venerdì 30 novembre 2018

Dolce come il cioccolato...

... Laura Esquivel.

La scheda del libro sul sito della Garzanti

La prima volta che Tita e Pedro si incontrano, tra loro scoppia una scintilla d'amore che non riescono a soffocare. Purtroppo però, Elena, la madre di Tita, ha decisio che la figlia non potrà mai sposarsi per accudirla durante la vecchiaia. Pedro allora decide di sposare Rosaura, sorella maggiore di Tita, pur di starle accanto. 
Mentre la passione la divora, anno dopo anno, Tita si dedica alla cucina. I suoi piatti trasmettono le sue emozioni, con effetti imprevisti.

La storia di Tita è quella di una ragazza a cui è impedito di vivere la sua vita e di esprimere i suoi sentimenti e le sue passioni da una madre autoritaria e tirannica; unico sfogo Tita è la cucina, unico luogo in cui la ragazza può essere se stessa, e in cui si trasforma in una maga... a volte nel vero senso del termine. 

La struttura del romanzo ruota intorno ai piatti che la ragazza prepara; ogni capito inizia infatti con la ricetta del piatto che Tita preparerà, e questa scelta conferisce un ulteriore alone di magia alla storia e alle abilità culinarie della protagonista.
Inoltre, un'altra cosa che mi ha intrigato moltissimo è stato che le ricette, dopo l'introduzione delle stesse all'inizio di ogni capitolo, sono spiegate dettagliatamente nel corso della narrazione, rendendole così parte integrante del romanzo.

Dolce come il cioccolato, il cui titolo è stato tradotto (come al solito, aggiungerei) in maniera poco attinente alla trama [1], è un romanzo molto piacevole, tra le cui righe ho ritrovato il fascino suadente della narrazione dolce e melanconica di Isabel Allende.

La storia ha il respiro di una saga familiare, sullo sfondo della rivoluzione messicana; ed ha il sapore di una fiaba.
Il realismo magico di cui è permeato il romanzo stempera i temi crudi e duri trattati (la morte, l'infelicità, la rinuncia a ciò che si ama). 
Lo stile di Laura Esquivel è rilassato, pacato, dolce e malinconico. Il libro si legge con una facilità sorprendente ma non scivola via senza lasciare traccia.
Insomma, si tratta di u na gran bel romanzo, a tratti magico, a tratti fin troppo realistico nella descrzione delle passioni e delle meschinità umane.
E il suo tratto migliore rimane proprio questo saper coniugare le sue due anime per regalarci una storia che non si dimentica tanto facilmente.

Voto: 7 e 1/2
[1] Il titolo originale suona: Come l'acqua per il cioccolato, e fa riferimento all'acqua bollente necessaria a sciogliere il cioccolato, nonchè alla costante, ribollente passione che agita Tita. Decisamente più calzante, a aparer mio.

venerdì 23 novembre 2018

Demelza. Saga di Poldark #2...

... di Winston Graham.


Rieccoci anche questo mese all'appuntamento con Questa volta leggo, la rubrica creata dalle blogger dei blog La libridinosa, Le mie ossessioni librose e Lettrice sulle nuvole.
Ogni blogger partecipante si impegna a leggere un libro che soddisfi il tema del mese, cheper questo mese di novembre è leggere un romanzo storico.
Per centrare in pieno il tema, ho deciso di puntare su un romanzo che ha, come vedremo, una solidissima ambientazione storica alle spalle, e così ho scelto Demelza, di Winston Graham.

La scheda del libro sul sito della Sonzogno

Cornovaglia, 1788-1790. Dopo aver scandalizzato l'alta società inglese sposando la figlia di un minatore, Ross Poldark vive una vita tranquilla e felice accanto alla sua Demelza, che è in attesa del loro primo figlio.
Ma nubi minacciose si addensano all'orizzonte. Una crisi economica senza precedenti rischia di travolgere la sua miniera di rame e tutto quello che ha costruito. All'interno della sua famiglia, poi, vecchi rancori tornano a galla rischiando di compromettere la felicità di Ross e Demelza. Ma la giovane donna è abituata a lottare, e lo farà anche questa volta a fianco del marito.

La saga di Ross Poldark è una serie di romanzi con una trama solida e un'ambientazione storica altrettanto solida e perfettamente fusa con la narrazione. Nessuna noiosa lenzioncina sull'economia o la società settecentesca; il contesto storico è parte integrante della trama. I personaggi lo vivono e ce lo fanno vivere con naturelazza, come è giusto che sia in un buon romanzo di ambientazione storica.
Demelza è secondo volume della saga e non fa eccezione. Dedicato, come è facilmente intuibile, alla figura della giovane moglie di Ross, questo romanzo ci narra la trasformazione di Demelza, da povera e maltrattata figlia di un minatore ubriacone, che Ross ha salvato da una vita di privazioni e violenze, per poi innamorarsene, a signora dell'alta società.
Il matrimonio suscita parecchio scandalo, e ne suscita ancora di più la selvaggia bellezza di Demelza, la quale non è abituata alle convenzioni un po' ipocrite della società dell'epoca.
Emerge da questo romanzo il ritratto di una donna energica e instancabile, che persegue gli obiettivi che ritiene giusti anche a costo di infrangere le regole non scritte del contesto sociale in cui si trova inserita.

Fa da sfondo alle vicende della coppia la Cornovaglia della fine del XVIII secolo. Dalla Francia iniziano a spirare i primi venti di ribellione, mentre la piccola nobilità terriera  perde sempre più prestigio, potere e ricchezza. In particolare, una importante fetta della storia ruota intorno al tentativo di salvare la miniera di rame dei Poldark, messa in seria difficoltà dalla crisi del mercato e dai prezzi bassissimi che le avide compagnie minerarie riescono a spuntare. La lotta di Ross per non soccombere è molto interessante, soprattutto perchè Ross non combatte per salvare semplicemente la sua ricchezza, o il suo status; lui lotta anche per i minatori che da quell'attività traggono il sostentamento, e lotta anche per un mercato più equo, per una distribuzione della richezza meno squilibrata. Ross Poldark non esidera incaranre certo la figuara dell'eroe senza macchia e senza paura, ma finisce con l'essere un punto di riferimento per tutti, grazie al suo innato senso di giustizia, che mi ha reso questo personaggio molto caro.
Anche Demelza, che conosce bene le misere condizioni dei lavoratori, lotta a modo suo per un mondo più giusto, ma laddove però Ross è più lucido e razionale, Demelza è impulsiva e passionale, e questo imprimerà alla trama una svolta dolorosa.
Ma il romanzo non tratta solo di questo; le relazioni tra i vari membri della famiglie, i rancori del passato mai dimenticati, le gelosie e le passioni sono protagoniste tanto quanto i venti di crisi che agitano la piccola nobilità. 

Per questo Demelza è un romanzo appassionante e coinvolgente, che si legge tutto d'un fiato nonostante il ritmo non proprio serrato.

Voto: 7 e 1/2

E per concludere, ecco il calendario di novembre della rubrica Questa volta leggo.




martedì 20 novembre 2018

Quota 33. Storie di una Procura Imperfetta #1...

... di Roberta Gallego.


Una donna bellissima, Oksana  Leykova, è stata uccisa durante una rapina nel pub in cui lavorava. L'indagine vienme affidata ad Alvise Guarnieri, sostituto procuratore di turno della procura di Ardese, coadiuvato dal maresciallo Alfano. Indagando i due riscontrano notevoli incogruenze nella versione della rapina finita male, e scavando più a fondo, fanno emergere intrecci pericolosi tra politica e criminalità.
Sullo sfondo, si muovono i numerosi componenti della Procura, con le loro storie.

Quota 33 è un romanzo con una struttura particolare e, a parer mio, originale. La trama si svolge all'interno di una procura dell'immaginaria città di Ardese, in Piemonte, e coinvolge tutto il personale, dal procuratore fino all'ultimo segretario. È vero che esiste una caso da risolvere (ovvero la morte della bellissima e sfortunata Oksana) ma l'indagine è più un perno attorno a cui l'autrice fa ruotare sapientemente un intero mondo fatto di varie storie e varia umanità, che il focus dell'intero romanzo. 

Quota 33 è  infatti un romanzo corale nel senso più ampio del termine. Risulta difficile individuare un protagonista tra i numerosi personaggi che si muovono all'interno degli uffici della Procura. In questa coralità sta, secondo me, il punto di forza e allo stesso tempo il punto debole del romanzo.
Sicuramente i personaggi, anche quelli che entrano in scena per una manciata di righe, sono tutti molto interessanti. Lo spaccato di umanità descritto da Roberta Gallego è vario e credibile e le loro storie non sono banali; i dialoghi sono arguti e le descrizioni venate di ironia, a volte leggera, a volte amara. Il rovescio della medaglia però è che a volte, specialmente all'inizio, ci si perde un po' tra la gran quantità di nomi, di funzioni svolte all'interno della Procura e di storie. Questo iniziale smarrimento però è dovuto esclusivamente alla gran mole di visi e storie che l'autrice ha scelto di mostrarci e raccontarci. È indubbio che Gallego possieda una grande capacità di narrarre molteplici storie senza annoiare il lettore e senza lasciare che il romanzo si trascini stancamente. Il mio interesse, infatti, non è mai calato, anche perchè l'autrice sembra sempre sapere quando è il momento di tornare alla vicenda principale, e quando è invece il momento di parlare d'altro.
Perciò, nostante questo punto debole che ho evidenziato, trovo che Quota 33 sia una gran bel romanzo, che si legge volentieri e che ci offre un punto di vista inusuale sulla classica indagine protagonista del genere noir.

E a proposito dell'indagine citata, vorrei sottolineare come si tratti di una storia sufficientemente intrigante e articolata, nonostante non sia l'unica ragione d'essere del romanzo.

In conclusione, questo è un romanzo che ho apprezzato molto, al netto di un piccolo smarrimento iniziale, proprio per le sue molteplici sfaccettature e per l'abilità dell'autrice nel gestirle.
Consigliato sia a chi ama il noir e cerca qualcosa di nuovo e originale da leggere, sia a chi non è proprio un appassionato del genere.

Voto: 7 e 1/2.

lunedì 19 novembre 2018

Il purgatorio dell'angelo. Confessioni per il commissario Ricciardi...

di Maurizio de Giovanni.


Su uno scoglio proteso sul mare di Posillipo, viene trovato il cadavere di un prete. Un santo, a detta di tutti quelli che lo conoscevano. Eppure, qualcosa ha indotto qualcuno ad ucciderlo. Il commissario Ricciardi indaga sul caso ed è costretto a scavare nella vita e nel passato dell'uomo, mentre la sua tormentata relazione con Enrica si complica sempre di più.

Per chi non conoscesse ancora la serie (e, detto tra noi, ciò è male, molto male!), ricordo brevemente che Luigi Alfredo Ricciardi è un commissario della Regia Polizia in forza alla questura di Napoli durante il regime fascista.
Uomo sensibile e tormentato, possiede l'abilità di vedere gli spiriti dei morti di morte violenta e di udire le loro ultime parole. Il commissario considera questa abilità una maledizione, che non cessa di ricordargli l'esistenza del male, del dolore e della sofferenza e che gli impedisce di vivere una vita sentimentale normale.
Intorno a lui, molti personaggi secondari: il fido brigadiere Maione, l'amata Enrica, l'amica Bianca, il medico legale dott. Modo.

Il nuovo, e penultimo, romanzo della serie del commissario Ricciardi ruota intorno al tema della confessione. Le riflessioni prendono il via dalle ultime parole del morto, Io confesso, io ti confesso, ma non si fermano alla superficie del tema. Il punto, infatti, non è, banalmente, che tutti abbiamo qualcosa da confessare, ma piuttosto se confessare determinate cose sia giusto o meno. In altre parole, se alcuni segreti non vadano piuttosto tenuti per sè, costi quel che costi, e se a volte una rivelazione non sia peggio del silenzio.
Si pone questo problema il commissario, che non sa se sia giusto o meno confessare a Enrica il suo segreto, e quindi, scaricarle sulle spalle il suo fardello. 
Contemporaneamente, una confessione resa o ascoltata potrebbe celare il movente di un delitto all'apparenza inspiegabile.

Appare evidente, leggendo questo romanzo, che scrivere gialli o noir è, per Maurizio de Giovanni, soltanto una scusa per raccontarci d'altro, per parlarci d'amore, dolore, morte e vita. Lo scrittore riesce a fondere la narrazione di una storia intrigante e misteriosa al punto giusto con i tormenti dei suoi personaggi, senza che il romanzo perda di ritmo o risulti pesante. I suoi personaggi sono infatti molto tormentati ma non si crogiolano nell'autocommiserazione. Invece indagano si se sterssi e sull'animo umano, ed ogni indagine da il via a questo incessante scandagliare.
L'introspezione psicologica dei personaggi rimane infatti uno degli aspetti più curati e meglio riusciti del romanzo. A tale proposito, devo dire che non mi sarei mai aspettata, ad esempio, di leggere in un giallo una delle più belle pagine d'amore che mi sia mai capitato di incontrare nella mia lunga carriera di lettrice.

La pagina a cui mi riferisco è un dialogo a distanza fra il nostro commissario e la sua Enrica.

Io ti amo, pensò [Ricciardi]. Disperatamente, con tutta l'anima io ti amo. Non respiro senza di te, non sopporto la vita senza di te, non ho alcun futuro senza di te.
Dammi aria, sussurrò. Dammi aria. [...]
Io ti amo, urlò in silenzio nel sonno [Enrica]. Io ti amo, non lo capisci? Non capisci che non ho più vita, che non ho più sorriso senza di te?
Aprimi, sussurrò. Aprimi.

Non solo le bellissime parole, ma anche la struttura del dialogo a distanza, pensato, sognato, immaginato, rendono questa pagina struggente e profonda.

È indubbio che questo sia un bellissimo romanzo. Ne ho apprezzato il lirismo e la delicatezza con cui l'autore maneggia i sentimenti dei personaggi. Mi sono sorpresa a stupirmi, ancora una volta, dell'abilità con cui de Giovanni sa raccontare le pieghe più nascoste dell'animo umano.
Mi sono appassionata ad una trama gialla lineare, ma non banale, che mescola sapientemente l'indagine nel presente con la ricerca di segreti di un passato lontano e oscuro.
Mi sono piaciuti moltissimo i personaggi secondari, Bianca su tutti, che dal loro angolo, senza rubare la scena a Ricciardi e ai suoi tormenti, hanno brillato di luce propria. Anzi, a tale proposito ho avuto l'impressione che ognuno di loro abbia fatto un passo in avanti sul palcoscenico allestito da de Giovanni, e sia pronto in paziente attesa del romanzo che concluderà la serie.
E mi è piaciuto il modo in cui lentamente de Giovanni sta tirando le reti in barca, imbastendo la sua trama per un finale di serie che si preannuncia indimenticabile. 

Uno dei migliori romanzio della serie, fino ad ora.
Voto 8

mercoledì 31 ottobre 2018

Anna di Avonlea. Anna dai capelli rossi #2...

... di Lucy Maud Montgomery.

La scheda del libro sul sito della Gallucci Editore

Canada, inizi del XX secolo. La giovane orfana Anna, adotatta dai Cuthbert sei anni prima, è cresciuta ed è diventata un'insegnante. Per amore delle persone che l'hanno accolta ha rinunciato ad allontanarsi da Avonlea, il piccolo villaggio dove vive e insegna. La comunità che inizialmente l'aveva accolta con una certa diffidenza adesso non uù fare a meno di lei, delle sue idee e della sua vitalità. In poco tempo Anna diventa il centro della vita di Avonlea, fino a che un giorno qualcosa cambia il corso degli eventi...

Eccoci arrivati al secondo capitolo delle avventure di questo straordinario personaggio, Anna. 
In questo romanzo la troviamo ormai diciassettenne, insegnante alla locale scuola, ma sempre eccentrica e creativa come l'avevamo lasciata.
Ritornare ad Avonlea è stato particolarmente piacevole, anche perchè il romanzo inizia con una disavventura, che coinvolge Anna, una mucca e un vicino, che mi ha fatto ridere di cuore.

La struttura del romanzo è la medesima del precedente (che ho recensito qui); l'autrice ci narra della vita quotidiana di Anna e di Avonlea, un paesino piuttosto chiuso e provinciale, dove il rispetto della consuetudine è tutto... o meglio, era tutto, fino a che non è arrivata Anna. Niente è banale o noioso durante la narrazione. Vengono introdotti anche personaggi secondari che ampliano l'orizzonte di Anna, ma in ogni caso la vera e indiscussa protagonista rimane lei.

Il personaggio di Anna, con la sua vitalità, sostiene praticamente da solo l'impianto dell'intero romanzo.  
Mi è sembrato di rilevare, in Anna di Avonlea, una nota un po' più ironica e un po' più leggera nello stile dell'autrice.  Se nel primo romanzo era d'obbligo presentarci Anna a la sua triste storia, e illustrarci come il dolore non l'avesse resa acida e chiusa, ma anzi, l'avesse aperta al mondo e alla speranza, in questo secondo romanzo l'autrice consolida la figura di Anna come faro nella vita della comunità. Tutto sembra girare intorno a lei, nel piccolo villagio in cui risiede, e ogni cosa prende una piega quanto meno originale quando è Anna ad occuparsene. 

Onestamente Anna è stato un punto luminoso anche per me, mentre leggevo. Questa storia infatti infonde allegria, speranza e vitalità.
Ho apprezzato moltissimo come la caratterizzazione di un personaggio eccentrico (almeno per gli standard dell'epoca) come Anna non scada mai nella macchietta e come l'autrice non indulga nella facile ironia. L'equilibrio con cui la profondità del pensiero di Anna e la sua stravaganza sono mescolati e descritti o degli aspetti più pregevoli di questo romanzo.
Particolarmente interessante rimane, come avevo avuto modo di rilevare nella recensione precedente, la modernità del personaggio di Anna, che non solo non si piega al conformismo imperante nella società dell'epoca, ma riesce, con la forza del suo ingegno, a trascinare fuori dal proprio guscio anche gli abitanti di Avonlea, infondendo nuova vita ad un'intera comunità.

Voto: 7 e 1/2

La scatola dei bottoni di Gwendy...

... di Stephen King e Richard Chizmar.

 La scheda del libro sul sito della Sperling & Kupfer

Gwendy è una ragazzina di dodici anni che vive a Castle Rock, ed è schernita dai compagni per il suo peso e perseguitata da un bullo. Durante l'estate decide di dimagrire e comincia a correre su un promontorio conosciuto come la Scala del Suicidio. Qui un mattino incontra uno strano uomo con un cappello nero, che le regala una misteriosa scatola...

La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo che parte da uno spunto molto interessante. Un uomo avvicina una ragazzina che si sta affacciando all'adolescenza, con i suoi problemi e piccoli traumi, e le affida una scatola al cui interno ci sono dei bottoni. Premendoli potrebbero succedere cosa incredibili, nel bene e nel male. Inizialmente  il ragalo sembra aprire alla piccola Gwendy le porte di un sogno, di un'opportunità favolosa, ma poco alla volta la scatola comincia a svelare tutto il peso di un simile potere racchiuso nelle mani di una ragazzina. 

La scatola, molto lentamente ma in maniera costante,  comincia a rivelarsi come il vero elemento horror del romanzo (in modi che non posso rivelarvi per non fare spoiler). Il vero protagonista, infatti, è proprio questo oggetto, che nell'ombra riesce ad allungare la sua influenza sulla vita di Gwendy. Insomma, la scatola, in qualche modo, rifiuta il suo ruolo di strumento e si insinua nella vita di Gwendy in maniera subdola e strisciante.
Questo aspetto è quello che mi è piaciuto di più, perchè tiene l'elemento inquietante/soprannaturale ben ancorato alla realtà, e sinceramente non c'è niente che mi faccia più paura o che mi turbi di più di qualcosa di terrificante che sia ben radicato nella vita di tutti i giorni. L'alieno o il mostro zannuto venuto fuori dalla palude misteriosa possono anche spaventarmi per un momento, ma quello che davvero riesce a toccarmi è l'orrore che striscia pian piano nel quotidiano. Da questo punto di vista, La scatola dei bottoni fa egregiamente il suo dovere. E per questo il romanzo merita ampiamente la sufficienza, secondo me.

Altra cosa che mi è piaciuta è stato il modo in cui gli autori hanno affrontato il tema che potremmo definire sinteticamente come "grandi poteri, grandi responsabilità".
Nel raccontarci la storia di una ragazzina qualunque che improvvisamente si trova tra le mani un oggetto spaventosamente potente, gli autori non tralasciano di sottolineare, senza moralismi e senza pedanteria, le implicazioni che la sola esistenza di un simile oggetto porta con sè, e lo fanno in modo tutt'altro che banale. Di riflesso, anche Gwendy viene perciò approfondita sufficientemente nelle sue motivazioni e nella sua psicologia.

Fino a qui ho elencato i punti di forza di questo romanzo, il quale, però, non è riuscito a convincermi fino in fondo.
 
Quello che mi ha lasciato perplessa, infatti, è stato lo sviluppo del romanzo considerato nel suo insieme. Si tratta, infatti, di un romanzo molto breve per gli standard a cui King ci ha abituati, circa 240 pagine scritte in un carattere molto grande e con margini abbastanza ampi. La storia mi è sembrata un po' stiracchiata, un po' diluita al fine di raggiungere il minimo sindacale quanto a numero di pagine e potersi fregiare del titolo di romanzo. Mi è rimasta addosso la sensazione che qiesta storia avrebbe dato il meglio di sè in forma di racconto; nel momento in cui se ne è fatto un romanzo l'operazione è riuscita solo a metà. Qualche omissione, il sorvolare su qualche spiegazioni e alcune domande lasciate senza risposta le posso tollerare in un  racconto; ma in un romanzo no. Sento che mi manca qualcosa, e questo è proprio quello che mi è successo leggendo La scatola dei bottoni di Gwendy.
Se da un lato è vero che il romanzo è molto scorrevole, dall'altro qualche approfondimento in più non lo avrebbe certo appesantito, tutt'altro. Qualche pagina in più spesa specialmente sul misterioso uomo in nero e sul suo ancor più misterioso cappello avrebbero dato, secondo me, maggior spessore al romanzo. Avrei gradito anche sapere qualcosa in più sulla scatola, le sue origini, la sua storia.

Voto: 6 e 1/2

venerdì 19 ottobre 2018

Come fermare il tempo...

... di Matt Haig.


Tom è un uomo speciale; il suo corpo invecchia molto lentamente, ed oggi ha quattrocento anni ma ne dimostra quaranta. È nato sul finire del 1500, ha attraversato i secoli e la storia portandosi dietro il grande dolore per la morte del suo primo amore, Rose, e per la scomparsa di sua figlia Marion, che sembrava aver ereditato la sua stessa maledizione.

Libro dalla trama intrigante e dalla copertina bellissima, Come fermare il tempo si è rivelato essere una mezza delusione. Da appassionata di tutto cò che riguarda il tempo (paradossi, viaggi e affini) nutrivo molte aspettative su questo libro, che sono state quasi tutte disattese.

In primo luogo, la storia non mi ha appassionato neanche un po'. 
Sul sito dell'editore il libro è descritto così:  Tom, portandosi dietro questo oscuro segreto, attraversa i secoli dall’Inghilterra elisabettiana alla Parigi dell’età del jazz, da New York ai mari del Sud, vivendo tante vite ma sognandone una normale.
È vero, Tom avrà vissuto anche tante vite, peccato però che a noi vengano raccontate solo le briciole.
Tutte queste avventure, queste storie, questi periodi storici, la New York del jazz, i mari del Sud e tutto il resto non sono che brevi accenni, poco articolati, poco approfonditi, che servono a Tom per raccontarci sempre e comunque la medesima storia, ovvero di come abbia perso la sua adorata Rose e di come la ferita non si sia ancora risanata. 
L'unica parte della sua vita che è narrata con organicità è, infatti, quella vissuta accanto a Rose nel 1600, tra pregiudizi, accuse di stregoneria e malattie mortali. Ogni tanto vengono buttati qui e là personaggi storici  che hanno incrociato la vita di Tom (Shakespeare, il capitano Cook, Francis Scott Fitzgerald), ma eccezion fatta per Shakespeare, i nomi famosi incontrati dal protagonista restano appunto soltanto nomi, senza incidere veramente sulla storia e sul personaggio. 
La trama è terribilmente statica nonostante frequenti salti temporali tra un'epoca e un'altra, perchè in realtà accade ben poco, e quel poco di importante che è accaduto viene rivelato praticamente da subito (e Tom passerà tutto il libro a ripetercelo).

Un altro dei problemi che ho avuto con questo romanzo è stato proprio con il protagonista, che ha anche il ruolo di narratore in prima persona. Non sono riuscita a provare empatia per uno che non fa altro che disperarsi per trecento pagine. Secondo me, a Tom e alla trama manca quel guizzo, quel lampo che accenda la vicenda di una luce nuova e interessante. Perchè, diciamocelo francamente, è già pesante leggere un lungo, interminabile lamento d'amore, ma è ancora più pesante leggere un lungo interminabile lamento d'amore che oltretutto non è affatto originale. Infatti, il concetto alla base di questo libro - chi vuol vivere per sempre se le persone che ami sono destinate a morire? - è stato già ampiamente sfruttato e raccontato in tutte le salse.
Le sentite le note dei Queen in sottofondo?  Who wants to live forever? Who dares to love forever? When love must die [1].
A me è sembrato di leggere la trama del film del 1986 Highlander - L'ultimo immortale [2] ma senza gli spadoni. Che almeno era fichi.

Una leggera scintilla d'interessa l'ho provata nel finale, quando sembra che la trama voglia superare la staticità cui è stata condannata per tutto il romanzo e acquisire un po' di ritmo e dinamicità, ma è durata poco. Il finale in sè mi è parso alquanto affrettato e forzato, nonchè non completamente in linea con le premesse fatte nel romanzo. Mi riferisco in particolare ad una decisione presa nel finale dall'antagonista di Tom, che mi è parsa assurda e non coerente col personaggio.

Mi dispiace molto dare un voto negativo a questo libro, anche perchè la stile di Matt Haig non è affatto male, e ha reso comunque leggibile un libro che non ha acceso il mio interesse. Ma purtroppo non posso andare oltre un 5.

[1] Chi vuole vivere per sempre? Chi osa amare per sempre? Quando chi ami deve morire. (Queen, Who wants to live forever, Compositori: Brian May / Michael Kamen).
[2] Highlander - L'ultimo immortale su Wikipedia. Tra l'altro si tratta di un film bellissimo con una colonna sonora eccezionale, scritta e interpretata dai Queen. Se non l'avete visto, ve lo consiglio caldamente.

mercoledì 10 ottobre 2018

Questa volta leggo #7. Pulvis et umbra...

... di Antonio Manzini.

Rieccoci anche questo mese all'appuntamento con Questa volta leggo, la rubrica creata dalle blogger dei blog La libridinosa, Le mie ossessioni librose e Lettrice sulle nuvole.
Ogni blogger partecipante si impegna a leggere un libro che soddisfi il tema del mese, che per ottobre è: leggi un libro dalla copertina blu.
Siccome, a parer mio, in tema di libri blu è sinonimo di Sellerio, mi sono buttata sull'ultimo romanzo di Antonio Manzini con protagonista Rocco Schiavone (ultimo ancora per poco, visto che domani uscirà Fate il vostro gioco, nuovo capitolo della serie).


Rocco Schiavone e la sua squadra indagano sulla morte di una giovane trans, strangolata e gettata nella Dora. Si scontreranno dapprima con reticenze e pregiudizi e poi si imbatteranno in qualcosa di ancora più misterioso di un delitto irrisolto. Parallelamente, un cadavere sconosciuto viene ritrovato nelle campagne alle porte di Roma. L'uomo ha in tasca un foglietto con numero di telefono di Rocco. Impossibile non pensare alla vicenda della fuga di Enzo Baiocchi, ma se un legame esiste, è molto ben nascosto...

Con questo romanzo Manzini continua a narrarci la complessa vicenda umana e professionale del vicequestore Rocco Schiavone, romano verace trasferito ad Aosta per alcune gravi intemperanze. 
Vi avviso che se non avete mai letto la serie (ne parlo qui), questa recensione potrebbe contenere spoiler sui volumi precedenti.

Il personaggio di Rocco Schiavone non ha bisogno di tante parole di presentazione. È un uomo profondamente infelice, rinchiuso in un dolore che non vuole abbandonare, nonchè un poliziotto atipico che si muove ai limiti della legalità, non per senso di giustizia, ma seguendo una sua personale etica.

In questo romanzo seguiamo gli sviluppi della vicenda che vede Rocco sulle tracce di Enzo Baiocchi, criminale evaso, fratello dell'uomo che ha assassinato sua moglie Marina, e che a sua volta cerca vendetta nei confronti del vicequestore per la morte del fratello.
Allo stesso tempo però Rocco deve indagare sulla morte di una giovane trans argentina, in un caso dove sembra che qualcuno sia sempre un passo avanti alla squadra della questura, e faccia sparire le prove un momento prima che Rocco riesca a metterci le mani sopra. E come se tutto ciò non bastasse, vicino Roma viene trovato un cadavere che ha il numero di telefono di Schiavone in tasca.

Queste poche righe esplicative servono a illustrare la complessità di un romanzo che mi è piaciuto molto. Manzini non sbaglia un colpo e ci regala un romanzo solido e compatto nonostante tre diverse sotto-trame, profondo e magistralmente scritto, con una trama interessante e movimentata, cucita addosso al nostro vicequestore.
Il personaggio di Rocco continua il suo percorso di evoluzione, e in questo libro sembra, finalmente, aprirsi un po'alla vita. 

S’era chiuso a chiave in quel ricordo. Ma s’era scordato una finestra aperta, e Caterina s’era affacciata. «Lupa, che cazzo devo fare?». Quella non aveva neanche tirato su le orecchie.

L'evoluzione di un personaggio molto complesso e ricco di sfaccettature e di umane contraddizioni è perfettamente fuso con lo sviluppo delle sue vicende ed è questo che, secondo me, rende questo romanzo (e gli altri della serie) tanto belli da bucare la pagina ed entrare nell'anima del lettore.
La straordinaria acutezza con cui l'autore poi riesce a mettere in relazione i suoi personaggi e descriverne le reazioni rende questa storia viva, vera e reale. Mentre leggevo le immagini descritte, le parole prendevano spontaneamente vita. Io vedevo Rocco parlare con il magistrato Baldi, o con Brizio. Non è una cosa che mi capita spesso, e questo è quello che intendo quando dico che questo romanzo romanzo è vivo.
E certamente il carico doloroso che questa storia si porta dietro contribuisce a renderlo ancora più vivo.

"Da quando ero piccolo ho sempre avuto la sensazione di stare nella camera della morte, hai presente? Quel percorso che fanno fare ai tonni nelle mattanze? Per quanto sia tortuoso, pieno di angoli e svolte, finiscono tutti nella trappola per essere trasformati in scatolette. Ecco, per me è la stessa cosa. Qualsiasi decisione tu prenda nella vita arrivi sempre nello stesso posto, nella scatoletta. Ci illudiamo di fare delle scelte, ma la strada è già segnata e questo non me lo toglie nessuno dalla testa."

La lettura di questo romanzo mi ha lasciato un groviglio di sentimenti che faccio fatica a sbrogliare e descrivere.
Non si può restare indifferenti mentre i fili delle indagini ufficiali e di quelle più strettamente professionali si ingarbugliano; non si può restare indifferenti mentre Rocco lascia andare, suo malgrado, il dolore che lo ha tenuto in piedi in questi anni; non si può restare indifferenti mentre l'autore ci descrive come la vita, cinicamente, se ne infischi dei nostri sentimenti e vada avanti, anche se noi pensiamo di non essere pronti.
E qualche lacrima c'è scappata quando l'autore ci ha ricordato che la realtà è più dura dei sentimenti e della buona volontà, e alla fine la spunta su tutti i nostri buoni propositi. E una profonda amarezza mi ha invaso nel leggere il finale, crudo e disincantato come ben si addice al personaggio di Rocco Schiavone.

In conclusione, un gran bel romanzo che non può essere letto da solo, ma deve necessariamente seguire la lettura degli altri romanzi della serie. Un capitolo che segna una nuova svolta nella vita di Rocco Schiavone, svolta costruita benissimo, preparata con cura e perfetta per tirare una stilettata a tradimento al cuore del lettore.

Voto: 8

Vi lascio il calendario della rubrica Questa volta leggo, che torna, naturalmente, il mese prossimo.



domenica 30 settembre 2018

Anna dei tetti verdi. Anna dai capelli rossi #1...

... di Lucy Maud Montgomery.

La scheda del libro sul sito della Gallucci Editore

Matthew e Marilla sono due anziani fratelli che vivono in Canada, nel piccolo villaggio di Avonlea. Un giorno decidono di adottare un orfano che li aiuti a mandare avanti la loro fattoria, ma per errore a casa loro giunge una ragazzina, invece del maschietto atteso. La ragazza, Anna, non è però una bambina come le altre: dotata di ingegno vivace e fantasia smisurata saprà conquistarsi un posto nel cuore dei due fratelli e degli abitanti di Avonlea.

Anna dai capelli rossi (conosciuto anche come Anna dei Tetti Verdi) è un romanzo molto bello, ed in un certo senso riposante. Mi rendo conto che riposante è uno strano aggettivo da usare per descrivere un libro, ma abbiate qualche rigo di pazienza e vi chiarirò meglio quello che intendo.

Anna è una ragazzina che praticamente non ha mai conosciuto i suoi genitori; sballottata da una famiglia all'altra, cresciuta senza amore e alla fine depositata in un orfanotrofio. Arriva per sbaglio ai Tetti Verdi, la fattoria di Marilla e Matthew, ma lì resterà perchè nel giro di una sola giornata saprà conquistarne il cuore. Questa conquista Anna la compie non con la tragicità della sua storia, ma con la vivacità  del suo ingegno e con la forza della sua immaginazione. Anna non suscita pietà o compassione, ma sentimenti di ammirazione e di amore.

Dicevo che questo romanzo è riposante perchè immergersi nelle vicende di Anna ha un effetto benefico e calmante sull'animo del lettore. La capacità di Anna di vedere il mondo con gli occhi della fantasia mostra anche a noi lettori la realtà sotto una nuova veste, ci fa riflettere su quanto, troppo spesso, trascuriamo i dettagli, la bellezza e le piccole gioie della vita. 
La storia di Anna ci impone una pausa, piacevole e sorprendente, dallo stress della routine quotidiana. 

Quello che più mi è piaciuto di questo romanzo è la sua incredibile modernità. Non dimentichiamoci che questa storia è stata pubblicata per la prima volta nel 1908, e ad oggi, dopo centodieci anni, ha ancora molte cose da dire.
Tanto per iniziare, Anna è un personaggio straordinario, che non si piega al conformismo e alla consuetudini della società, e che riesce ad essere se stessa senza polemiche, veleni e rancori, ma semplicemente imponendo la forza della sua intelligenza e della sua personalità. Nonostante la sua triste storia e la sua fame d'amore, Anna non cambia per compiacere nessuno. Le sue peculiarità sono fonte di pettegolezzo e riprovazione ad Avonlea, paesino tutto chiuso nel suo provincialissimo rispetto per le consuetudini, ma Anna non se ne cruccia, e non esce dal suo mondo per adeguarsi agli altri, ma anzi, riesce a mostrare la bellezza delle sue idee a chiunque incontri sulla sua strada. Questo personaggio femminile deciso, intelligente e che nonostante le avversità affronta la vita con gioia credo sia uno dei più belli della letteratura mondiale, e il fatto che provenga da un mondo così distante come è quello del secolo scorso non cessa di meravigliarmi e di riempirmi di ammirazione per la sua creatrice. 

Voto: 7 e 1/2

sabato 29 settembre 2018

Morte di una moglie perfetta. I casi di Hamish Macbeth...

... di M. C. Beaton.


Hamish Macbeth è un giovane poliziotto in un paesino delle Highlands scozzesi, Lochdubh. Innamorato della sua terra, all'apparenza pigro e indolente, Hamish è un poliziotto capace e dotato di grande intuito. Da sempre innamorato di Priscilla, si sente mancare il terreno sotto i piedi quando la giovane rientra dal suo soggiorno londinese in compagnia di un uomo che sembra essere il suo fidanzato. Le cose si complicano ulteriormente quando a Lochdubh si trasferisce Trixie Thomas, donna perfetta, moglie perfetta, cittadina modello, che dichiara guerra a tutte le cattive abitudini della vita di paese: fumo, alcool, cibi poco salutari. Dietro la facciata perfetta di Trixie e del suo matrimonio però, si nasconde qualcosa, e quando Trixie viene avvelenata, Hamish si mette alla ricerca del colpevole.

Come forse già saprete, M. C. Beaton è l'autrice, da me adorata, della serie gialla con protagonista Agatha Raisin e della serie ambientata in epoca Regency 67 Clarges Street
Con questo romanzo facciamo la conoscenza di un nuovo personaggio, Hamish Macbeth, indolente poliziotto delle Highlands scozzesi. Nonostante sembri pigro e non interessato quasi a nulla, Hamish sa benissimo come muoversi a Lochdubh, e sa benissimo come si indaga e come si risolve un crimine.
In questo romanzo si trova a dover indagare sulla morte di Trixie, donna perfetta, massaia efficiente e anche piccola imprenditrice. Purtroppo però, Trixie non era così benvoluta come sembrava in apparenza, e qualcuno decide di toglierla di mezzo. 

Una veduta delle Highlands scattata - da me - dal castello di Stirling
Vi è mai capitato che un libro vi sia piaciuto ma che, allo stesso tempo, vi vengano in mente un sacco di ragioni per cui a molti altri lettori potrebbe non piacere? Ecco, finita questa storia io mi sono ritrovata con questa stranissima sensazione, e dunque nella recensione che segue vi dirò perchè a me è piaciuto parecchio, ma anche perchè, secondo me, a voi potrebbe non piacere.

In primo luogo, io ho amato l'ambientazione. Le Highlands scozzesi... no, dico le Highlands!! Per me, che sono patita di tutto ciò che è scozzese, è stato splendido leggere un libro ambientato in quei luoghi, e lo è stato non solo per una mewra questione geografica, ma anche per il fatto che la trama è ben radicata in quel tipo di contesto, e non funzionerebbe in nessun altro. La vita del paesino, tradizionalista e un po' isolato, è ben descritta e mi ha fatto immergere in quella realtà che - ripeto - io amo tantissimo. Leggere questo libro è stato come aprire una finestra e guardare la vera Scozia, terra di miti, eroi e leggende, senza il velo di romanticismo di cui di solito si ammanta nei romanzi. Invece con Morte di una moglie perfetta siamo trasportati nel quotidiano, ed è stato un cambiamento che ho apprezzato.

Interessante anche la caratterizzazione di Hamish come uomo della Highlands. Hamish è perfettamente integrato nel posto dove vive, lo ama e non desidera vivere da nessuna altra parte, a costo di dover rinunciare a promozioni e avanzamenti di carriera. Ho amato questo personaggio legato visceralmente alle proprie radici, soddisfatto di ciò che è, felice di ciò che ha (forse perchè anche io, se vivessi nelle Highlands, non vorrei andare da nessuna altra parte).

Morte di una moglie perfetta è, inoltre, un libro piacevole e scorrevole, che si legge con facilità e che riserva qualche frecciatina alla società moderna, sebbene la vena ironica che ho imparato a conoscere e ad amare nella serie di Agatha Raisin qui sia meno evidente.

Per quel che riguarda la trama gialla, ho apprezzato la costruzione della storia e l'impianto narrativo, anche perchè, come detto, il tutto era ben inserito nel contesto sociale e geografico. Ma mi rendo conto (come ho detto nella premessa) che un lettore meno sensibile al fascino della Scozia potrebbe trovare l'indagine e soprattutto la sua conclusione un po' inconsistente. L'investigazione infatti non ha un ritmo serrato nè l'azione è particolarmente stringente.
È stato come se l'attenzione dell'autrice fosse concentrata su altro (personaggi minori, vita quotidiana del villaggio e vicende sentimentali e personali di Hamish), e l'indagine fosse soltanto uno degli elementi della trama, ma non il più importante.

Altra cosa da segnalare e che, questa sì, davvero non mi è piaciuta, è stato il fatto che questo libro, il primo tradotto in italiano, è in realtà il quarto della serie di Hamish Macbeth. Come in tutti i romanzi della Beaton, anche qui i personaggi hanno una loro storia personale complessa e in continua evoluzione. E cominciare a leggere la storia di Hamish dal quarto volume mi ha lasciato un senso di straniamento molto fastidioso. La mancanza dei primi tre volumi si sente, secondo me, e parecchio.
Io non so quale sia stata la ragione di questa scelta editoriale, ma sarebbe il caso, se proprio non fosse possibile pubblicare in italiano i primi tre volumi, di includere nei prossimi romanzi una prefazione che faccia il sunto delle vicende di Hamish raccontate nei romanzi precedenti.

In ogni caso, io ho amato questo romanzo dal ritmo tranquillo, ambientato in uno dei posti più belli del mondo, che me ne ha fatto respirare l'aria, insieme a quel pizzico di mistero che rende i piccoli villaggi letterari irresistibili ai miei occhi. Tornerò sicuramente a Lochdubh!

Voto: 7

giovedì 20 settembre 2018

Fidanzati dell'inverno. L'attraversaspecchi #1...

... di Christelle Dabos.

La scheda del libro sul sito della Edizioni E/O

Il mondo è andato in pezzi in seguito alla Lacerazione. La razza umana vive sui frammenti galleggianti della Terra, in città stato chiamate "arche". La giovane Ofelia vive su Anima, l'arca dove gli oggetti hanno un'anima e una personalità. Curatrice di un museo, Ofelia ha il potere di leggere gli oggetti (coglierne le impressioni lasciate da chi li ha toccati) e l'abilità, alquanto inconsueta, di usare questo suo talento per attraversare gli specchi. Timida, miope e maldestra, la ragazza trascorre una vita tranquilla finchè le autorità di Anima non decidono di darla in sposo a Thorn, della potente famiglia Draghi dell'arca Polo, dove la famiglie sono sempre in lotta tra loro e gli intrighi e i complotti sembrano essere uno sport nazionale. Quando giunge su Polo, Ofelia si rende conto che la situazione è anche peggiore di come se l'era immaginata: il suo promesso sposo è freddo, distantee indifferente; la sua vita è in pericolo costante e non può fidarsi di nessuno. Ma perchè le Decane hanno scelto proprio lei per suggellare l'allenza con Polo? Quale mistero si nasconde dietro questa decisione all'apparenza incomprensibile? 

Le vecchie dimore hanno un’anima, si sente spesso dire. Su Anima, l’arca in cui gli oggetti prendono vita, le vecchie dimore avevano più che altro la tendenza a sviluppare un carattere orribile. L’Archivio di famiglia, per esempio, era sempre di malumore. Per esprimere il suo malcontento non faceva che scricchiolare, cigolare, sgocciolare e sbuffare. Non gli piacevano le correnti d’aria che d’estate facevano sbattere le porte chiuse male. Non gli piacevano le piogge che d’autunno gli tappavano le grondaie. Non gli piaceva l’umidità che d’inverno penetrava nei muri. Non gli piacevano le erbacce che ogni primavera tornavano a invadergli il cortile.
Ma la cosa che all’edificio dell’Archivio piaceva meno erano i visitatori che non rispettavano gli orari d’apertura.

Questo romanzo è il primo di una trilogia, chiamata L'attraversaspecchi.
A partire dalla copertina e dall'incipit, Fidanzati dell'Inverno è un libro intrigante. 
Ci troviamo in un mondo in cui è facile riconoscere tracce del nostro pianeta, ma che è diversissimo a partire dalla confermazione geologica. Tanto per iniziare il  "mondo" non esiste più: esistono le Arche, frammenti galleggianti dove la popolazione ha sviluppato culture e tradizioni completamente autonome. Ofelia, maldestra, miope, intelligente ma troppo timida per farsi valere, vive su Anima, disprezzata per la sua apparente mancanza di qualità, fino a che non viene spedita su Polo a sugellare, con il suo matrimonio, un'alleanza importantissima. 
Ecco, laddove Anima è ricca di tradizioni, ricordi, calore, Polo è fredda, inospitale e abitata da gente altrettanto inospitale, con tradizioni brutali. Ofelia sembra la meno adatta a sopravvivere in un mondo dove l'omicidio politico è all'ordine del giorno, eppure, sotto la sua patina di timidezza e sciatteria, la ragazza nasconde molte qualità e una tenacia straordinaria.

L'ambientazione è la cosa migliore di questo romanzo e vale da sola il prezzo del biglietto. Le arche galleggianti, i poteri bizzarri, le famiglie in lotta, le corti reali eccentriche e pericolose, le leggi della fisica e della chimica diverse e imprevedibili sono tutti elementi che rendono Fidanzati dell'inverno un libro originale e gustoso. 
La trama è perfettamente fusa con questa ambientazione, anzi, possiamo dire che i due aspetti del romanzo si sviluppano in simbiosi. La descrizione dell'ambientazione e lo sviluppo della trama procedono di pari passo e l'una non potrebbe esistere senza l'altro.
Se da un lato questa fusione mi è piaciuta moltissimo, dall'altro devo riconoscere che il ritmo della narrazione non è molto serrato, anzi, è piuttosto lento. La scoperta della nuova arca in cui Ofelia dovrà vivere è graduale, e non certo favorita da una popolazione, famiglia acquisita compresa, non proprio incline a parlare a viso aperto. Altresì non ha giovato alla scorrevolezza della trama la continua e incredibilmente ridondante sottolineatura del fatto che Ofelia è piccola, timida, maldestra, trasandata e parla a voce bassa, mentre il suo futuro marito è alto, biondissimo, magro e pallido. Queste cose vengono ripetute ogni volta che i due sono in scena. Ogni volta. Effettivamente è stato un po' troppo anche per me, che pure ho trovato il libro gradevole e interessante.

Certo Fidanzati dell'inverno non è un libro che consiglierei a tutti, ma di sicuro a me è piaciuto parecchio. Non credo sia adatto a chi ama le storie adrenaliniche (e soprattutto autoconclusive, perchè questa proprio non lo è); non lo consiglierei a chi non ama le contaminazioni di generi nel fantasy (e qui uno spruzzo di steam punk fa capolino qui e lì, specialmente nella struttura di Polo, con i grandi ascensori meccanici e i dirigibili). Ma sicuramente lo consiglerei a chi ama un ritmo di lettura lento (ma non soporifero) e a chi è alla ricerca di originalità nel genere fantastico.
Per quel che mi riguarda, resto in trepidante di attesa di Gli scomparsi di Chiardiluna, secondo volume della trilogia, in uscita a gennaio 2019.

Voto: 7

martedì 18 settembre 2018

Volevamo andare lontano...

di Daniel Speck.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Sperling &Kupfer

Julia, giovane stilista emergente tedesca, durante  una sfilata a Milano viene avvicinata da un uomo, tedesco come lei, che le rivela di essere suo nonno, e che il padre che lei ha sempre creduto morto in realtà non lo è, e vive in Italia. L'uomo le mostra la foto di una giovane italiana, scattata negli anni 50. Quella ragazza sorridente e bellissima, che le somiglia molto, è sua nonna. Comincia così il viaggio di Julia alla scoperta di radici che non sapeva di avere, attraverso la storia avventurosa di sua nonna Giulietta, del suo gemello Giovanni e della loro famiglia emigrata dalla Sicilia in cerca di un futuro migliore.

Le domande sull'immigrazione e sugli immigrati finiscono per diventare inevitabilmente domande non solo su chi siamo ma su chi vogliamo essere. Cioè sui temi più profondi. (Hanif Kureishi, Il mio orecchio sul suo cuore - citazione di apertura di Volevamo andare lontano)

Questa è la lunga storia di una famiglia. Una storia che parte dal secondo dopoguerra nel profondo Sud per arrivare ai giorni nostri. È innanzitutto la storia di una famiglia, che attraversa gli anni e l'Europa alla ricerca di quello che ogni essere umano desidera: la felicità.
È un romanzo molto forte dal punto di vista delle passioni e dell'empatia; non c'è una sola pagina che mi abbia lasciato indifferente.
La trama è molto articolata. È ricca di segreti, drammi, bugie, amori e passioni. Ma la cosa che colpisce di più è  l'intensità con cui tutto questo è raccontato. La storia colpisce il lettore dritto al cuore.
Mi è piaciuto molto anche il modo in cui viene narrata. Infatti i diversi membri della famiglia si passano idealmente il testimone durante il racconto, e così questa lunga saga ci offre diversi punti di vista e diverse sfaccettature.
La cosa che più mi ha colpito e impressionato è stata appunto questa: l'abilità dell'autore nel raccontare la storia di una famiglia di emigranti cogliendone perfettamente le diverse sfumature dei sentimenti, che variano dalla speranza per il futuro allo strazio per la casa e la famiglia lontane, dalla frustrazione per il fatto di sentirsi sempre "ospiti" in terra straniera, alla fiducia nel futuro.
Sono andata a curiosare nella biografia di Daniel Speck convinta di trovarci qualcosa che mi spiegasse una tale comprensione dell'autore dei suoi personaggi - che so, un antenato italiano, o una storia di emigrazione alle spalle - ma niente fa intendere che l'autore abbia attinto alla sua storia personale. Questo non fa che accrescerne i meriti di scrittore.

Il tema dell'emigrazione è perfattamente sposato con quello della famiglia, del senso di appartenza, della voce del sangue.

Era possibile scegliere a chi appartenere o era qualcosa di predeterminato, un imperativo del sangue?
Tutti i personaggi, in qualche modo, devono fare i conti con questa domande, divisi fra la nostalgia per la Sicilia e la voglia di far parte della società che li ha accolti.

Un unico appunto che mi sento di fare all'autore è quello di aver a volte indugiato un po' troppo sulla rappresentazione stereotipata dell'emigrante italiano, specie per quel che riguarda i personaggi secondari. Mentre Giulietta e Giovanni sono descritti e approfonditi meravigliosamente, con i loro dubbi, le lacerazioni interiori e la voglia di andare lontano e al tempo stesso di restare attaccati alle loro radici, i personaggi secondari e le semplici comparse sono un po' appiattiti sui luoghi comuni tipici degli italiani all'estero. Ad esempio, il primo contatto di Julia con gli italiani in Germania, avviene tramite un tipo su una Vespa che tenta di abbordarla (ci mancava solo che le dicesse "ciao bella!", ed eravamo a posto); per non parlare del fatto che circa trenta secondi dopo essere scesa dal treno alla stazione di Napoli, Julia viene scippata (ovviamente, e che vi aspettavate? Io personalmente attendevo qualcuno che la consolasse tirando fuori dalla tasca una fetta di pizza, con un  mandolino a tracolla, coinvolgendola in una allegra tarantella). L'episodio è palesemente una nota di colore perchè il furto non ha particolari conseguenze sulla trama (tanto che Julia neanche si pone il problema della denuncia, e sì che le hanno rubato tutti i documenti. Questa cosa l'ho trovata parecchio assurda). Diciamo che da questo punto di vista Daniel Speck poteva, a parer mio, impegnarsi un pochino di più. Fortunatamente si tratta di un difetto marginale, che nulla toglie alla bellezza di questo romanzo.

Un libro che consiglio vivamente a tutti, non solo per la bellezza della trama, ma anche per le emozioni che ha saputo suscitare durante la lettura. 
Noi italiani, ed in particolari noi meridionali, credo, non possiamo leggere questo libro e non sentirci coinvolti. Perchè se non siamo stati emigranti in prima persona, guardiamo i nostri figli e ci chiediamo se un domani toccherà a loro partire per forza e non per scelta. E allora quelle pagine non sono solo una bella storia scritta nero su bianco. Sono la storia del nostro popolo.

Voto: 8-

mercoledì 12 settembre 2018

Ogni piccola bugia...

... di Alice Feeney.


Amber si ritrova immobilizzata in un letto d'ospedale, la mente vigile, il corpo immobilizzato. È in coma e non ricorda come ci sia finita. Nella stanza suo marito e sua sorella parlano, convinti che lei non possa sentirli. le loro parole ambigue, sussurrate, smozziacate le fanno pensare che deve essere successo qualcosa di grave, oltre all'incidente che l'ha portata in ospedale. Qualcuno ha tentato di farle del male? E chi? E di chi si può fidare, indifesa in quel letto d'ospedale?

Oggi vi propongo un altro thriller psicologico, diverso da L'illusione della verità recensito da poco, ma altrettanto meritevole di letture. 
Io l'ho letto in un'unica nottata insonne, semplicemente perchè non potevo metterlo giù. Ecco, la mia recensione potrebbe fermarsi qui, perchè credo non esista niente di più bello per un lettore di imbattersi in uno di quei libri che semplicemente non puoi smettere di leggere.
 
Alice Feeney ha creato per il suo romanzo un'atmosfera claustrofobica: Amber non può muoversi nè comunicare in alcun modo con l'esterno, ma sentendo i discorsi intorno a lei, e con il riaffiorare graduale dei ricordi, capisce di essere in pericolo. Il lettore ripercorre insieme a lei la strada che l'ha portata fin lì, che parte dall'infanzia, fino ad arrivare al suo lavoro di giornalista radiofonica in una seguita trasmissione mattutina. Intorno a lei si muovono diversi personaggi, principalmente la sorella Claire, il marito, le colleghe, i suoi superiori, ed ognuno di loro è enigmatico e ambiguo. Ognuno di loro potrebbe essere  il centro del mistero angoscioso che è la vita di Amber in questo momento.
La bravura dell'autrice, in questo thriller, sta tutta nell'aver costruito una storia misteriosa, tortuosa e intrigante, e di averla costruita benissimo. Come Amber, il lettore non sa chi di può fidarsi e a chi deve credere. 
La trama è intricata ma non risulta involuta o incomprensibile. I plot twist sono diversi, tutti credibili e ben preparati e lasciano il lettore a bocca aperta.
Lo stile dell'autrice è molto fluido, non ci sono digressioni inutili nè pause nel ritmo delle rivelazioni, che sono dosate sapientemente. 

Raccontare questo tipo di storia non è facile: basta dimenticare un piccolissimo dettaglio e tutta la credibilità della trama crolla miseramente. Alice Feeney invece tiene saldamente le fila del suo intreccio. Alla fine ogni dettaglio va al suo posto con precisione. Il lettore è avvinto fino all'ultima pagina, anzi, fino all'ultimo rigo, che riserva anch'esso qualche sorpresa.

Voto: 8


 

lunedì 10 settembre 2018

L'illusione della verità...

... di Wendy Walker.

La scheda del libro sul sito della casa editrice NORD

Le sorelle Tanner, Emma e Cassandra, adolescenti con una famiglia complicata, scompaiono dopo una lite furiosa. L'auto di Emma e le sue scarpe vengono ritrovate sulla spiaggia. Di Cassandra, invece, nessuna traccia. Eppure è proprio lei, tre anni dopo, a ricomparire all'improvviso e a raccontare la storia della loro scomparsa e della prigionia su un'isola che non sa come identificare. Ma il suo racconto lascia molti dubbi all'agente dell'FBI Abby Winter, che si è occupata del caso tre anni prima. La versione di Cassandra non coincide con le testimonianze, e troppi dettagli rimangono oscuri. Cosa nasconde Cassandra? Perchè è ricomparsa proprio adesso? E la sua famiglia, all'apparenza perfetta, cosa nasconde?

L'illusione della verità è un thriller psicologico interessante, che ruota intorno alla figura di una madre disfunzionale e alla famiglia altrettanto disfunzionale che è riuscita a creare intorno a sè. Vittime, ambigue e a volte consenzienti, sono le due figlie adolescenti, unite ma allo stesso tempo perennemente in lotta per l'amore e l'approvazione della madre.  Le dinamiche tra le tre donne, asse portante del romanzo, sono descritte con una cura maniacale per i dettagli. Sono dinamiche di comprensione non immediata, che coinvolgono conoscenze di psicologia, eppure l'autrice riesce a illustrarle in maniera sufficientemente chiara senza appesantire troppo la narrazione.
Anzi, a dirla tutta, l'autrice riesce a creare un clima claustrofobico mentre dipana la morbosa relazione tra le tre donne, clima che mi ha causato una seria angoscia mentre leggevo. E sebbene a volte la lettura diventasse disturbante, alla fine non ho potuto fare a meno di concludere che questo thriller svolge egregiamente il suo lavoro.

Il cuore di questo romanzo sta tutto nel gioco di potere che la verità e i segreti altrui regalano. Ognuna delle protagoniste - in particolare Cassandra e sua madre - sanno dosare verità e bugie per ottenere quello che vogliono, e in questo labirinto in cui le persone credono solo quello che vogliono credere, come dice Cassandra, il lettore si smarrisce, restando incollato alle pagine cercando di ricostruire una storia di torbide relazioni familiari dove niente è come sembra.
Ogni cosa - la lite, la scomparsa, la prigionia, il ritorno - ha due facce. Anche la verità, in questa romanzo ha due facce. E ciò lo rende estramente interessante, a tratti oscuro, ma mai banale o scontato.

Ma è una lettura che buca la pagina, arriva al lettore, lo intrattiene, gli fa tenere il fiato sospeso, e lo conduce attraverso un labirinto buio fino alla fioca luce all'uscita.

Voto: 7 e 1/2

mercoledì 5 settembre 2018

Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey...

... di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows.

Dopo la pausa estiva, torna la rubrica Questa volta leggo, nata dalla mente vulcanica di alcune blogger - Dolci (Le mie ossessioni librose)Chiara (La lettrice sulle nuvole) e Laura (la Libridinosa). 
Ogni mese un tema, ogni tema un libro. Questa volta, abbiamo letto un libro che non fosse ambientato in Italia. 
Per me, una scelta quasi obbligata: ho letto un romanzo ambientato nel Regno Unito, la mia seconda patria letteraria, che mi ha accolto tra le pagine di un libro molto bello, Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey.

La scheda del libro sul sito della Astoria

Londra, 1946. La guerra è finita, e la città sta lentamente tornando alla normalità. Juliet Ashton, scrittrice, si sta godendo il successo dei suoi ultimi libri quando riceve una lettera da un certo Dawsey Adams, residente sull'isola di Guernsey, il quale ha trovato il suo indirizzo sulla prima pagina di un libro usato. Dawsey chiede a Juliet di consigliargli una libreria a Londra presso cui acquistare libri, per uscire dall'isolamento che l'isola ha vissuto durante la guerra e l'occupazione tedesca. L'uomo nomina di sfuggita un club del libro locale dal nome bizzarro, accendendo la curiosità di Juliet. Inizia così una corrispondenza dolce e interessante, che coinvolgerà gli eccentrici membri del Club, e svelerà le storie di ognuno di loro.

Accattivante fin dal titolo, lungo e inconsueto, il Club del libro... è un romanzo epistolare dal sapore dolcemente retrò, che trasporta il lettore su una piccola isola nella Manica, Guernsey. 
L'isola di Guernsey (da Wiki Commons)
Durante la guerra, a questa piccola comunità toccò subire l'occupazione nazista, la quale, sebbene meno crudele che in altre zone, fu comunque molto dura e a tratti spietata. Basti pensare che, oltre a patire fame e altre privazioni, i residenti dell'isola rimasero, per volontà delle truppe occupanti, completamente isolati dal resto del mondo per cinque lunghi anni. Niente telefono, niente radio, niente posta, niente giornali, e niente notizie dai membri della famiglia al fronte o semplicemente sfollati in Inghilterra. Una cosa terribile da immaginare.

A poco a poco, tra le righe delle lettere che Juliet e Dawsey prima, e Juliet e gli altri membri del Club poi si scambiano, scopriamo le storie di quel periodo. I membri del Club, nonostante la leggerezza e il buon umore con cui scrivono a Juliet, hanno un peso sul cuore, e condividerlo con un'estranea si rivelerà la scelta migliore per tutti.

La struttura del romanzo è particolarmente coinvolgente. La sua natura di romanzo epistolare non è assolutamente di intralcio alla narrazione, tutt'altro. È un espediente che ha permesso alle autrici di svelarci la storia poco a poco, di mostrarci molteplici punti di vista, di aggiungere aneddoti ora tristi ora spassosi senza che il romanzo perdesse solidità. Non è facile trovare un romanzo epistolare tra la narritiva moderna, e perciò io l'ho amato ancora di più per questa sua caratteristica.
Con un tono lieve, davanti ai nostri occhi si svelano le crudeltà e le privazioni della guerra, ma ancora di più, si svelano  le anime dei personaggi che popolano l'isola e che hanno dato vita al Club in circostanze piuttosto singolari. Il Club, nato per caso da una bugia, diventa un'ancora di salvezza per chiunque vi si avvicina. Credo non ci sia niente di più bello e appagante, per un lettore, di leggere del potere consolatorio e salvifico dei libri, potere che ognuno di noi ha sperimentato nella vita, prima o poi.

Questo è un romanzo fatto di buoni sentimenti, che però non appaiono nè retorici nè stucchevoli, popolato da brave persone (per la maggior parte, almeno) e condito da una leggera dose di ironia, ed è un inno alla vita e alla resistenza contro le forze del male, qualunque esse siano. È un romanzo che mi ha toccato nel profondo, per la sua capacità di raccontare tragedie tremende, e allo stesso tempo di mostrarci la luce che brilla anche nel buio più profondo.
Nel farlo non ha smarrito il compito preciso di ogni romanzo, ovvero quello di narrare una storia. Mi ha conquistato la grande abilità delle autrici nel mescolare sapientemente le due anime del romanzo (quella  narrativa e quella più filosofica e spirituale). Ancora, mi ha piacevolmente colpito il fatto che la parte che ho definito "filosofica"sia affidata alla voce di persone di umili origini e che poco hanno potuto studiare. Ma a riprova del fatto che non è il titolo di studio che rende un animo colto, queste persone hanno trovato attraverso i libri e la critica letteraria, risposte alle loro domande, e forse, anche altre domande.

Unico piccolissimo neo, il finale: mi è sembrato che le fila della narrazione venissero tirate un po' troppo precipitosamente, ma questo può dipendere dal fatto che Shaffer, molto malata, affidò l'opera per il suo completamento e per la revisione alla nipote, Annie Barrows. Non deve essere  stato facile finire un'opera che non le apparteneva, ma Barrows ha fatto comunque un lavoro ottimo.

Consigliatissimo.
Voto: 8

PS: prima di lasciarvi al calendario della rubrica Questa volta leggo, vorrei spendere due parole sul film tratto dal libro, disponibile su Netflix. Sicuramente una visione gradevole, con atmosfere rese bene ma che a causa, secondo me, di qualche taglio dio troppo perde lo spessore e la liricità del romanzo. 

venerdì 31 agosto 2018

Il gatto che annusava le streghe...

... di Lilian Jackson Braun.

Jim Qwilleran,  detto Qwill,ex giornalista di città, ora residente nella contea di Moose, 600 km a nord di ognidove, accetta di trascorrere con i suoi amati felini Koko e Yum Yum due settimane nella Locanda dello Schiaccianoci, di proprietà di una coppia di amici. I due sostengono che una cappa di oscurità incomba sul luogo, e chiedono a Qwill di indagare, insieme ai due gatti, che hanno un fiuto infallibile per il mistero.

Questo romanzo giallo fa parte di una serie, Il gatto che..., che ho conosciuto grazie ad un libro usato scovato su una bancarella, Il gatto che leggeva alla rovescia. Da allora è passato molto tempo ma ogni volta che riesco a recuperare un volume di questa serie, mi butto nella lettura con piacere. Peccato però che questa volta io sia rimasta molto, molto delusa.

La serie che avevo imparato ad amare mi piaceva per la simpatia del suo protagonista, per la originale presenza di due gatti siamesi molto speciali e per l'impianto classico del mistero e delle indagini.
In questo volume, purtroppo, sono rimasti solo Jim Qwilleran e i due gatti, mentre mistero e indagini sono scomparsi, insieme alla trama.
Sì, perchè il vero enigma che permea questo libro è: che fine ha fatto la trama gialla? Anzi, per essere precisi, che fine ha fatto la trama stessa?
Infatti qui non possiamo certo parlare di un intreccio solido e organico; la trama è stata sostituita da una serie di aneddoti buttati là, senza alcun approfondimento, sulla contea di Moose e la simpatica vita di Qwill nella bucolica regione.
I due gatti, di solito scopritori di indizi fondamentali per dare una svolta alle indagini, sono gli unici che provano ad attirare l'attenzione dei protagonisti sui misteri presenti nella storia, ignorati  senza tanti complimenti da Qwill.

Un'altra cosa affascinante della serie era quella sospensione della trama a metà tra la logica e il soprannaturale. Le abilità dei due gatti Koko e Yum Yum, i veri detective della storie meglio riuscite, avevano sempre un che di incredibile; in questo romanzo il loro fiuto pareva indispensabile per comprendere la sensazione di pericolo incombente che la proprietaria della Locanda sente, ma tutto si limita alla scoperta di tre vecchi specchi incrinati tutti nello stesso punto, appartenuti ad una ragazza fuggita di casa per amore sul finire del XIX secolo, e rimasti da allora dietro una porta chiusa. 
Spunto  potenzialmente interessante: perchè gli specchi sono tutti incrinati nel medesimo punto? Perchè sono rimasti chiusi dietro quella porta per quasi un secolo? Peccato che il ritrovamento resti buttato lì, senza alcuno sviluppo, indagine o ulteriore spiegazione, inutile ai fini della trama, declassato ad aneddoto di colore della storia della contea di Moose.

L'asse portante del romanzo doveva essere la morte, apparentemente accidentale, di un uomo in vacanza alla locanda. La vittima si era presentata come un commesso viaggiatore; ma ben presto Koko mette in evidenza diverse incongruenze nella storia della vittima, segnalando a Qwill dettagli che non tornano. Con mio sommo stupore e disappunto, però, Qwill sembra troppo impegnato ad accettare inviti a cena, ad osservare scoiattoli e assistere a opere teatrali amatoriali per trovare il tempo di indagare su una morte sospetta.

Lilian Jackson Braun, insomma, ha scritto un giallo senza indagine, e in cui del delitto avvenuto non importa a nessuno. La soluzione cade pratiacamente dal cielo nelle ultimissime pagine, raccontata in maniera sommaria tanto al lettore quanto ai personaggi stessi. 

Mi dispiace stroncare il romanzo di un'autrice che in passato ho apprezzato, ma sconsiglio vivamente la lettura di questo "giallo", e contemporaneamente consiglio la lettura dei primi quattro o cinque volumi della serie, di sicuro meglio riusciti e in grado di soddisfare gli amanti del giallo classico.

Voto: 4

PS: una menzione speciale poi merita il titolista che ha pensato di tradurre il titolo originale The cat who went up the creek (Il gatto che risalì il torrente) con Il gatto che annusava le streghe. Inutile precisare che le streghe, nel romanzo, non le vediamo neanche dipinte. Complimenti vivissimi.

mercoledì 29 agosto 2018

La ragazza della nave...

di Arnaldur Indriðason.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Guanda

Nel 1940, con la Seconda Guerra Mondiale in pieno svolgimento, l'Islanda richiama in patria tutti i suoi cittadini che si trovano in zone controllate dai nazisti. La nave Esja salpa dal porto finlandese di Petsamo per riportarli tutti a casa. Invano una ragazza aspetta il suo fidanzato sul molo. Lui non arriva, e lei è costretta a salpare senza di lui, senza sapere cosa gli è accaduto, se sia finito nelle mani dei nazisti per la sua attività contraria al loro regime.

Tre anni dopo, Reykjavík è occupata dalle truppe americane.  L’investigatore Flóvent e il giovane soldato canadese Thorson indagano su un caso di aggressione: un giovane con indosso una uniforme americana viene ritrovato ucciso sul retro di una bettola frequentata dai soldati, ma nessun soldato americano manca all’appello. Negli stessi giorni, il cadavere di un uomo annegato in mare viene riportato a riva dalle correnti. Forse si tratta di un incidente, ma durante l'autopsia emerge qualcosa di strano...

Credo che la mia relazione con il giallo nordico finisca qui, con la lettura de La ragazza della nave.
La sinossi mi aveva intrigato moltissimo; il periodo storico dell'ambientazione è tra quelli che preferisco e che sanno sempre riservare sorprese; la diversità di piani temporali mi ha sempre intrigato. Eppure, non ho amato questo libro. Per nulla.
Vi spiego perchè.

Come accennato, la storia prende il via nel 1940, con l'esodo dei cittadini islandesi dalla Scandinavia occupata dai nazisti. Lo storico viaggio dell'Esja è un episodio minore, per così dire, della Seconda Guerra Mondiale, ma ha un grande fascino, secondo me, perchè ha il duplice merito di farci conoscere meglio cosa è stata la guerra nell'estremo nord dell'Europa e di farci conoscere la varia umanità in fuga dalla guerra e dall'occupazione nazista. L'atmosfera del viaggio e della snervante attesa della ragazza del titolo, così come l'angoscia di quel lungo viaggio e la paura di venir affondati dai sottomarini tedeschi sono rese molto bene e a parer mio sono la parte migliore del romanzo.
L'ambientazione in generale è molto ben curata, e si conferma il punto di forza del giallo nordico, secondo me.

I due diversi piani temporali, che si alternano mi hanno invece un po'confusa inizialmente. Essendo separate da soli tre anni, non si coglie immediatamente la diversità cronologica delle due storie. Non mi è sembrato che l'autore abbia fatto uno sforzo per diversificare le due narrazioni, che hanno il medesimo passo, la medesima voce. Onestamente, se non avessi letto la sinossi non so quanto tempo ci avrei messo per capire la differenza temporale.

Purtroppo, la cosa che mi ha convinto di meno è stata proprio l'indagine, anzi, le indagini, perchè ben presto diventeranno tre: due nel presente, e una nel passato, riguardante il viaggio dell'Esja.
Quello che mi ha infastidito di più è stata la reticenza di ogni singolo testimone o sospettato a rispondere alle domande della polizia, e l'arrendevolezza con cui Flóvent desiste dall'esigere risposte. Posso capire un simile comportamento quando l'investigatore si trova davanti un ufficiale delle esercito americano occupante, che rifiuta con sdegno di sottoporsi a interrogatorio (i rapporti tra popolazione e autorità locali e esercito erano molto tesi), ma non posso capacitarmi di un tale atteggiamento quando Flóvent interroga comuni cittadini, molti dei quali vivono ai margini della legge. In un giallo investigativo, questa cosa è frustrante, molto, molto frustrante, e rallenta il ritmo all'inverosimile.
Oltretutto il mistero in sè è facilmente intuibile e i collegamenti fra le varie morti sono più che evidenti al lettore che segue entrambi i piani temporali. Pessima poi la scelta di confermare quello che il lettore ha già immaginato con l'espediente di Tizio che ascolta una conversazione tra due persone, le quali, a distanza di anni, rievocano con precisione nomi, date e modalità di un crimine cui hanno preso parte. 
Anche la soluzione al mistero del cadavere portato a riva dalle correnti è facilmente intuibile e non riserva grandi colpi di scena.

Insomma, un romanzo con una ambientazione e una premessa suggestive, ma con un'indagine che ha veramente poco da dire.
Voto: 5