mercoledì 29 marzo 2017

Metti una sera a cena...

... Incontro con Maurizio De Giovanni.

Che io abbia una passione per gli scrittori napoletani, è un fatto; che Maurizio De Giovanni sia tra i miei preferiti ne è un altro.
Sabato 4 Marzo ho avuto la fortuna di partecipare ad un evento straordinario, ovvero andare a cena con l'autore (cioè, non io e lui, ma io, lui e un'altra quarantina di persone, ma va bene lo stesso). 
L'evento, organizzato dall'associazione culturale termolese Sopra le righe, si è tenuto presso il ristorante Il Porto di Termoli. E' stata un'esperienza unica, ma che ve lo dico a fare? Lo si vede dalla mia faccia soddisfatta in questo selfie. Comunque non sono qui per bearmi di aver potuto incontrare Maurizio De Giovanni, di avergli potuto stringere la mano o di aver scambiato due parole con lui (va bene, sì, anche per quello), sono qui per raccontare non solo che persona stupenda, gentile, alla mano e simpatica sia, ma anche per raccontare le cose interessantissime che ha detto in questa serata (perché mentre gli altri mangiavano, io prendevo appunti per non perdermi una sola parola). Piccola precisazione: non posso certo riferire le esatte parole dei suoi interventi, ma vi assicuro che i miei appunti sono fedeli al senso e alla sostanza dei suoi discorsi.
Sono stati molti gli argomenti toccati dagli interventi di Maurizio De Giovanni, e molti gli aneddoti raccontati.


Inevitabilmente, uno dei primi temi è stato il perché tutte le sue storie siano ambientate a Napoli.
Lo scrittore ha affermato di essere molto fortunato perché vive in una citta perfetta per chiunque voglia fare lo scrittore (per non diventare scrittore a Napoli, devi solo essere analfabeta), città da cui non ha intenzione di andare via per non perdere il flusso di storie e linguaggi che ne scaturisce. Napoli, ha detto ancora, è una città che non si difende, non ha mura, non ha cannoni, è naturalmente accogliente, istintivamente accogliente. E' piena di confini non tracciati, ha detto, citando ad esempio la centralissima Via Toledo, sede di grandi banche, uffici importanti, e delle firme più importanti dello shopping; ma basta spostarsi di pochi metri per entrare nei Quartieri Spagnoli, il quartiere più popolare di Napoli. Per questo Napoli è un paradiso narrativo, con il suo costante conflitto.

Alla domanda su quali sono state le sue "Muse" letterarie, l'autore ha risposto citando Galeano, Garcia Marquez, Borges e la narrativa Sud-Americana in genere, oltre naturalmente a Ed McBain e il suo 87° Distretto. (La cessione di Maradona e la morte di Ed McBain sono state le due amputazioni più dure nella mia vita.)
 
Parlando degli autori italiani di noir, De Giovanni ha sottolineato come ogni regione abbia la sua voce in questo campo, e come ognuna sia diversa, perché gli scrittori italiani, in questo campo, raccontano ognuno una città diversa.. L'Italia è polifonica - ha affermato; se invece guardiamo la narrativa noir del Nord Europa, troviamo che le voci narranti finiscano per l'assomigliarsi.
 
Quel che gli interessa narrare è la dinamica umana, perché ritiene esiste un disagio sociale profondo che va raccontato.
 
Poi De Giovanni ha parlato della genesi dei suoi personaggi. A volte gli autori scrivono di personaggi che gli somigliano. Questi personaggi partono grandi e poi si sgonfiano, perché lo scrittore si ispira alla sua storia, che è comunque una singola storia. Se ogni personaggio avesse un pezzo di me - ha continuato - finirebbero per assomigliarsi. La narrazione, invece, deve essere distante. Se lo scrittore fa un passo indietro, esce dalla narrazione e fa l'osservatore esterno ma innamorato di quello che narra, allora scrive il libro giusto. 
 
Il metodo usato per creare i personaggi femminili, invece, è un metodo empirico. Allo scrittore piace creare personaggi femminili perché quando si parla di passioni, allora devi parlare di donne, che ne sono o attrici o detonatrici. Il metodo empirico cui accennavo prima è il seguente: le donne vivono nel futuro, gli uomini nel presente. Le donne vivono in prospettiva, sarà un fatto ancestrale, ma sono proiettate nel Poi. E tenendo presente questo, De Giovanni immagina i suoi personaggi femminili. C'è un unico momento in cui uomini e donne si incontrano, ed è quel brevissimo istante in cui il presente diventa futuro, ma è un attimo, e poi nulla più.
 
Divertentissimi sono stati gli aneddoti sui suoi esordi letterari; iscritto per scherzo da alcuni amici ad un concorso letterario che si sarebbe tenuto al caffè Gambrinus, si è recato alla selezione con il fermo proposito di non scrivere neanche un rigo; poi è capitata una cosa che ha cambiato tutto.
Seduto vicino alla vetrina, ha visto avvicinarsi un bambina di sette, otto anni, forse una piccola mendicante. La bambina si è fermata a guardare attraverso la vetrina il locale pieno di gente che scriveva china sui fogli. Ha schiacciato il viso sul vetro per qualche istante, poi, annoiata, ha fatto una linguaccia a Maurizio De Giovanni, che era l'unico che la guardava. Lui si è girato per vedere se qualcun altro l'avesse notata, e quando è tornato a guardare fuori, la piccola non c'era più. E così lo scrittore ha immaginato di essere l'unico ad averla vista; e ha immaginato un personaggio che vede cose che gli altri non vedono... e così è nato Luigi Alfredo Ricciardi.
(Bimba, ovunque tu sia... grazie. Di cuore.) 
 
 

domenica 19 marzo 2017

Ogni giorno ha il suo male...

...di Antonio Fusco.

La scheda del libro sul sito della Giunti

Tommaso Casabona è un commissario della Mobile nella tranquilla provincia toscana di Valdenza. Un giorno si trova ad indagare sulla morte di una donna strangolata in casa, e sistemata in una posa innaturale. Quando al primo omicidio ne segue un secondo con modalità simili, appare chiaro a tutti che c'è un serial killer in circolazione, e che ucciderà ancora. Se il commissario non riuscirà a fermarlo prima.
 
Ogni giorni ha il suo male è il primo romanzo di Antonio Fusco, napoletano, funzionario della Polizia di Stato, che lavora in Toscana. Questo vuol dire che ha una profonda conoscenza della materia di cui parla, e si vede. Le indagini, i metodi, la prassi vengono descritti in maniera lineare, con un linguaggio semplice e chiaro. Mi viene da pensare che sia la tranquilla padronanza della materia di chi sa di cosa sta parlando. E questo è un punto a favore del romanzo.
Altro punto a favore, è il protagonista, il commissario Casabona. E' un poliziotto vecchio stampo, duro, cinico, ma che non ha smarrito il senso del dovere e la sua umanità. Nonostante sia, per ovvie ragioni, a contatto con il peggio che la nostra società ha da offrire, è rimasto saldo sui suoi principi, lucido ed equilibrato. Anche lui molto tranquillo nei suoi modi di fare, che non vuol dire disinteressato o lento. Vuol dire semplicemente che il nostro commissario applica con tenacia, in silenzio, senza esaltarsi e senza scoraggiarsi, i suoi metodi investigativi.
Ecco, forse Casabona non è il tipo di commissario che ti colpisce al cuore dal primo rigo, ma come investigatore in un giallo/thriller ha un suo perché.
E' un personaggio che non ruba mai la scena alla trama, che ci si incastra perfettamente, e che la porta avanti con rigore e metodo. E questo mi piace.
 
Il romanzo si presenta con un incipit dalle tinte e dai contenuti molti forti. Si tratta di un pugno allo stomaco del lettore, che ignorerà, per buona parte del romanzo, il perché di quel colpo così inaspettato.
La trama inizialmente assume i toni del giallo per poi virare al thriller; Casabona da cacciatore si troverà ad essere preda, con un capovolgimento di ruoli che ho apprezzato.
 
Nel complesso il romanzo mi è piaciuto, ma ho alcune note negative da riportare.
Capisco che essendo il libro di esordio dello scrittore (e anche di Casabona), Antonio Fusco abbia voluto presentarcelo al meglio, creandogli un passato e un background che risuonasse solido e coerente. Ma questo l'ha portato, a mio avviso, ad interrompere spesso la narrazione per aggiungere dettagli sul carattere o sul passato del protagonista. 
A dire il vero, questa tendenza non è limitata al solo Casabona, ma l'ho riscontrata anche con personaggi decisamente marginali. Da questo punto di vista la scrittura di Fusco mi è parsa un po' acerba.
 
La seconda notazione negativa, invece, riguarda la trama. Nel complesso essa è solida, interessante e ben congegnata, ma trovo che alcuni particolari siano rimasti senza spiegazione. Questo non distrugge la validità della costruzione e della soluzione del mistero, ma mi hanno lasciata insoddisfatta. Senza spoilerare nulla, dico solo che nel primo e nel secondo omicidio non è stato spiegato a sufficienza come il killer abbia raggiunto il luogo in cui è stato ritrovato il cadavere, e come abbia potuto sistemarlo in un dato modo senza essere visto. 
Niente di veramente grave, ma avrei gradito qualche dettaglio in più.
 
Se amate i gialli, e specialmente il giallo all'italiana, questo libro deve essere nella vostra biblioteca.
Voto: 7  

venerdì 17 marzo 2017

Bianca come il latte, rossa come il sangue...

... di Alessandro D'Avenia.


La scheda del libro sul sito della Mondadori

Leo ha sedici anni, ed è innamorato di una ragazza di nome Beatrice. La vede a scuola e alla fermata dell'autobus, ma non le ha mai parlato. Però è innamorato. Quando lei si ammala di leucemia, il suo punto di vista sulla vita e sull'amore cambierà.  Un supplente, soprannominato da Leo "il Sognatore", contribuirà alla trasformazione e alla maturazione del giovane protagonista.

Ci sono alcuni crimini letterari che proprio non riesco a perdonare. Uno di questi è quando un autore tenta di scrivere entrando nella mente di un personaggio, e non ci riesce. Questo capita di sovente quando autori ultratrentenni tentano di immedesimarsi nel flusso di coscienza di un adolescente.
Diciamo pure che è una guerra persa in partenza, perché nel loro flusso di coscienza non riescono ad immedesimarsi nemmeno loro, gli adolescenti.
Quindi scrivere un libro in cui il protagonista sedicenne racconta in prima persona non tanto degli avvenimenti, quanto i propri pensieri e la propria visione del mondo, è già un azzardo.
Il sedicenne in questione alterna momenti in cui dice che Beatrice ha dei capelli rossi che quando li scioglie l'alba ti viene addosso, a momenti in cui non è sicuro di come si pronunci la parola condoglianze, oppure momenti in cui dimostra di non conoscere la differenza tra astrologo e astrofisico.
"[...]Tu lo sai fare bene, Leo, ci metti passione. Magari un giorno diventi un astrofisico o uno scrittore..."
"Un  astro che? No, io non sono fatto per predire il futuro"

(E no, non era una battuta.)
 
Leo descrive le cose che accadono classificandole con i colori: il bianco è il vuoto, il dolore la solitudine; il rosso è la vita, l'emozione, il tutto... e questa è una riflessione molto bella.
Poi scrive del suo professore:

Comunque il Sognatore è proprio divertente, perché ti racconta le cose come farebbe uno qualunque.
Cioè, lui è normale. Ha una vita come la mia.

(Giuro che mi ha ricordato mia figlia quattrenne quando si è dichiarata convinta che le sue maestre vivessero dentro l'asilo, e il sentire che avevano una casa, una famiglia e una vita l'ha sconvolta alquanto per qualche giorno. A quattro anni, però, non a sedici).

La mia impressione è stata che l'autore volesse descriversi un ragazzo con una maturità, una consapevolezza maggiore dei suoi coetanei, ma poi, per strizzare l'occhio ad un pubblico più vasto di adolescenti, ha inserito riflessioni, pensieri, modi di dire banali e scontati che dovevano rendere il linguaggio (e in genere il romanzo) molto più gggiovane e trendy, per così dire.

Un'altra cosa che non mi è andata giù è stata la figura del professore, il Sognatore. Ci mette circa cinque minuti a conquistare, da supplente, una classe di sedicenni annoiati; bastano due parole perché loro lo guardino come gli fosse apparsa una qualche divinità benevola. Non fatica a conquistarsi stima e fiducia; no, i ragazzi lo amano perché... perché sì. Per decreto autoriale (altro grave crimine letterario). Poi Leo decide di scoprire qualcosa di più sul professore, trova il suo blog...e il primo post in cui si imbatte è un commento entusiasta su un film. Vi prego, indovinate quale.
Sì, L'attimo fuggente. Che sforzo di fantasia! Citando un episodio de I Simpson, direi che L'attimo fuggente (splendido film!) ha rovinato una generazione di insegnanti. Non a caso, anche D'Avenia è un insegnante, e credo che la costruzione di quest'immagine dell'insegnante-angelo sceso in terra sia stata troppo sfruttata e usata. Usarla per caratterizzare un insegnante "speciale" in qualsiasi opera scritta dopo il 1995 dovrebbe essere un crimine letterario (e siamo a tre).
Ecco, magari sul rapporto tra l'alunno e il professore si poteva lavorare un po', costruirlo pagina dopo pagina, invece di farlo calare dall'alto.

In realtà il sentimento che Leo ha per Beatrice è apprezzabile, e lo trovo ben descritto; è perfettamente naturale che un adolescente si innamori di una ragazza con cui non ha parlato, e che consideri questo amore assoluto e totalizzante. Questo aspetto l'ho trovato azzeccato in pieno, così come ho trovato ben narrati sia la paura della morte che improvvisamente sorge in Leo, sia la sua confusione, il suo smarrimento quando viene a contatto per la prima volta con una malattia devastante.
Ma tutto ciò è sciupato da una narrazione altalenante, che vuole Leo capace di pensieri profondi, e dieci minuti dopo capace di esprimersi come un undicenne (quale sedicenne si riferirebbe ai genitori come ai  grandi, tanto per fare un esempio?).

I dialoghi non aiutano, in questo senso, anzi, sono uno dei punti dolenti di questo romanzo; nessuno parla in maniera naturale. Sembrano tutti recitare un copione, ansiosi di parlare per frasi fatte e di rivelarci Verità Assolute™.

Ad esempio, un tipico colloquio fra due adolescenti che hanno appena finito di studiare:

"Sai, Silvia, non credevo, ma il cielo è pieno di storie. Prima non le vedevo, adesso le leggo come in un libro. Mio padre mi ha insegnato a vedere le storie, altrimenti sfuggono, si nascondono, si tendono come fili invisibili di una trama tra una stella e l'altra..."
Silvia mi ascolta fissando i punti luminescenti sullo sfondo uniforme, l'odore della città si acquieta vicino a lei e persino le strade sembrano profumate. Silvia ha la pace nel cuore, Silvia sorride: "Le persone sono un po' simili alle stelle: magari brillano lontane, ma brillano, e hanno sempre qualcosa di interessante da raccontare... però ci vuole tempo, a volte tanto tempo, perché le storie arrivino al nostro cuore, come la luce agli occhi."


Altre volte i dialoghi sono di una banalità sconcertante:

"E qual è la verità sull'amore?"
 Mamma rimane in silenzio. Lo sapevo, non c'è risposta, niente istruzioni.
 "Devi cercarla tu nel tuo cuore. Le verità più importanti sono nascoste, ma questo non vuol dire che non esistono. Sono solo più difficili da scovare."


A quel cerca nel tuo cuore sono quasi caduta dalla sedia.
No, sul serio. Mi rifiuto di farmi rifilare banalità simili da un romanzo. Tanto valeva comprare una scatola di Baci Perugina e leggere i bigliettini uno dopo l'altro.

Il finale mi ha lasciato perplessa. E' un finale facilmente intuibile dalla piega che ha preso il romanzo, tragico, eppure non mi ha smosso niente nell'anima. Forse perché l'autore, nel descrivere l'evento tragico era troppo impegnato a fornirci una morale consolatoria per arrivare a toccare corde sensibili nel mio animo.

Voto: 5 (e non 4 perché alcune cose le ho apprezzate). 

mercoledì 15 marzo 2017

Hamburger e miracoli sulle rive di Shell Beach...

... di Fannie Flagg.

Mississipi, 1952. Daisy Fay Harper ha undici anni, e con i suoi genitori di trasferisce a Shell Beach dove quello spiantato di suo padre ha preso in gestione un bar sulla spiaggia.
Attraverso il suo diario la seguiamo nel corso degli anni e seguiamo i piccoli e grandi avvenimenti, a volte felici, a volte tragici, che capitano in una minuscola cittadina di provincia.

Daisy Fay è una ragazzina che cerca di destreggiarsi in un mondo popolato da adulti piuttosto eccentrici. Sua padre , detto in maniera piuttosto cruda, un fallito: beve, gioca d'azzardo, non disdegna qualche avventura extraconiugale e le sue imprese lavorative vanno sempre a finire nel peggiore dei modi. Eppure a modo suo è un buon padre, affettuoso e attento alla figlia, seppure innegabilmente imperfetto e sopra le righe. La madre di Daisy è una donna con la testa sulle spalle, un tempo innamorata di questo affascinante fanfarone, ora semplicemente esasperata.
Quando sua madre esce di scena, fanno un passo avanti tanti altri personaggi, che a modo loro si prenderanno cura di Daisy. E anche lei si prenderà cura di loro.
La ragazzina dovrà passare diverse prove che ci descriverà attraverso il suo sguardo disincantato, eppure ancora ingenuo e ottimista. Niente di quello che accadrà, neanche gli eventi tragici, riusciranno a mutare questo modo di affrontare il mondo.
 
Questo libro mi è piaciuto, e anche molto. L'ho letto velocemente, e ho trovato che fosse una lettura piacevole e rilassante. Ma c'è un domanda che mi frulla in testa da quando l'ho finito: lo consiglierei a qualcuno che, al contrario di me, non adora Fannie Flagg?
Ecco, devo ammettere che la risposta no.
Hamburger e miracoli è la descrizione della vita di una ragazzina ingenua e sognatrice, che rimane fedele a se stessa nonostante tutto; la trama è esile, in fin dei conti, perché la parte più importante è narrare quella miriade di personaggi secondari, che poi secondari non sono, che stanno intorno a Daisy Fay Harper: Jimmy Snow, amico del padre che si assume il compito di vice padre, per così dire;  Michael Romeo e Pickle, i suoi amici del cuore; l'odiosa Kay Bob Benson; la signora Dot e molti altri. Lo scopo del romanzo è di narrare, attraverso una trama il cui sviluppo a volte passa in secondo piano, l'intreccio di vite, i mille fili di ragnatela che questa ragazzina riesce a tessere intorno a lei, e che nella vita l'accompagneranno, la salveranno e l'aiuteranno a realizzare i suoi sogni.
E' un libro che parla del potere dell'amicizia, dell'empatia e di legami che sono duraturi anche quando non lo sembrano. Parla dell'importanza della comunità, e questa cosa mi ha commosso perché - non per fare la vecchia carampana, ma questo lo devo dire - oggigiorno il senso di appartenenza si va via via perdendo (sì, lo so, e non ci sono più le mezze stagioni, però è vero che a causa dei ritmi della vita moderna è difficile che un quartiere, o un paesino, o anche un condominio diventino veramente comunità).
Questo messaggio di fondo, insieme all'intima descrizione della bontà intrinseca dell'essere umano (qui anche il cattivo di turno ha sentimenti quali empatia e senso dell'onore) rendono la lettura di un romanzo di Fannie Flagg quanto mai consolante e piacevole.
Ma bisogna ovviamente cogliere questo messaggio, e poi apprezzarlo. Io lo adoro, ma capisco che non per tutti i lettori è così.  
 
 

martedì 14 marzo 2017

Una spola di filo blu...

...di Anne Tyler.

Red e Abby Whitshank sono sposati da tanti anni, e vivono nella grande casa di famiglia a Baltimora. hanno quattro figli, oramai adulti.
Abby coltiva il sogno, o piuttosto l'illusione, che la sua sia una famiglia perfetta, speciale, dove regna esclusivamente l'armonia. Ma in ogni famiglia esistono piccolo crepe; storie di vecchi rancori, bugie, mezze verità, frasi non dette che rimangono sospese anche per decenni. Nonostante questo, i Whitshank hanno un legame indossolubile che porta le loro vite ad intrecciarsi sempre e comunque.
In questo romanzo, Anne Tyler ci narra le loro storie.

Ci sono romanzi che scopri per caso, e che poi si rivelano essere dei piccoli gioielli. Una spola di filo blu è uno di questi.
Del resto l'autrice ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa nel 1989 con il romanzo Lezioni di respiro. Insomma, una garanzia.

Anne Tyler ci porta a scoprire a ritroso negli anni la storia della famiglia Whitshank, una famiglia benestante ma di umili origini. Una storia all'apparenza semplice, quasi banale, ma l'autrice sembra dirci che la vita non è mai semplice, non è mai banale, anche quando appare ordinaria, perché le persone, e i legami che intessono, sono sempre complessi.

Si parte dagli anni 90, per sviluppare la storia recente di Red e Abby, dei loro figli Amanda, Jeannie, Denny e Stem; poi si torna agli anni 50 per farci scoprire come Red e Abby si siano innamorati; ed infine, torniamo ancora indietro, negli anni della Grande Depressione per scoprire qualcosa di più su Junior e Linnie, i capostipiti della famiglia.
Più indietro nel tempo nel ricostruire la storia della sua famiglia Red Whitshank non può andare, perché i suoi genitori non hanno mai voluto raccontare delle loro rispettive famiglie.

Nella famiglia Whitshank c’erano due storie che si tramandavano da generazioni. Erano considerate storie profondamente caratteristiche, che in un certo senso definivano la famiglia, e ogni Whitshank, incluso il figlio di tre anni di Stem, le aveva sentite raccontare un’infinità di volte, con tutto il loro corredo di infiocchettamenti e congetture. La prima riguardava il loro antenato più remoto di cui si avesse conoscenza, Junior Whitshank, un falegname molto apprezzato a Baltimora per l’abilità e il gusto.

Le storie della famiglia Whitshank non saranno di quelle storie che cambiano il mondo, ma sono narrate con una tale delicatezza e una tale profondità che non si può fare a meno di amarle. Ogni personaggio ha le sue mille, piccole sfaccettature, accuratamente descritte.

La prima storia di famiglia, quindi, era quella di Junior: come i Whitshank erano andati ad abitare in Bouton Road. La seconda era quella di Merrick. Merrick era figlia di suo padre, su questo non c’erano dubbi. A nove anni riuscì a farsi trasferire da una scuola pubblica a una privata, e mentre Red procedeva a fatica alla University of Maryland con la mente fissa sulla sua vera passione, l’edilizia, Merrick si trasferì al Bryn Mawr College per studiare come riuscire ad affrancarsi dalle sue origini.

Quello che rende la lettura davvero avvincente è l'intrecciarsi delle piccole storie dei membri della famiglia e di altri personaggi secondari. Non c'è mai tempo di annoiarsi perché c'è troppo da dire, troppo da vedere, troppo da capire.
A far da cornice alla vicende familiari e Denny, la "pecora nera" della famiglia; il figlio che non sa che vuole, che fugge lontano dalla casa paterna, che cambia mille lavori, che alterna lunghi silenzi con improvvise comparse sulle soglia di casa; quello che apre e chiude e la storia. Quello che alla fine comprenderemo meglio, e attraverso il cui sguardo arriveremo a comprendere anche gli altri.

La storia è narrata con uno stile semplice e lieve; l'occhio dell'autrice indugia ora su uno, ora sull'altro dei suoi protagonisti riuscendo a spiegarci le pieghe più recondite del suo carattere attraverso i suoi gesti, le sue azioni, il suo modo di affrontare le vicende della vita. Nessuna lunga analisi psicologica: la Tyler ci mostra ognuno dei personaggi in azione, fornendoci tutto il materiale per farci una nostra opinione. Insomma, a tratti mi è sembrato di essere anche io nella grande casa di Bouton Road.
Per certi versi il romanzo mi ha ricordato lo stile di Fannie Flagg, ma la differenza è che qui lo sguardo dell'autrice non è affettuosamente ironico, ma piuttosto nostalgico e lievemente malinconico.
 
Infine, una piccola riflessione: mi chiedevo, man mano che leggevo, il perché del titolo del romanzo. la mia curiosità è stata soddisfatta nel finale, quando finalmente compare sulla scena questa spola di filo; e proprio leggendo il finale ho capito una cosa. Abby comincia sempre raccontando che si innamorò di Red in uno splendido pomeriggio tutto giallo e verde...
Un'altra svolta del romanzo riguarda un secchio di smalto blu rovesciato sul portico; e infine, la conclusione del romanzo, la chiusura della trama riguarda una spola di filo blu. Credo che questi dettagli nascondano una metafora e il senso più profondo del romanzo. Se ci pensiamo, giallo e verde mescolati danno il blu. Inizialmente nella storia, nel racconto di Abby, sono distinti. Poi si fondono, si mescolano e alla fine diventano una lungo filo blu  che accompagna le vicende della famiglia Whitshank.

Una piccola grande saga familiare. Voto: 7 e 1/2
 

lunedì 13 marzo 2017

L'occhio del Golem. Trilogia di Bartimeus #2...

... di Jonathan Stroud.

La scheda del libro sul sito della Salani

Dopo aver sventato un attentato alla vita del Primo Ministro inglese, il giovanissimo mago Nathaniel ha fatto carriera.
Sono passati due anni dagli eventi narrati ne L'anello di Samarcanda, e ora Nathaniel lavora al Ministero degli Affari Interni. Londra è sempre scossa dalle piccole azioni di guerriglia di un movimento chiamato Reisistenza che mira a rovesciare il governo oppressivo dei maghi.
Quando però qualcosa di sconosciuto devasta edifici storici e palazzi come il British Museum, Nathaniel comincia a dubitare che dietro tutta quella distruzione ci sia la Resistenza. nella speranza di comprendere cosa sta accadendo e di salvare il suo posto al Ministero, dove vorrebbero farne un comodo capro espiatorio, Nathaniel parte per Praga, con il jinn Bartimeus al seguito (suo malgrado).
 
Per chi non avesse familiarità con la trilogia, e non avesse voglia di leggere la recensione del primo volume che trovate qui, ricordo brevemente che la storia si svolge in una Europa alternativa; la magia è sempre esistita ma negli ultimi duecento anni i maghi inglesi hanno raggiunto il potere politico, instaurato una dittatura opprimente verso i cittadini senza poteri magici (detti comuni) e creato un vasto impero. Da qualche indizio sparso qua e là direi che la storia è, approssimativamente, ambientanta negli anni '30/40 del XX secolo. La casta dei maghi governa solo in apparenza in armonia; in realtà essi sono molto impegnati a pugnalarsi l'un l'altro alle spalle, e a tenere nascosto un segreto: la loro magia è esclusivamente frutto della capacità di evocare demoni da un'altra dimensione. La loro magia si basa solo sulla forza delle creature evocate (che sono quelle che davvero possiedono poteri magici).
 
Di solito il secondo volume di una trilogia è quello meno interlocutorio, e più di transizione, ma Jonathan Stroud riesce a introdurre elementi nuovi che riescono non solo a completare il quadro che già aveva tracciato in precedenza, ma a catturare il lettore come, e forse di più, di prima.
Mentre nello scorso volume, infatti, avevamo conosciuto Nathaniel e Bartimeus, e solo di sfuggita la Resistenza e i suoi scopi, qui gli orizzonti si allargano. Il romanzo viene ancora narrato da Bartimeus e da Nathaniel, ma ai loro punti di vista si aggiunge quello di Kitty, giovane membro della Resistenza. Questo punto di vista esterno alla comunità magica ci consente di conoscere ulteriori dettagli sul mondo creato da Jonathan Stroud; allo stesso tempo i capitoli narrati dal punto di vista di Kitty sono quelli più avvincenti e ricchi di azione.

Interessante è stata l'evoluzione di Nathaniel; nei due anni trascorsi tra il primo e il secondo volume il ragazzo ambizioso, ma triste e confuso, si trasforma in un adolescente affamato di successi che sembra aver smarrito il germe di umanità che mostrava nel primo capitolo della saga. Se Nathaniel si avvia davvero a diventare come i maghi per cui lavora, ovvero classista, opportunista senza scrupoli e senza empatia, credo riusciremo a scoprirlo solo nel terzo volume della serie.
Nathaniel ha da poco compiuto quattordici anni, e nonostante ciò ha un incarico delicatissimo al Ministero, e sinceramente questo particolare è l'unico che secondo me stona in una costruzione altrimenti quasi perfetta. Va bene che a soli dodici anni ha sventato un attentato catastrofico e svelato una cospirazione di maghi dei ranghi più alti, ma affidare l'antiterrorismo a un ragazzino di quattordici anni non mi è parsa una mossa brillantissima. Ok, la società dei maghi è quella che è, mastica e sputa le persone in continuazione, e quindi ha sempre bisogno di nuove forze, ma questo mi è sembrato eccessivo.
 
Bartimeus resta ancora l'unico a narrare la storia in prima persona, e in lui ritroviamo l'ironia e la cazzima (1) (passatemi il termine) che lo contraddistinguono da sempre.

La trama è ancora più solida e avvincente; i capitoli finali hanno un ritmo incalzante e mettere giù il libro risulta difficile.
La storia è autoconclusiva ma lascia buoni margini per la costruzione del terzo volume della saga.

Consigliato. Voto: 8
 
 (1) Se non sapete cos'è la cazzima, ve lo spiega l'Accademia della Crusca.

giovedì 9 marzo 2017

Il giardino degli incontri segreti...

...di Lucinda Riley.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Giunti

In seguito ad un evento tragico che ha sconvolto la sua vita, Julia, giovane pianista di successo, torna nel Norfolk, dove aveva trascorso momenti felici durante la sua infanzia. I suoi ricordi sono legati a Wharton Park, la tenuta dove suo nonno lavorava come giardiniere e coltivava orchidee rare. L'erede della tenuta, Kit, trova un diario nascosto sotto le assi del pavimento nel cottage dove i suoi nonni abitavano, e decide di donarglielo. Julia porta il diario a sua nonna Elsie, la quale le racconterà la storia del diario e di un segreto tenuto nascosto per oltre settant'anni.

Io adoro le storie che parlano di grandi famiglie aristocratiche e di segreti sepolti tra le pieghe del tempo, perciò questo romanzo mi aveva inizialmente intrigato. Purtroppo, però, alla fine si è rivelato molto deludente.

L'andamento del romanzo è più o meno questo: Julia, la pianista di fama internazionale, è in depressione dopo un tragico evento che più o meno si intuisce, ma che riusciremo a scoprire solo dopo circa 250 pagine. Le basta rincontrare un tizio che ha visto per tipo 10 minuti quando aveva 11 anni perché lei decida di uscire dalla depressione e lui si innamori perdutamente di lei. Perché? Perché sì.
Il tizio ha trovato un diario nella sua tenuta di famiglia, dove i nonni di Julia lavoravano come giardiniere e cameriera, così Julia decide di portarlo alla nonna per farsi raccontare la storia di questo diario e del perché fosse nascosto sotto le assi del pavimento nel cottage dove i suoi nonni vivevano.
A questo punto ho pensato: evvai! Finalmente succede qualcosa!
E invece no. Alle paranoie di Julia, (legittime, per carità, visto quello che ha passato, però non si può costruire un romanzo solo sulle paranoie!) si sostituiscono le paranoie di un'altra tizia, Olivia, però sono paranoie del 1939. Paranoie vintage, insomma.
Fino a metà del libro questo è tutto.

Una piccola luce in fondo al tunnel la si intravede nella seconda metà del libro, quando finalmente, dopo pagine e pagine di storie inconcludenti, scopriamo il segreto e il ruolo del giardino nel romanzo. Entrambi riguardano Harry, erede di Wharton Park e quello che gli accadde subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ecco, questa parte, ambientata tra Bangkok e l'Inghilterra nel 1946 ha una trama passabile e focalizzata, una trama che racconta qualcosa e punta decisa in una direzione. Precedentemente invece mi era sembrato di girare a vuoto; davvero ancora adesso non riesco a capacitarmi della profonda inutilità dei pagine e pagine sulle feste a cui Olivia partecipa durante la season londinese, visto che non aggiungono nessun elemento utile allo sviluppo della trama.

Dicevo che intravedevo una luce in fondo al tunnel...ma in realtà si trattava del treno che stava per sopraggiungere.
Non solo dopo che il segreto è stato svelato il romanzo si trascina ancora per 100 pagine, ma l'autrice tira fuori un colpo di scena talmente improbabile e talmente a casaccio che mi è sembrato di essere finita in una soap opera di terza categoria. Il colpo di scena è talmente assurdo che anche la comparsa del classico gemello malvagio di cui nessuno conosceva l'esistenza sarebbe stata meno ridicola.
Oltretutto, il grandioso colpo di scena poggia su un particolare che proprio non torna. Per chi non vuole spoiler, sappiate che c'è un grosso buco nel punto dove dovrebbe esserci l'appiglio per questo plot twist. Per chi invece si sente coraggioso, ecco lo spoiler (selezionare col mouse per leggere):

il colpo di scena è che Julia scopre che il marito morto insieme al figlioletto in un tragico incidente stradale non è morto, ed è stato un anno in giro per l'Europa (trattasi di un pianista di fama internazionale come lei, nessuno lo riconosce ma vabbè). Ma il particolare assurdo è che dopo l'incidente, l'auto ha preso fuoco, e sul luogo sono stati ritrovati i resti carbonizzati di due persone, un bambino e un adulto. Di chi sono quei resti? Non solo nessuno lo spiega, ma nessuno se lo chiede quando lui ricompare.

Le ultime cento pagine diventano la fiera dell'assurdo, con situazioni surreali e forzate, condite da dialoghi improbabili e imbarazzanti.
Senza svelarvi nulla, vi chiedo di seguirmi nel mio ragionamento.
Immaginate di essere sul punto di riprendervi da un Tragico Evento™, quando improvvisamente scoprite la verità su questo Tragico Evento™ e altresì scoprite che chi ve l'ha rivelata è anche il responsabile di quanto è accaduto.
Fatto? Bene. Adesso, se potete, immaginate di avere, subito dopo, questa conversazione con quella persona.

«Tu non sei felice, vero, Julia? Ti prego, dimmi perché.»
«Magari mi devo solo riadattare» rispose semplicemente, non volendo proseguire la conversazione.
Y le strinse la mano e si versò un altro bicchiere. «Sì, forse è così. Mi sembri molto cambiata.»
«Ma non possiamo tornare quelli di prima?» [...]
Julia sospirò. «Lo spero, Y, lo spero tanto.»

Cioè ma... davvero? Ma che domanda è??? E' infelice, toh guarda che strano. La sua vita era andata in pezzi, e quando si stava riprendendo arrivi tu, caro Y, a buttare un'altra granata sui cocci che lei stava raccogliendo, e le chiedi perché è infelice? E osservi, con molto acume, che è cambiata? E soprattutto lei non ti manda ca...lcolare quanti granelli di sabbia ci sono in spiaggia? Ma sul serio?

Come se ciò non bastasse, la Riley aggiunge un altro simpaticissimo colpo di scena (forse erano in offerta al discount per scrittori) che è totalmente inutile, e gettato a casaccio nella trama tanto per. Anche saltando le pagine in oggetto a piè pari, la trama non avrebbe perso nulla, anzi, e non avrei nemmeno perso il filo della storia.
Anche questo colpo di scena, poi, è condito da dialoghi di una banalità disarmante, frasi da Baci Perugina mescolate a massime di psicologia spicciola. Siamo al livello di eh, signora mia, qui una volta era tutta campagna. Venezia è bella ma non ci vivrei. Non ci sono più le mezze stagioni. Di notte tutti i gatti sono bigi.

Può un romanzo non particolarmente originale ma tutto sommato leggibile e scorrevole mandare tutto all'aria nelle ultime cento pagine?
Sì, può. Sconsigliato.
Voto: 4 (il voto sarebbe stato 6 se l'autrice si fosse fermata prima). 

martedì 7 marzo 2017

Cuore d'inchiostro...

...di Cornelia Funke.

La scheda del libro sul sito Mondadori

Quella notte in cui tutto cominciò e molte cose cambiarono per sempre, Meggie aveva con sé uno dei suoi libri preferiti. E siccome non riusciva ad addormentarsi, tanto valeva riprenderlo da sotto il guanciale. Si mise a sedere, si stropicciò gli occhi per scacciare quel torpore che viene quando si sta distesi al buio, e lo riaprì. Le pagine frusciarono cariche di promesse. Meggie trovava che questi primi sussurri avessero un suono diverso a seconda che conoscesse o meno la storia. [...]
La pioggia dava alla notte una sorta di pallore spettrale, e lo sconosciuto era poco più di un'ombra. Solo il volto si stagliava contro l'oscurità, con i capelli bagnati incollati alla fronte. L'uomo era ormai zuppo, ma sembrava non farci caso. Se ne stava là sotto, immobile, le braccia incrociate sul petto come se potesse scaldarsi. E scrutava la casa. "Devo avvertire Mo!" pensò Meggie. Ma era come paralizzata. Restò alla finestra a guardare fuori con il cuore in gola, come se quell'apparizione l'avesse contagiata con la sua immobilità.

Meggie ha dodici anni e vive con il padre Mo. Sua madre è misteriosamente scomparsa nove anni prima.
Mo è un rilegatore e restauratore di libri antichi, e Meggie è cresciuta circondata dalle fantastiche storie dei libri di cui sono pieni i romanzi e i racconti che suo padre le regala.
Una notte uno straniero misterioso si presenta alla loro porta, ha un colloquio con Mo, e quello che gli dice spinge l'uomo a fare i bagagli e partire in tutta fretta e partire con la figlia verso la dimora di una zia che Meggie non ha mai visto. Mo non vuole dare spiegazione, ma la ragazzina ha capito che un uomo malvagio dall'insolito nome di Capricorno è sulle loro tracce e vuole qualcosa da Mo. Perché Mo ha un potere speciale, il potere di dare vita alle creature fatte solo di carta e inchiostro di cui si legge nei libri...
 
Cuore d'inchiostro è una fiaba, raccontata con uno stile delicato e leggero da favola.
Mo ha fatto, involontariamente, qualcosa che ogni lettore ha sognato almeno una volta nella vita: leggendo ad alta voce ha permesso ai personaggi di una storia di uscire dal libro, e prendere vita. Purtroppo, però, ogni potere ha il proprio rovescio della medaglia: non solo Mo non riesce a controllare la sua capacità, ma ogni volta che evoca un personaggio da un libro, qualcun altro sparisce dal mondo "reale" ed entra nella storia che lui sta leggendo ad alta voce.
Ho messo la parola reale tra virgolette perché i personaggi dei racconti vivono, nei loro rispettivi mondi, una vita reale quanto la nostra; per noi sono fatti di carta e inchiostro, ma loro non sono e non si ritengono personaggi di fantasia, sono umani a tutti gli effetti, con sentimenti, pulsioni, passioni, gioie e dolori reali, ed è come se  Mo non li avesse resi vivi, ma evocati da un'altra dimensione, un universo parallelo al nostro, ma altrettanto vero e solido. Questa idea del libro come porta per una dimensione parallela sottesa a tutto il romanzo mi è piaciuta moltissimo.

Altra cosa che ho apprezzato tantissimo è stata la bravura con cui la Funke ha descritto i personaggi evocati per sbaglio da Mo; essi hanno tutte le caratteristiche dei personaggi di una fiaba. A prima vista appaiono molto "letterari", nel senso che hanno le caratteristiche tipiche della loro categoria: il malvagio ha cuore nero come la tenebra, ed è malvagio perché lo disegnano così;  il vagabondo mangiafuoco e illusionista che gira il mondo e si imbatte, suo malgrado, nei cattivi, gli sgherri che ubbidiscono senza fiatare... eppure allo stesso tempo l'autrice ha saputo renderli straordinariamente umani. In particolare, l'autrice ha dato a Dita di Polvere, il vagabondo artista di strada un'ambiguità molto reale, e una vena di malinconia struggente davvero azzeccata e ben riuscita.
 
Due cose non ho digerito particolarmente di questo romanzo altrimenti molto piacevole:
1. Capricorno mette in piedi, dal nulla, e con una scarsa conoscenza del nostro modo, una banda di criminali che non ha nulla da invidiare alla criminalità organizzata moderna: rapine, estorsioni, rapimenti, assassinii, incendio dolose, intimidazioni, corruzione... forse gli manca solo il traffico di stupefacenti per rivaleggiare con organizzazioni più antiche. E tutto questo avviene senza che le autorità battano ciglio. E' bastato intimidire un paio di poliziotti di provincia per creare un villaggio di masnadieri dove le leggi non arrivano, e nemmeno le autorità. Mah. Mi è sembrata una situazione forzata, esagerata e descritta in maniera ingenua.
2. Al libro, secondo me, avrebbe giovato un taglio di una cinquantina di pagine. Il tira e molla iniziale tra Mo e Capricorno, prima che la storia si metta a correre sui binari giusti che ci porteranno ad una degna conclusione, ha un ritmo lento, e dura troppo. Stavo quasi per perdere interesse.

Cuore d'inchiostro è un libro che scorre veloce nonostante le sue 400 pagine circa; è un libro che parla di libri, anzi, che parla in particolare di un libro, Cuore d'inchiostro, appunto, da cui Mo ha evocato i personaggi. Un libro che sostanzialmente parla di se stesso non può non richiamare per certi versi La storia infinita, ma lo svolgimento è totalmente diverso, anzi, ribaltato.
L'autrice ci parla di libri in maniera molto romantica, e per un lettore appassionato è impossibile non scorgere fra le righe questa dichiarazione d'amore per la parola scritta.
Anche se il libro si chiama Cuore d'inchiostro per indicare il cuore nero di Capricorno, io continuo a pensare che il cuore d'inchiostro del titolo sia quello dei lettori, a cui sicuramente scorre un po' di inchiostro nelle vene.

Voto: 7
 
 
 
 

giovedì 2 marzo 2017

Un passato imperfetto...

...di Julian Fellowes.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Uno scrittore ultracinquantenne e non troppo famoso riceve una richiesta d'aiuto da un ex amico di gioventù, Damian Baxter. L'uomo sta morendo, e nonostante abbia accumulato una fortuna, non ha amici né parenti a cui rivolgersi. Prima di morire desidera che il suo ex amico indaghi su una lettera anonima giuntagli anni prima, in cui una donna lo metteva al corrente di aver avuto un figlio da lui senza mai rivelarglielo. La lettera non fornisce molti indizi, ma Damien, uomo forte, affascinante, ma anche cinico e opportunista, desidera lasciare il suo patrimonio ad un figlio che non ha mai conosciuto.
Incapace di rifiutargli il suo aiuto, nonostante qualcosa sia successo tra loro quarant'anni prima, tanto da indurli a non rivedersi mai più, lo scrittore ripercorrerà a ritroso le tappe della loro giovinezza alla ricerca della donna che ha scritto la lettera e di suo figlio.

Il romanzo è narrato in prima persona dallo scrittore, che resterà senza nome per tutta la durata del libro. Per esaudire l'ultimo desiderio di Baxter dovrà rintracciare cinque donne, in base a una lista che lo stesso Baxter ha scritto per lui. Così lo Scrittore ci porterà in giro per l'Inghilterra e anche a Los Angeles, ma inevitabilmente la ricerca lo costringerà a ricostruire i fatti salienti della sua giovinezza. Lo Scrittore, adesso, ha passato i 50 e si avvia verso i 60; la sua vita scorre su consolidati binari fatti di routine e insoddisfazione.  Lo Scrittore non è infelice, ma nemmeno pieno di gioia e voglia di vivere.
La richiesta di Damian Baxter non comporterà solo una ricerca di vecchi amici ed ex fidanzate. Comporterà un tuffo in un passato che non è assolutamente idilliaco, nemmeno quando viene guardato attraverso la lente deformante dei numerosi anni trascorsi.
 
Stai rivisitando il tuo passato e non potrai fare a meno di paragonarlo con il tuo presente. Sarai costretto a ricordare ciò che volevi dalla vita a diciannove anni, quando ancora non sapevi nulla della vita, i tuoi sogni e i sogni di tutte le ragazzine sciocche e troppo truccate, dei giovanotti montati che frequentavi allora. Per colpa di Damian, dovrai essere testimone della loro sorte. Della tua sorte. Da vecchio, chiunque abbia un minimo di cervello trova il modo di venire a patti con le grandi delusioni della vita, ma tu sei ancora troppo giovane. Non avrai più il tempo di raddrizzare le cose, ma te ne resterà troppo per rimpiangere gli errori che hai commesso.

Perciò la ricerca lascerà un segno molto profondo sulle vite dello Scrittore e delle persone da lui contattate, anche perché  tra Damian e lo Scrittore è successo qualcosa, qualcosa di grave e mai chiarito, ma che molto britannicamente (si, lo so che questa parola non esiste, ma è comunque appropriata) viene sempre e soltanto accennato e mai discusso direttamente. 
Damian Baxter è stato un affabulatore, un arrampicatore sociale senza empatia e senza sentimenti veri. Lo Scrittore invece è esacerbato da quello che è successo tra loro, ed è ancora amareggiato a distanza di quarant'anni.
Quando lui e Baxter erano giovani hanno assistito, come tutta la loro generazione, nata durante o subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, al crollo inesorabile dell'aristocrazia; alla scomparsa dei vecchi privilegi e della deferenza ossequiosa verso le classi alte; alla sparizione di interi patrimoni non più in grado di reggere il confronto con l'economia moderna; in una parola, sono stati testimoni di un cambio epocale per le fortune e le vite degli aristocratici.
Ecco, tutto questo ci viene narrato con estrema dovizia di particolari, abbondanza di dettagli che sfiora la pedanteria. La trama procede lenta, perché ci sono pagine e pagine di spiegazioni sul come, perché, quando, dove l'aristocrazia ha fallito, è caduta, ha ceduto il testimone ed il mondo è inesorabilmente cambiato (in peggio).
Il crollo di una società e l'instaurarsi di un'altra è un'ottima cornice per un romanzo (penso ad esempio, a Via col Vento) ma qui questi eventi sono narrati dall'esterno, senza essere veramente legati alla trama, senza che ne facciano parte davvero. E' come se fossimo a cena con l'autore, e lui ci stesse illustrando l'ambientazione del suo romanzo, senza lasciare che siano i suoi personaggi e le loro storie a definirla per noi.
 
Per esempio, lo Scrittore incontra un tizio che potrebbe avere informazioni utili per lui, e parte la divagazione:

Il vecchio Savoy ci ha lasciato. Quell’assurda mescolanza di Odéon e Belle Époque ha fatto da sfondo a buona parte della mia vita: dalla fanciullezza, quando le zie mi ci portavano per il tè, all’adolescenza, con i balli e i cocktail-party nella River Room, agli anni adulti fra matrimoni, compleanni e ricorrenze di ogni genere, fino a ieri, quando ci andavo per le cene di gala dei festival cinematografici con i loro menu privi di fantasia, le pacche sulle spalle, la finta allegria. Poco dopo la serata con Kieran, la nuova proprietà chiuse i battenti ed è passato un bel pezzo prima che ci fosse svelata la forma rivista e corretta dell’hotel. Consapevoli del posto speciale che il Savoy occupa, da oltre un secolo, nel cuore dei londinesi, gli architetti hanno cercato di preservarne almeno lo spirito, ma il ritrovo preferito da Nellie Melba e Diana Cooper, Alfred Hitchcock e la duchessa di Argyll, Marilyn Monroe e Paul McCartney vive ormai solo nella nostra memoria e nei libri di storia.
   Era da tempo che non entravo al Grill e lo trovai molto diverso dall’esclusivo rendez-vous della mia adolescenza. All’inizio degli anni Sessanta... [continua così ancora per parecchio]

Dopo una discreta scena piena di sentimento, lo Scrittore decide di fare una camminata per schiarirsi le idee - e parte il sermone.

Esco raramente a piedi di notte, più per pigrizia che per timore a dire la verità, ma ogni volta rimango stupito nel vedere quanto è cambiata Londra dai tempi della mia giovinezza. Non mi riferisco alla microcriminalità e neppure alla sporcizia, le cartacce che svolazzano qua e là e si accumulano presso le ringhiere e i platani nella vana attesa che gli addetti vengano a raccoglierle. È l’ubriachezza molesta ad aver trasformato le strade di Londra in un piccolo inferno per il cittadino rispettoso della legge. L’abbrutimento alcolico che si associava un tempo alla Russia di Stalin, sintomo di un popolo oppresso dal pugno di ferro della dittatura, o alle regioni polari, dove l’interminabile notte artica conduceva alla pazzia anche i temperamenti più equilibrati, sembra essere dilagato anche da noi. Perché? Sbaglia chi pensa che sia un problema di classe, frutto delle miserie dei meno abbienti.[...]
   La gente beveva anche quarant’anni fa, è ovvio, ma capitava di rado di assistere al triste spettacolo di un uomo in preda ai fumi dell’alcol. Alzare troppo il gomito era considerato uno sbaglio, un riprovevole effetto collaterale dell’allegria, un errore di valutazione che, il giorno dopo, richiedeva delle scuse. Oggi è il vero scopo di ogni festa. C’è qualcuno in grado di spiegarmi perché continuiamo a tollerare un simile andazzo? Non intendo negare il fascino della vita notturna, che noi stessi abbiamo favorito e incoraggiato, ma non si può andare avanti così. Quanto tempo dovrà passare prima che riusciamo ad ammetterlo? L’ottimismo non equivale a chiudere gli occhi sui problemi, quella si chiama ignavia. [continua così ancora per un po']

Questi sono due esempi, ma se ne potrebbero fare molti, molti, molti altri, perché il romanzo è costruito tutto così.
C'è una vena triste, a volte amara, a volte velenosa che attraversa il romanzo. Non c'è traccia dell'humour cui ci aveva abituato il precedente romanzo del medesimo autore, Snob; i personaggi suscitano più pietà e compatimento più che empatia. Il rimpianto per quello che poteva essere e non è stato permea tutto il libro. Avrei potuto apprezzare l'amarezza e la tristezza di fondo, che danno alla trama un accento dolente, se non fossero state sommerse da una incredibile quantità di recriminazioni che somigliano a lezioncine su cosa c'è che non va nella società di oggi; ogni singolo passo che compie la trama viene accompagnato da pagine e pagine di dissertazione che analizzano le pecche del mondo moderno.
In questo modo la lettura viene resa molto difficoltosa, e a tratti diventa noiosa.

Il finale è passabile, ma nulla di più.

Voto: 5