lunedì 15 aprile 2019

Le sette morti di Evelyn Hardcastle...

...di Stuart Turton.

Un uomo si sveglia in un bosco sconosciuto, gridando il nome di una donna, Anna. Non sa chi sia Anna e non ricorda nemmeno il proprio nome, ma sa che la donna è in pericolo. 
Sente qualcuno correre nel bosco, ombre vestite di nero, poi un grido, e un colpo di pistola. Fuggendo senza meta giunge ad una maestosa residenza nobiliare, Blackheat House, e scopre di essere ospite della famiglia che la abita. Con sgomento, scopre che il corpo in cui si trova non è il suo. È sull'orlo della follia, o sta accadendo qualcosa di incredbile? L'uomo non lo sa, ma sa che qualcosa di orrendo accadrà a Balckheat House, e lui deve a tutti i costi venirne a capo.

Prima di inziare la recensione, vorrei fare una premessa. Se non avete letto nulla a proposito di questo romanzo, vi consiglio di continuare così, e di non leggere neanche il risvolto di copertina, se avete intenzione di affrontare Le sette morti (la mia recensione la potete leggere però, perchè sarà al 100% spoiler free).
Se invece avete letto qualcosa su questo romanzo, vi renderete conto che la sinossi che ho elaborato è sostanzialmente diversa da quelle che si trovano in rete (e sul sito ufficiale della casa editrice, di cui non metterò il link per ragioni che sto per spiegare).
Questo perchè trovo che la sinossi ufficiale, riportata anche sul risvolto di copertina, sia ricca di spoiler, e la cosa mi ha infastidito non poco. Onestamente credo sia scorretto riportare in copertina elementi che il lettore scoprirà solo una volta giunto oltre pagina 100/150. La struttura del romanzo è molto particolare, come ben dovrebbe sapere anche la casa editrice, e contribuire a dipanare i nodi iniziali prima che il lettore si cimenti nella lettura del romanzo è fastidioso.

Il romanzo inizia con un uomo che si sveglia e pensa di essere precipitato in un incubo. È riverso nel fango, sa che Anna è in pericolo ma non sa chi sia Anna, e per di più non sa nenache dove si trovi o quale sia il suo nome. Una volta raggiunta Blackheat House, che sembra essere il luogo dove alloggia, scopre con orrore di non riconoscere nemmeno il proprio corpo; gli altri ospiti della villa tentano di aiutarlo a ricostruire gli eventi della notte, ma nessuno di loro ha mai sentito nominare Anna.  Comincia così la ricerca del protagonista, che si muove a tentoni, brancolando nel buio, cercando di dare un senso alle incredibili incongruenze che lo circondano.

È come se questo libro fosse composto da due romanzi avvolti l'uno nell'altro; c'è qualcosa di strano, misterioso e sovrannaturale all'opera a Bleackheat House, e i lettori scopriranno presto che le leggi del tempo e dello spazio non funzionano come nel resto del mondo; ed allo stesso tempo c'è un omicidio (indovinate un po' di chi?!?) che va impedito, o quanto meno risolto per assicurare il colpevole alla giustizia.
Nella prima metà del libro, l'elemento sovrannaturale è preponderante (chiamiamolo così ma è comunque una definizione imprecisa); nella seconda metà, invece, il mistero giallo prende il sopravvento. Sebbene io abbia apprezzato entrambe le anime del romanzo, la seconda metà è stata quella che ho preferito. La prima parte risulta faticosa da leggere, ma certo non per demerito dell'autore, ma per sua stessa natura. In pratica per le prima 200 pagine brancoliamo nel buio come e forse più del protagonista, e questo rende la lettura a tratti  ostica . 
Nella seconda metà del romanzo, invece, il meccanismo particolare che muove le vicende di Blackheat House comincia ad esserci un poco più chiaro, e indagare sull'omicidio diventa una priorità. 

Di sicuro Le sette morti di Evelyn Hardcastle è un romanzo originale. Io l'ho trovato anche straordinario. Un giallo avvincente è stato reso ancora più misterioso e avvincente da qualcosa che faticheremo a capire fino alla fine del romanzo. È stata un'esperienza di lettura a tratti lenta e faticosa (vi consiglio carta e penna a portata di mano, e vi consiglio di prendere appunti!), ma entusiasmante. Mi chiedo come abbia fatto Stuart Turton a scrivere questo romanzo e a conservare la propria sanità mentale: l'intreccio è davvero incredibile, ingarbugliato e a tratti pare impossibile.
Nonostante i molti fili intrecciati, però, i pezzi del rompicapo alla fine vanno tutti perfettamente a posto, regalandoci nel finale qualche colpo di scena che gli amanti del giallo classico non potrenno che apprezzare. Ma è nel suo complesso che il romanzo va apprezzato, perchè riesce a fondere due generi diversi senza trascurare il minimo dettaglio, senza cercare facili scorciatoie e senza lasciare buchi nella trama (e vi assicuro che non deve essere stato facile).
Già la storia che ruota intorno all'omicidio sarebbe bastata a reggere da sola un romanzo di ottima qualità; l'aggiunta di una struttura e di una narrazione molto particolari rappresenta davvero il raggiungimento di un livello superiore.

A ciò va aggiunta la capacità dell'autore di creare un'atmosfera pesante e decadente, con descrizioni mirate e vivide della vecchia casa e della famiglia che la abita, rimasta legata ad una tragedia avvenuta diciannove anni prima.
Anche i personaggi, a causa della particolarità del romanzo (ve l'ho detto che Le sette morti è un romanzo particolare? No? Ve lo dico ora) sono molto ben delineati e approfonditi. In pratica l'autore riesce a portarci nella loro testa, e lo fa con grande abilità, e questo è un altro punto di forza del romanzo.

Le sette morti di Evelyn Hardcastle è romanzo che consiglio a chi ama il giallo ed il mistero, ma con una avvertenza: è una lettura che va affrontata con calma e con pazienza. Bisogna dare il tempo al romanzo di svelarsi, dopodichè non riuscirete più a metterlo giù.

Voto: 8

mercoledì 27 marzo 2019

L'isola delle anime...

... di Johanna Holmström.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Finlandia, 1891. Kristina sta tornando a casa dopo una lunga giornata di duro lavoro in una fattoria. Scivola sul fiume remando controcorrente per raggiungere la sua casupola, e con lei ci sono i suoi due bambini. Il padre dei bambini è lontano, e Kristina non ne ha notizie da tempo. La donna è stanca, tanto stanca, quasi non riesce più a remare. Vorrebbe riposare ma non può, deve portare i bambini acasa, e preparare loro la cena, lavarli, accudirli. Quasi senza accorgeresene Kristina getta i due bimbi addormentati fuori borso, e si rende conto solo il giorno dopo dell'orrendo crimine commesso.Viene così mandata a Själö, un'isoletta che ospita un manicomio per donne ritenute incurabili. Davanti a lei sfileranno gli anni e le storie di altre donne, recluse e infermiere, che consumeranno la loro vita in quel posto isolata e senza speranza.

Come lettrice ho poche, semplici regole. Una di queste è di stare alla larga dai romanzi che autori e/o case editrici definiscono potenti. Solitamente l'aggettivo in questione è sinonimo di: schifezza supponente e sopravvalutata, non leggibile dai comuni mortali ma che l'autore ritiene sia il romanzo che cambierà la storia della letteratura mondiale. Questa ferma convinzione deriva dalla mia esperienza personale, ma sono ben lieta di affermare che L'isola delle anime è l'eccezione alla (mia) regola, e che il romanzo è davvero evocativo e potente come lo definisce la copertina.

La storia si apre con un avvenimento tragico, forte e crudo. Con una prosa delicata e dolente, la Holmström ci porta a conoscere Kristina, e la sua stanchezza e la sua solitudine diventano le nostre. Fin dalle prime pagine il romanzo cattura prorpio perchè riesce a fare quello che ogni buon libro dovrebbe fare: trasportarti nella testa del personaggio. E di certo non è facile farci comprendere il pensiero e le motivazioni di una infanticida, eppure l'autrice ci riesce, senza scadere nel pietismo, senza giustificare un crimine terribile, ma semplicemente mostrando la grande fragilità dell'essere umano, la fragilità, in questo caso, di una donna stanca e sola, che arranca sulla strada della vita.
Io credo che chiunque sia stata madre e abbia passato notti insonni e giorni a correre cercando di incastrare qualunque altra cosa con la cura di un neonato possa capire la lacerante solitudine di Kristina. La Holmoström dimostra, da subito, di parlare al lettore con un linguaggio universale, cosa che di solito è il marchio di fabbrica dei grandi libri.

Ma i temi trattati non si esauriscono qui. Per Kristina, e per noi, si aprono le porte di un manicomio, un modello di ospedale psichiatrico che non aveva niente da offrire alle pazienti. In realtà si trattava più di un luogo di detenzione, senza alcuna prognosi e senza alcuna speranza di guarigione nè di reale cura per le pazienti.
Questo tipo di struttura era diffusa un po' ovunque nel secolo scorso in Europa: che si trattasse di manicomi, oppure di ospizi per madri sole o povere, o "ricoveri"per ragazze cosiddette perdute, questi erano luoghi dove rinchiudere donne che non si conformavano ai canoni della società, e risultavano scomode, imbarazzanti o fastidiose per le famiglie o le autorità. In pratica, un gigantesco tappeto dove nascondere la polvere. Perchè questo erano quelle donne, non tutte malate di mente: polvere negli ingranaggi di una società che non tollerava diversità o deviazioni da quella che era considerata la normalità.



Lo sviluppo della trama è lento e pacato. Vorrei sottolineare come anche lo scorrere del tempo è volutamente nebuloso all'interno del romanzo. Ci sono uno o due punti fermi in cui l'autrice ci aiuta a capire quanti anni sono passati, ma per il resto lo scorrere del tempo è volutamente confuso, e questo conferisce ancora maggior impatto ad una ambientazione soffocante e claustrofobica.

Le storie narrate sono così forti che non necessitano di particolare enfasi stilistica per colpire il lettore, ma praticamente parlano da sole.
Sebbene quella di Kristina sia la quella emotivamente più coinvolgente, anche le storie delle altre pazienti sono significative e profonde. A fare da filo conduttore tra le varie storie, mentre gli anni passano, è Sigrid, infermiera giovane con una forte vocazione, che avrà la sua storia da raccontare.
In particolare mi è piaciuta quella di Elli, giovanissima paziente che non soffre di reali disturbi mentali. La sua unica colpa è quella di aver tenuto una condotta sregolata e moralmente riprorevole secondo gli standard dell'epoca. Interessante (e doloroso, ma l'avrete capito che questo libro non regala nè speranza nè emozioni facili da metabolizzare) il suo percorso di paziente senza malattia all'interno di una struttura psichiatrica. 

Di questo romanzo mi ha colpito la forza dei temi e delle storie narrate; e mi ha colpito il fatto che, nonostante la gravità degli argomenti, esso si sia rivelato di una scorrevolezza quasi incredibile. Per questo, lo consiglio vivamente.

Voto: 8

lunedì 25 marzo 2019

Scritto a Napoli #2: Fattaccio napoletano...

... di Alessandra De Martino.

Torna, dopo mesi di colpevole silenzio, la rubrica Scritto a Napoli, appuntamento mensile senza scadenza fissa in cui esploreremo le varie sfaccettature della letteratura made in Naples. Per questo secondo appuntamento ho scelto un libro che sebbene non sia stato fisicamente scritto a Napoli (la sua autrice risiede ormai da molti anni in Belgio) è quanto di più autenticamente napoletano si possa trovare. Curiosi di sapere perchè? E allora procediamo con la recensione!


La scheda del libro sul sito della casa editrice Astoria.

Durante il periodo fascista, tra i vicoli di Napoli, accade un fattaccio. Qualcuno ha ucciso donna Brigida, giovane e bellissima vedova. Gli abitanti del palazzo danno ognuno la loro versione della storia, insieme alla loro visione del mondo e della vita.
Ma lentamente, un tassello alla volta, la vita e la morte di donna Brigida acquisiscono una luce diversa...

Fattaccio napoletano è un bel giallo, brillante e originale. Interessante la scelta di sostuire l'investigazione vera e propria (che pure si svolge, per così dire, dietro le quinte) con la narrazione fatta in prima persona dagli abitanti del palazzo dove è avvenuto l'omicidio. Undici capitoli (più un epilogo), dieci voci diverse (il maresciallo Casson, incaricato delle indagini, proveniente dal nord, che poco si orienta in mezzo al colorato guazzabuglio di relazioni, parentele e trame sociali, interviene due volte), dieci versioni di quello che è accaduto o che verosimilmente potrebbe essere accaduto.
Solo in una città dove le relazioni sociali sono così intense da essere presenti anche se una delle due parti non ha nessuna intenzione di relazionarsi una struttura simile poteva funzionare. I racconti così precisi e particolareggiati dei protagonisti sarebbe suonati forzati in qualunque altro posto, ma non qui. Questo intensa ragnatela sociale, questo patrimonio umano è tutto quello che abbiamo, è quello che ci tiene in piedi nonostante tutto.
In questo senso l'autrice ha scritto, come accennavo più su, un romanzo autenticamente partonepeo.

Ma al di là di queste considerazioni molto personali, di questi elementi che hanno fatto breccia nel mio cuore, va anche sottolineato che Fattaccio napoletano è un romanzo divertente, che scorre piacevolmente e si lascia leggere velocemente.

Questo è un vero e proprio romanzo corale, che fa del racconto a più voci la sua forza.
La pluralità di voci è la cosa che mi è piaciutà di più di tutto il romanzo. E qui va sottolineata la bravura dell'autrice nel dare una connotazione diversa ad ogni personaggio.
Alcune voci sono profonde e disincantate; altre tremendamente malinconiche; altre ancora popolari e divertenti nella loro incolpevole ingenuità.
Senza uscire dalle mura del palazzo, se non attraverso i racconti e i ricordi degli abitanti, la De Martino riesce a tratteggiare una Napoli particolarmente verace, intensa, umana.
Ogni personaggio, nel raccontare, spazia andando indietro coi ricordi. Viene così fuori la personalità della vittima e la sua storia tragica sulla sfondo di un'Italia dominata dal regime fascista, con le sue prepotenze e meschinità. Infatti gli abitanti del palazzo raramente si limitano a raccontare quel che sanno della vittima o del giorno del delitto; piuttosto  necessitano di ampie digressioni (molto gustose) per spiegare il come ed il perchè di certe cose.

[dal racconto dela maresciallo Casson] Fui invitato ad entrare nel soggiorno. Già dalle prime domande mi risultò che la Di Gennaro (la vicina, n. d. Lisse) versasse ancora in stato di choc per gli avvenimenti del giorno precedente.
"Siete stata voi a rinvenire il cadavere?"
"A rinvenire? No, io sono andata solo a vedere che era successo. Che saranno state? Le 11 quando andai a bussare alla porta di donna Brigida, che quella mammà diceva che non si fidava..."
"Di chi? Di vostra madre? " 
"Mia madre? E che c'azzecca mo' mia madre? Quella sta fresca e tosta... "
"Vostra madre vi aveva riferito che la signora De Luca non si fidava. Vi ripeto la domanda: di chi non si fidava?"
" 'Non si fidava', come vi devo spiegare: si sentiva poco bene. Mammà stava col penziero che non usciva di casa da settimane, da giorni interi addirittura."
"Eppure", secondo la portinaia, ieri mattina vostra madre non era in casa."
"Chi? Mia madre? Sì. Cioè no, non ci stava a casa. Ero io che mi credevo che ci stava [...] Ma poi, scusate, a voi che ve ne importa di mia madre che la mettete sempre in mezzo?"
La testimone era in evidente stato confusionale.

Lo stile, sebbene leggermente differente a seconda del personaggi che racconta, è sempre fresco, scorrevole e brillante. A tratti si vela di tristezza e di malinconia ma resta sempre molto piacevole da leggere.
Il finale è anch'esso molto particolare, perchè non fornisce una versione ufficiale del fattaccio, ma ancora una volta lascia che sia la voce del popolo dei Quartieri Spagnoli a parlare e a spiegare. Cosa sia successo davvero viene lasciato all'intuizione del lettore.
Sebbene nei gialli non ami i finali troppo vaghi o aperti, devo dire che questo è coerente con la struttura del romanzo e le scelte stilistiche dell'autrice, e  perciò mi è piaciuto.

Consigliato.

Voto: 7 e 1/2