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domenica 27 settembre 2026

Noi che abbiamo conosciuto Solange

sabato 24 agosto 2019

È tempo di ricominciare...

di Carmen Korne.

È il 1949. La guerra è finita. I nazisti sono stati sconfitti. Come molte altre città, Amburgo è ridotta a un cumulo di macerie e in parecchi si ritrovano senza un tetto sulla testa. Fra questi, Henny, che ha finalmente accettato di sposare Theo e continua a cercare la cara Käthe, che risulta ancora dispersa nonostante l’amica sia sicura di avere incrociato il suo sguardo, la sera di San Silvestro, su quel tram… Nel frattempo, mentre Lina e la sua compagna Louise aprono una libreria in città, Ida si sente delusa dal modesto ménage coniugale con il cinese Tian, pur avendo mandato all’aria il suo precedente matrimonio per stare con lui, e ricorda con nostalgia la sua giovinezza di rampolla di una famiglia altolocata. Sono in molti ad aver perso qualcuno di caro, e sono in molti ad attendere il ritorno di qualcuno, giorno dopo giorno, alla finestra. Ma per i sopravvissuti tornare a casa non è facile, si ha paura di cosa si potrebbe trovare, o non trovare più.
Gli anni passano, i figli delle protagoniste crescono e anche loro hanno delle storie da raccontare. Sullo sfondo, la ripresa dell’economia tedesca e le rivoluzioni sociali che hanno scandito gli anni Cinquanta e Sessanta: lo sbarco sulla Luna, la costruzione del Muro di Berlino, il riarmo e la paura del nucleare, l’arrivo della pillola anticoncezionale, l’irruzione della televisione nella vita quotidiana delle famiglie, l’inizio dei movimenti studenteschi e la musica dei Beatles.
Dopo Figlie di una nuova era, il secondo, attesissimo capitolo di questa fortunata e appassionante trilogia che racconta la vita di quattro amiche nella Germania del Novecento. (Sinossi dal sito della casa editrice Fazi Editore)

Figlie di una nuova era mi era piaciuto tantissimo. Proprio per questo le aspettative per il  nuovo capitolo della storia di Henny, Käthe, Ida e Lina erano piuttosto alte e mi duole affermare che sono andate deluse. Vi spiego perchè.

La guerra è finita da poco, le macerie, fisiche e psicologiche, del nazismo e della conflitto mondiale, sono ancora lì, a ricordarci ad ogni pagina l'orroore degli eventi che si sono ancora conclusi.
I capitoli ambientati nell'immediato dopoguerra sono, a parer mio, i migliori del romanzo, quelli in cui ho ritrovato lo spirito del volume precedente. Quattro donne normali che lottano per non soccombere alla Storia, che cercano di sopravvivere senza dimenticare i legami umani che uniscono al resto del mondo: questa è l'anima del romanzo.
È stato emozionante scoprire come, quando una guerra finisce, non finisce mai dall'oggi al domani, con la firma su un armistizio o su un trattato di pace. Le conseguenze sulla vita delle persone possono trascinarsi per anni. È stato interessante vivere, attraverso le pagine del libro e le semplici ma vivide descrizioni dell'autrice, una sofferta ricostruzione.
Purtroppo, con l'avanzare della narrazione e col procedere degli anni, queste emozioni si sono sciolte tra le pagine come neve al sole.
Le storie narrate, nonostante l'introduzione di nuovi personggi - figli, amici e compagni dei protagonisti - diventano ripetitive e un filino noiose.
Chissà, forse proprio l'aver ampliato il numero dei protagonisti ha causato la perdita di coesione nella trama, che pare voler raccontare mille cose, nessuna delle quali veramente incisive.
O forse, il motivo principale di questa mia opinione è che in questo romanzo non c'è pathos e non c'è quasi mai tensione narrativa.  Sciolto, fin troppo presto, a parer mio, il nodo sulla scomparsa di Käthe, resta ben poco a tenerci incollati alla pagine.
Certo, l'autrice ci snocciola con una certa abilità fatti ed eventi del dopoguerra, che rivivono attraverso le pagine del libro e suscitano anche una certa emozione, ma la compiaciuta riscoperta della storia del cosiddetto secolo breve non è stata abbastanza, dal mio punto di vista, per creare una storia intrigante.
Secondo me, in questo romanzo manca un polo antagonista delle quattro protagoniste, che sia un evento di grande portata come l'ascesa del nazismo, oppure semplicemente il "cattivo"di turno.

Prendiamo ad esempio la storia di Klaus, figlio di Henny e del suo primo marito. 
Klaus è un omosessuale in una società che considera la sua natura un crimine. Mi sarei aspettata che il ragazzo fosse in pericolo, che la sua storia fosse fonte di ansia per il lettore, ma mi sono ben presto resa conto che Klaus, protetto dall'ampia tribù della sua famiglia allargata, non correrrà mai alcun rischio. Certo, mi fa piacere per lui, però che noia.
Stesso discorso potrei fare a proposito di un personaggio (che non nominerò per evitare spoiler) che ha una malattia invalidante e potenzialmente mortale: anche qui, farmaci miracolosi che capitono senza troppa fatica nella trama, e la malattia diventa un dettaglio da menzionare di quando in quando, ma senza effetti dirompenti sulla narrazione.

Ho detto spesso, in altre recensioni, che il conflitto e il dramma sono, secondo me, la vera essenza di una storia ben riuscita. Qui mancano entrambi, e perciò non mi sento di dare la sufficenza al romanzo.
Voto: 5


giovedì 20 dicembre 2018

Figlie di una nuova era...

... di Carmen Korn.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Fazi

Uno strano destino, quello delle donne nate nel 1900: avrebbero attraversato due guerre mondiali, per due volte avrebbero visto il mondo crollare e rimettersi in piedi, stravolgersi per sempre sotto i loro occhi. Sono proprio loro le protagoniste di questa storia, quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alle soglie degli anni Venti. Hanno personalità e provenienze molto diverse: Henny, di buona educazione borghese, vive all’ombra della madre e ama il suo lavoro di ostetrica più di ogni cosa; l’amica di sempre Käthe, di estrazione più modesta, emancipata e comunista convinta, è un’appassionata militante; Ida, rampolla di buona famiglia, ricca e viziata, nasconde un animo ribelle sotto strati di convenzioni; e Lina, indipendente e anticonformista, deve tutto ai suoi genitori, che sono letteralmente morti di fame per garantirle la sopravvivenza. Insieme crescono e vedono il mondo trasformarsi, mentre le loro vicende personali s’intrecciano in una rete intricata di relazioni clandestine, matrimoni d’interesse, battaglie politiche e sfide lavorative, lutti e perdite, eventi grandi e piccoli tenuti insieme dal filo dell’amicizia. Pagine che ci fanno respirare il fascino d’epoca di un mondo che non c’è più: i cocktail al vermut, i cappelli a bustina, gli orologi da tasca e gli sfarzosi locali da ballo, ma anche le case d’appuntamenti, i ristoranti cinesi e le fumerie d’oppio del quartiere di St Pauli. E poi la lenta, inesorabile disgregazione di tutto, la fine di ogni libertà, il controllo sempre più pressante delle SS, la minaccia nazista…
Quattro donne, un secolo di storia: Figlie di una nuova era è il primo capitolo di una nuova, avvincente trilogia tutta al femminile.
(dal sito della casa editrice)

È quasi Natale, abbiamo tutti fretta, i regali da comprare, il cenone, il panettone, gli struffoli, le tombolate... insomma, avete capito. Quindi lo dirò senza tanti preamboli: Figlie di una nuova era è un libro molto, molto bello (grazie Laura Libridinosa per avermelo consigliato!), intenso, profondo e interessante. Anzi, se avete qualche regalo dell'ultimo minuto da fare, io ve lo consiglio caldamente.

Henny e Käthe sono amiche da una vita anche se sono molto diverse. Henny proviene da famiglia della buona borghesia tedesca. La madre - una madre quasi oprrimente con la sua poesia - nutre tante aspettative per la vita e il matrimonio della figlia. In qualche maniera Henny, senza avere mail coraggio di ribellarsi fino in fondo, non rinuncia a quelle che sono le sue aspirazioni di carrierae diventa ostetrica in una grande clinica. Stesso percorso farà anche Käthe, che però proviene da una famiglia molto umile e ha delle forti idee politiche di sinistra. nonostante le diversità, o forse proprio per esse, le due ragazze resteranno amiche per tutta la vita. Intorno a loro ruotano le altre due protagoniste, la ricca Ida e Lina, che hanno un legame meno forte tra di loro, ma comunque sono molti presenti nella storia.
Le storie di queste quattro donne sono da un lato storie di vita comune, ma non per questo sono banali, noiose o insignificanti; dall'altro lato sono storie di resistenza umana, a volte inconsapevole, al grande fiume della Storia, che minaccia sempre, nei grandi sconvolgimenti, di travolgere i singoli.
Tutte e quattro sono figure moderne, e questo mi è piaciuto molto, perchè  tutte sfidano, a modo loro, le convenzioni sociali per inseguire l'amore, per tenere fede ai propri ideali e restare fedeli a se stesse, o per perseguire i propri obiettivi.
Aver saputo far convivere quattro personalità così diverse, aver saputo donare un'anima  ad ognuno di questi personaggi, per intrecciare delle storie che, nonostante siano di vita quotidiana, riescono ad avvincere il lettore, è uno dei punti di forza del romanzo.
Di una straordinaria intensità sono infatti le storie delle quattro protagoniste, che toccano temi non facili, quali il desiderio di maternità e quello di non diventare madre; il matrimonio, il rapporto tra genitori e figli, la passione politica, la necessità di decidere, in determinati momenti storici, da che parte stare.
La trama è un crescendo di profondità fino ad arrivare ai capitoli finali, dolorosi e toccanti.

L'idea vincente del romanzo è però, secondo me, quella di seguire la vita di quattro giovani donne per raccontare sia una storia che la Storia.
L'autrice riesce benissimo a dipingere l'affresco di un'era che si annunciava ricca di aspettative e di speranze, ed invece porterà con sè due guerre mondiali e molte sofferenze e atrocità. Allo stesso tempo, però, Korn riesce a non cadere nel didascalico; il pericolo del sermone moralistico o della lezioncina di storia è sempre dietro l'angolo in questo genere di libri. Ma con uno stile asciutto e delicato, l'autrice sa perfettamente che sta scrivendo un romanzo, e che il suo scopo principale è raccontarci la storia delle protagoniste.
Come detto, ho apprezzato l'ambientazione storica, specialmente laddove riesce a far comprendere, attraverso gli occhi e la vita quotidiana di Henny, Käthe, Lina e Ida, l'ascesa del nazismo e come, subdolamente, un movimento così violento e razzista riuscì ad imporsi al paese gradualmente, con molta pazienza, mostrando un volto, per così dire, quasi rassicurante di fronte ai molteplici problemi del primo dopoguerra.

Secondo me, questo momento storico che stiamo vivendo ha bisogno di libri come questo.

Voto: 8

venerdì 23 novembre 2018

Demelza. Saga di Poldark #2...

... di Winston Graham.


Rieccoci anche questo mese all'appuntamento con Questa volta leggo, la rubrica creata dalle blogger dei blog La libridinosa, Le mie ossessioni librose e Lettrice sulle nuvole.
Ogni blogger partecipante si impegna a leggere un libro che soddisfi il tema del mese, cheper questo mese di novembre è leggere un romanzo storico.
Per centrare in pieno il tema, ho deciso di puntare su un romanzo che ha, come vedremo, una solidissima ambientazione storica alle spalle, e così ho scelto Demelza, di Winston Graham.

La scheda del libro sul sito della Sonzogno

Cornovaglia, 1788-1790. Dopo aver scandalizzato l'alta società inglese sposando la figlia di un minatore, Ross Poldark vive una vita tranquilla e felice accanto alla sua Demelza, che è in attesa del loro primo figlio.
Ma nubi minacciose si addensano all'orizzonte. Una crisi economica senza precedenti rischia di travolgere la sua miniera di rame e tutto quello che ha costruito. All'interno della sua famiglia, poi, vecchi rancori tornano a galla rischiando di compromettere la felicità di Ross e Demelza. Ma la giovane donna è abituata a lottare, e lo farà anche questa volta a fianco del marito.

La saga di Ross Poldark è una serie di romanzi con una trama solida e un'ambientazione storica altrettanto solida e perfettamente fusa con la narrazione. Nessuna noiosa lenzioncina sull'economia o la società settecentesca; il contesto storico è parte integrante della trama. I personaggi lo vivono e ce lo fanno vivere con naturelazza, come è giusto che sia in un buon romanzo di ambientazione storica.
Demelza è secondo volume della saga e non fa eccezione. Dedicato, come è facilmente intuibile, alla figura della giovane moglie di Ross, questo romanzo ci narra la trasformazione di Demelza, da povera e maltrattata figlia di un minatore ubriacone, che Ross ha salvato da una vita di privazioni e violenze, per poi innamorarsene, a signora dell'alta società.
Il matrimonio suscita parecchio scandalo, e ne suscita ancora di più la selvaggia bellezza di Demelza, la quale non è abituata alle convenzioni un po' ipocrite della società dell'epoca.
Emerge da questo romanzo il ritratto di una donna energica e instancabile, che persegue gli obiettivi che ritiene giusti anche a costo di infrangere le regole non scritte del contesto sociale in cui si trova inserita.

Fa da sfondo alle vicende della coppia la Cornovaglia della fine del XVIII secolo. Dalla Francia iniziano a spirare i primi venti di ribellione, mentre la piccola nobilità terriera  perde sempre più prestigio, potere e ricchezza. In particolare, una importante fetta della storia ruota intorno al tentativo di salvare la miniera di rame dei Poldark, messa in seria difficoltà dalla crisi del mercato e dai prezzi bassissimi che le avide compagnie minerarie riescono a spuntare. La lotta di Ross per non soccombere è molto interessante, soprattutto perchè Ross non combatte per salvare semplicemente la sua ricchezza, o il suo status; lui lotta anche per i minatori che da quell'attività traggono il sostentamento, e lotta anche per un mercato più equo, per una distribuzione della richezza meno squilibrata. Ross Poldark non esidera incaranre certo la figuara dell'eroe senza macchia e senza paura, ma finisce con l'essere un punto di riferimento per tutti, grazie al suo innato senso di giustizia, che mi ha reso questo personaggio molto caro.
Anche Demelza, che conosce bene le misere condizioni dei lavoratori, lotta a modo suo per un mondo più giusto, ma laddove però Ross è più lucido e razionale, Demelza è impulsiva e passionale, e questo imprimerà alla trama una svolta dolorosa.
Ma il romanzo non tratta solo di questo; le relazioni tra i vari membri della famiglie, i rancori del passato mai dimenticati, le gelosie e le passioni sono protagoniste tanto quanto i venti di crisi che agitano la piccola nobilità. 

Per questo Demelza è un romanzo appassionante e coinvolgente, che si legge tutto d'un fiato nonostante il ritmo non proprio serrato.

Voto: 7 e 1/2

E per concludere, ecco il calendario di novembre della rubrica Questa volta leggo.




sabato 30 giugno 2018

L' amante del doge...

di Carla Maria Russo.
 La scheda del libro sul sito della casa editrice Piemme

Venezia, 1755. Caterina Dolfin, giovane nobildonna veneziana, è stata educata dal padre ad amare la cultura, le arti, la letteratura e la filosofia. Diversa dalle altre donne del suo tempo, alla morte del genitorie si ritrova in gravi ristrettezze economiche, e la madre, che non la comprende, la costringe a sposare un uomo di piccola nobiltà che non sa apprezzarne lo spirito e la cultura.
In una notte carnevalesca, Caterina si traveste ed esce di nasconsto e conosce Andrea Tron, influentissimo ambasciatore al servizio della Repubblica. Da quel momento la sua vita non sarà più la stessa.

Questa è la storia, leggermente romanzata, di due figure storiche realmente esistite, Caterina Dolfin e Andrea Tron. I due protagonisti si muovono sullo sfondo delle vicende politiche degli ultimi anni di splendore delle Serenissima Repubblica di Venezia. In particolare, Andrea Tron ne è un elemento di spicco, mentre Caterina, pur essendo di nobili origini, non ha grandi mezzi ed è costratta a vivere ai margini dell'alta società. La ragazza però non si piega ad accettare un destino fatto di rinunce più che materiali, morali e spirituali; contrariamente alle donne dell'epoca, ha avuto una buona istruzione, ama la letteratura e la cultura e non si rassegna a vivere in un mondo chiuso dove tutto questo le è precluso. La sua scelta per rompere le sbarre della sua prigione avrà conseguenze dirompenti, ma lei procederà per la sua strada sicura di sè. Questa cosa mi è piaciuta molto.

Di questo romanzo infatti ho apprezzato principalmente proprio la figura della protagonista femminile, Caterina Dolfin. Una donna di un certo carattere, che fa scelte non convenzionali e ne paga le conseguenze senza battere ciglio. Meno intrigante il protagonista maschile, che, in fin dei conti, ha dalla sua tutto: bello, ricco, nobile e stimato da tutti a venezia. Per la serie: ti piace vincere facile? 
Battute a parte, è sicuramente un personaggio che non ha la forza e il carisma di Caterina, secondo me, perchè non ha i suoi tormenti e non deve prendere le difficili decisioni che deve prendere lei. In ogni caso si tratta di un buon contrappunto per una personalità forte come quella di Caterina.

Quello che non mi ha soddisfatta appieno nel romanzo è stata proprio la trama.
Se questo fosse stato un saggio storico, probabilmente l'avrei trovato più interessante.  Mi spiego meglio.
Tutte le vicende narrate nel romanzo ci vengono appunto raccontate a posteriori, dopo che sono accadute e non le viviamo mai in prima persona. Dopo aver assisitito al primo incontro tra  due protagonisti, tutto quello che succede dopo lo sentiamo raccontare da questo o quel personaggio, oppure lo apprendiamo seguendo i ricordi di Caterina o di qualcun'altro. La sensazione che ne ho avuto io, e che mi ha guastato il piacere della lettura, è stata quella di essermi costantemente persa qualcosa, come se fossi arrivata a metà di un film e qualcuno me lo stesse raccontando.
Anche i continui salti temporali, riempiti appunto dal racconto degli avvenimenti passati, non aiutano la trama ad avere ritmo e organicità. Insomma, io a tratti mi sono annoiata.
Se un autore mi deve raccontare una storia io voglio viverla, non voglio sentirla di seconda mano dalla bocca di un personaggio, a maggior ragione quando gli eventi salienti di un romanzo non sono tantissimi e non particolarmente sconvolgenti.
Non sono una fanatica dello show, don't tell [1], ma secondo me qui siè decisamente esagerato in senso opposto.
Secondo me è un peccato, anche perchè, come detto, i due protagonisti, specialmente Caterina, sono più che apprezzabili; e soprattutto l' ambientazione della Venezia settecentesca è curatissima. Si vede che c' è un grande lavoro di ricerca storica alle spalle di questo romanzo. L'autrice sembra davvero sapere tutto dell'epoca e sa usarlo con naturalezza durante la narrazione. A volte però questi dettagli prendono il sopravvento sulla trama, e la situazione politico-sociale della Serenissima viene raccontata dilungandosi eccessivamente; ma la cosa non mi avrebbe disturbato più di tanto se, come detto, avessi potuto leggere una trama esposta diversamente.

Voto: 5 e 1/2 (e non di meno per l'enorme ed accurato lavoro di ricerca che c'è alle spalle del romanzo)

[1]Definizione di Show, don't tell

sabato 17 marzo 2018

Affinità...

... di Sarah Waters

La scheda del libro sul sito della casa editrice Ponte delle Grazie

Londra, 1874. Margaret Prior ha da poco perso il padre, uno studioso che aveva creduto molto in lei e nella sua istruzione. La sua salute ne risente mentre fatica a riprendersi dal dolore. Un amico di famiglia le suggerisce di dedicarsi a un'opera caritatevole: visitare le detenute della prigione di Millbank, recando loro conforto e la positiva influenza di una signorina perbene. Nell'oppressiva struttura carceraria, Margaret conosce Selina Dawes, una medium condannata per una seduta spiritica "finita male". La personalità di Selina intriga e affascina Margaret, mentre intorno a loro sembrano accadere cose inquietanti e misteriose.

Margaret è una donna proveniente da una famiglia alto borghese. È quella che si definisce una signorina perbene. Purtroppo per lei, però, ha 29 anni, ed è considerata ormai vecchia per il matrimonio, e quindi guardata con malcelata pietà da parenti e amici. Come se non bastasse, suo padre aveva voluto che studiasse, e che le facesse da assistente. Questo, agli occhi di sua madre, l'ha resa pretenziosa, incapace di accetare il suo ruolo e quindi inutile. Non sarà mai nè madre nè moglie rispettata, e neanche una compagnia adatta per la vecchiaia della genitrice, perchè troppo indocile e sognatrice.
Dal canto suo, nonostante l'intelligenza e la sensibilità, Margaret non riesce a ribellarsi ai limiti imposti dalle convenzioni sociali, e accettarle suo malgrado l'ha resa infelice e taciturna.
Da questa opprimente gabbia sociale Margaret crede di poter evadere - ironia della sorte - con l'aiuto di Selina, detenuta che sostiene di parlare con gli spiriti, e che fa credere a Maragret che la conquista della libertà sia possibile.

Da un lato, ho apprezzato la cura minuziosa dell'ambientazione vittoriana. L'oppressione delle convenzioni sociali nei confronti delle giovani donne è palpabile e rende il libro claustrofobico; l'animo tormentato di Margaret, sospeso tra la ribellione e il conformismo, è descritto in maniera perfetta.
Ho anche apprezzato l'atmosfera gotica e inquietante che pervade il romanzo, esaltata dallo stile dell'autrice che richiama le opere classiche del periodo vittoriano (il romanzo infatti è scritto sotto forma di diario, sia di Margaret che di Selina).
Anche il sistema carcerario è descritto con maestria, e viene resa benissimo l'atmosfera cupa e soffocante delle prigioni, luoghi di tortura dove alla rieducazione si preferiva il rigore ottuso e mortificante: le detenute, qualunque fosse il reato commesso, anche quello più lieve, non potevano parlare; svolgevano lavori umili e spesso privi di senso, nel silenzio della loro cella spoglia, in cui passavano 23 ore al giorno; erano lasciate al freddo, senza abiti adeguati e senza mezzi per riscaldarsi; il vitto era scarso e scadente; avevano diritto a sole quattro visite all' anno; erano ammesse solo letture della Bibbia e simili.

D' altro canto però, Affinità, che è un volume abbastanza corposo (oltre 400 pagine nella versione a stampa), ha un ritmo lento, lento, troppo lento. Per oltre 350 pagine mi sono disperata, perchè non succedeva niente, niente, ma proprio niente.
L' ho già detto che non succedeva niente? Ecco.

La trama è scarsamente punteggiata di eventi. Il legame tra Margaret e Selina sorge molto lentamente (ho già detto che il romanzo è lento?), si sviluppa altrettanto lentamente e spesso sembra smarrirsi fra mille altri banali eventi della vita quotidiana di Margaret.

Ad un certo punto però, quando mancavano circa una quarantina di pagine alla fine, c' è stato un plot twist: è finalmente accaduto qualcosa e io mi sono trovata a girare le pagine febbrilmente per scoprire la verità. Ho letto dunque un bel finale, che, sebbene non si possa definire adrenalinico, ha lasciato il segno e mi ha piacevolmente colpito.
Il quesito inevitabile a questo punto è: è sufficiente un breve ma buon finale a riscattare 350 pagine e più di noia e di lentezza?
Inizialmente mi sono detta che il plot twist era stato così ben costruito che il libro nella sua interezza meritava di essere rivalutato. Ma poi, riflettendo ancora sulla questione, una vocina nella mia testa (sì, ho una vocina nella testa, anzi, più d'una ad essere sinceri, con cui parlo di libri, di solito) ha detto: e ci mancherebbe pure che il finale non fosse stato ben costruito! Dopo centinaia di pagine di nulla, passate ad affastellare uno sull'altro dettagli, minuzie e banalità quotidiane, il minimo che dovevo aspettarmi era che il finale giungesse ben preparato e adeguatamente inserito nel contesto. Quindi la risposta al quesito è no, questo finale è il minimo sindacale e non basta da solo a risollevare le sorti del romanzo.

Capisco la necessità di ricostruire con precisone l' ambiente sociale di Margaret e capisco altresì la necessità di ricostruire quello di Selina, che si muove tra il mondo dello spiritismo e quello della cialtroneria, ma oltre 350 pagine dedicate esclusivamente a costruire atmosfera e ambientazione sono troppe. Anche la vena mistery del romanzo emerge esclusivamente alla fine, senza che al lettore sia data la possibilità di immaginare e di intuire la soluzione del mistero, perchè esso si smarrisce in un mare di descrizioni lunghe, minuziose e per lo più inutili che rendono difficile cogliere il disegno di insieme di quello che si sta leggendo.

Ecco, credo che l' eccessivo perfezionismo nello scrivere questo romanzo dal sapore classico abbia finito per far smarrire all'autrice la visione d'insieme della sua storia, rovinando una romanzo che, con qualche corposo taglio ben assestato, poteva essere veramente splendido.

Voto:5

lunedì 27 novembre 2017

La sposa normanna...

... di Carla Maria Russo.




La scheda del libro sul sito della Piemme Edizioni

Costanza d'Altavilla, principessa normanna, vive serenamente in convento da quindici anni quando viene costretta a lasciare la vita monastica e sposare il figlio dell' imperatore Federico di Svevia, Enrico. Il matrimonio si rivela subito un calvario: Enrico è un uomo rozzo e violento, che gode nell'umiliare la bellissima e raffinatissima moglie. Determinato a distruggere tutto ciò che Costanza ama, Enrico cala in Italia per rivendicare la corona del regno normanno nel Sud Italia, devastando il paese lungo il cammino.

Quando ho iniziato a leggere questo romanzo, sono rimasta un po' perplessa. Stentavo a riconoscere tra le pagine la scrittrice che mi aveva fatto ridere e piangere con il meraviglioso Lola nascerà a diciott'anni. La scrittura mi sembrava algida e distante, e credevo che il libro non mi avrebbe mai presa, per così dire.
Poi, dopo i primi capitoli, mi sono ritrovata immersa nella lettura e dimentica del tempo e delle pagine che scorrevano. Ho divorato (e scusate il termine abusato, ma è andata proprio così) il libro in un'unica serata. E con questa recensione sono qui a chiedermi cosa sia accaduto, e quale misterioso incantesimo la scrittrice abbia gettato su di me.

Probabilmente, le perplessità iniziali sono dovute al fatto che la Russo utilizza uno stile trasparente. L'autrice c'è, e lo si vede nella cura dei dettagli, ma resta rispettosamente in disparte, lasciando che siano gli eventi storici a parlare per lei. Questo crea, in principio, un senso di distacco, ma dopo qualche capitolo, gli eventi cominciano davvero a parlare. E prendono la scena, e sono vividi davanti ai nostri occhi, e scorrono senza intralci o rallentamenti inutili.
Ecco, secondo me l'incantesimo della scrittrice mi ha permesso di entrare nel Medioevo dalla porta principale.

La vita di Costanza d' Altavilla è un susseguirsi di eventi che non sfigurerebbero in un romanzo d' appendice. Violenza, un amore impossibile, guerre, intrighi, prigionia, crudeltà, perdita delle persone amate sono gli eventi con cui la principessa normanna dovrà confrontarsi negli anni del suo infelice matrimonio.
Il cardine attorno a cui ruota però l'intero romanzo è il desiderio di maternità di Costanza. Un desiderio a lungo frustrato dalle circostanze, ma che si rivela al lettore come puro e delicatissimo, perché nulla ha a che vedere con la ragion di stato. Costanza desiderava un figlio per colmare la sua vita d'amore, non certo per salvaguardare la propria precaria posizione presso la corte germanica, che le era ostile. Credo che la bellezza di questo personaggio stia in questo: Costanza non si fa travolgere dal gioco sporco che si consuma sopra la sua testa, gioco a cui ha dovuto sacrificare tutta la sua vita, per volontà altrui. Rimane fedele a se stessa e a ciò che ama, ovvero suo figlio e il regno del sud Italia.

Una menzione speciale merita Enrico di Svevia, che nella sua meschina crudeltà è allo stesso tempo un personaggio che ruba la scena del romanzo e per il quale non si può che provare pena e disprezzo.

Molto belli e avvincenti gli ultimi capitoli, che narrano dell'infanzia del figlio di Costanza,  Federico (futuro Federico II di Svevia), nei vicoli di una Palermo vivace e multiculturale.

Insomma, questo è un romanzo storico incredibilmente ben scritto, accurato, che sa suscitare sentimenti nel lettore e possiede il giusto mix di storia e immaginazione per affascinare il lettore.

Voto: 7 e 1/2.

domenica 12 novembre 2017

Louisiana...

... di Maurice Denuziere.

Louisiana, 1830. Adrien de Damerville, ricco proprietario terriero di origine francese, ed il suo attendente Clarence Dandrige attendono l'arrivo a Bagatelle, la piantagione dove vivono, di Virginie Trégan, giovane orfana e figlioccia di Adrien. Virginie ha completato la sua educazione a Parigi, e si appresta a rientrare in Louisiana dopo una lunga assenza.
Al suo rientro non è più la bambina che aveva lasciato gli Stati Uniti: adesso è una giovane donna bellissima e spregiudicata. E con le idee molto chiare.
Ben presto diventerà insostituibile a Bagattelle, conquistando il cuore di tutti gli uomini che le capitano a tiro, mentre gli anni passano e la storia degli Stati Uniti scorre sullo sfondo.
 
Ho trovato questo libro su una bancarella dell'usato, e l'ho acquistato con grande entusiasmo. Sono una fanatica del periodo della Guerra Civile Americana, specialmente quella vista con gli occhi dei Sudisti. Insomma, non per niente Via con vento è il mio romanzo preferito (anche se sono ovviamente perfettamente cosciente del fatto che l'economia del Sud degli Stati Uniti si basava sullo sfruttamento intollerabile e indegno di altri esseri umani, ammantato di ipocrisia e giustificazioni risibili; eppure c'è qualcosa che mi affascina di questa epoca storica; forse si tratta del mito costruito presumibilmente dopo la caduta del Sud; mi affascinano un po' tutte le cause perse, e mi interessano anche moltissimo le conseguenze e le implicazioni della guerra civile, portata avanti - a parole - per abolire la schiavitù, mentre in realtà a nessuno importava davvero della sorte degli ex schiavi.)
 
Il fatto che nonostante io sia un'appassionata non avessi mai sentito nominare romanzo e autore - che pure ha vinto il premio Bancarella nel 1980 proprio con questo volume - avrebbe dovuto farmi sorgere qualche domanda. E anche il fatto che online si trovano pochissime recensioni (si contano sulla punta delle dita), nessuna sinossi e il volume sia reperibile esclusivamente usato avrebbe dovuto farmi sorgere qualche dubbio.
Dubbi comunque perfettamente fugati da un'attenta e approfondita lettura del romanzo in questione.
Per farla breve: Louisiana è un mattone. E non esiste un modo gentile per dirlo. È un romanzo lungo, lento, pedante, prolisso e noioso.
 
L'autore dovrebbe narrarci la storia di Virginie, piccola intrigante arrivista, sfacciata arrampicatrice sociale dall'intelligenza vivace e calcolatrice. La sua storia però, di per sé assai banale, si perde tra mille descrizioni di fatti storici meno noti che nessuna attinenza hanno con la trama; si perde tra infinite descrizioni sull'abbondanza o meno del raccolto di cotone; tra divagazioni sul prezzo di questa o quella materia prima; e tra mille altri dettagli profani che niente aggiungono alla comprensione della trama o dei personaggi.
 
Ho letto su Wikipedia che il romanzo è nato da un'inchiesta giornalistica condotta dall'autore sui francesi stabilitisi nel Sud degli Stati Uniti. Bene, sembra che l'autore si sia limitato a inserire brani della vita di Virginie e degli abitanti di Bagatelle tra un capitolo e l'altro della sua inchiesta.
 
I personaggi restano sempre molto distanti dal lettore. Niente ci racconta davvero cosa pensano, cosa sognano e cosa li spinge ad agire |(o a non agire). Li vediamo muoversi ma restano per noi degli sconosciuti, dalle motivazioni oscure, per cui non proviamo alcuna empatia. L'unico che sfugge, almeno parzialmente, a questo triste destino, è Clarence Dandridge, l'amministratore della piantagione, il quale viene descritto come un uomo la cui vita si svolge principalmente nella sua testa. Perciò l'autore si premura di farci sapere cosa pensa e come ragiona. Peccato però che si tratti di uno degli uomini più noiosi della storia della letteratura mondiale. Ok, ha un tragico segreto sepolto nel suo passato, segreto che però viene nominato un paio di volte in tutto il romanzo, e che ci viene svelato nelle ultimissime pagine, senza che ci sia mai stata data l'opportunità di incuriosirci o di provare empatia grazie ad esso.
 
Onestamente, l'unica cosa che ho trovato tollerabile nelle quasi 500 pagine del romanzo, sono state alcune considerazioni sulla condizione degli schiavi nella Louisiana. Denuziere, in questo senso, offre alcuni spunti di riflessione interessanti.
Ad esempio l'autore fa dire ad un suo personaggio (un inglese in visita a Bagattelle), riferendosi agli yankees:
 
"Bisogna vedere con quanto disprezzo trattano i negri liberi. La libertà, ai loro occhi, è una ricompensa sufficiente per quei poveri diavoli che dormono nel fango delle strade e si guadagnano il pane facendo lavori giudicati indegni dei bianchi". 
 
Quando Virginie ricambia la visita e si reca in Inghilterra, verso la metà del romanzo, c'è una interessante riflessione che confronta il destino e le miserevoli condizioni degli operai inglesi con quelli degli schiavi delle piantagioni. L' uomo infatti le dice:
 
"La libertà di questi uomini e di queste donne (gli operai, n.d. Lisse) è la speranza. I vostri schiavi non hanno nessuna probabilità di uscire dalla loro condizione. [...] I nostri operai possono elevarsi [...]"
"Ma quelli che tendono la mano agli angoli delle strade sperando il pane dalla carità pubblica, quelle donne cenciose, quei marinai monchi d'un braccio o d'una gamba, quei vecchi addossati ai muri delle case, che speranze possono avere?"
"Quelli sono i rifiuti, i rottami della nostra società. Il più delle volte hanno quello che si meritano, non possiamo occuparci di loro."
 
La riflessione finale, dopo il viaggio alla scoperta del progresso e delle ricchezze inglesi, è che l' Inghilterra, esempio di liberismo, trattava i suoi operai peggio degli schiavi del cotone.
Indubbiamente interessante, ma non basta.
Non basta perché le riflessioni, per quanti stimolanti, sono esclusivamente per gli occhi del lettore e non incidono mai sulla trama o sui personaggi, modificandone i sentimenti o le azioni. I personaggi continuano dritti per la loro strada, e sembra che nulla possa toccarli nel profondo.
Probabilmente perché una profondità non ce l' hanno.
 
Da dimenticare.
Voto: 4

lunedì 23 ottobre 2017

I Medici. Decadenza di una famiglia...

... di Matteo Strukul.


Grazie alla disponibilità di Federica della casa editrice Newton Compton recensisco in anteprima, in collaborazione con altre blogger, il quarto volume della saga della famiglia de' Medici, opera dello scrittore veneto Matteo Strukul.
 
La Parigi del diciassettesimo secolo è l’essenza del vizio e della violenza. Maria de’ Medici, da poco sposa di Enrico IV di Borbone, si trova ben presto a fare i conti con le mire rapaci di Henriette d’Entragues. Con un documento scritto, Enrico stesso ha promesso alla propria favorita di prenderla in moglie, e ora quel foglio è l’arma con la quale ricattarlo. Ma non è l’unica minaccia: un’altra arriva da un gruppo di nobili che cospirano per rovesciare il trono. Avvertendo che le sorti proprie e del re sono sempre più critiche, Maria decide allora di affidarsi a Mathieu Laforge, spia e sicario abilissimo, capace di sventare più di una congiura. Ma la regina non sa ancora che il suo destino sarà segnato dalla lotta costante contro coloro che vogliono la fine del suo regno. Quando Enrico IV di Borbone muore, vittima dell’ennesimo complotto, all’orizzonte si profila, inarrestabile, l’ascesa di un astro di prima grandezza della politica francese: il cardinale di Richelieu. Sarà proprio lui, dopo la morte del re, ad acquisire un potere sempre maggiore, tradendo colei che più di chiunque altro ne aveva favorito la fortuna: Maria de’ Medici. (trama tratta dal sito della C. E.)
 
In questo quarto romanzo l'autore ci narra le vicende di Maria de' Medici, moglie di Enrico IV, primo Borbone a salire sul trono di Francia, comprendo un periodo che va dal 1597 al 1640.
L'ambientazione è intrigante e particolarmente adatta ad un romanzo. La corte di Francia all'epoca era dominata da personalità forti in  costante contrasto fra loro. Intrighi, bugie, segreti, e tradimenti erano all'ordine del giorno.
In questo ambiente deve inserirsi la giovane Maria, che sposa un uomo parecchio più vecchio di lei, e che non è particolarmente amata dalla nobiltà francese e per la quale resterà , come era già accaduto per la sua lontana cugina Caterina de' Medici, sempre un corpo estraneo.
 
Maria è una donna forte e consapevole delle proprie qualità e della propria abilità, che non esiterà ad usare la sua influenza sul re per indirizzare la politica interna ed esterna della Francia. Bella e intelligente, ma forse troppo impetuosa, causerà la sua stessa rovina.
Co-protagonista di questa storia lunga quasi mezzo secolo è un giovane vescovo di nome Armand-Jean du Plessis, meglio noto come Richelieu.
Richelieu regala un fremito al lettore ogni volta che entra in scena, per la sottigliezza dei suoi maneggi e naturalmente per l'indubbio fascino che questo personaggio possiede. Per inciso, viene narrata di sfuggita, e da un punto di vista totalmente diverso, la famosa relazione di Anna d'Austria, moglie di Luigi XIII (figlio di Maria) e il Duca di Buckingham, storia attorno alla quale ruota I tre Moschettieri di Dumas.
 
Le vicende narrate si susseguono veloci, gli intrighi e le congiure si dipanano una dopo l'altra. Gli amanti della Storia e del romanzo storico non potranno che gioire leggendo questo libro. Infatti l'autore ha dalla sua una solida ed accurata ricerca storiografica. Di ciò è prova, tra le altre cose, la naturalezza con cui Strukul fa muovere sulla scena anche i personaggi secondari come Condè, Concino Concini e Leonora Galigai, protetti della Regina.

Nonostante la precisione della ricostruzione storica e la cura dei dettagli, il romanzo risulta molto scorrevole e piacevole da leggere. Insomma, l'accuratezza non diventa un ostacolo alla leggibilità del romanzo.
 
Quello che davvero non mi ha convinto di questo libro, però, è stata la scelta di una narrazione a quadri, già utilizzata nei precedenti volumi della saga. In pratica lo scrittore raggruppa i capitoli per finestre temporali, e tra un gruppo di capitoli e l'altro possono passare anche diversi anni.  
Nelle note finali, l'autore ribadisce che si tratta di una scelta meditata e consapevole, e a suo parere, anche obbligata a  causa dell'ampiezza dell'arco temporale da trattare in ogni romanzo.
Prendo atto di ciò, ma continuo a pensare che una narrazione che presenta continui salti temporali allontana il lettore dai personaggi e lo coinvolge meno nella trama. Sebbene io abbia notato una maggiore coesione fra i vari gruppi di capitoli, rispetto a quanto accadeva nel terzo volume della serie, I medici. Una regina al potere, non si può non notare come a volte i collegamenti fra un lasso temporale e l'altro siano labili, o addirittura assenti. Ad esempio, ed evitando spoiler sulla trama, capita di lasciare un determinato personaggio imprigionato dalle guardie del Cardinale Richelieu, e di ritrovarlo, dopo qualche pagina e qualche anno, da tutta altra parte, senza che ci sia dato sapere come il personaggio si sia tratto d'impaccio. L'impressione è proprio quella di guardare un affresco, sicuramente pregevole, accurato, ricco di particolari, ma appunto un affresco e come tale immobile, e non una storia in divenire che cattura il lettore con il fluire della sua trama.
 
Perciò il mio voto è ampiamente sufficiente ma non completamente positivo.
 
Voto: 6 e 1/2
 
Questa è la mia opinione. Cosa avranno pensato e scritto le altre blogger partecipanti a questo review party? Per scoprirlo, correte su:
 
 
 
 
 

domenica 15 ottobre 2017

Ross Poldark...

... di Winston Graham.

La scheda del libro sul sito della Sonzogno

Cornovaglia, 1783. Ross Poldark, figlio di un nobile locale, torna a casa dopo aver combattuto durante la Guerra d'Indipendenza Americana. L'esperienza lo ha cambiato: ama ancora la sua terra ma capisce che non è più la stessa terra che ha lasciato. Le mienere di rame sono impoverite, suo padre è morto, la casa di famiglia è in rovina e la donna che ama ha sposato un altro.
A Ross, tenace per natura, non resta che rimboccarsi le maniche e cercare di risollevare le fortune della famiglia, aiutato dalla cugina Verity e da Demelza, una ragazzina scaltra che lui ha salvato da un padre ubriacone e violento.
 
Ross Poldark è un bel drammone storico, ricco di vicende e di personaggi romantici.
Ross, il protagonista, è uno che parla poco e agisce molto, a volte senza pensare. Ma circa a pagina 50 ha già conquistato il cuore di ogni lettrice. Innanzitutto, tornato a casa logoro e disilluso da una guerra che l'Inghilterra ha peso, non chiede altro che trovare conforto nella braccia della donna che ama, ma la trova accasata senza tanti scrupoli con un altro, con suo cugino per di più. La compostezza con cui reagisce ad un dolore che egli stesso crede di non poter superare ne fanno subito un beniamino agli occhi dei lettori.
Senza essere stucchevole o pesantemente moralista, Ross è uno che sa dove sta la giustizia, e sa preferire, d'istinto, la cosa giusta a quella sbagliata. In una società dominata dall'ipocrisia, questo gli creerà più di qualche problema.
Intorno a lui si muove la società della Cornovaglia, composta di piccoli nobili e ricchi borghesi e poverissimi minatori.
In particolare, la crisi del mercato del rame fa da filo conduttore a tutta la vicenda. Da un lato, infatti, c'è la lotta di Ross per ridare lustro alle proprietà della famiglia; dall'altro c'è la dignitosa lotta dei minatori e delle loro famiglie per riuscire letteralmente a non morire di fame.
L'elemento di disturbo, per così dire, nel fluire della trama è rappresentato da Demelza. Ross la strappa al suo destino di fame, percosse e miseria, attirandosi così la disapprovazione non solo dei suoi pari ma anche dei minatori, che non vedono di buon occhio l'idea che un signorotto abbia portato fuori dal suo ambiente la ragazzina.
 
Insomma, come potete intuire da questi cenni, gli ingredienti per farne un bel romanzo ci sono tutti, e mescolati ad arte.
La trama si dipana lenta ma costante, senza eccessi ma senza punti morti, dando tempo al lettore di familiarizzare con l'ambientazione e i numerosi personaggi.
Ross Poldark è un affresco ben riuscito, un romanzo storico di ampio respiro (non per niente la saga conta 14 romanzi), una di quelle storie che diventano familiari, in cui ci si sente a casa non appena si comincia a leggere.
Difficile non trovare piacevole la lettura e non venirne rapiti. Avrei gradito qualche grande evento tragico a dare uno scossone alla trama, ma è solo una questione di gusti.
 
Libro consigliato.
Voto: 7 e 1/2
 

martedì 12 settembre 2017

L'avventuriera. 67 Clarges Street # 5...

... di M. C. Beaton.

La scheda del libro sul sito della Astoria Edizioni

Londra, epoca Regency. La casa signorile situata al numero 67 di Clarges Street ha una pessima fama. C'è chi dice che porti sfortuna, altri che sia infestata dal fantasma del nono conte di Pelham, suicidatosi proprio in quella casa. Fatto sta che molte cose spiacevoli sono successe lì, e ora la casa è vuota e viene affittata solo durante la Stagione, quel periodo che va dalla primavera all'estate, in cui le giovani dell'alta società sbarcano a Londra in cerca di un marito. La servitù della casa - Rainbird il maggiordomo, Mrs. Middleton la governante, Angus il cuoco, Joseph il valletto, Alice la cameriera, Jenny la domestica, Lizzie e Dave gli sguatteri - non se la passa bene. L'amministratore paga stipendi da fame e addebita al proprietario spese più alte, intascando la differenza. Ma, dopo tante vicissitudini, i domestici sono quasi una famiglia, e hanno risparmiato per comprare un pub tutto loro. L'arrivo di una signora bella ma sconosciuta, e all'apparenza molto avara, fa temere alla servitù che per quella stagione ci saranno poche ricevimenti e feste, e di conseguenza poche mance. Perciò tentano di spaventarla per mandarla via, ma ad un certo punto Rainbird viene a conoscenza di un particolare che farà ricredere tutti loro sulla nuova inquilina. Come accaduto in precedenza, Rainbird e compagni la prenderanno sotto la loro ala protettrice per assicurarle il lieto fine che merita.
 
Siamo arrivati alla quinta e dunque alla penultima delle avventure ambientate nella casa di Clarges Street. La servitù è ad un passo dal coronare il proprio sogno di mettersi in proprio, e liberarsi dal giogo che il malvagio e avido amministratore Palmer ha imposto su di loro. Serve un'ultima stagione per accumulare mance e aumentare il gruzzolo dei risparmi.
Giunti così vicini alla libertà, i domestici cominciano a farsi spregiudicati, le loro avventure guadagnano spazio e le loro azioni si fanno sempre più incisive e determinanti ai fini della trama.
La storia della bella sconosciuta, Emily Goodenough, ricca ma senza amici importanti, e con una parlata talvolta grossolana e volgare, e quelle dei domestici si intrecciano strettamente e non danno luogo a due distinte trame, ma costituiscono un'unica narrazione, divertente e ironica come sempre.
L'autrice gioca con gli equivoci, i segreti (perché Emily ne ha uno, di segreto, molto grosso e pericoloso per la sua vita sociale), gli inganni e gli intrighi. La mescolanza di questi elementi le riesce particolarmente bene.
Il romanzo è scorrevole, piacevole da leggere e divertente.
Una menzione speciale merita anche questa volta il personaggio di Lizzie. Da sguattera analfabeta e trascurata, si trasforma in una signorina compita, elegante e soprattutto intelligente. Quello che mi ha colpito di lei, e che trovo molto significativo, è che con i suoi ragionamenti riesca a mettere in dubbio verità che vengono date per scontate come fossero dogmi. Non è una cosa semplice da fare, specie se queste affermazioni provengono da persone amate e stimate. Eppure in Lizzie c'è un insopprimibile bisogno di capire, di migliorare e di attivarsi per farlo, senza accettare passivamente quello che accade.
Se c'è una morale in questa serie libri, credo sia questa.
E nonostante si tratti di libri leggeri (ma non superficiali), io credo che il messaggio in fondo ci sia, perché la Beaton non manca di criticare la cosiddetta buona società, scegliendo come protagonisti personaggi che per qualche ragione ne stanno ai margini, ma che alla fine si rivelano molto più veri e meritevoli di chi è nato tra privilegi e opportunità.
In questo senso Lizzie è emblematica, e resta la mia preferita.

È altresì particolarmente evidente che siamo ormai quasi giunti alla conclusione della serie. La stagione non termina in questo libro, ma prosegue nel prossimo e ultimo volume della serie, dal promettente titolo La vendetta di Rainbird.

Voto 7 e 1/2

giovedì 24 agosto 2017

La ragazza con l'orecchino di perla...

... di Tracy Chevalier.

La scheda del libro sul sito della Neri Pozza

Olanda, XVII secolo. Griet è un'adolescente quando, per aiutare la famiglia, in gravi difficoltà economiche da quando suo padre è diventato cieco in un incidente sul lavoro, va a servizio nella casa del grande pittore Johannes Vermeer. L'uomo da subito nota che Griet, nonostante la sua giovane età e la sua scarsa cultura, ha un'intelligenza e un senso estetico fuori dal comune.  Inizia così un rapporto a distanza fra l'uomo e la ragazza, una passione nascosta e tenuta a freno dalle convenzioni,  in cui si intrecciano l'amore per la pittura e i sentimenti più reconditi dei protagonisti.

La ragazza con l'orecchino di perla ci narra cosa c'è dietro il famoso quadro di Vermeer La ragazza col turbante. Su uno sfondo storico abbastanza accurato, si dipana la storia di Griet, giovane cameriera inesperta in una grande casa, e quella del suo tenebroso padrone, pittore all'apice della carriera, ombroso, misterioso e sfuggente.
Il romanzo è narrato in prima persona da Griet, la quale racconta le vicende di cui è protagonista con lo stesso tono entusiasmente che uso io quando leggo per telefono la lista della spesa a mio marito.
Il tono è infatti piatto e privo di colore; perfino alcuni eventi tragici come la peste che colpisce la città, con la famiglia di Griet isolata nella zona posta in quarantena, vengono snocciolati senza pathos alcuno.

La storia è incentrata sui rapporti tra i personaggi, ma sono proprio questi a non funzionare affatto. Griet non ha alcun tipo di preparazione culturale, eppure riesce meglio di chiunque altro a destreggiarsi nell'aiutare il suo padrone con colori e sfumature, arrivando persino a dargli consigli su come modificare la luce in un dipinto, o cosa spostare per far funzionare un quadro. Un talento naturale e improvviso, insomma. Se a ciò aggiungiamo che praticamente ogni uomo che Griet incontra le cade ai piedi; e che la moglie di Vermeer è da subito (da quando la vede in casa sua prima che lei vada a servizio) gelosa di lei; e che la figlia maggiore dei Vermeer è immotivatamente crudele con lei, ci rendiamo conto che Griet è uno di quegli odiosi personaggi che sanno fare tutto senza sforzo, e che vengono osteggiati senza un vero perchè da personaggi invidiosi di loro, personaggi che hanno lo spessore di un foglio A4 e la cui unica funzione nel romanzo è far brillare la virtù e la bontà della nostra eroina. Insomma, Griet è una Mary Sue [1] fatta e finita, insomma.

L'asse portante del romanzo, ovvero lo sviluppo della passione tra la servetta e il famoso pittore, è semplicemente inconsistente. Nasce perchè sì e si nutre... ecco, esattamente, di cosa si nutre per crescere? Non saprei individuare nel romanzo le ragioni che fanno crescere questa passione.
L'episodio cardine della storia, cioè quando Griet indossa il famoso orecchino per posare per Vermeer, suscita un tale putiferio, scandalo e sommovimento di passioni in casa Vermeer, ma io non sono riuscita  a spiegarmi perchè. Cioè, non era la prima volta che il pittore dipingeva servette o popolane, e non era la prima volta che queste indossavano abiti o accessori presi dall'armadio della padrona di casa, ma Griet suscita scandalo. Perchè? Boh. Perchè sì.

Il romanzo resta molto fiacco. Ottimo e intrigante nelle intenzioni e nello spunto, oscuro e inconcludente nel suo sviluppo, nonostante lo sfondo storico interessante.
Voto: 5 

[1] Se non sapete cosa sia una Mary Sue, cliccate qui

martedì 15 agosto 2017

I Medici. Una regina al potere...

di Matteo Strukul.

La scheda del libro sul sito della Newton & Compton

 Francia, 1536. Francesco di Valois, delfino di Francia, viene assassinato e Caterina de' Medici, moglie di suo fratello minore Enrico, viene sospettata di aver tramato per ucciderlo. Del resto, nonostante si sia dedicata anima e corpo alla corte di Francia, è sempre rimasta un'estranea, un'italiana, una mercantessa di basso lignaggio. Fortunatemente, il re apprezza le sue qualità e la sua intelligenza, e crede alla sua innocenza.
Inizia così la storia di Caterina alla corte dei re di Francia, nel disperato tentativo di dare un erede al futuro sovrano e di sopravvivere a pericolosi intrighi. Tutto con un solo obiettivo: consolidare il potere dei Valois, alla cui causa Caterina ha consacrato la sua vita.

So bene che questo volume è il terzo della trilogia dedicata alla famiglia de' Medici, ma avevo bisogno di lggerlo per continuare il mio percorso in una divertente challenge librosa (The Goose Reading Challenge sul blog di Rosaria Niente di Personale) e così mi sono buttata.
I tre volumi che compongono la trilogia trattano di periodi storici differenti perciò le storie possono essere lette autonomamente.
Contrariamente ai due volumi precedenti ambientati nella Firenze del 1400, qui ci troviamo in Francia, alla corte di Francesco I di Valois. Caterina vi giunge come moglie del figlio cadetto Enrico. La situazione però cambia repentinamente quando l'erede al trono e fratello maggiore di Enrico viene assassinato. Dopo essersi liberata (piuttosto velocemente, a dire il vero ) del sospetto di essere in qualche modo la mandante dell'omicidio, Caterina diventa una figura di spicco nella corte, molto più di suo marito, diviso tra le stima per lei e il dovere coniugale da un lato, e l'amore imperituro per Diana, la sua favorita e amante di sempre. La rivalità fra le due donne lascerà un segno nella storia di Francia (almeno secondo questo romanzo). 
Caterina è una donna molto intelligente, non bellissima ma piena di qualità, legata però al marito da un amore non totalmente corrisposto. Nonostante il dolore mai sopito per questa circostanza, Caterina terrà in mano le redini della vita politica francese con acume, intelligenza e a tratti anche con comportamenti privi di scrupoli.

Sinceramente mi rendo conto che l'opera di Strukul andrebbe giudicata nel suo complesso, ma devo ammettere che quello che ho letto non mi ha lasciata pienamente soddisfatta.
In verità, mi sono annoiata, e anche parecchio.
La struttura del romanzo è composta da finestre temporali; in pratica l'autore saltella allegramente, ogni tot capitoli, da un anno all'altro, lasciando buchi di diversi anni tra i gruppi di capitoli. Questo, secondo me, ha spezzato il ritmo del romanzo e ne ha irrimediabilmente inquinato la narrazione.
Se, ad esempio, sul finire di un capitolo, un intrigo di corte potenzialmente pericoloso risveglia la nostra attenzione, girando pagina ci accorgiamo che sono passati 4, 5, 10 anni da quel momento, e tutto si è risolto nel migliore dei modi (e noi non lo abbiamo potuto leggere tra le pagine del romanzo).
Emblematico è il caso dei capitoli 21 e 22, ambientati nel 1544; siamo nel bel mezzo della guerra fra la Francia e Carlo V d'Asurgo. Lasciamo Enrico, delfino di Francia e marito di Caterina, in pericolo in mezzo a soldati imperiali, proprio nel momento in cui, a palazzo, finalmente sua moglie ha dato alla luce il suo primogenito. Enrico e la sua fedele guardia del corpo devono fuggire per salvarsi la vita; hanno la meglio su un gruppo di nemici e si gettano nel folto del bosco. Perfetto, giriamo pagine e... siamo nel 1547.
La cosa mi ha dato parecchio fastidio, ed è la ragione che mi ha impedito di appassionarmi alle vicende dei personaggi.

Forse proprio a causa dei continui salti temporali, i personaggi stessi non risultano molto approfonditi, e seguirne l'evoluzione è difficile. Onestamente anche la Caterina di cui ho letto nel finale mi sembra in contrasto con quella che  - a fatica - mi ero raffigurata durante il corso del romanzo. Avevo imparato a conoscere una donna dall'intelligenza sottile, acuta, bravissima a valutare le conseguenze di ogni spostamento sulla scacchiera del potere; sul finire del romanzo mi ritrovo invece una donna che non va per il sottile, che risolve i problemi ordinando assassini e massacri senza porsi troppi problemi. Certo, l'evoluzione del personaggio è possibile; ma io ho avuto l'impressione di essermi persa la parte in cui lei cambiava. Ho avuto l'impressione che l'autore non mi avesse detto tutto.

Quindi, no, questo non è un romanzo che mi ha colpito, o che mi sentirei di consigliare. Devo dire che dalla sua ha una certa scorrevolezza e facilità di lettura, che lo rendono tutt'altro che pesante.

Voto: 6

lunedì 3 luglio 2017

Venti di tempesta...

...di Charlotte Link.


La scheda del libro sul sito della casa editrice Corbaccio

Estate 1914. La giovane e capricciosa Felicia Degnelly trascorre l'estate a Lulinn, la tenuta dei nonni nella Prussia Orientale. Bellissima e volitiva, Felicia è innamorata dell'unico uomo che non è caduto ai suoi piedi: Maksim Marakov, giovane idealista con simpatie socialiste. Lo scoppio della guerra cambierà per sempre la sua vita. Felicia si sposerà giovanissima, e conoscerà gli orrori della guerra in prima persona; cercherà di mantenere a galla se stessa e la sua famiglia mentre il mondo crolla intorno a lei, senza mai smettere di inseguire l'unico amore della sua vita.
 
Venti di tempesta è il primo volume di una trilogia che racconta l'epopea della famiglia Domberg-Degnelly attraverso il '900 e i noti sconvolgimenti storici che hanno segnato questo secolo. Il romanzo copre un periodo che va dal 1914 al 1930. Sono anni talmente densi di avvenimenti (la Grande Guerra, la Rivoluzione Russa, la Repubblica di Weimar, l'ascesa del nazismo, la Grande Depressione) che praticamente un romanzo ambientato in quest'epoca si scrive da solo.
Nessuno poteva uscire indenne dagli eventi epocali di quel periodo. E ovviamente questo vale per Felicia, la quale, sebbene giovanissima, viene suo malgrado travolta da quel fiume in piena che è la Storia, e si ritroverà, per varie circostanze per lo più tragiche, ad essere l'unico punto di riferimento di una famiglia altrimenti allo sbando.
Venti di tempesta è un grande e dettagliato affresco di quegli anni. I personaggi sono molti; Felicia è la protagonista ma intorno a lei si muovono molti comprimari, ognuno dei quali mette in luce un aspetto diverso di quegli anni.
Da questo punto di vista il romanzo ha molto da offrire al lettore, anche grazie allo stile e alle scelte dell'autrice, che dipana la trama rapidamente senza indugiare troppo in determinate situazioni, ma risolvendole velocemente. A dire il vero, se da un lato questo conferisce ritmo al romanzo, dall'altro, in alcune circostanze, mi ha irritata vedere Felicia nei guai fino al collo, per poi ritrovarla, dopo poche pagine, perfettamente al sicuro perché nel frattempo era capitato qualcosa, che non viene mostrato al lettore, che l'ha tratta d'impaccio. Anche il finale risente di questo difetto; quando tutto sembra perduto, arriva qualcuno dal passato di Felicia a tirarla fuori da guai. Troppo facile, secondo me.
Nonostante questo, il romanzo mi è piaciuto perché possiede una sua forza narrativa.
 
Se però questa recensione vi richiama alla mente qualcosa di familiare, sappiate che non siete gli unici ad avere questa impressione. Venti di tempesta ricorda Via col vento anche a me. Tantissimo.
Alcune scene sembrano riprese pari pari da quel romanzo - c'è una scena in cui Felicia, la cui tenuta è vicina al confine russo, si trova da sola in casa con un malato. Un drappello di soldati russi fa irruzione e lei li affronta sulle scale della grande villa. Se avete letto Via col vento, o visto il film, sapete a cosa mi riferisco. La stessa Felicia ricorda Rossella O' Hara e il suo amore impossibile per Ashley (qui "interpretato" da Maksim Marakov, giovane idealista che lei, pragmatica fino all'eccesso, non comprende, e per questo desidera).
In ogni caso questo leggero senso di deja-vu non mi ha disturbato eccessivamente, anche perché credo che per quel che riguarda questo tipo di scene si tratti più di un omaggio al capolavoro della Mitchell piuttosto che di un tentativo di plagio.
Altre situazioni, invece, specie quelle riguardanti la vita sentimentale di Felicia ricalcano in maniera più profonda quelle presenti in Via col vento e risultano un tantino più moleste.
 Eviterò di menzionare dettagli riguardo queste situazioni per non fare spoiler sulla trama, ma se conoscete Via col Vento, e ricordate Rossella e Franco Kennedy beh... preparatevi ad incontrarli di nuovo.
A me la cosa non ha infastidito più di tanto, forse al causa del mio fanatismo verso Via col vento, ma presumo che altri lettori potrebbero trovarlo irritante.
 
Dove credo invece che Venti di tempesta sia manchevole è nella raffigurazione dei personaggi, che sembrano attingere più alla tradizione letteraria di genere che a una vera e propria costruzione autonoma. Ne risente, di conseguenza, anche la loro evoluzione psicologica. Insomma, per farla breve, ho letto una bella storia, ma i personaggi non mi hanno né affascinata, né emozionata. Felicia è una superficiale egoista, che vuole non solo sopravvivere ma anche non dover rinunciare mai a nulla, non importa quante persone dovrà calpestare e quante vite dovrà distruggere (comprese le sue stesse figlie). Non evolve, non acquista profondità emotiva, e quando arriva un evento tragico che potrebbe davvero  segnarla e farla riflettere su cosa stia combinando, ecco accorrere in suo soccorso l'amorevole nonna che le dice "tranquilla, cara, non è colpa tua. Auto-assolviti pure!", cosa che lei ovviamente e prontamente fa. Non posso rivelare l'evento ma credetemi se vi dico che invece sì, era colpa sua. Totalmente ed esclusivamente colpa sua. Un'occasione persa per la crescita del personaggio.
L'unico che mostra un embrione di evoluzione è Maksim Marakov, a cui comunque non è concesso tantissimo spazio. Gli altri personaggi, per quanto potenzialmente interessanti perché, come detto, rappresentano ognuno un punto di vista diverso sugli avvenimenti storici, restano poco sviluppati e piuttosto bidimensionali.

Insomma, una bella storia, ambiziosa e dettagliata nella sua ambientazione, ma con personaggi che potevano essere sviluppati decisamente meglio.
Difficile dare un voto a questo romanzo. Direi un 7 se siete amanti di questo genere di storie (come me); meno (ma sempre sopra la sufficienza) se non siete degli appassionati.
 

lunedì 10 aprile 2017

Il segreto di Riverview College...

... di Susanne Goga.

 
Matilda Gray è una giovane insegnante in un collegio femminile a Londra, il Riverview College.
Dopo le vacanze estive apprende che una delle sue migliori allieve, Laura Ancroft, ha abbandonato gli studi ed è partita all'improvviso con il suo tutore per un lungo viaggio in Europa. Matilda sente che qualcosa non va; la ragazza è partita all'improvviso, senza salutare nessuno, neanche la sua più cara amica, e per mesi non da notizie di sé, fino a quando Matilda riceve una cartolina che cela una disperata richiesta di aiuto.
 
Il segreto di Riverview College è un romanzo ambientato a Londra nel 1900.
L'ambientazione londinese, accurata e ben descritta, sfugge ai pericoli del già, visto, già sentito, grazie alla particolarità di essere focalizzata sulla Londra sotterranea, o meglio, sulle diverse stratificazioni tipiche di una città antica come Londra.

Degni di nota poi sono anche alcune dei temi trattati: l'educazione femminile; l'emancipazione delle donne; la guerra in Sud Africa vista anche dall'occhio dei civili africani coinvolti; l'omosessualità (è l'epoca della morte di Oscar Wilde). 
 
La protagonista è una donna forte e anticonformista che si scontra con la chiusura mentale della sua epoca.
Certo, l'era vittoriana sta per giungere al termine, e si notano i primi fermenti di un cambiamento che ci sarà davvero solo dopo la Prima Guerra Mondiale, ma le pressioni sociali sono ancora forti, e il ruolo delle donne nel mondo è ancora fortemente limitato. Ciò nonostante, Matilda resta delusa e colpita dall'abbandono degli studi di un'allieva promettente, ma sembra essere l'unica a preoccuparsene. La direttrice della scuola ritiene anzi che questo interesse nei confronti di una singola allieva non sia decoroso per un'insegnante, e che l'interruzione degli studi, e i pettegolezzi che parlano di un imminente matrimonio siano del tutto normali.
 
Inizialmente Matilda non ha la forza di opporsi apertamente  alle convenzioni e alle regole vigenti; questo non la rende però un personaggio meno interessante o stimolante. A volte capita di leggere romanzi a sfondo storico in cui l'eroina fa un po' quello che le pare, infrangendo le regole imposte dalla società, travalicando limiti imposti dalla consuetudine, senza che questo abbia davvero delle conseguenze negative sulla sua vita, o perlomeno dei riflessi sulla storia. Matilda invece è consapevole dei limiti che la sua condizione di donna le impone. Non li approva, ma, almeno inizialmente, cerca di muoversi all'interno di essi. Man mano che il romanzo progredisce Matilda diventa sempre più audace e insofferente, e questa evoluzione del personaggio incide positivamente sul romanzo, secondo me.
Matilda, infatti, grazie a un messaggio nascosto fattole pervenire da Laura, si troverà impegnata in una ricerca che mira a collegare i fatti avvenuti nel 1665, all'epoca della peste nera a Londra, con quello che sta accadendo alla ragazza.
L'indagine è intrigante e interessante, e non si rivelerà semplice, per le ragioni spiegate prima.
 
Tutto sommato Il Segreto di Riverview College è un lavoro onesto, e un romanzo di buona qualità. Ma a parer mio gli manca qualcosa per diventare la lettura che ti toglie il sonno.
Il ritmo è abbastanza blando, e anche se ho apprezzato il fatto che l'autrice non abbia cercato il colpo di scena a tutti i costi, il mistero, per quanto interessante, è abbastanza intuibile molte pagine prima dell'epilogo. Magari qualche espediente per aggiungere un po' di pepe alla narrazione non avrebbe fatto male. Alcuni temi potevano essere approfonditi, come ad esempio la figura del vecchio antiquario misterioso che inizialmente aiuta Matilda; quando la donna si rivolge ad un affascinante professore universitario per ulteriori approfondimenti, l'uomo tronca bruscamente ogni rapporto con Matilda perché non vuole avere niente a che fare con quel professore. Ecco, questa parte della trama rimane un po' incompiuta: mi chiedo che senso abbia avuto spendere pagine per descrivere il vecchio antiquario, caratterizzarlo come un tipo a metà strada fra Ebenezer Scrooge e Carlo Corrado Coriandoli (il libraio de La Storia Infinita), quando poi improvvisamente l'uomo esce di scena perché non sopporta il professore. Perché? Cosa c'è dietro? Non lo sapremo mai.

Infine, nota negativa per quanto riguarda il titolo italiano (che novità!): il segreto attorno a cui ruota il romanzo non riguarda affatto il College in cui Matilda insegna; il titolo originale tedesco suona come Das Haus in der Nebelgasse  (La casa nella strada fra la nebbia, più o meno). 

Voto: 6 e 1/2