lunedì 22 agosto 2016

La ladra di ricordi...

...di Barbara Bellomo.


La scheda del libro sul sito della Salani.

Il professor Nardi, professore di museologia presso l'Università di Todi, riceve una sera una strana telefonata da un'anziana signora che gli parla di un antico cammeo, un tempo appartenuto ad Ottaviano, di cui si sono perse le tracce. La donna sostiene di averlo con sé e che qualcuno vuole portarglielo via. La comunicazione si interrompe bruscamente, e il giorno dopo l'anziana donna viene ritrovata assassinata in casa sua. Del cammeo che diceva di avere, nessuna traccia.
E' così che inizia l'indagine che metterà insieme tre diverse personalità: il professor Nardi, vedovo e depresso, il commissario Caccia, amante del jazz che sente incombere la crisi di mezza età, e la giovane ricercatrice Isabella De Clio, siciliana in trasferta a Todi, che sta lavorando a una monografia sui cammei antichi.
Prima di scrivere una recensione, mi piace andare a leggiucchiare qua e là le recensioni altrui; mi aiuta a focalizzare quello che io vorrei dire sul libro appena concluso. Ho fatto la stessa cosa con La ladra di ricordi, riuscendo a reperire solo recensioni ampiamente positive. Mi dispiace di essere, per questa volta, una voce fuori dal coro: questo romanzo non è riuscito a convincermi a pieno.
Non nego esistano aspetti molto positivi e interessanti, ma è altrettanto vero che qualcosa, nell'impianto di base della storia, non funziona a dovere, secondo me.
Partiamo dai punti positivi. I protagonisti, in special modo Isabella, che è la ladra del titolo, non sono male.
Isabella soffre di cleptomania, un tratto della personalità originale e insolito da trovare in un investigatore (seppur dilettante). L'idea mi è piaciuta molto e trovo che sia un punto a favore dell'autrice e della sua capacità di narrare storie interessanti.
La parte centrale del romanzo, quella in cui Isabella e il professor Nardi ricostruiscono a ritroso la storia del cammeo e i suoi passaggi di mano in mano è la parte più avvincente del romanzo. Mescola la storia del Novecento con quella di una famiglia potente e con un segreto custodito per moltissimi anni.
Proprio da questo punto vorrei partire per illustrare quelle che sono - sempre a parer mio - le dolenti note: questa parte avrebbe meritato una ricostruzione più ampia, più accurata, e scevra da espedienti narrativi banali e abusati, quali la bella Isabella che sbatte gli occhioni per ottenere informazioni, oppure la bella Isabella che ottiene informazioni riservate rubando documenti dell'anagrafe, il cui impiegato si è provvidenzialmente distratto.
L'impianto della trama gira tutto intorno a questo misterioso cammeo, che poi di misterioso non ha granché: è "semplicemente" antico, e non è nemmeno sicuro che l'anziana vittima lo possedesse davvero. Eppure le indagini si dirigono subito verso il cammeo, nell'esplorare la sua storia e ricostruire i vari passaggi, lasciando altre piste investigative inesplorate. Perché? Perché come movente il cammeo antico appartenuto prima a Marco Antonio (o meglio, a sua moglie Fulvia) e poi a Ottaviano fa più figo rispetto a una rapina finita male. Anche quando pare abbastanza certo che la vittima trafficasse reperti antichi non si scava nel mondo dei trafficanti d'arte, ma sempre e solo in direzione del cammeo. Perché? Perché sì.
A voler essere precisi, la storia del cammeo è importante fino ad un certo punto per la risoluzione del caso. E' interessante, avvincente ma di scarso aiuto. Anzi, diciamo che non serve quasi a nulla.
In particolare, i flashback ambientanti nel primo secolo avanti Cristo, all'epoca del triumvirato, non hanno alcun legame con la storia ambientata ai giorni nostri. Per quanto affascinanti, appena finiti di leggere questi flashback, non potevo fare a meno di chiedermi e quindi?
Certo, erano interessanti, ma erano completamente slegati dalla trama.
E' come se questo romanzo fosse un mix di elementi di per sé di buona qualità, ma non amalgamati nel modo giusto. Le cerniere tra le varie parti che compongono la storia non sono sufficientemente forti.
Questa scarsa coesione e solidità nella trama mi ha lasciato un senso di insoddisfazione al termine della lettura.
Sento la necessità di sottolineare, inoltre, come nel finale ci sia una imprecisione di natura giuridica molto molto grossa: un bene rubato e posseduto clandestinamente non può essere usucapito né tantomeno essere lasciato in eredità (perché non è di proprietà della persona che ce lo aveva materialmente) e vedere l'erede di chi lo aveva rubato dichiarare allegramente di voler agire in giudizio per rivendicarne la proprietà, e vederlo nel frattempo disporre del bene come meglio crede mi ha infastidito non poco. Ok, deformazione professionale, lo so.
Voto: 6

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