domenica 19 marzo 2017

Ogni giorno ha il suo male...

...di Antonio Fusco.

La scheda del libro sul sito della Giunti

Tommaso Casabona è un commissario della Mobile nella tranquilla provincia toscana di Valdenza. Un giorno si trova ad indagare sulla morte di una donna strangolata in casa, e sistemata in una posa innaturale. Quando al primo omicidio ne segue un secondo con modalità simili, appare chiaro a tutti che c'è un serial killer in circolazione, e che ucciderà ancora. Se il commissario non riuscirà a fermarlo prima.
 
Ogni giorni ha il suo male è il primo romanzo di Antonio Fusco, napoletano, funzionario della Polizia di Stato, che lavora in Toscana. Questo vuol dire che ha una profonda conoscenza della materia di cui parla, e si vede. Le indagini, i metodi, la prassi vengono descritti in maniera lineare, con un linguaggio semplice e chiaro. Mi viene da pensare che sia la tranquilla padronanza della materia di chi sa di cosa sta parlando. E questo è un punto a favore del romanzo.
Altro punto a favore, è il protagonista, il commissario Casabona. E' un poliziotto vecchio stampo, duro, cinico, ma che non ha smarrito il senso del dovere e la sua umanità. Nonostante sia, per ovvie ragioni, a contatto con il peggio che la nostra società ha da offrire, è rimasto saldo sui suoi principi, lucido ed equilibrato. Anche lui molto tranquillo nei suoi modi di fare, che non vuol dire disinteressato o lento. Vuol dire semplicemente che il nostro commissario applica con tenacia, in silenzio, senza esaltarsi e senza scoraggiarsi, i suoi metodi investigativi.
Ecco, forse Casabona non è il tipo di commissario che ti colpisce al cuore dal primo rigo, ma come investigatore in un giallo/thriller ha un suo perché.
E' un personaggio che non ruba mai la scena alla trama, che ci si incastra perfettamente, e che la porta avanti con rigore e metodo. E questo mi piace.
 
Il romanzo si presenta con un incipit dalle tinte e dai contenuti molti forti. Si tratta di un pugno allo stomaco del lettore, che ignorerà, per buona parte del romanzo, il perché di quel colpo così inaspettato.
La trama inizialmente assume i toni del giallo per poi virare al thriller; Casabona da cacciatore si troverà ad essere preda, con un capovolgimento di ruoli che ho apprezzato.
 
Nel complesso il romanzo mi è piaciuto, ma ho alcune note negative da riportare.
Capisco che essendo il libro di esordio dello scrittore (e anche di Casabona), Antonio Fusco abbia voluto presentarcelo al meglio, creandogli un passato e un background che risuonasse solido e coerente. Ma questo l'ha portato, a mio avviso, ad interrompere spesso la narrazione per aggiungere dettagli sul carattere o sul passato del protagonista. 
A dire il vero, questa tendenza non è limitata al solo Casabona, ma l'ho riscontrata anche con personaggi decisamente marginali. Da questo punto di vista la scrittura di Fusco mi è parsa un po' acerba.
 
La seconda notazione negativa, invece, riguarda la trama. Nel complesso essa è solida, interessante e ben congegnata, ma trovo che alcuni particolari siano rimasti senza spiegazione. Questo non distrugge la validità della costruzione e della soluzione del mistero, ma mi hanno lasciata insoddisfatta. Senza spoilerare nulla, dico solo che nel primo e nel secondo omicidio non è stato spiegato a sufficienza come il killer abbia raggiunto il luogo in cui è stato ritrovato il cadavere, e come abbia potuto sistemarlo in un dato modo senza essere visto. 
Niente di veramente grave, ma avrei gradito qualche dettaglio in più.
 
Se amate i gialli, e specialmente il giallo all'italiana, questo libro deve essere nella vostra biblioteca.
Voto: 7  

venerdì 17 marzo 2017

Bianca come il latte, rossa come il sangue...

... di Alessandro D'Avenia.


La scheda del libro sul sito della Mondadori

Leo ha sedici anni, ed è innamorato di una ragazza di nome Beatrice. La vede a scuola e alla fermata dell'autobus, ma non le ha mai parlato. Però è innamorato. Quando lei si ammala di leucemia, il suo punto di vista sulla vita e sull'amore cambierà.  Un supplente, soprannominato da Leo "il Sognatore", contribuirà alla trasformazione e alla maturazione del giovane protagonista.

Ci sono alcuni crimini letterari che proprio non riesco a perdonare. Uno di questi è quando un autore tenta di scrivere entrando nella mente di un personaggio, e non ci riesce. Questo capita di sovente quando autori ultratrentenni tentano di immedesimarsi nel flusso di coscienza di un adolescente.
Diciamo pure che è una guerra persa in partenza, perché nel loro flusso di coscienza non riescono ad immedesimarsi nemmeno loro, gli adolescenti.
Quindi scrivere un libro in cui il protagonista sedicenne racconta in prima persona non tanto degli avvenimenti, quanto i propri pensieri e la propria visione del mondo, è già un azzardo.
Il sedicenne in questione alterna momenti in cui dice che Beatrice ha dei capelli rossi che quando li scioglie l'alba ti viene addosso, a momenti in cui non è sicuro di come si pronunci la parola condoglianze, oppure momenti in cui dimostra di non conoscere la differenza tra astrologo e astrofisico.
"[...]Tu lo sai fare bene, Leo, ci metti passione. Magari un giorno diventi un astrofisico o uno scrittore..."
"Un  astro che? No, io non sono fatto per predire il futuro"

(E no, non era una battuta.)
 
Leo descrive le cose che accadono classificandole con i colori: il bianco è il vuoto, il dolore la solitudine; il rosso è la vita, l'emozione, il tutto... e questa è una riflessione molto bella.
Poi scrive del suo professore:

Comunque il Sognatore è proprio divertente, perché ti racconta le cose come farebbe uno qualunque.
Cioè, lui è normale. Ha una vita come la mia.

(Giuro che mi ha ricordato mia figlia quattrenne quando si è dichiarata convinta che le sue maestre vivessero dentro l'asilo, e il sentire che avevano una casa, una famiglia e una vita l'ha sconvolta alquanto per qualche giorno. A quattro anni, però, non a sedici).

La mia impressione è stata che l'autore volesse descriversi un ragazzo con una maturità, una consapevolezza maggiore dei suoi coetanei, ma poi, per strizzare l'occhio ad un pubblico più vasto di adolescenti, ha inserito riflessioni, pensieri, modi di dire banali e scontati che dovevano rendere il linguaggio (e in genere il romanzo) molto più gggiovane e trendy, per così dire.

Un'altra cosa che non mi è andata giù è stata la figura del professore, il Sognatore. Ci mette circa cinque minuti a conquistare, da supplente, una classe di sedicenni annoiati; bastano due parole perché loro lo guardino come gli fosse apparsa una qualche divinità benevola. Non fatica a conquistarsi stima e fiducia; no, i ragazzi lo amano perché... perché sì. Per decreto autoriale (altro grave crimine letterario). Poi Leo decide di scoprire qualcosa di più sul professore, trova il suo blog...e il primo post in cui si imbatte è un commento entusiasta su un film. Vi prego, indovinate quale.
Sì, L'attimo fuggente. Che sforzo di fantasia! Citando un episodio de I Simpson, direi che L'attimo fuggente (splendido film!) ha rovinato una generazione di insegnanti. Non a caso, anche D'Avenia è un insegnante, e credo che la costruzione di quest'immagine dell'insegnante-angelo sceso in terra sia stata troppo sfruttata e usata. Usarla per caratterizzare un insegnante "speciale" in qualsiasi opera scritta dopo il 1995 dovrebbe essere un crimine letterario (e siamo a tre).
Ecco, magari sul rapporto tra l'alunno e il professore si poteva lavorare un po', costruirlo pagina dopo pagina, invece di farlo calare dall'alto.

In realtà il sentimento che Leo ha per Beatrice è apprezzabile, e lo trovo ben descritto; è perfettamente naturale che un adolescente si innamori di una ragazza con cui non ha parlato, e che consideri questo amore assoluto e totalizzante. Questo aspetto l'ho trovato azzeccato in pieno, così come ho trovato ben narrati sia la paura della morte che improvvisamente sorge in Leo, sia la sua confusione, il suo smarrimento quando viene a contatto per la prima volta con una malattia devastante.
Ma tutto ciò è sciupato da una narrazione altalenante, che vuole Leo capace di pensieri profondi, e dieci minuti dopo capace di esprimersi come un undicenne (quale sedicenne si riferirebbe ai genitori come ai  grandi, tanto per fare un esempio?).

I dialoghi non aiutano, in questo senso, anzi, sono uno dei punti dolenti di questo romanzo; nessuno parla in maniera naturale. Sembrano tutti recitare un copione, ansiosi di parlare per frasi fatte e di rivelarci Verità Assolute™.

Ad esempio, un tipico colloquio fra due adolescenti che hanno appena finito di studiare:

"Sai, Silvia, non credevo, ma il cielo è pieno di storie. Prima non le vedevo, adesso le leggo come in un libro. Mio padre mi ha insegnato a vedere le storie, altrimenti sfuggono, si nascondono, si tendono come fili invisibili di una trama tra una stella e l'altra..."
Silvia mi ascolta fissando i punti luminescenti sullo sfondo uniforme, l'odore della città si acquieta vicino a lei e persino le strade sembrano profumate. Silvia ha la pace nel cuore, Silvia sorride: "Le persone sono un po' simili alle stelle: magari brillano lontane, ma brillano, e hanno sempre qualcosa di interessante da raccontare... però ci vuole tempo, a volte tanto tempo, perché le storie arrivino al nostro cuore, come la luce agli occhi."


Altre volte i dialoghi sono di una banalità sconcertante:

"E qual è la verità sull'amore?"
 Mamma rimane in silenzio. Lo sapevo, non c'è risposta, niente istruzioni.
 "Devi cercarla tu nel tuo cuore. Le verità più importanti sono nascoste, ma questo non vuol dire che non esistono. Sono solo più difficili da scovare."


A quel cerca nel tuo cuore sono quasi caduta dalla sedia.
No, sul serio. Mi rifiuto di farmi rifilare banalità simili da un romanzo. Tanto valeva comprare una scatola di Baci Perugina e leggere i bigliettini uno dopo l'altro.

Il finale mi ha lasciato perplessa. E' un finale facilmente intuibile dalla piega che ha preso il romanzo, tragico, eppure non mi ha smosso niente nell'anima. Forse perché l'autore, nel descrivere l'evento tragico era troppo impegnato a fornirci una morale consolatoria per arrivare a toccare corde sensibili nel mio animo.

Voto: 5 (e non 4 perché alcune cose le ho apprezzate). 

mercoledì 15 marzo 2017

Hamburger e miracoli sulle rive di Shell Beach...

... di Fannie Flagg.

Mississipi, 1952. Daisy Fay Harper ha undici anni, e con i suoi genitori di trasferisce a Shell Beach dove quello spiantato di suo padre ha preso in gestione un bar sulla spiaggia.
Attraverso il suo diario la seguiamo nel corso degli anni e seguiamo i piccoli e grandi avvenimenti, a volte felici, a volte tragici, che capitano in una minuscola cittadina di provincia.

Daisy Fay è una ragazzina che cerca di destreggiarsi in un mondo popolato da adulti piuttosto eccentrici. Sua padre , detto in maniera piuttosto cruda, un fallito: beve, gioca d'azzardo, non disdegna qualche avventura extraconiugale e le sue imprese lavorative vanno sempre a finire nel peggiore dei modi. Eppure a modo suo è un buon padre, affettuoso e attento alla figlia, seppure innegabilmente imperfetto e sopra le righe. La madre di Daisy è una donna con la testa sulle spalle, un tempo innamorata di questo affascinante fanfarone, ora semplicemente esasperata.
Quando sua madre esce di scena, fanno un passo avanti tanti altri personaggi, che a modo loro si prenderanno cura di Daisy. E anche lei si prenderà cura di loro.
La ragazzina dovrà passare diverse prove che ci descriverà attraverso il suo sguardo disincantato, eppure ancora ingenuo e ottimista. Niente di quello che accadrà, neanche gli eventi tragici, riusciranno a mutare questo modo di affrontare il mondo.
 
Questo libro mi è piaciuto, e anche molto. L'ho letto velocemente, e ho trovato che fosse una lettura piacevole e rilassante. Ma c'è un domanda che mi frulla in testa da quando l'ho finito: lo consiglierei a qualcuno che, al contrario di me, non adora Fannie Flagg?
Ecco, devo ammettere che la risposta no.
Hamburger e miracoli è la descrizione della vita di una ragazzina ingenua e sognatrice, che rimane fedele a se stessa nonostante tutto; la trama è esile, in fin dei conti, perché la parte più importante è narrare quella miriade di personaggi secondari, che poi secondari non sono, che stanno intorno a Daisy Fay Harper: Jimmy Snow, amico del padre che si assume il compito di vice padre, per così dire;  Michael Romeo e Pickle, i suoi amici del cuore; l'odiosa Kay Bob Benson; la signora Dot e molti altri. Lo scopo del romanzo è di narrare, attraverso una trama il cui sviluppo a volte passa in secondo piano, l'intreccio di vite, i mille fili di ragnatela che questa ragazzina riesce a tessere intorno a lei, e che nella vita l'accompagneranno, la salveranno e l'aiuteranno a realizzare i suoi sogni.
E' un libro che parla del potere dell'amicizia, dell'empatia e di legami che sono duraturi anche quando non lo sembrano. Parla dell'importanza della comunità, e questa cosa mi ha commosso perché - non per fare la vecchia carampana, ma questo lo devo dire - oggigiorno il senso di appartenenza si va via via perdendo (sì, lo so, e non ci sono più le mezze stagioni, però è vero che a causa dei ritmi della vita moderna è difficile che un quartiere, o un paesino, o anche un condominio diventino veramente comunità).
Questo messaggio di fondo, insieme all'intima descrizione della bontà intrinseca dell'essere umano (qui anche il cattivo di turno ha sentimenti quali empatia e senso dell'onore) rendono la lettura di un romanzo di Fannie Flagg quanto mai consolante e piacevole.
Ma bisogna ovviamente cogliere questo messaggio, e poi apprezzarlo. Io lo adoro, ma capisco che non per tutti i lettori è così.