giovedì 14 giugno 2018

La scomparsa di Stephanie Mailer...

... di Jöel Dicker.



Buongiorno a tutti. Oggi parliamo di un libro interessante per la rubrica Questa volta leggo, ideata da Dolci (Le mie ossessioni librose)Chiara (La lettrice sulle nuvole) e Laura (la Libridinosa). Il tema di questo mese è: leggere un libro con più di 300 pagine. 
I libri voluminosi non mi hanno mai spaventato, anzi. Amo i libri corposi per una ragione molto semplice: come tutti i lettori appassionati, mi affeziono ai personaggi e alle storie, e quando un libro ha in più il pregio di non finire troppo in fretta sono felice.
Quindi, tornando al tema di questo mese, perchè limitarsi a sole trecento pagine? Se uno deve fare una cosa, meglio farla bene no?
Il romanzo di cui vi parlerò fra breve, tra l'altro, mi è stato regalato dai miei cari per la Festa della Mamma. Insomma, marito e figli mi hanno accompagnato in libreria, invitandomi a comprare quello che preferivo. Questo romanzo è stato scelto fra una pletora di altri possibili candidati con un criterio altamente scientifico: prendi quello più grosso e spicciati.

La scheda del libro sul sito della casa editrice La nave di Teseo

Orphea, New York, giugno 2014. Jesse Rosemberg, stimatissimo capitano di polizia, sta festeggiando il suo imminente ritiro dalla polizia quando viene avvicinato da una giornalista, Stephanie Mailer, che gli dice che il suo caso più importante, quello su cui ha costruito la sua brillante carriera, un quadruplice omicidio avvenuto nel 1994, è in realtà irrisolto. Jesse ha sbagliato persona, secondo la giornalista, e gli è sfuggito qualcosa che aveva sotto gli occhi e non ha visto. Jesse resta turbato da questa rivelazione, anche se è sicuro di aver svolto le indagini in maniera ineccepibile. Ma quando la Mailer scompare senza lasciare tracce, le certezze di Jesse cominciano a sgretolarsi. Insieme al collega di un tempo, Derek Scott, e ad una nuova arrivata ad Orphea, la vicecomandante della polizia Anna Kanner, Jesse ripercorrerrà gli eventi di quella terribile notte del 1994, e le indagini che ne sono seguite.

Pensavamo che Stephanie volesse andare nell'archivio della polizia di Orphea per consultare il fascicolo dell'indagine sul quadruplice omicidio del 1994. Perciò ci recammo subito nei locali dell'archivio e trovammo senza problemilo scatolone al cui interno doveva trovarsi il fascicolo in questione. Ma, con nostra grande sorpresa, lo scatolone aera vuoto. L'incartamento era scomprso. Dentro c'era solo un foglio di carta ingiallita dal tempo, sul quale qualcuno aveva scritto a macchina:

Qui comincia la NOTTE BUIA.

Come l'inizio di una caccia al tesoro.

La prima cosa che colpisce di questo giallo con sfumature di thriller è sicuramente la mole. Settecentoquattro pagine dense di avvenimenti e di mistero. Ma non dovete lasciarvi scoraggiare dal numero di pagine, perchè La scomparsa di Stephanie Mailer è un libro come se ne trovano pochi in giro; uno di quei romanzi che non puoi mettere giù, di quelli che continui a leggere fino a che non vedi la parola FINE davanti agli occhi.

Teatro degli eventi è la cittadina di Orphea, negli Hamptons, stato di New York. Gli omicidi sembrano legati a doppio filo alla prima edizione del Festival Teatrale della cittadina, che stava ottenendo un buon successo e catalizzando l'attenzione dei cittadini e dei media locali. Vent'anni dopo, sulla scena di Orphea c'è di nuovo il Festival e di nuovo gli eventi sembrano essere ad esso collegati.
L'ambientazione ideata da Jöel Dicker mi è piaciuta molto. Orphea ha il fascino della piccola città quieta in superficie ma ribollente di passioni e segreti nel profondo; il Festival Teatrale aggiunge qualcosa di diverso dal solito, e le dà un tocco di classe.

La storia si svolge su diversi piani temporali, e ha diversi narratori. Inizialmente i piani temporali sono due, quello del presente (2014) e quello che racconta le indagini come si svolsero nel 1994. Man mano che la trama si dipana, a questi piani temporali se ne aggiungono altri, eppure la lettura non ne risente. Non mi sono mai sentita confusa, principalmente perchè Dicker ha avuto il buon senso di assegnare ogni piano temporale ad un determinato personaggio. Jesse, tormentato dal dubbio, ci racconta le indagini nel presente, mentre il suo collega, più sicuro dell'esito dell'inchiesta del '94, ripercorre con noi proprio gli avvenimenti passati. A loro si aggiungono diverse altre voci; sul finale avremo modo di ascoltare, attraverso un espediente narrativo, anche la voce di una delle vittime.
Le voci narranti sono tutte diverse e tutte hanno qualcosa di interessante da dire. Le loro personalità e soprattutto i loro background sono curatissimi.
Dicker è un narratore molto abile. Riesce a tenere viva la curiosità del lettore imbastendo un mistero intricato ma non incomprensibile. Quello che mi ha tenuta davvero avvinta alle pagine, infatti, non è stata la curiosità, o almeno non solo; è stata l'abilità con cui l'autore ha saputo concatenare i fatti nuovi e vecchi, le scoperte che si susseguono e i nuovi indizi. Ogni elemento nuovo è introdotto con studiato tempismo. Tutto quello che c'è da vedere lo scopriamo insieme ai protagonisti, perchè l'autore ce lo mostra, invece di raccontarcelo soltanto. Questa abilità, che già avevo riscontrato nel precedente romanzo dell'autore La verità sul caso Harry Qebert, fa sì che non ci siano mai cali di tensioni o fasi di stanca, il che non è poco in un romanzo così voluminoso.

Da quanto ho appena affermato, si capisce che ho apprezzato moltissimo la trama. Ho apprezzato anche la coesione tra le varie parti della storia, e non mi sono mai trovata ad esclamare ma come è possibile che durante le indagini del '94 non abbiate visto questo?!? 
La storia ha infatti delle fondamenta saldissime ed è solido e coerente. Il piccolo dettaglio che era sotto gli occhi di tutti, citato da Stephanie Mailer prima di scomparire, effettivamente c'è, ma è microscopico ed evidentissimo al tempo stesso. Con la rivelazione di quel dettaglio, l'autore è riuscito a sorprendermi.

Se proprio devo fare un appunto a questo romanzo, devo sottolineare come alcuni personaggi secondari, per quanto avessero dei background interessanti alle spalle, mi sono sembrati un po' superflui rispetto alla trama principale. Con qualche piccolo aggiustamento si sarebbe potuto tagliarli senza rimpianti.

Consiglio questo libro a tutti gli amanti del giallo. Capita davvero di rado di riuscire a leggere storie così coerenti, ben studiate e ottimamente narrate. 

Voto: 7 e 1/2

Vi lascio il calendario della rubrica. Non siete curiosi di sapere come se la cavano le altre blogger con i libri voluminosi?  

martedì 12 giugno 2018

L'anello di Salomone. La Trilogia di Bartimeus #0.5...

... di Jonathan Stroud.


Molti secoli prima delle vicende narrate nei volumi della trilogia originale, quando ancora i grandi re e gli eroi mitici camminavano sulla Terra, il jinn conosciuto con il nome di Bartimeus si trova a Gerusalemme, al servizio di uno dei maghi di corte del grande e saggio re Salomone. Il potente monarca deve la sua forza ad un manufatto magico, un anello dalle capacità straordinarie, che lo rende invincibile ma che, allo stesso tempo, fa gola a tanti.
Quando Salomone minaccia la prosperità del regno di Saba, la Regina manda una giovane soldatessa al suo servizio ad uccidere il re, e prendere l'anello. Ma sulla strada dell'assassina, si metterà, suo malgrado, Bartimeus.

Molto lentamente, ma con passo deciso e sicuro, Joanthan Stroud sta scalando la mia personale classifica degli autori che preferisco. Questo perchè si tratta di uno scrittore che non si ripete mai, riesce sempre ad essere brillante e originale e a narrare storie che intrattengono e allo stesso tempo fanno riflettere.
L'anello di Salomone non fa eccezione.

Ci troviamo a Gerusalemme, circa mille anni prima della nascita di Cristo. La magia è parte integrante del sistema di governo; Salomone, egli stesso un mago, si circonda di un consiglio di diciassette maghi provenienti da tutto il mondo conosciuto, e fonda il suo potere sull'incredibile forza di un anello magico, unico manufatto nel suo genere, che lo rende invincibile.
Bartimeus, jinn di discreto potere ma di ego smisurato, si trova al servizio di uno dei diciassette, Khaba, probabilmente il più crudele, ambizioso e ambiguo. 

L'ambientazione è suggestiva e sufficientemente ben descritta. Trovo che la rivisitazione in chiave magica di un'epoca storica già di per sè ammantata di leggenda sia originale e sorprendente. Immaginate: Jonathan Stroud ha preso un periodo storico lontanissimo, i cui contorni si perdono nel mito, e l'ha reso ancora più mitico e magico, con una serie di elementi ben collaudati.
Tra questi, dobbiamo sottolineare innanzitutto il funzionamento della magia, che resta, a parer mio, una delle migliori trovate mai lette in un libro fantasy. Nel mondo creato da Stroud, i maghi non hanno direttamente poteri magici: tutto ciò che sanno fare è evocare degli spiriti, o demoni, da un'altra dimensione detta Altro Luogo, e costringerli, mediante formule complesse, a eseguire tutti i loro ordini. In pratica, gli spiriti sono schiavi alla mercè del mago che li ha evocati, esseri potentissimi alla costante ricerca del modo per spezzare le loro catene. Le implicazioni di un simile sistema condiziano inevitabilmente i rapporti tra i personaggi, creando una continua tensione narrativa che conferisce profondità alla trama.

Altro elemento ben collaudato è sicuramente il jinn protagonista della storia.
Bartimeus è semplicemente esilarante. Sveglio, brillante, ironico, racconta parte del romanzo in prima persona, con uno slang moderno che contrasta deliziosamente con l'ambientazione antichissima e mitica. Impossibile non adorarlo.
Questo il suo irriverente pensiero su Salomone:

Salomone voleva assomigliare ai grandi boss: i re dell'Assiria e della Babilionia laggiù ad est, gente dura che manco usciva dal letto se non c'era una testa di nemico sconfitto da calpestare sul tragitto per il bagno.

A fargli da contrappunto, questa volta troviamo Asmira, partita dal regno di Saba per portare a compimento l'ordine della sua regina di uccidere il grande re Salomone.
Laddove Bartimeus non prende nulla sul serio, non crede in niente e non è fedele a nessuno, Asmira è invece fedele, devota, seria. Pronta a morire per la causa.

Dopo qualche capitolo introduttivo dei tempi e dei luoghi, il loro incontro/scontro da l'avvio alla trama. Quando i rispettivi obiettivi sembrano chiariti, la storia pare avviarsi su binari alquanto prevedibili. E invece no. Jonathan Stroud sa regalare al romanzo svolte inaspettate, cambi di prospettiva e piccoli colpi di scena. Niente è scontato. Perciò la trama risulta frizzante e mai banale o noiosa. Non manca l'azione, soprattutto perchè la lotta al potere diventa ben presto un gioco a tre senza esclusione di colpi.
Sotto la superficie di una storia movimentata, dai dialoghi brillanti e dai personaggi accattivanti,  però, si cela ancora qualcosa. Ho apprezzato il messaggio che si intravede in controluce, tra le righe. Jonatahn Stroud ci parla, attraverso le parole mai del tutto serie di Bartimeus, della libertà e dei condizionamenti mentali che inconsapevolmente muovono le nostre scelte. Mettendo a confronto due situazioni molte diverse - la schiavitù di Bartimeus e lo stringente imperativo morale all'obbedienza di Asmira - l'autore ci porta a riflettere su cosa sia davvero la libertà.

L'unica differenza tra me e te è che io ho conoscienza della mia condizione. Io so di essere schiavo, e la cosa non mi garba affatto. Saperlo, però, mi dà almeno un piccolo spicchio di libertà. Tu non hai nemmeno quello.

Quando possiamo dirci liberi? Le nostre scelte sono veramente libere? Oppure siamo condizionati tanto da non riuscire più a distinguere la nostra volontà da quei fattori esterni che la dirigono?
Sono domande interessanti, così come è interessante trovarle in un romanzo fantasy, e per di più per ragazzi. 

Un libro che mi sento di consigliare a tutti
Voto: 7 e 1/2

Ps: Se volete dare un'occhiata alle altre recensioni che ho scritto sui libri di quest'autore, cliccate qui

lunedì 11 giugno 2018

Dov'è finita Audrey?

... di Sophie Kinsella.

Audrey ha 14 anni e indossa sempre occhiali scuri. Non esce più di casa da quando le è successo qualcosa di brutto a scuola. Audrey vive in balia dei suoi attacchi di panico e delle sue ansie, e a prima vista la sua famiglia non sembra proprio adatta ad aiutarla. Infatti Audrey deve destreggiarsi tra una madre iperprotettiva, un padre che non la contraddice mai ed un fratello maggiore, Frank, videogames-dipendente.  Solo col piccolo Felix, fratellino minore, la ragazza sembra essere davvero a suo agio. Ma quando Audrey fa, suo malgrado, la conoscenza di Linus, amico videogiocatore di Frank, un piccola crepa si apre nella sua corazza.

Sophie Kinsella è nota per i suoi libri divertenti, leggeri e sbarazzini (I love shopping e Sai tenere un segreto su tutti). In questo romanzo, però, troviamo una Kinsella diversa, che non ha perso il suo stile brillante e il suo tocco leggero nel raccontare, ma che riesce ad affrontare un tema decisamente difficile senza appesantirlo e senza banalizzarlo.
Infatti in questo romanzo Sophie Kinsella ci parla di bullismo, scegliendo di raccontarcelo da un punto di vista inusuale. L'autrice ambienta il suo romanzo diversi mesi dopo gli avvenimenti che hanno distrutto Audrey, la protagonista 14enne, e sceglie di non dare enfasi a quello che le è capitato, ma di darne piuttosto a quello che è accaduto dentro la ragazza dopo. Questa scelta mi ha dapprima sorpresa e poi conquistata con la sua semplicità e intelligenza. In fin dei conti, non è importante descrivere quali atti in concreto hanno scatenato la depressione e gli attacchi d'ansia di Audrey. È molto più importante sapere come quegli atti hanno cambiato la vita della ragazza, profondamente. In modi che non si possono immaginare. 

E a proposito di Audrey, ho amato il personaggio e la sua caratterizzazione. Senza pietismo, senza commiserazione, Audrey vive la sua vita, o quel che ne resta. Si rende perfettamente conto di aver un problema, non è affatto ottimista sulla risoluzione dello stesso ma almeno ci prova. In maniera buffa, maldestra, dolcissima. Durante la lettura non si può fare a meno di sorridere, ma neanche di provare empatia e un pizzico di tristezza.
Dopo poche pagine, pensavo che la povera Audrey non avesse chance di guarigione con la famiglia nevrotica e sopra le righe che si ritrovava, ma magicamente la Kinsella riesce a mettere tutto a posto, anche le nevrosi di una famiglia che a prima vista sembra impossibile e surreale, ma che poi si svela essere semplicemente una famiglia normale, coi suoi difetti, con le sue scelte sbagliate e i disastri conseguenti; la bravura dell'autrice sta poroprio nell'aver esagerato i tratti più problematici dei personaggi, per poi condurci per mano attraverso una trama brillante, fino alla piena comprensione delle dinamiche di questa famiglia, che non è poi così strana come ci è sembrato all'inizio. Anzi.

C'è un che di consolatorio in questa scoperta; dopo averci regalato qualche sorriso e qualche lacrime, alla fine la Kinsella ci regala anche la speranza. In fondo, nonostante tutti i nostri difetti, i guai e le difficoltà, possiamo farcela.

Voto: 8

Il gioco della seduzione...

... di Susan Elizabeth Phillips.
Phoebe Somerville eredita dal padre, forse per un ultimo dispetto, la squadra di football dei Chicago Stars. Phoebe donna bella, appariscente, sopra le righe, entra subito in conflitto con Dan Calebow, il coach della squadra. Sarà vero che gli opposti si attraggono?

Il romance non è proprio il mio genere, ma ogni tanto bisogna pur uscire dalla propria comfort zone e leggere qualcosa di diverso. Dopo aver finito Il gioco della seduzione sono ancora più convinta che il romance non sia il mio genere, ma eviterò di recensire negativamente il romanzo solo perchè questo non è il genere di storie che piacciono in me.

In realtà qualcosa che ho apprezzato in questo romanzo esiste. Infatti la protagonista, Phoebe Somerville, l'ho trovata davvero simpatica, estrosa e divertente. Phoebe è, all'apparenza, una di quelle donne interessate solo agli uomini, che ama vestire sexy e ha come unico scopo quello di civettare; eppure sotto la superficie c'è altro. Phoebe è molto fragile a causa di un trauma irrisolto e di figure genitoriali assenti. La ragazza rielabora a modo suo queste situazioni, costruendosi una corazza da feroce mangiauomini che possa proteggerla dal mondo esterno. Insomma, la filosofia di Phoebe è che la miglior difesa è l'attacco.
Quello che invece non ho apprezzato è che questa caratterizzazione del personaggio si sciolga come neve al sole non appena incrocia Dan Calebow, che è, come si capisce benissimo sin dalle prime righe del romanzo, tutto quello che Phoebe odia, disprezza e teme. Eppure, basta poco, pochissimo (io direi niente) perchè Phoebe si senta attratta da lui. Ma attratta da cosa, esattamente? Io sto ancora qui a chiedermelo.
A pagina 114 della mia versione digitale, la caratterizzazione di Phoebe va allegramente a farsi un giretto, per non ritornare mai più. E sapete perchè? Semplicemente perchè mentre Dan la fissava negli occhi, Phoebe si sentì come se anni di ragnatele ammuffite stessero scivolando via dal suo corpo per diventare umide e rugiadose.  

Psicologi e analisti, scansatevi! Ci sono gli occhi di Dan Calebow a sanare traumi pregressi e ferite ancora aperte!

Dan è macho, rozzo, maschilista e insensibile. Lo vediamo impegnato a cercarsi una compagna non sulla base dei propri sentimenti, ma sulla premessa che lui desidera una mogliettina che stia a casa a preparargli la cena e sfornare bambini. Sul serio. 

In quel momento della sua vita, stava cercando esattamente una donna sporca di farina, che faceva i biscotti e sfornava bambini. [...]
Era sul punto di voltare pagina. Niente più donne in carriera, niente più fichette alla moda, nessuna bomba sexy. Stava cercando una donna semplice, una alla quale sarebbe piaciuto farsi scompigliare i capelli da un bambino, una donna la cui idea di alta moda fossero un paio di jeans e una delle sue vecchie magliette, un tipo ordinario che passasse inosservata e non facesse perdere la testa agli uomini.

In pratica sta cercando una tata che sia brava in cucina, ma lui preferisce chiamarla moglie. 
Nel frattempo, però, c'è il sesso fatto con quell'altro tipo di donne, le poco di buono, perchè chiaramente, secondo lui, se una donna è disinibita e ama il sesso è una brutta persona. Benvenuti  negli anni cinquant... ah no, un attimo, il romanzo è ambientato negli anni '90. Ok, sono passati quasi trent'anni, ma la visione che Dan ha a della donna, del matrimonio e della società mi fa accapponare la pelle. 

Phoebe non si rendeva conto che quella era la Contea di DuPage? Le donne lì non si vestivano in quel modo, buon dio. Andavano in chiesa e votavano per i repubblicani, proprio come gli dicevano di fare i loro mariti.

Figuratevi che  avevo cominciato a sottolineare tutte le frasi sessiste che lui pronuncia, ma poi ho dovuto smettere perchè comunque avrei fatto prima a sottolineare quelle non sessiste. Se ne avessi trovato qualcuna.
Esempi? Ne posso fare diversi.
Ho trovato irritantissimo il continuo uso del termine "femminuccia" usato come insulto. 
La continua, svilente puntualizzazione che quando parla con Phoebe, Dan le guarda il senso, o le gambe, o il sedere.
Oppure le ripetute precisazioni su cosa una donna per bene debba o non debba indossare, su cosa debba o non debba fare, dire, pensare.

Fatte queste considerazioni, ben si capisce perchè non abbia provato alcun trasporto romantico per il protagonista maschile, e di conseguenza, nessuna empatia per la possibile coppia Phoebe/Dan.

Il romanzo è un lungo tira e molla tra i due, le cui dinamiche, ripeto, restano per me incomprensibili.
Il finale è piuttosto melenso e scontato.

Voto: 4 e 1/2

giovedì 31 maggio 2018

Le correnti dello spazio...

... di Isaac Asimov.
Un analista dello spazio scopre che una grave catastrofe minaccia il pianeta Florina, pianeta chiave nella galassia perchè unico posto dove si produce il kyrt, sostanza di origine vegetale dalle straordinarie e versatili proprietà. Quando sta per rivelare ai Signori di Sark, conquistatori di Florina, i suoi timori, l'uomo viene rapito da misteriosi figuri, e sottoposto ad un sondaggio psichico che gli cancella la memoria.
Un anno dopo, un uomo senza ricordi, umile operaio su Florina, comincia a ricordare qualcosa del suo passato e di una catastrofe che incombe sul pianeta.

Le correnti dello spazio mescola sapientemente fantascienza ed intrighi internazionali (o meglio, interplanetari), come spesso accade nella produzione di Asimov dedicata all'Impero e alla Fondazione. Qui l'Impero Galattico dominato dal pianeta Trantor sta ancora muovendo i suoi primi, incerti passi; i viaggi interstellari e la colonizzazione delle galassie fanno da sfondo ad un gioco antico quanto l'uomo: quello per la conquista del potere. Isaac Asimov ha una grande abilità sia nel costruire un universo enormente più vasto di quello che oggi possiamo anche solo immaginare, sia  nell'imbastire una trama degna delle migliori spy story. Se a ciò uniamo la scorrevolezza della lettura, dovuta allo stile lineare e quasi " trasparente" di Asimov, si comprende bene perchè questa è una storia che tutti possono apprezzare, e non soltanto gli appassionati di fantascienza.

Protagonista, suo malgrado, è Rick, un umile operaio di Florina, pianeta dalle ricchissime risorse naturali ma ridotto di fatto in schiavitù dai potenti signori di Sark. Considerato poco più di un idiota, Rick invece ha "soltanto" perso la memoria, e improvvisamente comincia recuperarla in maniera frammentaria. Difficile per lui orientarsi fra i vuoti della sua mente e la sensazione di pericolo imminente. Sì, perchè il primo ricordo che riaffiora nella sua testa è proprio quello della necessità di avvertire l'intero pianeta che qualcosa sta per spazzarlo via. Mentre noi cerchiamo di scoprire insieme a Rick e alla leale amica Valona di che natura sia la catastrofe incombente, in gioco entrano anche spie, doppiogiochisti e ribelli al soldo dei pianeti coinvolti: Florina, Sark e Trantor, con le sue mire espansionistiche.

I personaggi non sono particolarmente approfonditi; essi sono più che altro funzionali alla storia, e le loro motivazioni sono molto lineari, ma non banali o scontate.

Un altro tratto distintivo del libro, e che mi fa amare la fantascienza di Isaac Asimov, è quel gusto un po' retrò mescolato alle visioni futuristiche della tecnologia e della società. Per fare un esempio, nel romanzo (che, vi ricordo, è stato pubblicato per la prima volta nel 1952) troviamo una biblioteca intereamente digitalizzata i cui testi sono consultabili attraverso schermi; ma per la scelta e la ricerca dei volumi, i protagonisti si servono di manopole da far scattare avanti e indietro. Ditemi voi se esiste qualcosa di più fantascientifico di una biblioteca digitale (nel 1952) e qualcosa di più anni 50 di grosse manopole e uno  schermo in bianco e nero.
Ecco, questo connubio non cessa mai di intrigarmi.

Altro pregio del romanzo è la plausibilità scientifica alla base della particolarità del pianeta Florina e del grave pericolo che esso corre. Ho apprezzato la spiegazione scientifica che viene fornita alla fine del romanzo, perfettamente comprensibile anche per me che non sono certo un'esperta di fisica teorica o astronomia.

Insomma, un classico della fantascienza che qualunque appassionato dovrebbe leggere; ma anche un romanzo che, per le ragioni esposte sopra, può farsi amare da chiunque.

Voto: 7 e 1/2

venerdì 25 maggio 2018

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli...

... di Chiara Moscardelli.
 
Bentrovati, lettori! Oggi voglio parlarvi di un libro che mi è arrivato grazie alla disponibilità della casa editrice Giunti. Un libro spassoso, che ho letto con grande piacere: Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli.
 
 
Ti vesti con abiti rosa svolazzanti, pigiami improbabili, cerchietti e collanine di dubbio gusto [...]Poi, quando cominci a parlare, le acque si confondono e chi ti ascolta pensa: allora non è proprio scema.[...] Usi una terminologia da profiler e sembri uscita dall'Unità di analisi comportamentale per crimini violenti, cosa alquanto improbabile. Allora ecco la mia controdomanda: chi è Teresa Papavero?
 
Teresa Papavero ha quarant'anni e per una serie di vicissitudini torna nel paesino di  provincia dove è cresciuta, Strangolagalli. Qui conosce un ragazzo, ma la sera del loro primo appuntamento, mentre lei è in bagno, lui si butta dal terrazzo morendo sul colpo. Per tutti un suicidio, per Teresa, studi da profiler ed una carriera mai iniziata alle spalle, c'è qualcosa che non torna. Per lei il ragazzo, Paolo, è stato spinto giù. Ma da chi, visto che erano soli in casa? Riuscirà Teresa a convincere il maresciallo Lamonica, della locale stazione dei Carabinieri, nonché il bel poliziotto Leonardo Serra, giunto appositamente da Roma, che ha ragione lei?
 
A complicare la faccenda, invece, e fin da subito, era stato l'atteggiamento della donna. [Il maresciallo Lamonica] non riusciva a capire se fosse completamente scema o semplicemente pazza. 

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli è un libro divertente. Mi ha fatto sorridere, e qualche volta anche ridere, dalla prima all'ultima riga. La ragione principale è che la sua protagonista è semplicemente spassosa. Quarant'anni passati, maldestra, un padre ingombrante, luminare nel campo della psicologia criminale, una madre scomparsa anni prima, indecisa di cosa fare della sua vita e in perenne conflitto con se stessa, Teresa riesce a essere verissima pur con la sua eccentricità. Teresa strizza nei suoi abitini dai colori appariscenti e dalle fantasie improbabili sia un caustico sarcasmo che una enorme insicurezza. Si dice sempre che sono i grandi contrasti a fare un buon personaggio; e il contrasto di Teresa sta proprio qui.
Tolti gli eccessi, sfrondata la sua personalità delle stranezze, viene facile identificarsi con Teresa, provare empatia e anche tenerezza. Insomma, fare il tifo per lei.

Era stanca di sentirsi sempre i loro occhi puntati addosso, era stanca di dover dimostrare di valere qualcosa. Gli unici obblighi che avrebbe dovuto avere riguardavano se stessa, e non altri.

Le vicende che vedono coinvolta Teresa hanno un ritmo frizzante. Il romanzo è ricco di dialoghi, e i dialoghi sono fulminanti e brillanti.
Il libro si fa leggere volentieri, oltre che per  questo brio e per le indubbie qualità della sua protagonista, anche perché centra perfettamente il suo obiettivo. Obiettivo che non è narrare una intricata indagine; quella è solo una scusa per raccontarci di una donna fuori dal comune, dalle grandi capacità che troppo spesso sottovaluta, fino al punto di considerare la sua vita un completo fallimento. A ricordarle che non è così ci saranno non solo due uomini interessati a lei (il poliziotto Serra e il conduttore televisivo Zanni) ma soprattutto il successo nel risolvere non uno, ma ben due misteri che turbano la vita di Strangolagalli.
E a proposito di questo paese realmente esistente, esso fa perfettamente da sfondo alle vicende di Teresa; ovviamente il bello e ed il brutto della vita di paese vengono sapientemente esagerati per creare un'atmosfera leggera. La cittadina è infatti animato da una serie di personaggi secondari buffi e decisamente fuori di testa.

Nel romanzo ci sono tutti gli elementi che lasciano intendere che il libro potrebbe diventare una serie (una storia d'amore in sospeso, il passato di Teresa che ritorna nonché un mistero sepolto proprio negli anni dell'infanzia della protagonista), e io spero vivamente che sia così.
Scrivere libri leggeri e divertenti ma che non siano banali e superficiali non è facile. Come diceva Totò, è più difficile far ridere che far piangere; a far piangere si fa presto, la vera sfida è divertire il pubblico, e credo proprio che Chiara Moscardelli la sfida l'abbia vinta.

Voto: 7

mercoledì 23 maggio 2018

Questa volta leggo #4: Il mistero di Villa Saturn...

di M. R. C. Kasasian.

Ben ritrovati al quarto appuntamento della rubrica Questa volta leggo, ideata dalle blogger Laura (la Libridinosa) Chiara (La lettrice sulle nuvole) e Dolci (Le mie ossessioni librose).
Un gruppo di blogger sceglie un tema, e tutte leggono un libro che ricade all'interno dell'argomento scelto. Questo mese parliamo di libri che fanno parte di una serie.
Non so voi, ma io le serie le amo molto; sono una garanzia, per il lettore; l'unica cosa che non amo delle serie è che a volte le Case Editrici decidono, a loro insindacabile giudizio, di ritardare o addirittura sospendere la pubblicazione dei volumi della serie. Ma siccome a noi lettori piace vivere pericolosamente, è un rischio che vale la pena correre.
E io l'ho corso per Il mistero di Villa Saturn, terza avventura per l'improbabile coppia di detective formata dalla giovane March Middleton e da Sidney Grice, il suo tutore. Trovate le recensioni dei primi due volumi qui e qui.
 
 
«Tutte le supposizioni sono pericolose» affermo Mr. G., «a meno che non le si riconosca come tali, nel qual caso possono essere pioli utili per arrampicarsi alla ricerca di quella creatura elusiva che il volgo conosce con il nome di verità[..]».
 
Londra, 1883. Sidney Grice, il detective più famoso di Londra, si reca nello Yorkshire per risolvere un caso riguardante addirittura l'omicidio dell'abate di un monastero. March, la sua pupilla, rimane a Londra e, poco dopo la partenza di mr. Grice, riceve la lettera di uno zio che non sapeva di avere. L'uomo le chiede di incontrarla perché è l'unica parente che gli rimane. Incuriosita, March si reca presso l'imponente e misteriosa dimora dell'uomo, Villa Saturn, dove trascorre la notte.
Il mattino dopo, la ragazza scopre con orrore che nella villa è avvenuto un omicidio e gli indizi sembrano puntare su March stessa.
Cosa è successo davvero a Villa Saturn? E perché March comincia dubitare di se stessa?
 
I detective di Gower Street è una brillante serie gialla ambientata nella Londra vittoriana. Sidney Grice, detective, uomo di straordinario ingegno e cultura, ma anche snob e misogino, è perfettamente consapevole delle sue qualità, e non perde occasione per rimarcarlo. March, poco più che ventenne, è orfana, e si trova sotto la tutela di Grice. Ha un intelletto vivace ed una forte empatia per il prossimo che spesso offusca le sue capacità di giudizio. Sempre in disaccordo su tutto, dalla temperatura giusta del tè al senso della vita, i due investigatori ci offrono punti di vista differenti sulla medesima indagine.
In questa terza avventura, però, March inizialmente si trova ad indagare da sola sul mistero che circonda la morte del facoltoso zio appena ritrovato; quando le cose si complicano, Sidney Grice ritorna precipitosamente in città per darle una mano.

La storia ruota intorno a Villa Saturn, dove avviene un omicidio molto inquietante. La casa sembra però nascondere più di un mistero, e gli indizi che essa custodisce si rivelano contraddittori. March sembra smarrirsi tra le ombre di Villa Saturn. Onestamente, per qualche capitolo, mi sono smarrita anche io nelle pieghe della narrazione, che mi è sembrata vaga e poco chiara. Col procedere della lettura, comunque, la trama si è fatta più fluida, senza perdere la sua ricchezza, e da lì la lettura è stata assai intrigante.

I dialoghi brillanti e il linguaggio elegante sono l'asse portante del romanzo, e rendono la lettura piacevole e scorrevolissima; siamo di fronte ad un libro di oltre 500 pagine che si legge in pochissimi giorni. Se dovessi indicare una sola ragione per cui vale la pena di leggere questo libro, punterei tutto sui dialoghi.

[March] «Non mi aspettavo che succedesse niente del genere».
Sidney Grice si premette la giuntura del pollice sinistro sulla fossetta del mento. «Perché no?»
«Nessuno entra in una casa con l'idea che il proprietario sarà assassinato».
«Io lo faccio».
«Nessuna persona normale».
«Se volete essere una persona normale trovate impiego in una cappelleria».

Ma i punti di forza di questo romanzo non sono esclusivamente nei dialoghi.
La trama è molto articolata e complessa, ma conserva la sua coerenza. Complessità narrativa ben costruita, dunque, e non storia contorta e involuta come mi era capitato di leggere nel secondo volume della serie.

Ho amato questo romanzo perché ha saputo darmi una storia con degli spunti originali; un mistero ingarbugliato che non si può capire con una sola occhiata; uno stile scorrevole e vivace, e due protagonisti brillanti in un'ambientazione, quella della Londra vittoriana, solida e ben descritta.

Voto: 7

Vi lascio il calendario della rubrica Questa volta leggo, per curiosare tra le serie amate dalle altre blogger!
 

venerdì 18 maggio 2018

I segreti della domestica ribelle...

... di Fiona Mitchell.


Oggi vorrei parlare di un libro che mi è piaciuto molto, e che mi è arrivato grazie alla disponibilità della casa editrice Mondadori, che ringrazio. Se avete amato The Help, questo titolo fa per voi.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

Tala e Dolly sono due sorelle filippine; per garantire un futuro migliore ai loro figli rimasti in patria, entrambe sono andate a lavorare a Singapore come domestiche per i ricchi stranieri che risiedono lì. Le condizioni di lavoro sono dure, e i diritti quasi inesistenti. Come se ciò non bastasse, un'anonima ma popolare blogger che si fa chiamare Vanda si mette di impegno per rendere la vita difficile alle domestiche straniere, pubblicando nomi e foto delle donne ad ogni piccola mancanza, invocando espulsioni e licenziamenti, suggerendo regole disumane ai datori di lavoro e diffondendo ostilità e sfiducia nei confronti delle lavoratrici. Ma quando è troppo è troppo: dopo l'ennesimo velenoso post, Tala decide che è arrivato il momento di rendere pan per focaccia, o meglio post per post, e apre un suo blog. Da lì in poi, le cose prenderanno una piega che Tala non aveva previsto.
 
Fiona Mitchell ha vissuto per un certo periodo di tempo a Singapore, e ha potuto raccogliere di prima mano le confidenze delle domestiche straniere a Singapore, e le ha trasformate in questo romanzo gradevole e pacato. 
Va reso merito all'autrice di aver puntato il dito contro una situazione che non può che essere definita come una moderna schiavitù, tollerata dalla legislazione di Singapore e sfruttata dai ceti più abbienti; ma a Fiona Mitchell va anche reso il grande merito di aver saputo trasformare gli episodi di piccoli e grandi soprusi e abusi in un romanzo corale, organico e scorrevole.
Ecco, questo è un classico esempio di romanzo che riesce a intrattenere e a far riflettere contemporaneamente.
 
Nonostante il tema sia molto, molto serio, l'autrice non indugia nel pietismo, ma preferisce una narrazione lineare e coerente, con uno stile asciutto ma non freddo, attraverso i punti di vista di Dolly, Tala e anche di Jules, donna inglese alle prese con un grosso problema personale, e che forse proprio per questo riesce a rifiutare di inserirsi nel consolidato ingranaggio con cui la società locale schiaccia le domestiche straniere.
A Singapore le domestiche straniere , in special modo filippine, sono precarie in balia delle agenzia di collocamento e dei datori di lavoro. Questi ultimi possono impedire loro di avere un giorno libero, possono farle dormire in ripostigli senza finestre nel caldo tropicale, possono sequestrare loro parte dei guadagni e i documenti. Le domestiche non sono in alcun modo tutelate dalla legge, non hanno diritto a ferie, giorni di malattia o altri permessi; è vietato per legge avere un fidanzato e se rimangono incinte vengono espulse. Insomma, queste donne che si occupano di case e bambini sono trattate come esseri umani di serie B. Ma non per questo si arrendono; non tutte almeno. Dolly e Tala hanno un sogno, un obiettivo, e non smetteranno di darsi da fare per vederlo realizzato.
 
Mi ha colpito il parallelo che ad un certo punto alcune delle expat fanno tra la società in cui vivono e quella descritta nel libro The help, oggetto della discussione mensile del club del libro locale. Con l'eccezione di una o due voci fuori dal coro, la maggior parte delle donne che discute di quel libro non riesce a cogliere le evidenti similitudini fra le condizioni delle domestiche afro americane negli anni '50 in America, e la situazione delle domestiche straniere a Singapore. Credo che il senso, ed il valore positivo del romanzo della Mitchell sia proprio nel farci aprire gli occhi su quanto diamo per scontate, normali e anche giuste cose in realtà non lo so affatto, e lo facciamo semplicemente per comodità, o perché oramai  ci siamo abituati ad esse.
 
Insomma, questo è un libro che consiglio vivamente a tutti; ha una grande facilità di lettura ed una grande capacità di coinvolgere il lettore. Certo, a questo proposito devo sottolineare come le prime cento pagine circa mi avessero lasciata un po'perplessa, perché mi sembrava che la storia stesse girando a vuoto, che non stesse ingranando, insomma. Questo è un libro che vive di aneddoti vissuti o raccontati, e temevo che saremmo arrivati alla fine così, con una serie di storie di per sé interessanti ma senza sufficiente coesione per creare una buona trama.  Poi però finalmente accade qualcosa nel romanzo che provoca una reazione a catena, la quale a sua volta  riesce a conferire alla storia quella organicità di cui sentivo il bisogno, e di cui parlavo sopra. Da lì in poi, ho adorato il romanzo e le sue protagoniste.
 
Una notazione merita, infine, il ruolo del blog di Tala. Oltre ad essere un incitamento ad esprimere se stesse attraverso la parola scritta, il blog rappresenta nel romanzo la voglia di riscatto e la voglia di non arrendersi mai. Questo è, secondo me, il vero messaggio del romanzo e il vero merito di Fiona Mitchell, ovvero quello di aver scritto un libro su un argomento molto serio e doloroso, senza velleità consolatorie, ma lanciando comunque un messaggio positivo di speranza.
 
Voto: 7

martedì 15 maggio 2018

La bambina nel buio...

... di Antonella Boralevi.
La scheda del libro sul sito della Baldini+Castoldi

Oggi voglio parlarvi di un libro che mi è arrivato grazie alla gentilezza della casa editrice Baldini e Castoldi, che ringrazio sentitamente.
 
1985. In una villa immersa nella campagna veneta, Manuela e Paolo danno una grandiosa festa per il loro ventesimo anniversario di matrimonio. La festa è splendida, gli invitati altolocati, la cornice lascia senza fiato. Tutto sembra perfetto, fino a che, alla fine della festa, la figlia della coppia, l'undicenne Moreschina, scompare. La cercano tutti sotto un violento nubifragio, ma della piccola nessuna traccia.
2017. Emma Thorpe è ospite del conte Briani nel suo palazzo veneziano. È arrivata a Venezia nella speranza di riprendersi da un trauma.
In una città misteriosa, a tratti gelida e soffocante, Emma conosce per caso il commissario Alfio Caruso, e, sempre per caso, si troveranno ad indagare su un mistero di trentadue anni prima.
 
Antonella Boralevi ha costruito per il suo romanzo un'atmosfera cupa e angosciante , da tragedia imminente ed inevitabile, che mi ha reso difficile mettere giù il suo libro. Accattivante il contrasto, nella parte del romanzo ambientata nel 1985, tra l'incombere della tragedia e lo splendore un po' glamour e un po' fatuo della festa grandiosa che Manuela, padrona di casa e madre della piccola Moreschina, ha dato, con lo scopo principale di mostrare all'alta società la sua ricchezza, la magnificenza della sua casa, la perfezione della sua famiglia. 
Altrettanto ben riuscita è l'atmosfera soffocante della parte ambientata nel presente, in una Venezia poco turistica e molto fredda, indifferente, grigia. 
 
La storia è intrigante e ruota intorno alla sparizione di Moreschina, bambina confusa alle soglie dell'adolescenza, ma dolcissima, intelligente e profonda. Il padre stravede per lei; la madre ha qualche atteggiamento ambiguo, ha evidentemente qualcosa da nascondere, ma entrambi sono devastati da una scomparsa che non ha senso e non ha un perché.
Le ricerche e le indagini vanno avanti a lungo, nessuno sembra rassegnarsi ad ammettere che Moreschina sembra svanita in una nuvola di fumo.
Trentadue anni dopo, le indagini vengono riaperte per un caso fortuito; qualcosa che non dovrebbe essere dov'è collega tra loro alcuni episodi, all'apparenza estranei ai fatti di trentadue anni prima, fino a squarciare il velo nero che copriva la verità sulla sorte di Moreschina. 
Ben delineati mi sono apparsi i personaggi, anche quelli secondari, tutti credibili con le loro ambiguità, peccatucci e piccoli e grandi segreti.
 
Non so se il romanzo possa essere definito un thriller; certo, a tratti ne ha il respiro, ma a ben guardare la verità è stata sotto gli occhi di tutti, anche del lettore, fin dalle prime pagine. Forse, come alcuni personaggi del romanzo, il lettore viene preso dall'urgenza di leggere e capire, e ignora quello che hanno sotto il naso.
Forse per questo sarebbe più appropriato definirlo noir, anche perché di nero, in questo romanzo, ce n'è molto. Soprattutto, c'è da notare come l'oscurità si annidi dove pensiamo non possa mai attecchire.
 
La prosa dell'autrice, al netto di qualche eccessiva ricercatezza linguistica, è poco incline al sentimentalismo ed è lucida, lineare e fredda, con periodi brevi e aggettivazione precisa. Questo è maggiormente vero  nel finale, dove la verità e le sue conseguenze ci vengono raccontate in maniera spietata, quasi brutale, senza fronzoli, colpendo il lettore in pieno petto con un pugno che non ci si aspettava fosse così forte.
 
Questo è un romanzo che ha molto da dire, costruito con indubbia bravura per stringere il lettore in una morsa di curiosità ed angoscia, che culmina in un finale senza misericordia, un finale "brutto, sporco e cattivo" (per dirla cinematograficamente).
 
Voto: 7 e 1/2
 

lunedì 14 maggio 2018

Niente è come te...

... di Sara Rattaro.

La scheda del libro sul sito della Garzanti

Angelika, moglie di Francesco, è scappata in Danimarca con la loro bambina di quattro anni, Margherita, e per dieci anni ha impedito all'uomo di vederla e di avere contatti con lei. Quando la donna muore a causa di un incidente stradale, Francesco corre a riprendersi la figlia ormai adolescente, una figlia che non conosce e che, traumatizzata, lo guarda con sospetto.
Con l'aiuto della compagna Enrica tenterà di ricominciare daccapo e colmare dieci anni di assenza.
 
Sara Rattaro merita un dieci per la scelta del tema: i rapimenti internazionali di minori da parte di uno dei due genitori. Un argomento duro, difficile, doloroso, di cui si parla poco. Merita un dieci per lo stile calmo, fluido e  senza eccessi con cui è riuscita a parlarne.  E merita un dieci, infine per l'aggiunta, alla fine di alcuni capitoli,  della fredda cronaca, in poche e scarne frasi, di casi reali di sottrazione di bambini ad un genitore da parte dell'altro. Questo espediente mi ha dato i brividi, e credo che quelle frasi così crude nella loro semplicità saranno l' unica cosa che mi resterà dentro a lungo di questo romanzo.
Non sono memorabili, invece, le riflessioni in corsivo che aprono o chiudono alcuni capitoli: poco incisive, slegate dal contesto e a volte decisamente banali (Nessuno fa solo cose giuste o sbagliate. Siamo luce e ombra insieme, frase mai sentita! Oppure: Da fuori le cose sembrano molto più semplici. Ancora: Il tempo passa, trascorre e vola via. Dicono che guarisca tutte le ferite e non guardi in faccia nessuno. Quando sei in preda all’ansia lo vorresti accelerare e quando devi fare una scelta ti piacerebbe poterlo congelare.)

Il romanzo è abbastanza breve, circa 200 pagine, ma ha troppa carne sul fuoco: la sottrazione di minori, e poi l' autolesionismo, il bullismo, la bulimia, le difficoltà dell'adolescenza. Davvero troppo perchè ogni argomento possa essere approfondito nel modo che merita. 
Insomma, so che, quando inizio a leggere un romanzo di Sara Rattaro, il mio cuore deve essere preparato ai colpi duri, ma stavolta non sapevo da che parte volarmi prima. Troppi input, per dirla in linguaggio informatico, ma troppo superficiali. E questo ha fatto sì che neanche il tema principale venisse sviscerato a dovere.
Perchè Angelika ha portato via sua figlia all' improvviso, impedendo al padre di vederla? I due erano in crisi? Francesco ha fatto qualcosa per scatenare non solo la separazione, ma anche l'accanimento dell'ex moglie nell'evitare ogni contatto con la piccola? Angelika è forse una donna instabile, come sembrerebbe quando per un nonnulla rinfaccia a Margherita: per forza tuo padre non ti ha voluta? (cosa assolutamente non vera, e che lei sa non essere vera).
Più che una storia dolorosa, mi è sembrato che all'autrice interessasse raccontare il dolore in sè. Scelta legittima, ma che a me ha dato l'orticaria. Troppo autocompiacimento nel crogiolarsi nel dolore, troppa ansia di mostrare una sofferenza bloccata e inerte. Non è chiarissimo cosa Francesco faccia per riprendersi la figlia; vengono citati giudici e assistenti sociali ma io la sua rabbia e la sua lotta, quella che lui dice di aver combattuto per dieci anni,  non le ho percepite. Non le ho vissute. Al limite le ho intraviste, e sinceramente non mi è bastato per farmi provare empatia nei confronti di Francesco.
L'unica cosa che mi è giunta di Francesco è stato il senso di colpa, perché in qualche modo l'uomo si sente in colpa per quanto è successo. Onestamente mi piacciono i personaggi dall'animo buono e sensibile, ma Francesco esagera! Sofferenza e senso di colpa a volontà, ma mai, e dico mai, una parola cattiva contro la donna che di punto in bianco ha distrutto la sua famiglia portandosi via sua figlia. Nel finale arriva anche a giustificarla. Credo che questo non sia un atteggiamento realistico.
Il medesimo difetto lo condivide anche Enrica, la sua compagna, anche se in misura minore, perché nel finale riesce, almeno in parte, a fare qualcosa di umanamente egoistico.
Siamo luce e ombra insieme, dice ad un certo punto Francesco, ma le ombre io qui non le ho viste; i contrasti non li ho visti. Ho visto solo una madre dalle motivazioni incomprensibili e un padre che concorre per la propria beatificazione mentre è ancora in vita.

Mi chiedo, infine, se sia un caso che il primo romanzo di Sara Rattaro che io abbia letto, L'amore addosso, mi abbia colpito molto; il secondo, Un uso qualunque di te,  mi abbia lasciato indifferente; e il terzo (questo) mi abbia deluso. Ricorre nei tre romanzi lo stesso schema (qualcuno muore, qualcuno finisce all'ospedale, qualcuno è costretto a ripensare la sua vita, non necessariamente in questo ordine), e mi chiedo se questa ripetizione non abbia influito negativamente sul mio giudizio.

Voto: 5 (di stima per Sara Rattaro, che mi sembra una brava scrittrice che ha paura di abbandonare la sua comfort zone) 

martedì 8 maggio 2018

Sara al tramonto...

...di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della Rizzoli
 
La donna invisibile sedeva sulla penultima panchina, la seconda a uscire dal pomeriggio e a entrare nella sera. [...]. In senso stretto la donna non poteva essere definita invisibile. Se qualcuno si fosse concentrato e avesse scrutato con insistenza proprio dalla sua parte, forse l'avrebbe notata. Ma la concentrazione in quella città era tanto rara da poter affermare che sì, la donna invisibile era davvero invisibile. Minuta, i capelli grigi che le sfioravano le spalle pettinati in maniera anonima, il vestito scuro, le scarpe basse, una giacca leggera, una borsa morbida in grembo, sedeva sul bordo della panchina coprendo le ultime lettere di una scritta di vernice che comunque sarebbe stata incomprensibile. La testa era protesa in avanti, verso il vuoto. Non guardare nessuno, e nessuno ti guarderà. In realtà la donna invisibile stava osservando qualcuno, senza particolare interesse: così, per mantenersi in esercizio. A una trentina di metri, al limite del suo campo visivo, su una delle panchine ancora immerse nel sole, c'erano die giovani che discorrevano. La distanza, le urla dei bambini, gli scooter che sfrecciavano accelerando, i tanti rumori della strada impedivano che anche l'eco di una sola parola del dialogo arrivasse alla donna invisibile. Nonostante questo, lei coglieva il contenuto della conversazione come se fosse seduta in mezzo a loro.
Era il suo potere.
 
Sara è una poliziotta in pensione. Ha lavorato tutta la vita all'ombra dei Servizi Segreti, ascoltando e interpretando intercettazioni ambientali e telefoniche. Anni prima, aveva lasciato il marito e un figlio ancora piccolo per andare incontro al grande amore della sua vita: il suo capo, Massimiliano, scomparso di recente.
Sara viene avvicinata da Viola, che aspetta un bambino da suo figlio, morto in un incidente. Anche grazie ai colloqui serali con lei, la donna accetta la richiesta di una ex collega e torna a  lavorare ancora una volta nell'ombra, per occuparsi di un caso di omicidio conclusosi con la condanna della figlia della vittima, rea confessa. Eppure c'è ancora qualcosa che non torna; qualcuno è in pericolo, perché la verità non è ancora venuta a galla, e Sara è l'unica a cercarla.

Sara al tramonto mi è piaciuto molto. Mi è piaciuta innanzitutto la protagonista, perché è un personaggio non convenzionale, che, ad un'occhiata superficiale, potrebbe sembrare lo stereotipo dell'investigatore solo e tormentato. A dire il vero, Sara è sola e tormentata, ma non è uno stereotipo. Sara non ha rimpianti o sensi di colpa. Non è così che vive la sua vita.
Vent'anni prima, ha fatto una scelta estrema: ha abbandonato il marito ed un figlio piccolo e non si è mai voltata indietro. E nonostante questo cammino l'abbia condotta ad un ritiro anticipato dal lavoro e ad una profonda solitudine, Sara non rimpiange e non rinnega niente.

C'è una profonda malinconia che pervade questo romanzo, bellissimo, triste e struggente, malinconia che si diffonde proprio da Sara fin dalle prime righe. Sara sa cosa ha perso quando il suo grande amore è morto, ma sa anche cosa ha avuto dalla vita. E pensa, più o meno coscientemente, che oramai la sua vita sia finita.
Quando meno se lo aspetta, però, arrivano Teresa, ex collega e amica, e soprattutto Viola ad aprire una breccia nella sua corazza.

Sara al tramonto era diversa. Sara al tramonto aveva nel cuore una porta aperta in cima a una scala a chiocciola, e quella porta era la sua debolezza.

A fare da contrappunto a Sara, troviamo Davide Pardo, poliziotto vecchio stampo, seppur più giovane di Sara, tutto fiuto e lavoro di gambe. Lui sì che ha dubbi, rimpianti e sensi di colpa. È lui che ha svolto le indagini sul caso riaperto ufficiosamente, ed è su di lui che pesa la paura di aver forse arrestato un'innocente. Pardo è solo, come Sara, con l'unica compagnia di una gigantesco cane che aveva comprato per la compagna che lo ha lasciato.
Sara e Pardo sono una improbabile coppia di investigatori, diversissimi per metodo e carattere, ma uniti da una profonda solitudine e da un grande senso di giustizia.

La trama gialla è interessante perché l'indagine va alla ricerca non dei soliti indizi che possiamo trovare in qualunque noir (DNA, orme, macchie di sangue, eccetera). Sara, per investigare, ha bisogno di vedere e parlare con le persone. Solo così può utilizzare la sua straordinaria abilità nell'interpretare il linguaggio del corpo. Per questo l'indagine si svolge in maniera decisamente non convenzionale, ripercorrendo le tappe dell'inchiesta originale ma "leggendole" alla luce delle capacità di Sara. Non posso non sottolineare quanto questo sia stato avvincente per un'avida lettrice di gialli e noir come me, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e di originale. E anche questa volta de Giovanni non mi ha deluso da questo punto di vista.
Sebbene non sia difficile intuire il colpevole, mi ha colpito favorevolmente la rivelazione del movente, perché riesce a dipingere, ancora una volta, l'essere umano in tutte le sue debolezze e meschine aspirazioni.

In fin dei conti, a Maurizio de Giovanni non interessa raccontarci un fatto di sangue e la relativa indagine; o almeno, non solo. A lui interessa parlarci dell'animo umano, della sua poesia, incarnata da Massimiliano e dal suo amore puro che va oltre la morte e la malattia,  e delle sue bassezze, rappresentate dal colpevole e dalle sue ragioni.
È per questo che Maurizio de Giovanni ha dato a Sara, il potere di guardare dentro le persone. Perché potessimo farlo anche noi, attraverso i suoi personaggi.
E come costruisce i personaggi lui,  nessuno mai.

Voto: 7 e 1/2

giovedì 3 maggio 2018

Tredici...

... di Jay Asher.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

Clay Jensen, di ritorno da scuola, trova ad attenderlo un pacco dal contenuto inquietante: sette audio cassette in cui Hannah, diciassettenne suicidatasi qualche settimana prima, spiega le tredici ragioni per cui ha compiuto quel gesto, chiamando in causa tredici persone che ritiene responsabili. Clay è tra loro, ed in una lunga notte ascolterà dalla voce di Hannah la storia di quei piccoli e grandi avvenimenti che hanno scatenato un effetto valanga, portando Hannah al suicidio.
 
Jay Asher affronta in questo romanzo breve ma intenso un tema molto delicato, quello del suicidio di un'adolescente. Lo fa mettendo a nudo le piccole malignità e le grandi cattiverie che hanno segnato la vita di Hannah. Episodi all'apparenza innocui o banali che sommati tra loro sembrano trascinare la ragazza verso traumi più grandi, fino alla decisione di farla finita. Un libro angosciante e spietato da questo punto di vista. Proprio per questo il romanzo si legge d'un fiato, una pagina dopo l'altra, senza riuscire a metterlo giù. Nonostante questo indubbio merito, il romanzo non mi è piaciuto granché. Certo, affronta un tema duro, e bisogna dargliene merito.
Dove il romanzo di Jay Asher centra perfettamente il punto, infatti, proprio è nel far riflettere su come le piccole cose, apparentemente insignificanti, possano fare male, molto male, a chi ci sta intorno. Su come si possa demolire una persona un pezzettino alla volta. Su come in realtà non sappiamo niente delle vite degli altri, e su come è facile essere cattivi, trasformarsi in bulli, o peggio, dietro il paravento del era solo uno scherzo. E su come uno scherzo possa sfuggire di mano e portare a conseguenze gravi (non mi riferisco solo al gesto estremo di Hannah).
 
Dove però il romanzo fallisce, a parer mio, è nel creare una storia solida. Gli spunti di riflessione sono stati interessanti, ma non mi sono bastati. Insomma, il tema è delicato e la struttura della narrazione postuma di Hannah attraverso le audio cassette è intrigante, ma  per tutto il romanzo ho aspettato che capitasse qualcosa che gettasse finalmente luce sulle motivazioni della protagonista. Aspettavo qualcosa che rendesse la storia organica e convincente. Quando qualcosa potenzialmente dirompente accade, appare evidente che Hannah aveva comunque già deciso per l'autodistruzione; aveva già mollato la lotta da un pezzo. Anzi, a voler essere precisi, io ho avuto l'impressione che Hannah non abbia mai lottato e che per tutta la vita sia andata alla ricerca di un pretesto per farla finita.
Ma perché? Perché Hannah non combatte, non reagisce e si lascia trascinare a fondo da una sequela di piccole cattiverie?
Alcune volte ho avuto l'impressione che Hannah andasse a infilarsi in situazioni potenzialmente dolorose solo per confermare l'assunto che il mondo è cattivo, che la sua vita fa schifo e che sarebbe meglio farla finita.
Altre volte, invece, le situazioni inserite nelle cassette mi sono sembrate sinceramente molto banali e trascurabili. Penso alla persona che si è approfittata di Hannah per avere un passaggio e poi non è stata abbastanza amichevole con lei in seguito. Eddai! Tutti abbiamo avuto amici e amiche così, ma siamo sopravvissuti senza portare nemmeno eccessivo rancore.
Non appena ho scritto che tutti noi abbiamo avuto esperienze simili, mi sono anche resa conto che è pur vero che non tutti reagiamo allo stesso modo. E questo è legittimo; Hannah ha preso molto a male alcuni eventi, ma la mia domanda è sempre la stessa: perché? Non credo che tutti i pezzi del puzzle si incastrino al loro posto nella costruzione della personalità della protagonista. A sentire la sua voce in prima persona, Hannah sembra molto intelligente ed equilibrata. Lucida nell'analizzare gli eventi. Ma il suo suicidio e le ragioni che l'hanno spinta a tanto parlano di una persona fragile. Mi sembra che ci sia una contraddizione non risolta e non spiegata a sufficienza.

Va benissimo che un libro abbia come scopo il lanciare un allarme, un messaggio, uno spunto di riflessione; ma questo fine ultimo non deve far dimenticare che si sta raccontando una storia. Ecco, a me è sembrato che il romanzo fosse un mero pretesto, e che le motivazioni dei personaggi, tutti, Hannah, Clay e anche quelli secondari, non siano state abbastanza approfondite perché in fondo giudicate meno importanti del Grande Tema™.
 
Insomma, ho detto che il romanzo fallisce nell'essere storia; mi aspettavo un crescendo di episodi e di tensione, e invece dopo una buona partenza il romanzo si affloscia, adagiandosi su di un finale piuttosto fiacco.
 
Voto: 5 e 1/2
 

domenica 29 aprile 2018

Veleno d'inchiostro...

... di Cornelia Funke.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

È passato un anno da quando Meggie, oggi tredicenne, e suo padre Mo si sono scontrati con la banda del bandito Capricorno; banda che lo stesso Mo aveva evocato involontariamente da un libro, Cuore d'inchiostro, scritto dall'anziano autore Fenoglio. Mo e Meggie, infatti, hanno il potere di dare vita ai personaggi dei libri leggendo a voce alta. Dita di Polvere, il mangiafuoco evocato anch'egli per errore dal medesimo libro, riesce finalmente a trovare un modo per tornare a casa, tra le pagine della sua storia. Ma uno scagnozzo di Capricorno, Basta, è sulle sue tracce, deciso ad ucciderlo. Quando Basta riesce a rientrare in Cuore d'inchiostro, a Meggie e Farid, giovane vagabondo saltato fuori dalle pagine de Le Mille e una notte, non resta che catapultarsi nel romanzo per avvertire Dita di Polvere e fermare Basta.
 
Veleno d'inchiostro è il secondo volume della trilogia Mondo d'inchiostro.
Nel primo romanzo, Cuore d'inchiostro, recensito qui, Meggie e Mo avevano lottato contro Capricorno, il malvagio incendiario uscito dalle pagine del romanzo.
Da quelle vicende è passato un anno, un anno sereno e tranquillo; ma non un anno altrettanto tranquillo per Dita di Polvere, strappato dal potere di Mo alla sua storia, a cui vuole disperatamente tornare. Quando finalmente ci riesce,  sulle sue tracce si mette però Basta, deciso a vendicarsi del mangiafuoco. Dalla necessità di avvertirlo dell'imminente pericolo prendono l'avvio gli eventi di questo romanzo che ci trascinerà insieme a Meggie e Farid nel Mondo d' Inchiostro creato dallo scrittore Fenoglio.
 
Lo schema di questo secondo romanzo ricorda, seppure in maniera speculare, quello del primo volume. Mo e Meggie vivono una vita più o meno tranquilla; arrivano i cattivi; in qualche modo il libro scritto da Fenoglio viene coinvolto; prigionia dei nostri eroi; lotta contro i cattivi.
Quello che evita il senso di "già visto, già sentito" sono i nuovi elementi che l'autrice sapientemente introduce, primo fra tutti la meravigliosa nuova ambientazione.
Il Mondo d'inchiostro è infatti il protagonista assoluto di questo romanzo. Lo avevamo conosciuto attraverso la struggente malinconia di Dita di Polvere durante il primo volume di questa trilogia, adesso lo vediamo attraverso i suoi occhi, e per me è stato amore a prima vista. Il Mondo d'inchiostro è capace di risvegliare il senso del magico e del meraviglioso anche in una lettrice come me che, da appassionata di fantasy, ne ha viste e lette tante, e rimane sorpresa raramente.
Elfi di fuoco, fate, folletti di cristallo popolano un modo fatto di Selve senza Vie, tenebrosi castelli e città opulente. 
Ma tra la bellezza incomparabile di luoghi magici si nascondono la cattiveria e il male, in un contrasto che è allo stesso tempo epico e tremendamente normale. Leggende e miti prendono vita ad ogni pagina, e la storia dei personaggi secondari che popolano queste terre è così ricca e complessa che avvolge il lettore e lo incanta.
Mi viene da dire che Cornelia Funke ha lo stesso potere di Mo e Meggie: le parole che lei scrive prendono vita.

Grande spazio viene dato a Dita di Polvere, la cui personalità complessa viene illustrata al meglio. La sottile ambiguità che lo accompagna dal primo volume trova miglior spiegazione e rende il personaggio malinconico ed umano. I suoi dubbi e i suoi rimpianti diventano i nostri.
Splendido ed originale anche il modo in cui l'autrice ha saputo fondere con il contesto personaggi estranei al Mondo di inchiostro, quali sono Meggie e Farid, amalgamandoli perfettamente. I due ragazzi non sono solo viaggiatori che si perdono in un mondo incantato, come accade in tanti altri libri scritti prima di questo. Loro ne diventano parte integrante in un modo che non posso rivelare per non fare spoiler, ma che è magico e avvincente. E l'ho apprezzata molto.

Il romanzo mi è dunque piaciuto tantissimo, anche per la varietà di personaggi e storie che si intrecciano tra loro. Se proprio dovessi muovere una critica a questo splendido libro, direi che lo svilupparsi della trama è un tantinello lento. Non che Funke sia prolissa; è che il suo stile è calmo e placido. Questo conferisce un'aura fiabesca alla narrazione e permette di assaporarla a fondo, ma allo stesso tempo, nei momenti cruciali, questo modo di raccontare può diventare frustrante per il lettore desideroso di andare avanti con la trama, che ha i suoi colpi di scena e rivolgimenti della sorte a tenere con il fiato sospeso.
Ma in ogni caso questa critica non intacca la bellezza di una storia che consiglio a tutti.

Voto: 7 e 1/2 

lunedì 23 aprile 2018

L'inconfondibile tristezza della torta al limone...

... di Aimee Bender.

La scheda del libro sul sito della Minimum Fax

 Il romanzo ha vinto l'Alex Award per la narrativa per adulti che abbia una speciale attrattiva anche per i giovani lettori. 

Alla vigilia del suo nono compleanno, Rose scopre di riuscire a percepire nel  sapore del cibo i sentimenti di chi lo ha preparato. La tristezza e il senso di vuoto che coglie nella torta al limone preparata da sua madre la colpiscono nel profondo e cambiano la sua vita. Cercando di barcamenarsi fra i pasti che le mettono addosso paura, rabbia e frustrazione e l'assenza emotiva dei suoi familiari, Rose cresce cercando disperatamente un senso a quello che le sta intorno.
Poco prima di compiere nove anni, Rose si ritrova all'improvviso con uno scomodo talento: il cibo per lei ha il sapore dei sentimenti di chi lo ha preparato. Alla comprensibile confusione che se segue questo cambiamento, si aggiunge il peso delle emozioni altrui, che raramente sono positive. Se Rose riesce a sopportare la quieta tristezza della donna che prepara il cibo alla mensa scolastica, l'infelicità e il senso di vuoto che sua madre prova sono insopportabili per una bambina così piccola.
Molti bambini, a quanto pareva, ci mettevano anni e anni a rendersi conto che i loro genitori erano persone piene di difetti e scombinate, e a me proprio non andava di arrivare a saperlo in modo così intenso, e così precocemente.
La sua giovane età è poi un grande ostacolo nella ricerca di un aiuto; Rose non sa come spiegarsi e come spiegare quanto sta accadendo; e la sua famiglia, composta da una madre infelice e perciò concentrata su se stessa; un padre distratto e distante; ed un fratello maggiore, Joseph, totalmente indifferente agli altri, non è di certo di aiuto. Rose inventa mille piccoli espedienti per sopravvivere al suo "talento", e cresce così, cupa, eccentrica e disperatamente sola.

La premessa che da l'avvio alla storia, ovvero la scoperta dell'abilità di Rose, è intrigante e magica; purtroppo, però, con il progredire della storia questa premessa non porta da nessuna parte. In realtà, se togliessimo a Rose il suo dono, il romanzo resterebbe più o meno lo stesso, e questo non depone a suo favore. Nell'economia del romanzo il talento della protagonista non serve a nulla e non porta a nulla. Serve solo a far crescere Rose isolata e distante; cosa che sarebbe benissimo potuta accadere se avesse appreso i segreti della sua famiglia in un modo diverso.
Gli altri personaggi sono, a parer mio, piuttosto distanti anche dal lettore, e quasi incomprensibili.
Perché la madre di Rose è infelice e perché suo padre è distante, considerato che entrambi ribadiscono  più volte di amarsi? Cosa ha complicato il loro matrimonio? Perché Joseph si comporta in maniera così indifferente e asociale? Mi è venuto il dubbio che il ragazzo potesse essere autistico, ma è una mia congettura, perché nel romanzo nulla è specificato al riguardo, né tantomeno gli altri personaggi sembrano accorgersene. Mi sono meravigliata del fatto che, ad esempio, nessuno trovi preoccupante l'atteggiamento di un adolescente che pur di non incrociare lo sguardo dei suoi familiari consuma un intero pasto ad occhi chiusi.

Seguiamo Rose, narratrice in prima persona, in un flusso di coscienza lungo anni, fino ai ventidue circa. Tutto è narrato attraverso la sua voce, anche i dialoghi, che sono semplicemente incorporati al testo, senza virgolette o altro. La cosa non mi ha dato fastidio, anzi; mi sembrato un modo per rendere il romanzo molto scorrevole, quasi un lungo monologo orale di Rose. Lo stile è accattivante, e il romanzo si legge velocemente, ma si arriva al finale praticamente impreparati. Infatti, senza che alle spalle ci sia nessun tipo di evoluzione chiara (ancora una volta, posso fare solo congetture) Rose compie degli sforzi per accettare il suo dono, dopo aver passato la sua intera breve vita a concepire trucchetti per evitare di sentire il sapore del cibo.
Ma la cosa che mi ha sconcertato di più, e non in senso buono, sono state le rivelazioni finali. Quella relativa a Joseph l'ho trovata assurda e fuori contesto; quella relativa al padre di Rose è stata irritante. Resterò nel vago per evitare spoiler, ma vi dirò che scopriamo che l'uomo aveva gli strumenti per capire Rose, ma praticamente si è sempre fatto i fatti suoi, lasciando che la figlia vivesse un'infanzia e un'adolescenza tristi e solitarie.

Insomma, un romanzo che non ho faticato a finire ma che fatico a comprendere. Ignoro cosa volesse dirci l'autrice, se gli elementi "fantastici" della storia siano metafore del fardello che ognuno di noi si porta dentro oppure altro; fatico ancora adesso ad inquadrare i personaggi, così poco vivi, e più simili a degli attori su un palcoscenico che interpretano la loro parte perché sì, senza che le loro azioni vengano dal loro vissuto precedente e portino a qualcosa nel loro futuro.

Voto: 5

domenica 15 aprile 2018

Quattro casi per Hercule Poirot...

... di Agatha Christie.

L'appartamento era moderno. Anche l'arredamento della camera era moderno. Le poltrone avevano una sagoma quadrata; le seggiole, angolare. Uno scrittoio moderno era disposto direttamente davanti alla finestra e vi era seduto un ometto anziano. La sua testa era praticamente l'unica cosa in quella stanza che non fosse quadrata. Ma a forma d'uovo.

Signore e signori, ecco a voi Hercule Poirot. Niente, credo, potrebbe descriverlo meglio di così. L'investigatore belga nato dalla penna di Agatha Christie è preciso, rigoroso e logico in tutto quello che fa. La sua intelligenza e il suo metodo non hanno rivali, ma, allo stesso tempo, le sue manie vengono dipinte con leggera ironia dalla sua creatrice.
In questa antologia troviamo Poirot di fronte a quattro casi che hanno il respiro di romanzi brevi, e a cui non manca nulla per essere quei perfetti rompicapo a cui la Christie ci ha abituato. Potremmo definire questi racconti come esemplari riguardo la figura di Poirot e il metodo di costruzione dell'enigma giallo di Agatha Christie.
E a tale proposito, devo confessare una cosa. Ho sempre snobbato, in passato, i racconti gialli, perché ho sempre pensato che non avessero un'ampiezza sufficiente per costituire una sfida, per costruire un enigma valido con cui il lettore possa misurarsi. Di recente ho scoperto che mi sbagliavo, e perciò sto lentamente recuperando le raccolte della Signora del Crimine per eccellenza.
Questa antologia è la prova di quanto fosse errato il mio ragionamento.
 
Delitto nei Mews
 
Poirot, a passeggio con l'ispettore Japp durante una notte di festa e fuochi artificiali nota come sarebbe facilissimo sparare a qualcuno in una nottata come quella, con gli scoppi a coprire il rumore degli spari.
La mattina dopo, Japp chiede il suo aiuto: una giovane donna è stata trovata morta con un colpo di pistola alla tempia. Suicidio o omicidio?

"Un mio vecchio amico", spiegò Japp. "Non è matto come sembra, badate bene."
 
Il mio racconto preferito in questa raccolta. Il lettore resta sino all'ultima pagina con il dubbio: l'apparenza inganna oppure no?
Troviamo un Poirot in gran forma. Se dovessi spiegare a qualcuno che non lo conosce questo personaggio, lo farei citando stralci di questo racconto. Un giallo classico, il mio genere preferito, in cui l'autrice riesce a condensare egregiamente tutti i dettagli necessari perché la soluzione sia evidente, eppure sorprendente.

Il furto incredibile

In questo racconto troviamo un'atmosfera da spy story. Qualcuno ruba i piani segretissimi per un nuovo bombardiere dalla residenza di campagna di  Lord Charles Mayfield, ingegnere e uomo politico. I fatti sembrano dire che nessuno può aver commesso quel furto... e allora? Allora l'unica soluzione è rivolgersi a Poirot.
Naturalmente Poirot non sbaglia, ma - e qui sta la particolarità di questo racconto - non potrà ottenere il riconoscimento del suo trionfo e delle sue capacità.

Lo specchio del morto

Più che un racconto, un romanzo breve. La struttura è quella classica: casa di campagna, invito a Poirot, morte del padrone di casa. Un suicidio, all'apparenza, ma non per Poirot, che è convinto si tratti di un delitto, nonostante il parere contrario della polizia.

"Va bene! Visto che ci siete voi, qui in scena, probabilmente sarà un delitto!"

Indagini, interrogatori, osservazioni sul campo permetteranno all'investigatore di svelare l'identità del colpevole. L'andamento del racconto è avvolto tutto intorno agli interrogatori; ogni dettaglio è prezioso, e quando Poirot farà un elenco di quello che non torna, il lettore non potrà fare a meno di pensare, insieme ad uno stupito maggiore Riddle, capo della polizia di contea, "non vorrete dirmi che questa tiritera ha un senso?". Inutile precisare che il senso c'è, eccome.

Triangolo a Rodi

Ambientazione mediterranea per un racconto breve, circa una trentina di pagine, ventidue delle quali usate sapientemente e con intelligenza per presentare il teatro e i personaggi del dramma che andrà in scena, e che si risolverà nel giro di sette-otto pagine. Eppure, la Christie riesce a creare uno stato di tensione e di tragedia imminente che ci fa stare col fiato sospeso in attesa dell'evento che tutti ci aspettiamo ma che, ovviamente, recherà con sé una sorpresa. Poirot userà la logica e il suo infallibile spirito di osservazione, mentre la Christie barerà appena un pochino per permettersi di lasciarci, ancora una volta, a bocca aperta.

In conclusione, si tratta di una raccolta veramente preziosa per gli amanti di Hercule Poirot e della Christie in generale. La varietà delle ambientazioni, l'originalità delle soluzioni, la precisa caratterizzazione dei personaggi rendono questa antologia un'ottima lettura per tutti gli appassionati del giallo. Ogni racconto, per quanto breve, riesce a contenere un'intera indagine con tutti gli elementi essenziali; nessun salto logico, nessuna sintesi forzata, nessun buco malamente riassunto nel finale. Ogni racconto è completo e perfettamente godibile per il lettore/investigatore.
I racconti sono per struttura e svolgimento logico semplicemente perfetti. I personaggi appaiono sempre coerenti anche se nei racconti più brevi sono pennellati rapidamente, ma sempre con efficacia; nel racconto più lungo (Lo specchio del morto) sono introdotti uno ad uno e descritti minuziosamente. Poirot, che non avrebbe bisogno di introduzioni di sorta, viene descritto come sempre grazie ai suoi tic, alle sue manie, alla sua incomprensibile attenzione per dettagli di scarso valore (all'apparenza). Tutto ciò ne fa un personaggio eccentrico nei metodi, ma non certo nella sostanza.
Di tanto in tanto la Christie si concede qualche frecciatina ironica al suo personaggio, al quale, stando a quello che si dice, non era particolarmente affezionata, ma lo fa con un'ironia velata e senza acredine.

Voto: 8

sabato 14 aprile 2018

La posta del cuore della señorita Leo...

... di Angeles Doñate.


Eccoci arrivati al terzo appuntamento con Questa volta leggo, la rubrica creata dalle blogger Chiara (La lettrice sulle nuvole), Dolci (Le mie ossessioni librose) e Laura (La Libridinosa).
Il tema di questo mese è: leggi un libro uscito nel 2018. Con tutti i libri arretrati che vorrei leggere e che sgomitano nella mia TBR da anni, una scusa per leggere qualcosa di pubblicato da poco ci voleva. La scelta è caduta su La posta del cuore della señorita Leo, romanzo che mi aveva incuriosito sia per la splendida copertina, sia per la recensione letta sul blog della Libridinosa.
 
 
Alla vigilia delle prime elezioni libere dopo la dittatura franchista, una donna di nome Aurora risponde in diretta radiofonica alle lettere che gli ascoltatori le mandano. Tutta Barcellona si ferma per ascoltare le parole della señorita Leo, una figura immaginaria, ma interpretata da Aurora appunto, che riesce ad avere sempre una parola di speranza per tutti. La sua storia si intreccia con quella di Sole, tormentata dal marito violento; di Germàn, commesso viaggiatore alla ricerca della felicità; e di Elisa, adolescente triste e solitaria.
 
La posta del cuore della señorita Leo è un romanzo corale, delizioso, scritto con leggerezza e delicatezza.
I personaggi sembrano non avere nulla in comune se non il fatto che amano ascoltare un programma radiofonico, condotto da una fantomatica signorina Leo, sulla cui identità vige il massimo riserbo. Intorno a questo perno dal sapore romantico e gradevolmente retrò, la vita di Aurora, Germàn, Elisa e Sole scorre, apparentemente tranquilla e apparentemente immutabile. Tutti loro cercano conforto nella saggezza di una voce radiofonica, ma ignorano la verità, ovvero il fatto che la señorita Leo non esiste, è solo una personaggio inventato, interpretato di volta in volta da donne diverse. Quando il caso porta Aurora a diventare la voce del programma, le cose cambiano, lentamente, impercettibilmente, sia per lei che per i suoi ascoltatori.
 
Gli ascoltatori affascinati dalla signorina Leo hanno storie e problemi diversi, ma tutti vorrebbero in fondo solo una cosa: il coraggio di raggiungere i loro traguardi ed il coraggio di essere liberi. Aurora, parimenti, ha una storia familiare travagliata alle spalle; combatte con la solitudine e anche lei, come gli altri, cerca la libertà di essere se stessa, anche (e soprattutto) in radio. Questo la spinge a capire, come mai aveva fatto chi l'aveva preceduta, gli aneliti di chi le scrive, e a cercare di fare di più per loro.
 
Il periodo in cui il romanzo è ambientato è quello immediatamente successivo alla morte del dittatore Franco. Le prime elezioni libere sono imminenti e a Barcellona, dove la nostra storia si svolge, si respira un'aria di fiducia, di ottimismo, di speranza nel futuro.
Questa atmosfera è resa benissimo dall'autrice, che ha saputo innestare le storie tristi e malinconiche dei personaggi in questo contesto effervescente. Un contrasto azzeccatissimo, a parer mio, che resta la parte migliore del romanzo.
 
Le vicende relative ai personaggi, per quanto trattate con estrema sensibilità e profondità, hanno secondo me un difetto: sono poco incisive e dinamiche. Ci si aspetta sempre che, voltando pagina, si arrivi ad una svolta, che l'autrice tiri le somme di quanto ci ha raccontato fino a quel momento. Questo non avviene, neanche nel finale di cui dirò in seguito, e a fine lettura si ha l'impressione di aver letto delle pagine bellissime sì, ma fini a se stesse; appunti di quattro storie diverse che avrebbero meritato un ulteriore sforzo per diventare un romanzo organico e compiuto. L'intreccio tra le quattro storie resta soltanto accennato e labile e sarebbe stato di certo più interessante se l'autrice avesse sviluppato una connessione più forte man mano che il romanzo procedeva.
Neanche il finale, cui accennavo prima, assolve a questo compito, perché semplicemente non c'è. La storia si interrompe all'improvviso; le pagine terminano e a me non è restato che chiudere il libro nonostante la mancanza di una vera conclusione.
Mi viene da pensare, per spiegarmi meglio, ai romanzi di Vitali, i quali, seppur di genere diverso, presentano molteplici storie all'inizio, che, nelle sue opere migliori, l'autore riesce brillantemente a intrecciare fino a ricondurle ad un'unica trama ed un'unica conclusione. Cosa che qui non accade, e che mi ha lasciato con un senso di insoddisfazione alla fine della lettura.
 
Per tutte queste ragioni, il romanzo, pur presentando un tema dolcemente accattivante ed una scrittura coinvolgente, limpida e fluente, non mi ha convinta del tutto.
Voto: 6 e 1/2
 
 
Vi lascio il calendario della rubrica, che tornerà il prossimo mese con un nuovo tema.