lunedì 22 maggio 2017

Una valigia piena di sogni...

... di Paullina Simons.

La scheda del libro sul sito Harper & Collins

Chloe, Hannah, Mason e Blake, adolescenti americani, hanno un sogno: partire per Barcellona dopo il diploma. Ma devono trovare i soldi, e vincere le resistenze dei genitori. Moody, nonna di Chloe, si offre di pagare il viaggio a tutti e quattro, ma ad una condizione: dovranno prima recarsi a Riga, in Lettonia, a trovare la famiglia di Moody e ad adottare "a distanza" un bimbo in un orfanotrofio lettone, e poi attraversare l'Europa Orientale in treno, ripercorrendo a ritroso le orme dell'occupazione nazista e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Malgrado qualche dubbio, i ragazzi accettano. A Riga incontreranno Johnny, un ragazzo americano come loro, vagabondo, artista di strada, che scombina gli equilibri tra i 4 amici e mostra loro una vita e un modo di guardare il mondo totalmente diversi.

Il libro dovrebbe essere la cronaca di un viaggio di formazione attraverso mezza Europa. Dovrebbe essere il diario di un viaggio di quattro diciannovenni che non sono mai usciti dal Maine, dovrebbe essere pieno di emozioni, dovrebbe essere avventuroso, selvaggio e profondo, invece non è altro che una noiosa sequela di chiacchiericci inutili (per lo più lamentele) dei personaggi.

Il romanzo è diviso in tre parti, ognuna delle quali narra le diverse fasi delle giovinezza dei protegonisti.
 
La prima parte, ambientata nel Maine è esageratamente prolissa, piena di dettagli sulla routine quotidiana che hanno uno scarsissimo interesse. Non a caso bisogna andare oltre le 100 pagine solo perché il viaggio inizi.
In questa prima parte, narrata in terza persona, almeno sembra che i personaggi abbiano comunque del potenziale, e sembra che le dinamiche interne e le diverse aspettative che ognuno ha per questo viaggio possano essere interessanti.
Purtroppo quando le vicende si spostano in Europa, i quattro iniziano a comportarsi con scarsa coerenza e sembrano quasi regrediti ad uno stadio infantile.
Questa seconda fase è narrata dal punto di vista di tutti e quattro i protagonisti principali, solo che per Chloe ciò avviene in terza persona, mentre per Hannah, Mason e Blake viene usata la narrazione in prima persona. Una scelta che non sono riuscita assolutamente a comprendere, anche perché crea, secondo me, un "effetto barriera" tra i personaggi: Chloe da un lato, i suoi amici dall'altro. Forse era questo lo scopo? Ma in tal caso, perché? Che senso ha questa scelta? Io ho provato solo fastidio per la non omogeneità della narrazione.
 
Ad ogni modo, un viaggio in treno dall'Europa orientale fino alla Spagna, in teoria, dovrebbe essere avvincente. Invece l'approccio dei ragazzi così come è descritto è raccapricciante: una infinita sequenza di lamentele su tutto, perfino sull'ospitalità gratuita che la famiglia di Moody offre loro, sul cibo, sul clima. Letteralmente su ogni cosa. Ma la cosa peggiore è che mi sono annoiata a morte. Mi sono trovata a leggere decine e decine di pagine per descrivere, ad esempio, un viaggio di undici ore dalla Lettonia alla Polonia, in cui non accade altro se non il chiacchiericcio tra Chloe e Johnny. Avevo le lacrime agli occhi per la noia. 
 
Oltretutto le premesse della prima parte del romanzo (premesse che l'autrice ha sviluppato con molte, molte, molte pagine, come visto) vengono totalmente disattese nella seconda. I ragazzi non sembrano più quattro amici d'infanzia alle prese con una meravigliosa avventura; sembrano più quattro personaggi di un reality costretti dal caso a viaggiare insieme. Provano fastidio l'uno per l'altro, non si capiscono e non hanno nessuna voglia di aiutarsi, di venirsi incontro. Ognuno pensa a come farsi i fattacci suoi senza considerare le esigenze degli altri. E tutto ciò ha inizio non dopo la convivenza forzata o le rivelazioni del lungo viaggio; tutto ciò comincia subito dopo il decollo dell'aereo che li porterà in Europa. Ed è francamente assurdo che quattro amici di infanzia non si sopportino in modo così plateale. Imbarazzante e insensato è, ad esempio, il patetico tentativo di ognuno dei tre amici di scaricare su qualcun altro il compito di accompagnare Chloe all'orfanotrofio.
La visita all'orfanotrofio meriterebbe una recensione a parte, ma non voglio trasformarmi in Paullina Simmons, perciò sarò breve e dirò soltanto che l'idea di dover andare in Lettonia per adottare un bambino a distanza che può essere adottato solo tramite un'agenzia di Dallas (sì, Dallas negli Stati Uniti) è uno dei più grossi WTF?!?(1) della letteratura mondiale.  Oltretutto Chloe non va a conoscere il bambino, va a sfogliare i fascicoli dei bambini orfani, tutti con una storia tristissima alle spalle, e la scena ha il pathos e l'emotività di un piatto di spaghetti. Vuoto.
 
I personaggi fanno a gara per essere sciocchi o irritanti, ma la palma di più irritante in assoluto secondo me va a Johnny.
Ha diciannove anni ma ha praticamente già fatto, visto e provato tutto. E' stato ammesso e poi ha abbandonato due delle più importanti Accademie dello spettacolo americano: la Jiulliard e la School of Performing Acts di New York (sì, quella di Saranno famosi); ha visitato mezzo mondo, e sono due anni che gira per l'Europa facendo la guida turistica e il cantante di strada (ha pure una voce d'angelo, sì). Dove ha trovato il tempo di fare tutto ciò, io lo ignoro.

La terza parte dovrebbe essere una sorta di epilogo; anche questa è tremendamente prolissa, e prima di dirci quello che ha da dire, si trascina per un altro centinaio di pagine tremendamente noiose, fino ad un lieto fine retorico, zuccheroso e stucchevole.
 
Il mio consiglio perciò è: la vita è breve e non può essere sprecata a leggere libri come questo.
Voto: 4 e1/2

(Nota: l'unica cosa che si salva di questo romanzo sono circa venti-trenta in cui Johnny conduce i protagonisti a visitare Treblinka, il campo di sterminio polacco, e racconta una parte meno nota dell'Olocausto, che ho trovato toccante e interessante. Ho dato al libro mezzo voto in più per questo, ma si tratta comunque di sole 30 pagine su 500.)
 
 (1) per il significato di WTF, vedi qui

sabato 20 maggio 2017

Passato remoto...

... di Leonardo Padura Fuentes.

La scheda del libro sul sito della casa editrice

Cuba, 1989. Mario Conde, tenente della polizia cubana, indaga sulla scomparsa di Rafael Morìn Rodríguez, dirigente del Ministero dell'Industria, uomo capace, integerrimo e intelligente, a detta di tutti. Conde ha conosciuto l'uomo in gioventù, quando frequentavano la stessa scuola superiore, e non ne ha mai avuto una grande opinione, forse perché Morìn ha sposato la bellissima Tamara, amore inconfessato della sua adolescenza, che ancora dopo diciassette anni lui non ha dimenticato. C'è davvero qualcosa di sospetto nella vita dell'uomo scomparso, oppure sono i vecchi pregiudizi e i vecchi rancori che offuscano la mente di Conde?
 
Questo romanzo è il primo che ha come protagonista Mario Conde, tormentato investigatore di polizia. A trentaquattro anni Conde si trascina dietro un bagaglio di rimpianti notevole; la sua vita non ha preso la piega che lui sperava quando da adolescente credeva di avere il mondo nelle proprie mani. Quella sensazione di ottimismo e onnipotenza è svanita, ma Conde la ricorda ancora bene, ed ogni giorno si alza chiedendosi cosa è andato storto, e quando.
Rafael Morìn Rodríguez sembra invece essere tutto quello che Conde non sarà mai. E' riuscito a realizzare i suoi ambiziosi progetti; è diventato un pezzo grosso, è ricco, stimato e soprattutto ha sposato Tamara, l'amore della vita di Conde.
Trovarsi ad indagare sulla sua sparizione costringe il poliziotto a fare i conti con un passato che sembra distante nel tempo ma con cui in realtà non ha mai chiuso.
La narrazione dell'indagine viene così alternata a flashback del passato, che sono ricchi e interessanti più della trama gialla che dovrebbe essere la struttura portante del romanzo.
Ne viene fuori il ritratto di una generazione, nata negli anni della Rivoluzione Cubana, e il ritratto di un paese diverso da quello cui siamo abituati a pensare. Un paese dove la povertà è tangibile ma dignitosa; dove non c'è spazio per l'allegria che siamo abituati ad associare ai popoli caraibici.
E' un ritratto molto triste, amaro e ricco di rimpianti ma povero di speranze per il futuro, come se la Rivoluzione avesse congelato sogni ed illusioni e tarpato le ali alla maggior parte dei giovani, anziché dare loro una speranza in un futuro migliore.
 
Il romanzo è interessante per questa voce che emerge tra le pagine e ci racconta una Cuba inusuale, più che per l'atmosfera gialla o noir.
 
Non posso certo dirmi un'esperta di narrativa sud-americana. La mia esperienza si ferma alla lettura della bibliografia completa di Isabel Allende e sporadicamente di qualche altro autore (per esempio: La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz). Eppure sto cominciando a capire una cosa: un tratto distintivo di questa narrativa è l'impossibilità di scindere la narrazione della storia dalla narrazione del contesto e dell'ambiente. Il Cile, Cuba, la Repubblica Dominicana sono ben presenti tanto quanto i personaggi in carne ed ossa.
Questa caratteristica mi ricorda molto le opere di uno dei miei autori preferiti, Maurizio de Giovanni.
Oltretutto, come de Giovanni, anche Padura Fuentes rompe il circolo vizioso degli stereotipi e sceglie una narrazione da un punto di vista inusuale della sua patria.
Non  a caso una volta Maurizio de Giovanni ha detto: Napoli è l'unica città sudamericana fuori dal Sud America.
Ed evidentemente alcuni scrittori napoletani anche qualcosa di sudamericano in loro.
 
Ecco, questo parallelismo serve a far capire che tipo di romanzo è Passato remoto. La scelta di scrivere un noir è funzionale al bisogno di raccontare la vita, e gli esseri umani, in tutte le loro sfaccettature, ma soprattutto quelle meno brillanti, meno edificanti, più amare, ma anche più vive e più vere.
 
A parer mio, se cercate semplicemente un giallo o un noir, questo libro non fa per voi; se volete conoscere Cuba da un punto di vista diverso, allora avete trovato il vostro libro.
 
Voto: 7

giovedì 18 maggio 2017

Il labirinto. Maze Runner #1...

di James Dashner.


Thomas si risveglia in un ascensore senza ricordi di sé o della vita precedente. L'ascensore lo conduce in un strano posto, un'enorme fattoria chiamata La Radura, abitata da adolescenti, tutti maschi, anch'essi arrivati lì tramite l'ascensore, e tutti senza ricordi della loro vita precedente l'arrivo.
La cosa più assurda è che la Radura è circondata da mura altissime che poi sono quelle di un labirinto sterminato, abitato da mostri spaventosi, e i cui muri si spostano ogni notte. 
Perché Thomas e gli altri sono lì? Chi ce li ha portati? Chi ha creato il labirinto? E cosa si aspettano da loro questi "creatori"? Ma soprattutto, esiste un modo di lasciare la Radura?

Premessa: di solito nella recensione approfondisco un po' la trama rispetto alla sinossi inziale, ma stavolta cercherò di evitarlo, non fornendo altri particolari; la parte migliore di questo libro, infatti, è scoprire i dettagli sul labirinto a poco a poco, e non voglio sciupare il divertimento.
 
Il labirinto, primo volume di una trilogia, è un romanzo distopico destinato ad un pubblico giovane.
La realtà in cui Thomas viene catapultato è a dir poco incredibile. E' solo un ragazzino, ma si ritrova in un posto pericoloso ed incomprensibile. Intorno a lui, altri ragazzi che si trovano nelle sue stesse condizioni: non hanno ricordi della vita precedente al loro arrivo nella Radura, nessuno sa come o perché siano in quella situazione; allo stesso tempo però, cercano una soluzione, una via di fuga, e cercano altresì di mantenere l'ordine nella Radura, dove hanno creato una società ben organizzata.
Inizialmente nessuno sembra propenso a rispondere alle domande di Thomas; a ogni sua richiesta viene inevitabilmente risposto di attendere, e questo si rivela un po' frustrante per il lettore.
Allo stesso tempo però, è anche abbastanza naturale che alcune cose Thomas debba vederle e toccarle con mano; l'enormità della situazione in cui si trova catapultato non può essere spiegata facilmente a parole. Perciò, anche se è evidente che il rimandare le spiegazioni è un espediente dell'autore per mantenere alto il livello di mistero e di curiosità, si tratta comunque di un espediente accettabile.
 
La costruzione dell'atmosfera misteriosa ai limiti dell'inspiegabile è sicuramente la cosa migliore del romanzo. L'autore riesce a creare un'ambientazione ben fatta, che instilla angoscia, quasi claustrofobia nel lettore, oltre al desiderio di capire cosa sta succedendo.
Ho trovato interessante anche la costruzione della società creata dai ragazzi, e addirittura di un loro slang fatto di parole create appositamente, come sploff (me**a), pive (pivello), caspio (cacchio, o peggio), fagio (fagiolino, ovvero ultimo arrivato).
Unico difetto dell'ambientazione è la descrizione dei mostri del labirinto, chiamati Dolenti. Onestamente io non sono riuscita a figurarmi come siano fatti e in che modo si muovano, a cuasa di descrizione piuttosto vaghe e confuse.
 
Quello che invece ho trovato meno convincente è stata invece la costruzione dei personaggi. Ce ne sono diversi, Thomas, che accompagna il lettore alla scoperta ei misteri del labirinto; Newt e Alby, i leader del gruppo, Chuck, il primo amico di Thomas alla Radura, Gally, inspiegabilmente ostile a Thomas. Ecco, più o meno parlano tutti con la stessa voce. E' difficile per il lettore provare empatia per loro. La narrazione è molto fredda e distaccata. Le emozioni provate dai personaggi sono raccontante, mai mostrate, e anche frettolosamente, come se l'autore dovesse levarsi il pensiero, e proseguire con la storia. Più che farci vedere la frustrazione, o la confusione, o lo smarrimento attraverso le azioni, l'autore preferisci dirci a ogni piè sospinto che Thomas o qualcun altro sono confusi, o tristi, o smarriti. Onestamente questo appesantisce un po' la narrazione, perché quando si tratta dell'interazione pura tra i personaggi, raccontata quasi sempre tramite discorso indiretto (mentre le informazioni ci vengono per lo più date col discorso diretto), viene voglia di saltare a piè pari i passi corrispondenti per concentrarsi esclusivamente sul progredire della trama.
Altra cosa che ho trovato un po' forzata, è stata la molla che spinge in avanti la trama, ovvero l'arrivo di Thomas e poi di una ragazza, l'unica presente nella Radura. Ora, sebbene si capisca che Thomas e Teresa (questo è il nome della nuova venuta) abbiano qualcosa di diverso dagli altri, ho trovato comunque forzato che i due abbiano idee e intuizione che permettono in parte di svelare il segreto del Labirinto (idee e intuizioni che loro hanno dopo pochi giorni dal loro arrivo, mentre gli altri che sono lì da due anni non hanno mai provato, per esempio, una cosa semplicissima come arrampicarsi sulle mura del labirinto. Questo credo sia un grosso limite della trama.)
 
Il finale merita qualche riga di commento. Sebbene lasci in sospeso più di qualche domanda, il finale risponde almeno a quelle più urgenti (cos'è il labirinto, chi l'ha creato e perché), ma soprattutto apre nuovi scenari  che fanno ben sperare per il prosieguo della trilogia.
 
In conclusione, si tratta di un libro con una storia potenzialmente esplosiva, che però necessita della lettura degli altri volumi della serie perché il lettore possa avere tutte le risposte. La lettura è a tratti pesante, a causa della scarsa immedesimazione con i personaggi, ma la curiosità di scoprire l'enigma del labirinto tiene comunque accesa la voglia di proseguire.
 
Voto: 6 e 1/2

martedì 16 maggio 2017

Il rumore dei tuoi passi...

... di Valentina D'Urbano.

La scheda del libro sul sito della Longanesi


Alfredo e Beatrice abitano in quartiere degradato alla periferia di una grande città. Sono cresciuti insieme, hanno condiviso l'infanzia a tal punto che la gente li chiama "i gemelli". Questa è la storia della loro amicizia, sempre sul punto di trasformarsi in qualcos'altro, un'amicizia dura, a tratti violenta ma comunque impossibile da spezzare.  Purtroppo però, Beatrice e Alfredo hanno due modi diversi di affrontare le tragedie della vita; mentre Beatrice non si lascia piegare dallo squallore che la circonda, Alfredo si rivelerà troppo fragile per lottare.
 
Questo è il libro d'esordio di Valentina D'Urbano, autrice di Acquanera, libro splendido che ho recensito qui, e riesce difficile credere che un'autrice agli inizi abbia scritto una storia così dura, toccante e matura.
 
Il libro si apre con un funerale, ed è quello di Alfredo. Ed è Beatrice a raccontarci la storia, a farci capire come si è arrivati a quel punto. Proprio per questo inizio così duro e triste, tutta la storia è permeata da un alone di tragica ineluttabilità.  Ma la sensazione di destino incombente non riguarda solo Alfredo, ma anche gli altri personaggi, tutti segnati, quasi marchiati a fuoco, dall'ambiente in cui vivono, la Fortezza.
La Fortezza è un quartiere degradato alla periferia di una grande città, dove la gente tira a campare come meglio può, abitando in case popolari mai assegnate (e quindi occupate da chi ne aveva bisogno). Nella Fortezza le strade non sono asfaltate, gli edifici cadono in rovina, non ci sono scuole, non ci sono fermate dei mezzi pubblici, un ufficio postale o un qualunque altro servizio e neanche la polizia si addentra tra quelle strade polverose. E' come una bolla sospesa nel tempo, dove le persone sopravvivono lasciando che il tempo scorra su di loro. Soprattutto i giovani non hanno sogni, non hanno aspirazioni perché non hanno illusioni.
 
Alla Fortezza solo il cambio delle stagioni scandiva il tempo. Non succedeva mai niente di importante. Ogni tanto moriva qualcuno, soprattutto tra i più giovani. Molti non arrivavano a trent’anni. Li ammazzavano le corse d’auto clandestine, gli inseguimenti con la polizia, l’eroina. Ci eravamo abituati.
 
Qui crescono Beatrice e Alfredo, i quali non sono fratelli ma condividono la vita più che se lo fossero. Crescono in questo vuoto ignorato da quelli "di fuori" e diventano inseparabili.
La mamma di Beatrice, il personaggio più toccante, a parer mio, di questo romanzo, ha cominciato ad occuparsi di Alfredo e dei suoi due fratelli quando erano poco più che bambini, orfani di madre ed in balia di un padre violento e alcolizzato. Senza grandi proclami, ha fatto quello che andava fatto, offrendo un rifugio ad Alfredo quando il padre diventava troppo manesco, trattandolo come un figlio, semplicemente perché non poteva fare altro.
Questo non sminuisce, secondo me, la bellezza di questa figura, anzi, la esalta, perché la descrive come una donna che istintivamente sceglie di fare la cosa giusta. Mi sono commossa quando, nel racconto della morte di Alfredo, chi lo soccorre chiede alla madre di Bea, accorsa sul posto, "e lei chi è?", e lei risponde senza esitare: "sono la madre". 
 
Beatrice invece sembra sempre pronta a fare la cosa sbagliata, a provocare, a menar le mani, a non ascoltare nessuno; eppure è l'unica che lotta, che cerca di cambiare, di andare avanti. Cerca di trascinare con sé anche Alfredo, ma la dura realtà che scopriamo attraverso queste pagine è che non puoi salvare chi ha deciso di non essere salvato.
Il rapporto con Alfredo, che definisce tutta la sua vita per i primi vent'anni, non è un rapporto idilliaco, tutt'altro. I due si vogliono bene, forse si amano, ma non riescono a venirsi incontro perché sono diversi. Beatrice affronta la vita di petto; Alfredo aveva già deciso che la vita lo avrebbe sconfitto.
 
Alfredo diceva che ci dovevamo rassegnare e che era meglio accontentarsi, che vivere qui è come entrare in un imbuto, ti risucchia e non ne esci più. Si sbagliava. Io posso vivere anche fuori, io voglio essere qualcun altro, chiunque altro. Mi basta che sia qualcosa di diverso da quello che sono adesso.
Non voglio cucirmi addosso l’odore stantio degli androni bui, non voglio respirare la sporcizia di queste strade, non rimarrò qui a guardare questi palazzi bianchi infilzati dalle antenne abusive, con l’intonaco che si disfa, si sbriciola e cade a pezzi come certe vite.
Non voglio essere il suo pezzo mancante. Non voglio essere soltanto quella che gli è sopravvissuta.
 
Il linguaggio usato dall'autrice è duro, semplice, diretto, infarcito di parolacce che però risultano non volgari, ma perfettamente adeguate al contesto e alla narrazione.
Le vicende narrate sono le tappe della vita e della crescita dei due protagonisti in un ambiente tanto difficile, tra aborti clandestini, violenza, spacciatori, spinelli, povertà. E sono quasi tutte tristi, amare, lasciano come il sapore della polvere in bocca. Un filo di luce e di speranza, praticamente assente per tutto il romanzo, li intravediamo solo alla fine, ed è un colpo al cuore.
 
Questo romanzo è  un pugno allo stomaco ma allo stesso tempo è incredibilmente intenso e incredibilmente bello.
 
Voto: 8

giovedì 11 maggio 2017

Il ladro di fulmini. Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo #1...

...di Rick Riordan.
 
 
Percy Jackson ha dodici anni ed è considerato un ragazzino difficile. E' stato espulso da sei scuole negli ultimi sei anni e per questo non è mai riuscito a farsi degli amici. A casa la situazione non è migliore: sua madre lo adora, ma il suo patrigno fa di tutto per rendergli la vita difficile.
Durante una gita scolastica però, accade qualcosa di strano: Percy viene attaccato da un mostro mitologico che sembra avercela proprio con lui. Gli eventi precipitano e Percy scopre una verità incredibile: lui non è un ragazzino come tutti gli altri, essendo in realtà figlio di uno degli dei dell'Olimpo. Sì, perché gli Dei esistono, sono tra noi, e combattono ancora le loro sanguinose guerre... e ben presto Percy si troverà proprio in mezzo ad un conflitto divino che rischia di degenerare e coinvolgere l'intera umanità.
 
Il romanzo parte molto bene con delle premesse affascinanti: gli Dei dell'Olimpo non sono materia di miti e leggende, sono vivi, sono ben nascosti nel mondo moderno, e fanno quello che hanno sempre fatto fin dai tempi antichi: bere, litigare, dedicarsi ai piaceri terreni, e naturalmente complottare per  conquistare il potere assoluto. La spiegazione fornitaci dell'autore sulla loro esistenza e sul loro perdurare nel mondo moderno è originale e ben costruita. In pratica l'autore ipotizza che quella che noi chiamiamo civiltà occidentale sia legata a doppio filo all'esistenza di questi esseri sovrannaturali, e gli uni non potrebbero esistere senza l'altra. Allo stesso tempo, quando il fulcro della civiltà occidentale si sposta (per esempio dalla Grecia a Roma, poi all'Inghilterra, infine all'America), le divinità si spostano con esso. E questo spiega perché la "sede" dell'Olimpo si trovi attualmente a New York, in cima all'Empire State Building, ovviamente nascosta ad occhi mortali, mentre gli Inferi si trovano a Los Angeles, camuffati da studios televisivi. (E a proposito degli Inferi, ed a riprova che il lavoro di ambientazione fatto dall'autore è buono, c'è nel romanzo una rappresentazione del fiume Stige che mi ha colpito: è anch'esso inquinato come quasi ogni corso d'acqua, ma i rifiuti che lo appestano sono quelli lasciati dalle anime di passaggio, e cioè sogni infranti, speranze deluse, illusioni, traguardi mai raggiunti.) 
 
Se esistono gli dei, esistono anche gli eroi, o semidei, e Percy scopre di essere uno di loro, anche se inizialmente ignora da quale divinità discenda. Interessante l'idea che la sua dislessia e  i suoi disturbi comportamentali (iperattività, scarso rendimento, etc.) siano una conseguenza diretta del suo essere semi-divino, e quindi non completamente adatto al mondo mortale.
Una volta svelata la propria identità dall'attacco del mostro e dagli eventi che seguono, Percy cerca rifugio in un campo per ragazzi come lui, chiamato Campo Mezzosangue, dove potrà ricevere protezione e addestramento per abituarsi alla sua nuova condizione.
In seguito al pronunciarsi dell'Oracolo di Delfi, a Percy sarà affidata la missione di scoprire chi ha rubato la folgore di Zeus e restituirla prima che le divinità maggiori scendono in guerra tra di loro, accusandosi l'un l'altra del furto.
 
Purtroppo però alle buone premesse non segue uno svolgimento altrettanto buono.
 
Partiamo da Percy, che narra in prima persona la storia. Dovrebbe avere dodici anni, ma la sua voce non è assolutamente quella di un dodicenne, oltretutto con problemi di apprendimento. Percy parla e ragiona come un quarantenne. Non si fa mai prendere dal panico, eppure di situazioni bizzarre, rischiose o potenzialmente letali ne vede; usa un linguaggio lontano dallo slang di un pre-adolescente. Per esempio dice a una coetanea che ha una cotta "stai iperventilando", oppure paragona la tensione che sale alla carbonicazione dietro a un tappo di champagne. Non ce lo vedo proprio un dodicenne ad usare queste parole.
Ma il problema non è solo il linguaggio usato. Percy come dodicenne non è credibile, ed è ancor meno credibile come semidio che, dopo solo due settimane di allenamento riesce a battere una sfilza di mostri e divinità mitologiche che Ercole, scansati!
La trama risulta perciò non proprio entusiasmante, a tratti noiosa.
 
A voler essere puntigliosi poi, non mi pare proprio il più furbo dei piani affidare la salvezza della civiltà occidentale a un dodicenne senza alcun tipo di preparazione, che versa nella più completa ignoranza riguardo la mitologia "moderna", e soprattutto senza alcun tipo di piano, aiuto, consiglio o accompagnatori. Ah, no, aspettate un attimo, Percy due compagni ce li ha, una dodicenne che non è praticamente mai uscita dal Campo Mezzosangue, e un satiro la cui precedente missione di protezione di una giovanissimo semidio si era risolta in un bagno di sangue.
Ottimo, direi. 
Ma comunque non c'è da preoccuparsi per Percy.  Anche se la trama non è altro che una specie di corsa ad ostacoli, in cui l'ostacolo è rappresentato dal mosto di turno, Percy non è mai veramente in pericolo, non c'è  mai un vero pathos e mai temiamo per la sorte del personaggio o della sua missione. Percy riesce perfino a sconfiggere Ares (Ares, il dio della guerra, mica pizza e fichi) perché lui è... boh, forse perché lui è il protagonista del romanzo.
Anche i suoi rapporti con i compagni di viaggio sono poco approfonditi; Percy definisce Grover, il satiro, il suo unico amico. ma se onestamente dovessi raccontare su cosa si basa questo rapporto di amicizia, quale sia lo scambio a livello umano tra i due, perché abbiano legato (al di là del fatto che Grover deve proteggerlo) non saprei dirlo. Semplicemente perché il rapporto di amicizia è costruito sul fatto che ce lo ha detto l'autore che è così, senza mai mostrarci niente del nascere e soprattutto dello sviluppo di questo rapporto.

Insomma, nonostante buoni spunti, Percy Jackson mi sembra il classico eroe che l'autore vorrebbe farci credere sia limitato, pieno di debolezze e anche un po' emarginato... ma a conti fatti risulta essere super senza doversi sforzare eccessivamente.
Tutto questo, unito a una trama non particolarmente brillante, mi ha un po' infastidito.
Non è una lettura orrenda, questo no; ma onestamente non mi ha trasmesso la voglia di proseguire con la lettura dei successivi capitoli della serie.

Voto: 5 e 1/2
 
 

martedì 9 maggio 2017

Lo strano viaggio di un oggetto smarrito...

... di Salvatore Basile.

La scheda del libro sul sito della Garzanti

Quando aveva sette anni, Michele è stato abbandonato da sua madre senza una parola, e da quel momento non l'ha più rivista.
Ora Michele ha trent'anni e fa il capostazione in una piccolissima stazione abruzzese. Non ha una ragazza, non ha amici, si tiene alla larga dai colleghi. Fa una vita solitaria, non esce mai dalla stazione dove occupa una piccola casetta, e trascorre la sua vita in una rassicurante e ristretta routine. Le persone tradiscono e abbandonano, e lui non vuole averci nulla a che fare. L'unica cosa che gli fa compagnia è una collezione di oggetti smarriti, recuperati sui vagoni del treno che si ferma per la notte nella sua piccola stazione.
Un giorno però, una ragazza allegra e loquace, Elena, alla ricerca di un oggetto smarrito sul treno, entra nella sua vita, e dà a Michele una piccola spinta per uscire dal suo piccolo mondo chiuso.
 
Lo strano viaggio di un oggetto smarrito racconta con il linguaggio di una favola moderna la storia triste e delicata di un trauma infantile mai superato. Il tema principale è l'abbandono, tema declinato dai personaggi del libro in tutte le sue varianti. Ogni personaggio ha una storia diversa da raccontare a riguardo, e un modo diverso di affrontarlo. E tutta la storia ruota intorno alla ricerca di ognuno del modo di chiudere la propria ferita aperta.

Il personaggio di Michele è stato costruito con una profondità e un realismo che mi hanno toccato. La sua psicologia è sì complessa, ma espressa in maniera logica e lineare: non ha mai superato il trauma dell'abbandono da parte della madre, e agisce di conseguenza, portandosi dietro una rabbia repressa, relegata in un cantuccio del suo animo, talmente in fondo che nemmeno lui sa di averla. Altra conseguenza del suo trauma è  la paura di lasciarsi andare a qualsiasi piacere, anche quelli più elementari, come il sorridere ad una sconosciuta o mangiare qualcosa di appetitoso.
La sistematica rimozione del rischio e dei ricordi, però, viene interrotta quando Michele, a caccia di oggetti smarriti sul treno come ogni sera, trova il suo vecchio diario abbandonato sul sedile. Quel diario lo aveva portato via sua madre ventitré anni prima, quando lo aveva lasciato senza una spiegazione.
Se non fosse stato per l'intervento di Elena, una ragazza che prende a cuore la situazione di Michele, forse il ragazzo non avrebbe avuto il coraggio di partire per cercare sua madre. Invece, quasi costretto dall'entusiasmo altrui, Michele decide di lasciare, per la prima volta in vent'anni, il suo porto sicuro.
L'intervento di Elena dunque si rivela decisivo per imprimere una svolta alla trama. Nonostante questo, non ho apprezzato questo personaggio, che inizialmente mi è sembrato invadente ai limiti dello stalking. Va bene che Michele le suscita simpatia, va bene che le fa battere il cuore, ma infilarsi per forza nella vita di un tipo di cui non sa nulla, perché da parte sua è amore a prima vista, mi ha infastidito.
Trovo che Elena non abbia il realismo e la coerenza di Michele, e che sia a tratti un po' forzata, in quella sua amplificazione esagerata di ogni emozione, di ogni sentimento, e anche di ogni piccolo torto che Michele, giustamente sulle sue, sembra fargli.

Altro personaggio che non mi ha convinto fino in fondo, è stata la figura della madre. Questa donna è sparita senza una spiegazione, cercando di svignarsela mentre il figlio era a scuola (Michele l'ha intercettata mentre parte per puro caso); quindi non sono riuscita a provare empatia per la sua sofferenza dovuta alla separazione, e onestamente non mi è piaciuto il tentativo di costruirle intorno, nel finale, un'aura di tragico sacrificio, quasi fosse un'eroina incolpevole sacrificatasi per il bene del figlio. E non mi è nemmeno piaciuto il tentativo di scaricare la croce di "cattivo" addosso ad un altro personaggio per giustificare lei.
Questi due tentativi mal riusciti (almeno a parer mio) sono però riscattati dall'introduzione, sempre nella parte finale del romanzo, di nuovi e inaspettati personaggi, poetici e un pizzico surreali, anche loro con la propria particolare storia d'abbandono, che si intreccia con quella di Michele.

Per me comunque, note dolenti si fermano qui. Lo strano viaggio di un oggetto smarrito è un bel libro, molto poetico, che parte da una premessa bizzarra ma intrigante (quella della mania di collezionare oggetti perduti, che si portano dietro chissà quali storie). Gli oggetti smarriti e il viaggio di Michele sono azzeccatissime metafore dello smarrimento che ogni situazione irrisolta si porta dietro; e del viaggio (spirituale) che dobbiamo compiere per scendere a patti col passato.
 
Probabilmente il romanzo avrebbe potuto essere leggermente più breve senza perdere la sua bellezza; ma resta un libro che mi sento di consigliare, che si legge con piacere e che ha il raro pregio di suscitare sentimenti consolatori e positivi nel lettore.

Voto: 7+

lunedì 8 maggio 2017

I Guardiani...

di Maurizio De Giovanni.

La scheda del libro sul sito Rizzoli

Marco Di Giacomo, antropologo presso l'Università di Napoli, aveva una brillante carriera davanti a sé. Ma poi tutto è andato in rovina quando ha pubblicato una ricerca sui collegamenti fra i luoghi sacri e i culti che vi  si sono succeduti. Il professore aveva ipotizzato che fossero i luoghi ad essere "speciali", non che fossero stati i vari culti a renderli tali. Costretto ad abbandonare questa teoria dallo scetticismo e dallo scherno dei colleghi, Marco vivacchia all'Università con la sola compagnia del suo assistente, Brazo Moscati.
Un giorno ai due viene ordinato dal direttore di facoltà di portare in giro una giornalista tedesca, Ingrid, che è proprio alla ricerca dei luoghi dove sopravvivono teorie esoteriche affascinanti e suggestive come quelle del professore. Accompagnati anche dalla nipote del professore, Lisi, fanatica di teorie complottiste, assolvono a malincuore il loro compito, ma nel frattempo strani eventi si susseguono nei luoghi mistici della città. Forse la teoria di Marco non era così peregrina, dopotutto... ma la verità è molto più incredibile di quanto il professore abbia mai immaginato, ed arriva a mettere in pericolo la vita sua e di quelli che ama.
 
Questo libro segna l'esordio di Maurizio de Giovanni nel mondo della fantascienza. Primo di una trilogia annunciata, di cui è già in lavorazione una serie televisiva prodotta da Cattleya, è davvero una grande sorpresa per i fan dello scrittore napoletano. Questo romanzo ha quel gusto di fantascienza classica e un po' retrò che non potrà non conquistare gli appassionati.
Il ritmo non è quello dei thriller fantascientifici alla Dan Brown, per intenderci, ma quello lento ma inesorabile dei classici della fantascienza. Non ci sono fughe precipitose, inseguimenti mozzafiato o colpi di scena ad ogni pagina. La storia è costruita con certosina perizia, e man mano che il lettore procede si rende conto con sgomento quanto grande e delicata sia la "verità" che i protagonisti sono arrivati a svelare. E anche con quanta sottile abilità l'autore ci abbia condotto sull'orlo del precipizio, a sbirciare il segreto per tenere nascosto il quale qualcuno è disposto ad uccidere.

Mentre nelle precedenti serie firmate dall'autore, sono i personaggi, con le loro passioni, debolezze, slanci e delusioni, ad essere al centro dell'opera, qui essi sono principalmente esecutori e strumenti di una trama che si dipana un passo alla volta.
Forse per questo, rispetto agli altri romanzi di de Giovanni, la lettura risulta meno veloce; il romanzo necessita di essere letto con attenzione, proprio perché i dettagli importanti sono inseriti senza eccesiva enfasi nella trama, come del resto accade nella vita vera. A volte abbiamo indizi evidenti sotto al naso, e non li vediamo.
Qualcuno diceva la verità è là fuori, ed ecco, questo potrebbe essere il motto di questo libro, magari corretto in la verità è là sotto.
Perché questo romanzo ci porta ad esplorare la città sotto la città di Napoli. Un luogo di cui ultimamente si parla molto, ma che è ancora pieno di misteri e di domande senza risposta.
Non illudetevi però di trovarle tutte in questo romanzo le risposte: come già detto si tratta del primo volume di una trilogia; bisognerà attendere i successivi perché tutto il quadro ci sia svelato. Il romanzo non si interrompe brutalmente, questo no; esaurisce una parte dell'intreccio ma, per ovvie ragioni, non arriva a completarlo.
Siamo di fronte ad una grande, intrigante e ben scritta introduzione. 
Personalmente non vedo l'ora di leggere il seguito.

Voto: 7 (non mi sbilancio perché ho l'impressione che quest'opera andrà giudicata nel suo complesso).

Prima di concludere, vorrei dire la mia su alcuni giudizi in merito al volume, letti principalmente sulla pagina facebook dell'autore, che mi hanno fatto riflettere.
Si tratta di commenti negativi che posso riassumere in "ridateci Ricciardi!1!!1".
Ecco, I Guardiani può piacere o non piacere, per carità; e ci sta che molti fan di Maurizio de Giovanni non siano appassionati di fantascienza e quindi non abbia apprezzato il libro. Ma lamentarsi perché è un libro diverso, ecco, mi lascia perplessa. Un autore ha tutto il diritto di scrivere qualcosa di diverso, di tentare nuove strade ed esplorare nuove narrazioni. E il lettore ha tutto il diritto di non gradire il libro che ne viene fuori. Ma che l'unica argomentazione a sfavore del romanzo sia che non segue la strada tracciata dagli altri libri dell'autore mi sembra estremamente riduttivo, ed anche ingiusto.
 

mercoledì 3 maggio 2017

Agatha Raisin e il caso del curioso curato...

... di M. C. Beaton.

 
"Detesto quando cominci ad annoiarti," disse la moglie del pastore, con ansia. "Ho l’impressione che tutte le volte che tu cominci ad annoiarti, poi ammazzano qualcuno."
 
Agatha Raisin è tornata a Carsely, da sola, e decisa a rimanerlo. James Lacey, il suo ex marito, è sparito dal monastero in Francia dove diceva di volersi ritirare per prendere gli ordini. Il suo nuovo vicino, John Armitage, affascinante scrittore di gialli, è partito col piede sbagliato facendole delle profferte sessuali considerandola una donna facile. Così, quando nel villaggio arriva un nuovo e giovane curato, Agatha decide di snobbarlo. Ben presto però, si rende conto che il curato è molto affascinante, e quando lui mostra interesse verso di lei, Agatha non sa resistere e accetta il suo invito a cena. Peccato però che subito dopo quella cena, l'uomo venga trovato pugnalato a morte...
 
In questa tredicesima avventura, Agatha ha detto basta agli uomini ed ai misteri. Peccato che entrambi sembrano capitarle tra capo e collo anche quando lei non vorrebbe.
Prediamo John Armitage, affascinante scrittore di gialli che ha preso possesso del cottage accanto al suo, quello che una volta era di James. L'uomo sembra sinceramente pentito di averla considerata una sc**ata facile, e tenterà di rimediare per tutto il romanzo, ma con scarso successo. Ma Agatha se lo troverà comunque tra i piedi per tuta la durata dell'indagine.
 
E poi c'è il curato. Giovane, entusiasta e terribilmente bello. Agatha cade nella rete del suo fascino con tutte le scarpe, e solo l'occhio lungo della signora Bloxby, amica, confidente e moglie del parroco di Carsely, fa notare alla nostra eroina che qualcosa non torna. Il giovane non è così perfetto e così simpatico come sembra.
Quando l'uomo viene ucciso, Agatha è stata l'ultima a vederlo vivo (a parte l'assassino ovviamente) e si troverà invischiata nelle indagini, un po' per noia, un po' perché non riesce a non impicciarsi dei fatti altrui.
Questa sua mania di impicciarsi in realtà nasce dal senso di vuoto che si sente dentro. Ferita come non mai dal comportamento di James, Agatha, in questo romanzo, per la prima volta ha paura: non del feroce assassino che se ne va in giro per i Cotwolds, ma delle relazioni umane, degli uomini, e del fatto che aprendosi ancora potrebbe soffrire di nuovo.
 
Ho amato questo giallo per varie ragioni.
Prima di tutto, Agatha: nonostante credo che lei sia la meno accomodante e la detective dilettante più irritante e piena di difetti della storia della letteratura, M. C. Beaton la costruisce in una maniera impeccabile. Agatha sa essere meschina, per poi vergognarsi delle sue meschinità, e tentare di rimediare. Come la maggior parte degli esseri umani. Agatha piace perché è vera, perché sa essere piccola piccola oppure grande nelle sue intuizioni; perché non è perfetta, sbaglia, gira a vuoto, cade e si rialza.
 
La trama è costruita sugli elementi classici del giallo all'inglese: un curato di campagna (esiste qualcosa di più inglese, insieme al the e al pudding?) ucciso con una stilettata in un posto dove non avrebbe dovuto essere. L'indagine farà emergere bugie, invidie, rancori, ricatti, presenti anche in un ambiente ristretto come il villaggio di Carsely.
Ma quello che anima il romanzo, è come sempre, il metodo alternativo che Agatha usa per indagare, e che in questo gradevole romanzo giallo, lei sembra cominciare a  codificare ufficialmente: fare domande in giro, smuovere le acque, tanto qualcosa prima o poi succederà.
 
"Bene, allora andremo a sentire Crinsted. Oh, la biblioteca mobile dovrebbe passare da Carsely in settimana. Farò due chiacchiere anche con la signora Brown."
"Pensi che la cosa sarà di qualche utilità?" chiese stancamente la moglie del pastore.
Agatha sentì rinascere in sé lo spirito dell’investigatrice che negli ultimi tempi l’aveva abbandonata. "In passato andando in giro a fare domande ho finito per smuovere le acque. Qualcosa succederà."
 
Il metodo permette anche di sverlare e descrivere una serie di personaggi secondari amabili o detestabili, ma sempre ben descritti, interessanti e originali.
E, ad ogni modo, il sistema investigativo sembra funzionare... o quasi. Agatha infatti riesce a risolvere il mistero soltanto prendendo incredibili cantonate, che ci porteranno fino al doppio colpo di scena finale, interessante quanto inaspettato.
 
Voto: 7 e 1/2