Autore: Lucy Foley
Traduttore: Alessandra Petrelli
Editore:Mondadori
Genere: giallo
Data di uscita: 22 settembre 2026
Pagine: 324
Tra le vette delle Alpi svizzere, sorge il lussuoso Grand Alpine Hotel. Ci si arriva solo tramite una singola, tortuosa linea ferroviaria, ma offre viste mozzafiato e un accesso esclusivo alle piste innevate. Come ogni anno, la sua clientela è composta da ospiti variegati che arrivano da tutto il mondo: c'è un'attrice famosa; un politico in ascesa con la giovane moglie della buona società e l'amico scapestrato; un astuto medico. Ma non tutti sono qui per una vacanza invernale. Dietro le coppe di champagne e le morbide pellicce si celano infatti oscuri segreti, e antichi rancori cominciano a riaffiorare come crepe nel ghiaccio. Nel frattempo, ai margini della scena, qualcuno osserva, senza farsi notare. Una donna gentile, riservata, ma dotata di una mente eccezionale: Miss Marple. Quando viene ritrovato un cadavere all'interno della cabinovia e una bufera isola l'albergo escludendo qualunque possibilità di fuga, solo lei può riunire gli indizi prima che l'assassino torni a colpire. Perché la questione non è capire chi abbia un movente, ma chi sarà la prossima vittima...

Sono una grande fan di Agatha Christie e questo spiega perchè mi sono
dedicata a quello sport estremo che è "leggere uno dei propri personaggi
preferiti riscritto da un altro autore". Del resto, non sono nuova a
imprese del genere. Ho letto entrambi i sequel di Via col vento (per chi non lo sapesse, il mio libro preferito di sempre) e non ne voglio parlare (in realtà ne ho parlato, eccome, qui e qui ). Non ho resistito neanche ai nuovi romanzi di Poirot scritti da Sophie Hannah (e di questi davvero preferisco non parlarne). Nel caso di questo libro però, ho letto e apprezzato diversi libri di Lucy Foley, e mi sentivo speranzosa.
Miss Marple e la sua vecchia amica Dolly Bantry (ve la ricordate? È la stessa di C'è un cadavere in biblioteca e Assassinio allo specchio) partono per la Svizzera insieme a Diana, l'assistente di Dolly, e come spesso accade, avreanno una vacanza tutt'altro che rilassante.
Ho adorato come Foley strizzi l'occhio ai fan di Christie tirando in ballo con naturalezza alcuni dei grandi classici con protagonista Miss Marple: il già citato C'è un cadavere in biblioteca, La morte nel Villaggio, Il Belthram Hotel e anche i Caraibi.
Doverosi omaggi a parte, Lucy Foley ha scelto di usare la propria voce nel dare vita nuovamente a Miss Marple. Ho letto una marea di opinioni, la maggior parte poco argomentatate, che suonavano più o meno come: non è Agatha Christie. E chi lo avrebbe mai potuto sospettare, eh.
A parte l'ovvia constatazione che no, nessuno può essere Agatha Christie, io non mi sento di farne una colpa all'autrice per aver scelto il suo modo di narrarare, tutt'altro. Scimiottare Christie senza sentimento e senza anima può farlo anche la AI, da una scrittrice mi aspetto di leggere la sua versione di Miss Marple.
Se poi questa versione funziona o meno, è un'altra storia. Muoversi con una certa libertà va bene, ma secondo me ci sono dei confini che non andrebbero oltrepassati.
Fin dalle prime pagine ho capito in alcuni punti la sottile linea rossa era stata varcata.
In primo luogo, Foley sceglie di usare la prima persona e il presente. Ultimamente mi sono imbattuta in tantissimi libri mistery o thriller che usano questa combinazione e mi chiedo se sia una caso o un nuovo trend della narrativa di genere. A me comunque questa soluzione fa storcere il naso. Problema mio, sicuramente. Capisco che questa scelta stilistica aumenti l'immedesimazione e l'inquietudine, ma in un giallo classico quale dovrebbe essere una storia di Miss Marple lo trovo stonato. So che Christie stessa lo ha usato in diversi suoi romanzi (il più famoso dei quali resta L'assassinio di Roger Ackroyd, ed è famoso per una ragione molto particolare, e chi lo ha letto sa), ma nel suo caso si tratta quasi sempre di un unico narratore che racconta a posteriori la vicenda, e si tratta quasi sempre di un unico narratore tutto sommato affidabile, perchè racconta ciò che ha già vissuto, come fa ad esempio Hastings, voce narrante di Poirot a Styles Court. Ma io continuo a preferire che un narratore in terza persona mi racconti con dovizia
di particolari qualcosa che è già accaduto, usando il caro vecchio
passato remoto.
In Assassinio al Grand Alpine Hotel i narratori sono molteplici e ci raccontano ciò che accade davanti ai loro occhi mentre accade. Sono pertanto narratori inaffidabili e la caccia all'indizio viene in questo modo falsata. Metà del piacere che deriva dai gialli di Agatha Christie è cercare di scoprire il colpevole prima della rivelazione finale, ma perchè ciò accada bisognerebbe che lettore e investigatore letterario giocassero ad armi pari. Lo so che questo non è un romanzo di Agatha Christie, ma mi sarei aspettata che, nel riprendere in mano un personaggio iconico come Miss Marple, Foley avrebbe rispettato almeno questa regola d'oro del giallo classico. Spoiler: e invece no.
Facciamo un esmpio: nello spiegone finale, Miss Marple ci svela una delle cose che l'ha messa sulle tracce dell'assassino. Si tratta di una conversazione riferitale da Diana. Da quanto riportatole e che, sottolineamolo, lei non ha ascoltato in prima persona, Miss Marple intuisce che la conversazione non fosse veritiera ma una apposita messa in scena, di cui neanche Diana si era resa conto. Come ha fatto? Boh. Ma non è questo che mi preme sottolineare, o almeno non solo. Rileggendo la suddetta conversazione dopo la soluzione finale, mi sono resa conto che non c'era alcuna possibilità per il lettore di intuire che il dialogo incriminato non fosse genuino, anzi.
In un paio di occasioni, inoltre, ci accorgiamo che a noi non sono stati forniti un paio di dettagli, piccoli, insignificanti, ma alla fine utili a sistemare i pezzi del puzzle.
E questi sono, a parer mio, confini da non varcare se stai scrivendo un libro che in copertina riporta, oltre al tuo nome, anche quello di Agatha Christie.
Poi c'è la caratterizzazione del personaggio principale: lei, Miss Marple. Il suo POV non trova spazio nel romanzo. La nostra cara vecchina viene raccontata esclusivamente attraverso gli occhi degli altri personaggi. Io ho visto una Miss Marple molto ingessata, quasi sussiegosa, come qualcuno che si accorge di essere ripreso da una telecamera e cerca di dare una certa immagine di sè. Verso la fine del romanzo, Miss Marple arriva a dire di sè che in quanto tardo vittoriana ha certe idee e preconcetti. Mi è sembrata una delle frasi meno azzeccate di tutto il libro. È una definizione curiosa da dare di se stessi, definirsi attraverso un'epoca storica come se si stesse analizzando un reperto, un romanzo, un oggetto insomma, e non una persona. Quella frase in bocca a Miss Marple sembra provenire, fredda e critica, dall'esterno e non dall'interno del personaggio. Ecco, ho avuto l'impressione che l'autrice non sia mai davvero entrata nella testa del personaggio.
L'ambientazione (hotel di montagna, bufera in arrivo, isolamento) sembra essere cara a Foley e benchè non sia particolarmente originale, trovo che funzioni.
La trama del giallo in sè non è male, ma ha il difetto di partire molto lentamente. L'omicidio che dà il titolo al libro accade solo verso la metà del romanzo (anche se ci era stato anticipato nel prologo, facendo poi iniziare il romanzo due giorni prima rispetto al prologo). La rivelazione finale non è affatto da buttare, anche se a un certo punto ho avuto l'impressione che sarei potuta arrivare all'assassino per semplice esclusione.
In conclusione: se siete fan di Agatha Christie, passate oltre.
Se siete fan di Lucy Foley o comunque apprezzate i suoi romanzi, date una chance a questo.



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