lunedì 26 dicembre 2016

La donna delle rose...

...di Charlotte Link.



La scheda del libro sula sito della casa editrice TEA

Beatrice ed Helene sono due anziane signore che vivono in una grande casa circondata da un roseto sull'Isola di Guernsey, un'isola britannica davanti alle coste della Francia. Un giorno una giovane donna tedesca, Franca, che soffre di violente crisi di panico, prende in affitto una camera in casa loro.
Franca rimane affascinata dall'apprendere che Helene e Beatrice vivono insieme dai tempi della seconda guerra mondiale, quando Helene era arrivata come moglie di un ufficiale delle truppe naziste di occupazione, ed era rimasta lì anche dopo la fine del conflitto.
Beatrice aveva ripreso le redini della sua vita dopo la guerra e aveva cominciato ad occuparsi del roseto dei suoi genitori, pur controvoglia, pur non amando le rose e ne aveva fatto una fiorente attività. Allo stesso modo si era dovuta occupare di Helene.
Anche dopo la sua partenza, Franca rimane in contatto con Beatrice, riuscendo a poco a poco a svelare la storia del rapporto che ha legato le due donne per settant'anni.
 
Come già il precedente La casa delle sorelle, anche questo romanzo si svolge su due piani temporali, il presente e il periodo della Seconda Guerra Mondiale. In questo caso però le vicende attuali hanno uno spazio più ampi rispetto a quelle che si svolgono nel passato.
Il legame tra Beatrice ed Helene è quanto mai ambiguo. Appare subito chiaro che Beatrice tollera a stento Helene, cosa di cui è difficile meravigliarsi visto che Helene con il marito ha requisito la casa di Beatrice, separata dai genitori durante una drammatica e caotica evacuazione dell'isola, si è installata lì e col marito ha preso a comportarsi come la padrona di casa, e come se Beatrice le appartenesse. Il dipanarsi della storia approfondirà le ragioni di questo legame e soprattutto la psicologia dei personaggi che resteranno legati l'una all'altra nonostante tutto.
Il rapporto tra le due sembra una sorta di simbiosi malata. Dopo la caduta de Terzo Reich Helene si trova tagliata fuori dalla ritirata delle truppe tedesche, timorosa di tornare in Germania, e si aggrappa alla giovane Beatrice costringendola, di fatto, con la sua debolezza a prendersi cura di lei. Beatrice tenterà di recidere  quel legame ma mai in maniera netta.
 
Parallelamente al rapporto Beatrice-Helene, il romanzo descrive altri legami ambigui o comunque non proprio sani; quello di Franca col marito (l'approfondimento del quale ho trovato di una straordinaria sottigliezza, sia per quel che riguarda il come è narrato, sia per quel che riguarda il cosa) e quello di Alan, figlio di Beatrice, con la giovane Maja, ragazza che usa il sesso come un'arma contro tutto e tutti.
 
La storia, per quanto curata e interessante, ha un difetto. Ha un ritmo molto, molto lento, e i lunghi intervalli tra i capitoli dedicati al passato non aiutano a creare quell'atmosfera pervasa da "ansia di sapere" che invece si trovava nell'altro romanzo della Link già citato.
Soltanto verso la fine gli intrecci cominciano a mostrare di essere molto più legati ed omogenei di quanto avremmo creduto, e la storia acquista organicità e un nuovo picco di interesse, anche grazie ad un paio di avvenimenti e colpi di scena ben piazzati.
 
Notevole, come sempre, lo sforzo dell'autrice di portare alla luce episodi meno noti della storiografia; in questo caso si tratta dell'occupazione delle Isole Normanne durante la Seconda Guerra Mondiale. Le truppe tedesche di occupazione arrivarono fiere e forti degli innumerevoli successi militari nel 1940; quando il Terzo Reich cominciò a crollare furono abbandonate a se stesse, così come furono in un certo senso abbandonati i cittadini inglesi delle Isole, a cui Churchill negava i rifornimenti per non "nutrire" il nemico ormai sul punto di cedere. Accumunati dalla sensazione di essere dimenticati dalla storia e dai propri governi, oltre che dalla fame e dagli stenti, tra occupanti e residenti si creerà una sorta di strano legame - ancora un altro legame ambiguo, basato più sulle circostanze che sulla volontà di stringerlo.
 
Credo perciò che il significato profondo di questo romanzo, e il suo punto di forza, sia l'approfondimento di rapporti non convenzionali, all'apparenza improbabili, ma che pure nascono perché in fondo siam tutti come sassolini trasportati dalla corrente del fiume della vita.
Con la differenza che però a volte è possibile tirarsene fuori.
 
Voto:7

domenica 25 dicembre 2016

Un'indagine al nero di seppia. Commissario Rebaudengo #1...

... di Cristina Rava.


La scheda del libro sul sito della casa editrice Frilli Editori.


Nella ridente località ligure di Alassio, vive e lavora il commissario Bartolomeo Rebaudengo, piemontese di Cuneo, mai abituatosi completamente alla località di mare e alle sue particolarità, usi e costumi (cibo compreso).
La routine tranquilla della cittadina viene interrotta il giorno in cui una donna denuncia la scomparsa del marito, professore di filosofia al locale liceo. Una decina di giorni dopo, viene ritrovato un cadavere...
 
Un'indagine al nero di seppia si inserisce nel prolifico filone di gialli "all'italiana", dove a farla da padrone sono investigatori che caratterizzano l'indagine con le loro peculiarità, il loro carattere, i loro pregi e difetti; in una parola, con la loro umanità. Spesso in questo genere di romanzi, non si sarebbe arrivati alla soluzione se l'investigatore di turno non avesse messo in campo, appunto, le sue peculiarità.
Perciò per parlare di un libro di questo filone narrativo inevitabilmente bisogna parlare del protagonista. Il commissario Rebaudengo è un uomo calmo, tranquillo, saggio e razionale. L'indagine per lui è fatta di lavoro paziente, di attesa, di dettagli.
La calma impregna l'atmosfera del romanzo. Non c'è suspense, quanto piuttosto un senso di attesa che impedisce alla storia di scadere nella noia.
Un professore di liceo, eccellente insegnante ma incline a correre dietro alle donne scompare. la moglie ne denuncia la scomparsa. Quando diversi giorni dopo viene ritrovato un cadavere, il lettore è in attesa di scoprire finalmente che ne è stato del professore. Ed è qui che invece l'autrice ci stupisce con una scoperta che non avevamo immaginato, e che imprime una svolta alla storia che pareva avviata verso uno svolgimento non noioso, ma forse un po' prevedibile.
Il resto della trama è abbastanza lineare, ed onestamente devo dire che il colpevole si intuisce abbastanza facilmente. Nonostante questo non posso dire che la storia sia stata noiosa, tutt'altro; in parte ciò è dovuto alla cura meticolosa con cui l'autrice ci descrive Rebaudengo e il suo modo di procedere. Il personaggio è ben fatto, ed appare vivo.
 
A mio parere, però, il romanzo ha due ordine di problemi. Il primo riguarda lo stile e il linguaggio. Al di là di qualche punto esclamativo di troppo, piazzato dove di enfasi non se ne sente proprio il bisogno, quello che non ho apprezzato sono i dialoghi.
Spesso i dialoghi o i monologhi interiori suonano tremendamente artificiosi, lontano dalla lingua parlata e non perfettamente intonati al personaggio che pronuncia le parole o formula i pensieri. 
esempio: un uomo scarsamente acculturato è arrestato perché sospettato di omicidio e di abusi legati alla pedofilia. Mentre lo interrogano l'uomo è smarrito e terrorizzato, e questi sono i suoi pensieri:
 
Gli occhi di Beniamino Bronda passavano dalle labbra del pelatino, che il suo avvocato chiamava con un tono sussiegoso “dottor Bottini”, a quelle dell’altro tipo, più belloccio ma imbronciato, che non parlava e osservava la scena con occhi di coyote, doveva essere il commissario e adesso gli sfuggiva anche il nome, lungo come la quaresima. Non capiva un accidente di tutto questo rimbalzare di parole, però aveva visto che la faccia del suo legale era diventata nuvolosa come un cielo estivo prima della grandine quando il pelato, che doveva essere un magistrato, un giudice, una roba simile, aveva pronunciato parecchie volte la parola “pedofilia”.
 
Ma sul serio un uomo di scarsissima cultura, che viene descritto come uno che non esce mai, legge solo riviste porno e passa tutta le sue serate a masturbarsi davanti a film per adulti, potrebbe pensare, mentre è in procinto di andare in galera con un'accusa infamante e pericolosa, che il nome del commissario è lungo come la quaresima? O davvero potrebbe richiamare, in un simile momento, i colori del cielo estivo prima della tempesta?
A me questi pensieri non sono sembrati intonati al momento ed al soggetto. 
Di esempi se ne potrebbero fare altri. Mi limito a citare una ragazzina di 15 anni che dice che la sorella starebbe benissimo anche con un "saio francescano"... non so, io non ce la vedo una ragazzina specificare saio e pure francescano parlando di vestiti e ragazzi.
 
Ho parlato di due grossi limiti. Detto del primo, resta il secondo.
Questo riguarda la trama e la soluzione con la scoperta del colpevole. Senza spoilerare nulla, mi limiterò a dire che se si accerta che da un cadavere è sparito l'oggetto A, se si accerta altresì che l'oggetto A è di proprietà di X, io trovo evidente sospettare di X, non del fratello del cognato del cugino del portiere di X.
 
Insomma, questa è una storia scritta con cura, forse anche troppa vista la perdita di spontaneità della narrazione, e l'autrice mi è sembrata più interessata a ricostruire un certo tipo di atmosfera che a narrare un mistery.Dal questo punto di vista il tentativo è riuscito, ma per me non è abbastanza.
 
Voto: 6

mercoledì 30 novembre 2016

Wolf...

....di Ryan Graudin.



La scheda del libro sul sito De Agostini
 
Germania, 1955. Hitler ha vinto la Seconda Guerra mondiale. I Giapponesi non hanno attaccato Pearl Harbor ma la Russia, gli Americani sono rimasti neutrali e l' Europa è caduta. In un mondo dove esecuzioni e pulizia etnica sono all'ordine del giorno, Yael, giovane sopravvissuta ai campi di sterminio, decide di intraprendere per conto della Resistenza una missione quasi impossibile. Avvicinare il Führer e ucciderlo. Per riuscirci dovrà partecipare ad una massacrante gara  motociclistica dalla Germania fino a Tokio; il vincitore potrà incontrare Hitler.
Per poter partecipare Yael dovrà prendere le sembianze di Adele Wolfe, eroina ariana. Yael nasconde un incredibile potere: può cambiare il suo volto e la sua apparenza a piacimento, e sarà questa la chiave che le permetterà di tentare l'impossibile.
 
Wolf è un romanzo distopico che prende spunto da una domanda classica circa la storia recente: cosa sarebbe successo se i nazisti avessero vinto la guerra? La risposta è, ovviamente, niente di buono per nessuno.
Questa storia si propone di raccontarci i disperati tentativi della Resistenza per rovesciare il regime. Lo spunto del romanzo è sicuramente affascinante, ma  poco spazio (troppo poco, a parer mio) è dato all'ambientazione storico -politico-sociale del Nuovo Mondo sorto dalle ceneri del conflitto. Le cose che sappiamo le apprendiamo solo tramite accenni a luoghi o situazioni che onestamente non mi sarebbe dispiaciuto approfondire.
La narrazione è tutta concentrata sulla gara motociclistica, e resta spazio per poco altro.
 
Il piano architettato è, a parer mio, troppo macchinoso. La protagonista, Yael, può cambiare faccia, altezza, peso, eccetera a piacimento. Nonostante questo, invece di studiare un modo per infiltrarla nella Cancelleria del Führer, si decide di farla partecipare ad una folle gara in motocicletta, dove il tasso di mortalità dei concorrenti è abbastanza alto, e le possibilità di vincere alquanto scarse. Un dubbio poi mi ha tormentato durante la lettura: ma Yael può diventare cambiare se stessa anche in un uomo o no? Perché certo le cose cambierebbero di parecchio, se così fosse. E se così non fosse... perché no? Sarebbe interessante capirlo. Non vi svelerò come e perché Yael ha assunto questo potere, però non sono riuscita a trovare nessuna buona ragione per cui Yael sia limitata a cambiare il suo aspetto assumendo esclusivamente caratteri femminili.
 
La cosa che più mi ha lasciata perplessa della congiura, comunque, è che il piano è di piazzare Yael al posto di Adele Wolfe, già vincitrice della gara l'anno precedente, darle una pacca sulle spalle e dirle "corri!". Cioè, un minimo di aiuto? Supporto logistico? Imbrogli clamorosi? (E' esplicitamente affermato che le regole di questa gara sono carta straccia, i colpi bassi, sabotaggi, avvelenamenti, etc., sono all'ordine del giorno...quindi magari un aiutino per Yael no, eh?).
 
Quindi Yael parte per questa lunga, interminabile e anche abbastanza monotona gara motociclistica, la cui narrazione è inframmezzata dai ricordi della deportazione di Yael e della sua famiglia.
Un altro problema è, a parer mio, lo stile dell'autrice. La Graudin compie quella che secondo me è una precisa scelta stilistica. Le scene clou, quelle piene di azione e adrenalina, vengono narrate usando una sorta di versione letteraria della tecnica cinematografica slow motion. La scelta non mi ha entusiasmato particolarmente, avendo contribuito, secondo me, ad appiattire la narrazione e spezzare la tensione.
 
Un esempio: due concorrenti tentano di far finire la moto di Yael/Adele fuori strada.
 
Luka le si fece addosso di nuovo, in perfetto sincrono con Katsuo, con un movimento a tenaglia che la intrappolò tra le punte della loro chela metallica. La tennero stretta in una morsa di lamiere, la imprigionarono nella puzza di gomma bruciata.
 Pericolosa, stupida, sconsiderata. Non c’erano abbastanza parole, in nessuna delle lingue di Yael, per descrivere quella manovra. Ogni curva, ogni scatto, poteva finire in un groviglio di motori e carne sulla strada… e la corsa sarebbe finita prima di iniziare.
 Yael tenne lo sguardo fisso sulle linee bianche tracciate sull’asfalto. Se avesse proseguito diritta, di sicuro si sarebbero stancati. Allontanati.
 Ma poi la mano guantata di Katsuo entrò nel suo campo visivo: puntava al suo polso, al manubrio. Voleva provocare un incidente e mandarla a sbattere contro Luka, liberandosi così dei due avversari più temibili prima ancora di uscire dai confini di Germania.
Non sarebbe riuscita a scacciare quella mano… non senza sbandare, provocando lei stessa un incidente, visto che Luka le stava ancora addosso, eccitato dalla sfida, ignaro del pericolo.
 
Ricapitoliamo: stiamo sfrecciando sull'asfalto a velocità elevate, due concorrenti stringono in una morsa Yael, e lei si mette a pensare che non c'erano parole in ciascuna delle lingue che conosce per descrivere la manovra? Oppure, stiamo sempre sfrecciando eccetera eccetera, è necessario che mi venga spiegato che volevano provocare un incidente? Ma davvero? E chi lo avrebbe mai immaginato, eh. Grazie per lo spiegone.
Io voglio sapere cosa succede, come reagisce la protagonista, voglio azione in circostanze come questa.
 
Ancora, qui Yael è costretta ad una manovra disperata:
 
Era il momento di colpire. [...]
     In un solo istante successero tante cose. Le sue dita si strinsero intorno al manubrio cromato. I freni di Luka fischiarono, il sibilo della gomma bruciata riempì l’aria. Katsuo girò la testa e incontrò lo sguardo di Yael. Gli occhi del giapponese non erano più affilati come una lama. Niente più sguardo da cacciatore. Ciò che Yael vide fu qualcosa di molto più selvaggio… di molto più umano: la paura. Che la penetrò fino all’osso, fino al midollo, e la riportò dritta alla bambina legata alla barella, gli occhi sbarrati per il terrore mentre gli aghi la ustionavano, uno dopo l’altro dopo l’altro. Che camminava sotto i fari e stava in mezzo a un fiume di sangue e sentiva ogni battito del suo cuore. Che, con la manica sollevata, esponeva la propria vita al nazionalsocialista che non era un nazionalsocialista.
La ragazza braccata. Quella che aveva paura. Aveva desiderato a lungo diventare la cacciatrice. Il predatore. La Valchiria – dispensatrice di vita e morte – soprattutto. Ma non così. Cosa stava facendo? Danzava tra i confini, beatamente ignara.
Yael e Katsuo proseguirono per altri due secondi, a fianco a fianco. Paralizzati e in volo.
Due secondi di troppo. L’emozione pura negli occhi di Katsuo si trasformò in qualcosa di disperato, di pericoloso.
Due secondi in cui entrò in vigore il comandamento della natura: uccidi o sii ucciso. I confini non si adattavano a questo mondo.
Katsuo l’agguantò per il polso, intrappolandola con le dita. Se ora Yael avesse strattonato il manubrio dell’avversario, sarebbe stata sbalzata via dalla sua Rikuo, risucchiata nel groviglio di lamiere e carne. Se l’avesse lasciato andare, tirandosi indietro, Katsuo l’avrebbe spintonata lo stesso, facendola finire fuori strada per poi ripartire.
 
In due o tre secondi, il tempo in cui Yael deve agire per superare un avversario e non compromettere tutta la missione, la ragazza riesce a farci stare il pippone mentale sulla paura, i traumi del passato, il fine che giustifica i mezzi e bla bla bla.
La scena, che alla fine segnerà comunque una svolta importante nella trama, è lenta, piatta e procede a singhiozzo.
E questo è un peccato, perché il romanzo ha un finale molto bello, inaspettato, e non scontato, che riesce a concludere le vicende del libro pur lasciando aperta la porta per il sequel (uscito in lingua originale il 1 Novembre 2016).
 
Insomma, i romanzi distopici sulla Seconda Guerra Mondiale sono sempre interessanti, ma qui ci sono due grosse pecche (ritmo lento e poco spazio lasciato all'ambientazione fanta-storica), solo in parte riscattate da un bel finale.
Voto: 6 e 1/2