poirot. [...] Enfin, non possiamo decidere quali sentimenti provare ma possiamo scegliere se seguirli oppure no. Se viene commesso un crimine, bisogna assicurarsi che la giustizio si occupi del criminale in maniera appropriata, ma sempre senza cattiveria nè rancore personale... sempre senza la sete di vendetta, che contamina ogni cosa ed è effettivmente un male".

Di tanto in tanto c'è qualche forzatura (Poirot che prende l'autobus? Ma anche no), ma nel complesso la ricostruzione del personaggio tiene.
Forse si potrebbe dire che a volte l'autrice esagera proprio in questa direzione, ritenendo necessario ribadire a ogni piè sospinto quello che rende Poirot unico: i baffi, le celluline grigie, l'ordine e il metodo, le citazioni in francese (decisamente troppe, secondo me) e così via. Traspare, insomma, a parer mio, un poco di ansia da prestazione da parte dell'autrice, che ci tiene a sottolineare che... beh, Poirot è Poirot.

Al contrario, atmosfere e ambientazioni sono ben costruite. Non mancano il tipico villaggio di campagna inglese e il classico scheletro nell'armadio. Questa è stata la parte migliore del romanzo e quella che ho amato di più.

E veniamo alla trama. Come già accennato, questa si sviluppa intorno ad una indagine di stampo classico, e fin dalle prime battute il mistero appare sufficientemente intricato per tener vivo l'interesse del lettore. Peccato che la trama venga però rallentata dalla presenza di Catchpool, il quale, come detto, non sembra avere molta voglia di indagare nè di far valere la sua autorità per far sì che testimoni e sospettati rispondano alle sue domande. Questo porta al trascinarsi di situazioni che potevano essere risolte con un numero decisamente minore di pagine.

Il mio giudizio sul finale e sulla soluzione del mistero è duplice. Da un lato, trovo che in fin dei conti l'enigma e relativa soluzione non siano poi così male; allo stesso tempo però devo notare come essi siano eccessivamente involuti, con un doppio colpo di scena finale che ho trovato lontano dallo stile della Christie. Questo per me influisce sul voto finale, perchè, scritto in oro in copertina c'è il nome della Christie prima di quello di Sophie Hannah. Perciò ritengo legittimo aspettarmi un certo tipo di romanzo e di intreccio. 
La soluzione finale, inoltre, appare troppo slegata dagli indizi seminati durante la narrazione; anzi, Poirot sembra risolvere l' enigma più a forza di intuizioni che di deduzioni logiche. E questo non mi è piaciuto molto.

Insomma, in conclusione credo sia impossibile giudicare questo libro senza confrontarlo con l' opera della Christie, di cui vuole dichiaratamente essere una prosecuzione; perciò il mio voto è duplice.
Da un lato, assegno un 7 al romanzo valutato in sè, perchè si tratta comunque di un giallo godibile anche se a tratti un po' lento, con un personaggio ben costruito e di facile impatto sul lettore. 
Assegno invece un 6 di incoraggiamento al romanzo valutato come emanazione delle opere di Agatha Christie, perchè ho ritrovato in parte le atmosfere che amo e il personaggio di Poirot, sebbene non perfettamente riuscito, è sufficientemente vicino all' originale, tanto da lasciarmi la voglia di leggere gli altri due romanzi della serie a lui dedicata [1].

[1] Il secondo della serie, intitolato La cassa aperta è uscito nel 2016, mentre il terzo della serie, The Mistery of three Quarters, uscirà il 23 agosto 2018 in lingua inglese. 

La mia vita...

... di Agatha Christie.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

Agatha Christie, a tutt’oggi la scrittrice più letta al mondo, fu una donna appassionata e piena di interessi, curiosa, intraprendente. Molto diversa, per carattere ed esperienze, da quella che a torto è considerata da molti il suo “alter ego letterario”, l’anziana investigatrice Miss Marple, con cui condivide solo l’acume. La celebre giallista ebbe una vita indipendente e ricca di avventure, rievocata in queste pagine grazie a una narrazione sincera e avvincente, tanto che alcuni critici considerano addirittura questa autobiografia come l’opera letterariamente più riuscita della Christie. Dall’infanzia spensierata ai due romanzeschi matrimoni con un aviatore e con un archeologo, l’esistenza di Agatha si snoda scandita dai lunghi viaggi e dai numerosi libri di successo. Un racconto affascinante che fa luce, poco a poco, sull’elegante mistero di una vita trascorsa a narrare storie indimenticabili. E non solo… (dal sito Mondadori)

In questo libro Agatha Christie si racconta come se facesse una lunga chiuacchierata col lettore. Con una lucidità straordinaria (ha scritto la sua autobiografia quando asveva già passato i settant'anni), la scrittrice ci narra la sua lunga e avventurosa vita: due guerre mondiali, due matrimoni, viaggi da un capo all'altro del mondo, e natuaralmente anche i momenti della sua tranquilla vita nella cara, vecchia Inghilterra. La sua storia copre un arco che va dalla primissima infanzia (l'autrice era nata nel 1890) fino agli anni del dopoguerra e della ricostruzione.
È una narrazione ricchissima di particolari, a volte talmente precisa da sembrare pignola e puntigliosa; ma è una biografia che ci apre le porte dell'anima di questa straordinaria scrittrice.
Ho iniziato a leggere questo libro soprattutto per curiosità, come una fan che vuole aggiungere qualcosa di particolare alla sua collezione di memorabilia. E invece ne sono rimasta conquistata per molte ragioni.

Innanzitutto, lo stile della Christie è fluidissimo e accattivante. La narrazione scorre piacevolissima; la sincerità e la delicatezza con cui la scrittrice racconta di sè non possono che conquistare il lettore.

In secondo luogo, la cosa che mi è piaciuta di più e che mi fa consigliare questa autobiografia a chiunque abbia anche solo apprezzato i romanzi della Christie, è la straordinaria abilità con cui la scrittrice riesce a rievocare le atmosfere delle epoche che ha attraversato. Leggendo ci si ritrova immersi nello spirito del periodo storico, perchè la Christie è stata, innanzitutto, una persona molto acuta e una grande osservatrice. E questo suo spirito traspare dalle pagine della biografia.

Inoltre, la Christie non si accontenta di narrarci di volta in volta quello che ha vissuto, o gli eventi che le sono accaduti. Sono molteplici i temi sviscerati capitolo dopo capitolo. Infatti l'autrice ama approfondire diversi argomenti, quelli che hanno segnato la sua vita e ci  parla di medicina, di archeologia, di affari, di mezzi di trasporto, della situazione geopolitica del Medioriente, del mercato immobiliare... Insomma, qualunque cosa abbia segnato la sua vita.

Una cosa che mi ha stupito ed affascinato al tempo stesso, poi, è stato il fatto che questa biografia non ruota intorno alla nascita dei personaggi e dei romanzi più famosi della Christie, come ci si sarebbe potuto aspettare. Non ruota intorno alla carriera letteraria della sua autrice, ma intorno alla persona (straordinaria, secondo me) che è stata la Christie.
Scrittrice quasi per caso ma donna autentica e di grande spessore, la Christie non ha bisogno di raccontarsi attraverso le sue opere. Eppure, gli appassionati possono facilmente trovare tra le pagine di questo libro le scintille da cui sono nati i  suoi romanzi . Di pochi titoli viene esplicitamente narrata la genesi; anche la nascita di Miss Marple è raccontata quasi incidentalmente. Ma tra le pagine di questa biografia si può condurre una sorta di caccia al tesoro che permette ai veri fan di riconoscere  situazioni e atmosfere tipiche dei suoi romanzi.
La cosa che mi è rimasta nel cuore forse è stata proprio la scoperta che tutto quello che ho trovato e amato nei romanzi della Christie - la tipica vita del ceto medio alto inglese, la campagna, i rapporti sociali, eccetera - non sono un'invenzione, ma provengono dall'esperienza dell'autrice, provengono direttamente dalle sue esperienze di vita, ed è come se ad ogni romanzo la Christie ce ne avesse regalato un pezzettino.

In conclusione, una storia straordinaria, narrata con sincerità, umiltà e grande naturalezza da una scrittrice tra le più grandi che io abbia mai letto.

Voto: 7 e 1/2

giovedì 26 luglio 2018

Il battesimo del fuoco. Saga di Geralt di Rivia...

... di Andrzei Sapkowski.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Nord

Dopo la rivolta sull'isola di Thanedd, dove una parte dei maghi ha tradito e si è unita al malvagio impero di Nilfgaard, Geralt non è riuscito a salvare Ciri ed è rimasto ferito gravamente. Le driadi di Brokilon lo accolgono tra loro e lo curano. Ma ben presto anche nel regno protetto delle driadi giungono notizie dal mondo esterno. La guerra infuria, e sembra che Ciri sia prigioniera dell'imperatore.  Geralt riprende il cammino con l'amico Ranuncolo e la guida di Milva, arciera di incredibile bravura e guida esperta. Ma per giungere a Nilfgaard e trovare Ciri, Gerart e i suoi devono attraversare le linee nemiche. Inizialmente ossessionato dall'idea di ritrovare Ciri per rimediare ad una sua mancanza, oppresso dal senso di colpa, Geralt sembra disposto a sacrifcare tutto pur di arrivare a Nilfgaard. Durante il viaggio però scoprirà che ci sono diversi modi di tenere fede alla parola data.

Nuovo capitolo della saga che vede protagonista Geralt di Rivia, lo strigo cui il destino ha affidato, sin dalla nascita, la principessa Cirilla, detta Ciri, legittima erede al trono di Cintra.
La saga di Geralt di Rivia è composta da due raccolte di racconti (La spada del destino e  Il guardiano degli Innocenti) che fungono da introduzione del personaggio e degli avvenimenti, e da 5 romanzi più una ulteriore raccolta di racconti (La stagione delle tempeste) scritta nel 2013, dopo la conclusione della saga, che si colloca cronologicamente tra le prime due antologie.
Il battesimo del fuoco è il terzo romanzo della serie, preceduto da Il sangue degli elfi e Il tempo della guerra.

Dopo un romanzo (Il tempo della guerra, recensito qui) molto complesso dal punto di vista politico e diplomatico, con  Il battesimo del fuoco torniamo ad un tema caro al fantasy classico, ovvero quello del viaggio di ricerca che l'eroe deve intraprendere.
L'eroe - Geralt - è senza dubbio un personaggio molto originale, e che si fa amare proprio per questa sua diversità. Geralt è uno strigo, un cacciatore di mostri che attraverso pozioni e incantesimi ha subito alcune mutazioni, ma non ha perso la sua umanità, anzi. E questa è una delle cose più belle che la saga di Geralt ci regala: guardare il mondo con gli occhi di un "diverso", un cacciatore di mostri considerato utile, sì, ma guardato con sospetto e diffidenza. Temuto, isolato, solo.
Credo che buona parte del successo della saga sia proprio dovuta alla straordinaria abilità che l'autore ha avuto nel costruire il suo personaggio. Sicuramente, in questo romanzo, Geralt e i suoi dubbi morali, il suo incaponirsi e le sue sofferte scelte sono quello che mi è piaciuto di più.
 
Il romanzo narra il lungo e difficile viaggio di Geralt e compagni verso l'impero di Nilfgaard, in una missione apparentemente suicida. Nilfgaard è un posto pericoloso, da cui il fuoco della guerra è divampato in tutto il mondo. Sarà proprio attraverso questo fuoco che Geralt dovrà passare se vuole ritrovare Ciri.
La trama non è però, come spesso mi è capitato di leggere in altri romanzi fantasy, un lungo resoconto delle avventure capitate alla compagnia durante il viaggio; la storia si mantiene organica e solida, sorretta dalla presenza di altri personaggi importanti: oltre al bardo Ranuncolo, la guida Milva e l'enigmatico studioso Regis, incontrato lungo la strada. A differenza degli altri romanzi quindi, Geralt  non si muove da solo, ma con una vera e propria compagnia con cui lo strigo stringe legami forti, nonostante la sua proverbiale ritrosia per i rapporti umani. Geralt, abituato ad agire da solo e costretto questa volta, suo malgrado, a muoversi in gruppo, subisce l'influenza dei suoi compagni, e ciò dà occasione all'autore di aggiungere un altro tassello alla già complessa personalità dello strigo.
La scoperta (ulteriore) della straordinaria umanità di Geralt è la cosa che più mi ha colpito di questo romanzo, che coniuga felicemente l'azione, il contesto fantasy e un ottimo approfondimento psicologico.
Non solo: i forti legami nascenti descritti nel romanzo, l'evoluzione e l'approfondimento psicologico di questi personaggi crea un legame anche tra il lettore e le pagine che sta leggendo.
Non mancano i capitoli dedicati alle trame politiche, tema caro all'autore e che conferisce solidità al mondo creato da Sapkowski, ma la storia è ricchissima di azione, di magia, di soprannaturale e sicuramente non deluderà gli amanti del fantasy e i fan di Geralt.

Voto: 7 e 1/2

lunedì 23 luglio 2018

Chiamami col tuo nome...

... di Andre Aciman.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Guanda

Riviera ligure, anni '80. La famiglia di Elio, diciassette anni, ospita per sei settimane estive uno studente americano, che sta scrivendo un libro con l'aiuto del padre di Elio, professore universitario. Elio si innamora di Oliver con una passione che segnerà la sua vita.

Questo romanzo narra la storia di un'ossessione amorosa, quella del giovanissimo Elio per un ragazzo di poco più grande di lui. Tutto si svolge nell'arco di sei settimane di una caldissima estate di una ventina di anni fa.
Elio è un adolescente talmente atipico da sfiorare l'irreale. Tutte le sue conversazione vertono su filosofi greci, musica classica, letteratura ottocentesca. Per carità, niente di male, eh, ma sinceramente mi risulta difficile figurarmi un adolescente che non abbia altri interessi che quelli. Anche a me piacciono da morire i classici e mi piace intavolare discussioni filosofiche con chi mi sta vicino, ma se parlassi esclusivamente di questo, credo che i miei familiari mi butterebbero fuori di casa.
Elio è anche la voce narrante della storia, ma purtroppo per noi la sua voce è piatta, la sua narrazione prolissa e pesante, molto cerebrale, perchè quasi tutto quello che avviene nel romanzo, avviene esclusivamente nella sua testa. Elio passa tutto il suo tempo a rimuginare su Oliver, su cosa fa, su dove va, sull'orario a cui entra e sull'orario in cui esce, analizzando ogni parola che dice o non dice, ogni gesto fatto o non fatto, ogni sbadiglio, ogni battito di ciglia. Non facciamo altro che leggere di sogni ad occhi aperti, dialoghi immaginari con l'oggetto dei suoi desideri, pensieri ed interminabili elucubrazioni mentali sul tema e se...?
Molto probabilmente quello che viene spacciato per amore nel libro non è altro che un mix di morbosa ossessione e desiderio sessuale frustrato.
Emblematico a tale proposito è un passaggio particolarmente famoso del romanzo, quello della famigerata pesca, che riguarda l'uso che Elio fa di una pesca mentre pensa ad Oliver.
Non dirò altro, ma se volete, potete fare una rapida ricerca tramite Google per trovare un breve video, tratto dal film basato sul romanzo, che vi permetterà di capire a cosa mi riferisco. E allo stesso tempo vi impedirà di guardare nuovamente le pesche con gli stessi occhi di adesso.
Cosa esattamente dovesse comunicarmi una simile scena non sono riuscita a capirlo. Come non sono riuscita a capire cosa aggiungesse allo sviluppo della storia.

Oliver è un personaggio che ho apprezzato di più, essendo più ambiguo e più sfumato ma anche meno concentrato su se stesso. Ma il fatto di poterlo vedere esclusivamente attraverso gli occhi di Elio non ha giovato, secondo me, ad una sua completa evoluzione.

Mi dispiace dire questo di un libro che ha riscosso tantissimo successo, ma io mi sono annoiata a morte. Il peccato maggiore di questo romanzo è, secondo me, proprio questo, la noia, la lentezza e la pesantezza della narrazione.

Voto: 4 e 1/2

mercoledì 18 luglio 2018

Il dandy della Reggenza...

... di Georgette Heyer.

La scheda del libro sul sito della Astoria Edizioni

Judith e Peregrine Taverner, da poco rimasti orfani, giungono a Londra per incontrare il loro tutore, Lord Worth, che avrà il compito di vegliare su di loro fino al compimento della maggiore età, nonchè il compito di amministrare il loro consistente patrimonio. I due giovani rimangono sorpresi nello scoprire che il loro tutore non è un anziano signore come avevano immaginato, ma un uomo giovane e che ha fama di essere uno dei dandy più famosi ma anche più indisponenti di tutta Londra. Un'antipatia immediata si instaura fra Worth e i suoi pupilli; quando a Peregrine cominciano a capitare incidenti strani, i ragazzi si chiedono se per caso non ci sia lo zampino del loro tutore.

Avevo grandi aspettative per questo libro, perchè adoro i romanzi ambientati nell'epoca Regency; adoro la letteratura inglese e gli/le autori/autrici che si inseriscono nel solco di Jane Austen. Nonostante questo romanzo abbia tutte queste caratteristiche, ne sono rimasta in parte delusa. 
Ma andiamo con ordine. 

La storia si svolge a Londra nel 1811. I protagonisti del romanzo, due fratelli non ancora ventenni rimasti orfani da poco,si tuffano nella vita londinese sotto l'occhio vigle e accigliato del loro tutore. Sono molto ricchi e ciò rende in particolar modo Judith un ottimo partito. In un turbinio di balli, inviti, piccoli scandali, i ragazzi proveranno a orientarsi tra le regole della buona società. I due infatti provengono dalla campagna e non hanno esperienza dello stile di vita cittadino. Questa loro ignoranza è l'espediente perfetto che permette all'autrice di sviscerare ogni minimo dettaglio riguardante la società dell'epoca: moda, riti, tic, nevrosi e taboo.
L'ambientazione è quella che abbiamo imparato a conoscere attraverso i romanzi di questo genere. Siamo di fronte ad una società frivola, rigorosamente aggrappata al mantenimento delle apparenze e della buona reputazione, che ha trasformato la vita sociale in un rituale talmente rigido da perdere qualunque significato.
Questo aspetto del romanzo è molto interessante. Il quadro che l'autrice dà di questa società e di un intero stile di vita è accuratissimo; l'inserimento nella narrazione di figure storiche come Beau Brummel o il principe reggente avviene con naturalezza e conferisce solidità alla trama.
Anche i personaggi di fantasia come Judith, Peregrine e Lord Worth sono comunque ben costruiti.
In particolare Judith mi è piaciuta molto: è una donna forte, che nonostante la giovane età sa farsi valere e pensa con la sua testa. Il suo anticonformismo però è bene inserito nella trama e nel contesto, e non assume mai caratteristiche eccessive o addirittura anacronistiche come spesso mi capita di leggere. Insomma, il personaggio principale è una donna forte del 1812, ben tratteggiata e sfaccettata.

Le mie perplessità riguardano, più che altro, lo sviluppo della storia. 

In primo luogo, nella lunga introduzione al romanzo, questo viene presentato come una sorta di anello di congiunzione tra Jane Austin ed il romanzo gotico; mi aspettavo di leggere perciò tutt'altro tipo di storia. Mi aspettavo più mistero, un briciolo di suspense in più; insomma, mi aspettavo che qualche ombra inquietante si allungasse sulla frivola vita londinese di inizio XIX secolo. Invece mi sono trovata a leggere un romance storico, non uno dei miei generi preferiti.
Gli elementi gotici (e anche quelli gialli, a dire il vero) sono praticamente assenti. È facilissimo intuire dove la trama andrà a parare sia per quel che riguarda la parte romance che per quella mistery.
Gli elementi mistery, a conti fatti, si riducono al mettere in pericolo la nostra eroina cosicchè l'eroe di turno possa soccorrerla appena in tempo.
La presentazione, a parer mio totalmente errata, non rende giustizia al romanzo e mi ha guastato il piacere della lettura.

In secondo luogo se, come ho accennato, da un lato ho apprezzato la cura dei dettagli e la ricostruzione del contesto storico, dall'altro manca, secondo me, un tocco di leggerezza che renda la lettura più piacevole e scorrevole. La narrazione infatti a tratti mi è parsa pedante. I dialoghi, per quanto arguti, a volte sono troppo lunghi e somigliano a sterili esercizi di stile.

In conclusione, si è trattato di una lettura interessante sotto certi punti di vista, ma che non è riuscita a brillare particolarmente.
Voto: 6

lunedì 16 luglio 2018

L'anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone...

... di Antonio Manzini.


Questa antologia ci prensenta cinque indagini del vicequestore Rocco Schiavone, romano trasferito ad Aosta per motivi disciplinari. Le indagini si svolgono tutte in quest'ultima città, ma il lasso temporale va da poche settimane dopo l'arrivo di Rocco nella nuova sede, al periodo in cui ormai è (suo malgrado) integrato nella cittadina così lontana e così diversa da Roma.

Credo che oramai il personaggio di Rocco Schiavone non abbia bisogno di presentazioni, ma per chi ancora non lo conoscesse, va detto che si tratta di un poliziotto a prima vista indisponente, a tratti odioso, non troppo onesto. Insomma, il peggio che si possa immaginare. Ma Rocco Schiavone possiede in primo luogo un grande talento per le indagini, poi una caparbietà che gli impedisce di lasciare le cose a metà, ed infine una personale empatia e una sua dolorosa umanità. Quando il lettore riesce a superare l'iniziale diffidenza, queste caratteristiche glielo renderanno caro.

Quando leggo una storia, racconto o romanzo che sia, con protagonista Rocco Schiavone, mi aspetto sempre che il personaggio sia coerente con le sfaccettature che l'autore ha cesellato nel corso del tempo. Una cosa non semplicissima, visto che Rocco Schiavone è una personalità molto complessa. Eppure anche stavolta l'autore è riuscito a non deludermi. Ancora una volta ho incontrato un personaggio straordinariamente descritto, perfettamente credibile e reale, la cui personalità regge da sola l'impianto narrativo.
Il personaggio uscito dalla penna di Manzini è uno dei migliori in cui mi sia capitato di imbattermi nella mia carriera di lettrice, e questi racconti hanno lo scopo dichiarato di approfondire ancora di più la sua figura.

L'anello mancante

Racconto che da il nome alla raccolta e che comincia in modo misterioso e molto noir: all'apertura di una tomba per una traslazione, viene trovato un cadavere sconosciuto adagiato sopra la bara legittimamente presente in quel loculo.
Questo racconto mi è piaciuto molto perchè mette in luce la bravura di Manzini nel fondere a perfezione lo straordinario talento investigativo di Rocco Schiavone con il suo strano senso della giustizia e con la sua particolarissima empatia. E questo si riverbera nella struttura del racconto stesso: da un lato c'è infatti il macabro mistero, dall'altra c'è Schiavone, il quale, nonostante sia sempre il solito rude, scontroso  e amareggiato poliziotto di sempre, non riesce a far finta di niente di fronte al dolore ed al disagio sociale. E mentre Rocco indaga sul mistero del cadavere, noi indaghiamo su di lui, scendiamo sempre più in profondità nella sua anima.

Castore e Polluce

Tre amici e colleghi di lavoro si concedono una vacanza per scalare le due vette gemelle chiamate Castore e Polluce. Ma durante la salita, avviene un incidente, e uno dei tre muore. Per tutti è una tragica fatalità, ma per Rocco qualcosa non torna.
Racconto con impostazione molto classica; siamo di fronte ad un incidente o ad un astuto delitto? 
Approfondiamo l'idiosincrasia di Rocco per la montagna, il freddo, la neve, e altresì approfondiamo quella caparbietà cui facevo cenno prima. Schiavone non si ferma finchè non riesce a spiegare il particolare che non torna.

...e palla al centro

Racconto più leggero rispetto agli altri, divertente e piacevole, incentrato su una partita di calcio di beneficenza tra Questura e Procura. La narrazione è a tratti spassosa, con la descrizione dei diversi tipi di giocatori amatoriali (la maggior parte dei quali il calcio lo aveva visto, fino a quel momento, solo in televisione), delle piccole rivalità e dei torti che possono essere risolti esclusivamente con una vittoria sul campo. Dietro il divertimento dell'autore ho trovato anche della satira graffiante sul modo di concepire lo sport e la rivalità nel nostro paese. Chiunque segue appena appena lo sport sa che ogni evento (specie nel calcio ma non solo) si trasforma in una lotta sanguinosa e porta a galla la parte peggiore di molti di noi.
Finale perfetto: Rocco non si smentisce mai. Forse il mio preferito, nonostante sia quello meno "giallo" della raccolta, perchè riesce a raccontare, in poche pagine, un mondo intero.

Senza fermate intermedie

Neanche in viaggio il vicequestore Rocco Schiavone riesce ad evitare rotture di... scatole. In viaggio da Roma ad Aosta su un treno ad alta velocità, Rocco si trova coinvolto nell'indagine su un furto, cui ha fatto seguito la morte della vittima a causa di un malore. 
Anche qui abbiamo un'impostazione molto classica del racconto: un treno senza fermate intermedie, una vittima, un colpevole che non può essere andato lontano e un poliziotto che deve indagare spinto dalle circostanze. Il miglior mistero della raccolta, ma forse sono di parte perchè ho adorato l'omaggio al giallo classico all'inglese.

L'eremita

Rocco ha l'influenza, ma, allo stesso tempo, deve indagare sull'omicidio di un uomo anziano che viveva isolato in una casupola ad alta quota. L'uomo è caduto dalle scale; a prima vista sembrerebbe un banale incidente provocato da un malore, ma alcuni dettagli ben presto indicano una direzione diversa. Un buon racconto, ma quello che mi ha coinvolto meno forse a cusa dell'espediente dell'indagine a distanza effettuata da Rocco per telefono, tramite i suoi agenti, mentre si trova a casa febbricitante. Il vicequestore è brillante come sempre, ma io lo preferisco impegnato sul campo.

Nel complesso, questa raccolta  mi è piaciuta molto. In primo luogo i racconti sono tutti di ottimo livello; l'indagine presente in ognuno di essi è ben presentata e pienamente svolta. Nessun racconto lascia l'impressione che la storia avrebbe avuto bisogno di qualche pagina in più per essere completa.
Antologia consigliata a tutti, dunque, stante la sua capacità di parlare a diversi tipi di lettori, ovvero a quelli che amano Rocco Schiavone alla follia, come pure a quelli che non lo hanno mai sentito nominare e sono in cerca di un libro giallo degno di questo nome.

Voto: 7 e 1/2

venerdì 6 luglio 2018

Questa volta leggo #6: Il metodo Catalanotti...

... di Andrea Camilleri.

Buongiorno a tutti e benvenuti ad un nuovo appuntamento con la rubrica Questa volta leggo, creata dalle blogger Dolci del blog Le mie ossessioni librose, Chiara del blog La lettrice sulle nuvole e Laura del blog La Libridinosa
Questo mese tutte l blogger coinvolte nel progetto parleranno di libri ambientati in Italia. Io ne ho scelto uno, a parer mio, emblematico, perchè rappresenta il meglio della letteratura italiana. Sto parlando di Andrea Camilleri, tornato a maggio in libreria con un nuovo romanzo dedicato al commissario Montalbano. Camilleri ha, secondo me, il merito di aver sdoganato la letteratura di genere, averle dato una sua dignità anche in Italia (dove troppo spesso la letteratura di genere viene considerata letteratura di serie B) e aver aperto le porte ai nuovi autori italiani di gialli e noir, un genere che sta vivendo una stagione stupenda, con autori che si rivelano, romanzo dopo romanzo, sempre più grandi (qualcuno ha detto de Giovanni?)
(e potevo mai scrivere un post senza nomnare casualmente Maurizio de Giovanni?)

Ecco, dunque, la mia recensione.

La scheda del libro sul sito della Sellerio 

Mimì Augello irrompe durante la notte a casa dell'amico e collega Salvo Montalbano: scavalcando un balcone per non farsi sorprendere da un marito geloso, ha scoperto un cadavere, con segni di violenza. Una possibile vittima di omicidio, insomma. E mentre Montalbano e Augello si chiedono in che modo possano "scoprire" alla luce del sole il cadavere, c'è un altro corpo, vittima di omicidio , che richiede l'attenzione di Montalbano. Carmelo Catalanotti, regista teratrale dilettante, benestante, apparentemente senza nemici e senza un'occupazione fissa, viene trovato morto. 

Ritroviamo Montalbano, oramai, per quel che mi riguarda, uno di famiglia, sempre più scontroso e sempre più amareggiato dalla piega che il mondo sta prendendo. Ma il tempo per crogiolarsi nei pensieri negativi non è molto; un cadavere (o meglio, due) irrompono sulla scena. Sul primo, l'indagine è ufficiale; il secondo invece, l'ha scoperto per caso Augello durante un incontro clandestino, e più che indagare sulla morte dell'uomo, bisogna trovare un modo di portare alla luce la scoperta senza compromettere il vice di Montalbano.
Il commissario promette il suo aiuto all'amico, ma viene fagocitato dall'indagine sulla morte di Carmelo Catalanotti, figura eccentrica e particolarissima. Prima di indagare sull'omicidio stesso, Montalbano è costretto a  scavare nella vita e nell'animo di quest'uomo, che sembrava collezionare segreti altrui per scopi inizialmente non chiari.
E così ci addentriamo, insieme al commissario, nella contorta personalità della vittima, uomo intelligente, manipolatore, artista autodidatta e coltissimo, che però usa il suo carisma come un grimaldello o meglio, come un burattinaio usa i fili delle sue marionette. Catalanotti  infatti era solito manovrare le persone; e aveva molte facce. A quale, esattamente, puntava l'assassino?
La risoluzione dle giallo ruota intorno alla risposta che il commissario dovrà dare a questa domanda. Questa cosa mi è piaciuta molto; mi ha affascinato la ricerca, più che di un movente, della vera natura della vittima. Questa ricerca è una vera indagine nell'indagine e non può non colpire che ama il giallo deduttivo come me. Infatti la trama gialla è particolarmente ben articolata e ben costruita; ma nuova linfa le viene data dal mistero che circonda la personalità di Catalanotti.

Montalbano arriflittì che non esisteva bravo sbirro che non fusse macari capaci di 'ndagari a funno nell'animo dell'esseri umani.

Altro elemento che ha tenuto vivissimo il mio interesse fino all'ultima pagina è stata la passione per il teatro che emerge evidente dalle pagine. Non si può conoscere Catalanotti senza conoscere le sue teorie sul teatro, sulla preparazione degli attori e sulla verosimiglianza, che egli chiama similvero e porta alle estreme conseguenze. L'autore ci prende per mano e ci conduce all'interno di questo mondo affascinante. Non è un mistero che Camilleri ami il teatro; ma la naturalezza e la semplicità con cui riesce a introdurre il lettore nell'argomento mi hanno lasciato stupita e deliziata.
Finito il libro ho avuto la sensazione non solo di aver letto un ottimo giallo; ma mi sono sentita arricchita. Avete presente quando chiudendo un libro pensate che non vi abbia lasciato niente? Ecco, questo romanzo è esattamente il contrario, perchè oltre a intrattenermi, mi ha spinto ad approfondire alcuni argomenti e ha ampliato le mie conoscenze sul mondo teatrale e anche sul mondo della letteratura poliziesca. Il tutto, naturalmente, senza interventi pedanti, ma con la sola semplice forza del romanzo e dei temi trattati.

Una breve menzione merita anche il finale, che sconvolge la vita privata di Montalbano, ma che mi ha toccata con la sua delicatezza e la sua semplice umanità. Durante il romanzo, il Montalbano privato, per così dire, ci appare a tratti incomporensibile. Ma tutto si spiega, benissimo, nel finale, in poche, semplici parole.
Credo che questo sia uno dei romanzi più belli che Camilleri abbia scritto, nonchè uno dei gialli meglio riusciti e meglio congegnati che siano usciti dalla sua penna. Nella contrapposizione tra il cadavere ritrovato da Augello e quello dell'indagine "ufficiale" è impossibile non scorgere echi di letteratura pirandelliana; il gioco dell'assurdo diventa qui enigma e divertimento allo stesso tempo. Gli stessi echi riverberano anche quando nel romanzo si parla di teatro; e così ne viene fuori un testo dalle anime diverse e complementari, tutte egualmente affascinanti.
Un romanzo chesolo Camilleri poteva scrivere, e che consiglio anche a chi non ha mai letto una sola riga dedicata al commissario Montalbano.

Voto: 8

Ricordandovi che la rubrica ad agosto sarà in pausa, vi lascio il calendario di luglio.


sabato 30 giugno 2018

L' amante del doge...

di Carla Maria Russo.
 La scheda del libro sul sito della casa editrice Piemme

Venezia, 1755. Caterina Dolfin, giovane nobildonna veneziana, è stata educata dal padre ad amare la cultura, le arti, la letteratura e la filosofia. Diversa dalle altre donne del suo tempo, alla morte del genitorie si ritrova in gravi ristrettezze economiche, e la madre, che non la comprende, la costringe a sposare un uomo di piccola nobiltà che non sa apprezzarne lo spirito e la cultura.
In una notte carnevalesca, Caterina si traveste ed esce di nasconsto e conosce Andrea Tron, influentissimo ambasciatore al servizio della Repubblica. Da quel momento la sua vita non sarà più la stessa.

Questa è la storia, leggermente romanzata, di due figure storiche realmente esistite, Caterina Dolfin e Andrea Tron. I due protagonisti si muovono sullo sfondo delle vicende politiche degli ultimi anni di splendore delle Serenissima Repubblica di Venezia. In particolare, Andrea Tron ne è un elemento di spicco, mentre Caterina, pur essendo di nobili origini, non ha grandi mezzi ed è costratta a vivere ai margini dell'alta società. La ragazza però non si piega ad accettare un destino fatto di rinunce più che materiali, morali e spirituali; contrariamente alle donne dell'epoca, ha avuto una buona istruzione, ama la letteratura e la cultura e non si rassegna a vivere in un mondo chiuso dove tutto questo le è precluso. La sua scelta per rompere le sbarre della sua prigione avrà conseguenze dirompenti, ma lei procederà per la sua strada sicura di sè. Questa cosa mi è piaciuta molto.

Di questo romanzo infatti ho apprezzato principalmente proprio la figura della protagonista femminile, Caterina Dolfin. Una donna di un certo carattere, che fa scelte non convenzionali e ne paga le conseguenze senza battere ciglio. Meno intrigante il protagonista maschile, che, in fin dei conti, ha dalla sua tutto: bello, ricco, nobile e stimato da tutti a venezia. Per la serie: ti piace vincere facile? 
Battute a parte, è sicuramente un personaggio che non ha la forza e il carisma di Caterina, secondo me, perchè non ha i suoi tormenti e non deve prendere le difficili decisioni che deve prendere lei. In ogni caso si tratta di un buon contrappunto per una personalità forte come quella di Caterina.

Quello che non mi ha soddisfatta appieno nel romanzo è stata proprio la trama.
Se questo fosse stato un saggio storico, probabilmente l'avrei trovato più interessante.  Mi spiego meglio.
Tutte le vicende narrate nel romanzo ci vengono appunto raccontate a posteriori, dopo che sono accadute e non le viviamo mai in prima persona. Dopo aver assisitito al primo incontro tra  due protagonisti, tutto quello che succede dopo lo sentiamo raccontare da questo o quel personaggio, oppure lo apprendiamo seguendo i ricordi di Caterina o di qualcun'altro. La sensazione che ne ho avuto io, e che mi ha guastato il piacere della lettura, è stata quella di essermi costantemente persa qualcosa, come se fossi arrivata a metà di un film e qualcuno me lo stesse raccontando.
Anche i continui salti temporali, riempiti appunto dal racconto degli avvenimenti passati, non aiutano la trama ad avere ritmo e organicità. Insomma, io a tratti mi sono annoiata.
Se un autore mi deve raccontare una storia io voglio viverla, non voglio sentirla di seconda mano dalla bocca di un personaggio, a maggior ragione quando gli eventi salienti di un romanzo non sono tantissimi e non particolarmente sconvolgenti.
Non sono una fanatica dello show, don't tell [1], ma secondo me qui siè decisamente esagerato in senso opposto.
Secondo me è un peccato, anche perchè, come detto, i due protagonisti, specialmente Caterina, sono più che apprezzabili; e soprattutto l' ambientazione della Venezia settecentesca è curatissima. Si vede che c' è un grande lavoro di ricerca storica alle spalle di questo romanzo. L'autrice sembra davvero sapere tutto dell'epoca e sa usarlo con naturalezza durante la narrazione. A volte però questi dettagli prendono il sopravvento sulla trama, e la situazione politico-sociale della Serenissima viene raccontata dilungandosi eccessivamente; ma la cosa non mi avrebbe disturbato più di tanto se, come detto, avessi potuto leggere una trama esposta diversamente.

Voto: 5 e 1/2 (e non di meno per l'enorme ed accurato lavoro di ricerca che c'è alle spalle del romanzo)

[1]Definizione di Show, don't tell