venerdì 6 maggio 2022

La logica della lampara. Le indagini di Vanina Guarrasi #2...

 ... di Cristina Cassar Scalia.

"La pesca con la lampara ha una sua logica precisa. Si accende la luce, non si fa rumore, si sta fermi il piú possibile e nel frattempo si armano le reti. Prima o poi anche i pesci meglio nascosti vengono a galla. A quel punto non possono scapparti piú. Vanina pensò che era l'immagine perfetta per descrivere quel caso."
 
La vicequestora Vanina Guarrasi, in questa sua seconda avventura, si trova ad indagare sulla sparizione di una giovane e bella avvocatessa. Avvertita da due telefonate anonime, Vanina riceve l'aiuto insperato di due testimoni oculari, che hanno visto buttare una grossa valigia da una scogliera la sera della scomparsa. Ben presto, troverà indizi che la porteranno con certezza ad associare la sparizione e la valigia. Ma chi ha ucciso la giovane? E perchè? Per dare una risposta a questi interrogativi, Vanina dovrà indagare tra i personaggi più influenti di Catania, dove non è tutto oro quello che luccica, nessuno è sincero e dietro una apparente verità se ne nasconde sempre un'altra.

Cominciamo col dire che La logica della lampara è un gran bel giallo. Ha una trama solida, ben costruita, misteriosa il giusto, con un finale "a cascata" che per ben tre volte, dopo aver dato risposta ad un domanda, ce ne pone subito un'altra. 
Nella prima metà, però, la trama soffre un po' per un'eccessiva lentezza dello sviluppo, secondo me. L'indagine stenta a decollare, o meglio, è impantanata in mezzo a tutti i lacci e laccioli tipici della burocrazia fatta di autorizzazioni, tempi morti, risultanze scientifiche che non arrivano e così via. Tutto molto realistico, ovviamente, ma avrei gradito un pelino di sintesi in più sul tema.
Nella seconda metà del romanzo, il ritmo si fa più rapido e mano man che le tessere del puzzle diventano più chiare, si riesce ad apprezzare in pieno la perfetta costruzione del caso e della sua risoluzione. Le suddette tessere, comunque, andranno a posto soltanto nelle ultimissime pagine con un finale molto articolato, come detto, ma credibile, verosimile e per nulla macchinoso.
Insomma, il romanzo mi è piaciuto, e anche tanto.

Quello che dopo due romanzi ancora non mi convince è la protagonista, Vanina Guarrasi. Per carità, brava è brava. È una tosta, sa badare a se stessa, sa fare il suo lavoro. Eppure non mi fa sangue, non mi fa simpatia e non riesco a capire perchè tutti la trovino simpatica, irresistibile o entrambe le cose. È chiusa, scontrosa, asociale e pure un filino arrogante, ma pare sempre circondata da persone desiderose della sua compagnia.
Ho anche l'impressione che la sua squadra esista semplicemente in quanto prolungamento dei suoi pensieri e della sua volontà, senza che nessuno degli altri poliziotti riesca a spiccare con una sua personalità netta e ben delineata. Insomma, come se esistessero solo per eseguire gli ordini di Vanina e per non lasciarla sola in ufficio.
 
Un'altra cosa che mi infastidisce è la descrizione dell'ambientazione. Credo che l'autrice indulga un po' troppo su certi aspetti tipici della sicilianità, in particolare su quelli legati al cibo, che invece di dare colore all'ambientazione, creano una sensazione di dejavù. Il cibo come rito, l'abbondanza dei pasti, la descrizioni dei piatti tipici sono già stati usati prima e meglio (mi perdoni l'autrice, ma il paragone è con il grande Camilleri, che considero ad un livello non raggiungibile), e a parer mio qui non aggiungono niente di nuovo o di speciale all'ambientazione.
In certi momenti - ma questo può essere un mio problema - vedevo dietro alcune scene l'ombra di Camilleri, di Salvo Montalbano e di certe sue manie.
Forse è inevitabile, leggendo un poliziesco ambientato in Sicilia, con protagonista un commissario (o vicequestore, per essere precisi) doversi confrontare con un pilastro indiscusso del genere, Salvo Montalbano, e quelli che a me sembrano fastidiosi dejavù sono in realtà un omaggio al personaggio creato da Andrea Camilleri.
 
In conclusione, La logica della lampara è un giallo solido, con la trama che, nonostante alcune sottotrame riguardanti le vicende personali della protagonista e della sua squadra, è il punto focale del romanzo  ed è solida, interessante e ben scritta.
 Voto: 7

giovedì 5 maggio 2022

La chiave dei ricordi...

 ...di Kathryn Hughes.

Sarah ha 38 anni ed è appena passata attraverso un divorzio sofferto e la morte della madre. Mentre si prende cura del padre, decide di scrivere un libro su Ambergate, il manicomio della sua cittadina, ora dismesso, dove suo padre ha lavorato in gioventù. Nonostante incontri la velata ostilità del genitore, Sarah comincia ad esplorare l'edificio abbandonato dell'ospedale psichiatrico, finchè un giorno non si imbatte in un deposito dimenticato che custodisce vecchie valige appartenute ai pazienti. Una in particolare attira l'attenzione della donna, perchè sembra custodire una storia drammatica che attende da decenni di essere raccontata.

Ispirandosi alle vicende di un vero presidio per la salute mentale, Kathryn Hughes narra una storia al tempo stesso affascinante e dolorosa, quella delle vite dei pazienti degli ospedali psichiatrici negli anni 50 e 60.
E lo fa con una delicatezza ed empatia che trascinano il lettore al centro della narrazione.
Il romanzo è strutturato su due piani temporali, uno ambientato nel 2006 ed un altro 50 anni prima.
Protagoniste di quest'ultima ambientazione sono l'infermiera Ellen Crosby, all'inizio del suo lavoro, e la giovane paziente Amy. La storia di Amy è la parte centrale del romanzo, e quella intorno a cui ruota tutto.
Mi è piaciuto molto come l'autrice ha saputo coniugare il dipanarsi della storia di questa paziente (a cui è legato "il segreto della valigia" che Sarah si impegna a svelare) con la descrizione dei trattamenti e della vita quotidiana dei pazienti psichiatrici dell'epoca. Non è il primo romanzo che leggo sul tema, ma ogni volta resto stupita, indignata e tremendamente triste per il modo in cui queste persone venivano trattate. Nessun rispetto per la dignità dei pazienti, nessuna speranza di cura, solo privazioni, cure invasive del tutto inutili e indifferenza (quando non vera e propria crudeltà). Il merito maggiore del romanzo è proprio quello di essere riuscito porre in evidenza questi temi fondendoli in maniera naturale con l'evolversi della trama.
La narrazione è molto scorrevole, la storia intrigante e i personaggi, sebbene tratteggiati con poche pennellate, risultano credibili e sono approfonditi il giusto. Il tema del romanzo è uno di quelli duri, amari, non facili, ma qui viene sviluppato con delicatezza e lascinado che un tenue filo di speranza ci guidi attraverso l'intera trama.
La chiave dei ricordi è il classico romanzo che hai voglia di leggere perchè vuoi assolutamente conoscere il segreto attorno a cui si sviluppa la storia. 
Quando un romanzo mi dà questa sensazione, io lo classifico automaticamente tra i buoni romanzi.
Il finale, benchè contenga la tanto agognata rivelazione (che, almeno per me, non è stata affatto scontata) ha qualche pecca.
Capisco che l'autrice, dopo l'amarezza inevitabile che suscita il tema del romanzo, abbia optato per un finale abbastanza "dolce", ma penso abbia un pochino ecceduto nella quantità di zucchero, cedendo anche a qualche semplificazione narrativa e a qualche ingenuità.
La chiave dei ricordi resta comunque una lettura molto piacevole e consigliata.

Voto: 7

lunedì 25 aprile 2022

La ragazza che cancellava i ricordi...

... di Chiara Moscardelli.

 

Olga è una tatuatrice specializzata nel coprire cicatrici e vecchi tatuaggi e nel portare alla luce la vera essenza delle persone che tatua. Ogni suo disegno è ricco di significato e svela qualcosa di chi lo porta impresso sulla pelle. Di se stessa, invece, Olga svela pochissimo. Un passato tormentato, una madre con l'Alzheimer e un padre misterioso che appare e scompare quando meno te lo aspetti sono le cose che l'hanno portata a vivere in un paesino speduto al confine con la Svizzera. Olga sta sulle sue, non vuole amici, non vuole relazioni, fino a che, suo malgrado, resterà coinvolta nella sparizione di Melinda, una escort che è stata sua cliente e che è la cosa più simile ad un'amica nella sua vita.

Con La ragazza che cancellava i ricordi, Chiara Moscardelli crea un personaggio femminile molto interessante. Olga è una donna autonoma ed indipendente fino all'eccesso. Una donna che sa cavarsela da sola in ogni situazione, e crede che questo basti per poter rinunciare alla compagnia degli altri esseri umani.

Nessun uomo è un'isola è la citazione che ricorre lungo tutto il romanzo, più che altro per essere (apparentemente) smentita. Un leit motiv, che, pagina dopo pagina acquisterà un peso sempre più significativo, fino a quando Olga sarà costretta ad accettare quella affermazione come ineluttabile verità. Olga si renderà conto, infatti, che nonostante i suo sforzi, i fili che ci legano agli altri sono importanti, curano le nostre ferite, anche quelle più profonde e sono quello che rende la vita degna di essere vissuta. Questi legami, inoltre non sono solo quelli amorosi, ma anche e sopratutto quelli che si instaurano tra amiche. Altro tema significativo all'interno del romanzo,infatti, è la solidarietà tra donne. Senza annoiare il lettore con ramanzine moralistiche Moscardelli riesce a mostrarci le potenzialità della collaborazione al femminile, magari con un ottimismo e una fiducia nell'umanità un po' ingenui, ma che hanno il sapore della speranza e dell'augurio. Nel romanzo, infatti, le donne sono raramente in conflitto tra loro, ma anzi la trama si sviluppa proprio perchè questa connessione tutta al femminile diventa come il proverbiale sassolino che scatena una valanga. Mi è piaciuto molto il fatto che l'autrice, oltre a raccontarci una storia, ci abbia lasciato qui e lì piccoli spunti di riflessione, senza che ciò interrompesse la narrazione.

Passando ad esaminare la trama, devo dire che è abbastanza articolata per tenere il lettore avvinto alle pagine. In realtà gli intrecci sono due: uno riguarda il passato di Olga, dominato da un padre misterioso e da una madre che stava dimenticando pian piano ogni cosa; il secondo riguarda una catena di sparizioni che, come detto, arriveranno a toccare Olga da vicino.

Olga, come personaggio principale, è ben delineato e coerente nella sua evoluzione. I personaggi secondari sono tratteggiati a grandi linee ma sufficientemente bene. Nessuno di loro è un "cartonato" bidimensionale che sullo sfondo. 

La scrittura dell'autrice è matura, asciutta e ben curata. Il tono della narrazione è cupo e mesto ma non mancano momenti di leggerezza legati proncipalmente al giornalista Gabriele Pasca, personaggio secondario della storia. Da segnalare anche le deliziose citazioni di serie tv che hanno lasciato il segno nel cuore di chi era adolescente negli anni 80 e 90 (una su tutte: non credo che il nome del gatto di Melinda, Remington, sia una semplice coincidenza... alzi la mano chi, tra le su menzionate ex adolescenti, non aveva una cotta per Remington Steele, interpretato da un giovane Pierce Brosnan)

Unico neo, a parer mio, il finale. La risoluzione del casoè un po' ingenua e arriva, secondo me, con qualche coincidenza fortuita di troppo, con qualche "aiutino" della sorte un po' forzato, e con diversi interventi provvidenziali di personaggi che si trovano al posto giusto al momento giusto. 

Ciò nonostante, La ragazza che cancellava i ricordi è un romanzo di qualità, ben scritto e godibile. 

Consigliato.

Voto: 7

martedì 5 aprile 2022

I delitti di Via Medina-Sidonia...

 ... di Santo Piazzese.

Sinossi:

Palermo come una Parigi coloniale. Un gattopardo attuale indaga a ritmo di blues sul duplice omicidio dell'Orto botanico.

«I sani, buoni, misteriosi delitti, che gli mancano tanto; quelli che rendono vivibili tutti i paesi civili di questo mondo. Quelli con un bel movente, quelli da scavarci dentro, come Maigret, come Marlowe, o - più realisticamente - come don Ciccio Ingravallo, per arrivare alla fine ai meccanismi elementari della psiche. Da noi, però, c'è la mafia che oscura tutto, e non concede a un detective brillante alcuna possibilità di uscire dalla routine». Ma il delitto, il duplice delitto, che insanguina Palermo, nei giorni del pieno scirocco, i giardini botanici, è di quelli sani buoni e misteriosi: senza mafia, radicato invece in una complicanza annosa di gelosie e inconfessabili colpe, in un ambiente di ozi e stranezze universitarie. Conduce l'indagine una specie di prototipo palermitano, colto e nullafacente, raffinato e sensuale, ironico e sentimentale, così simile - per chi conosce Palermo - a una versione sprovincializzata e moderna dei siciliani-dei di cui diceva il principe Fabrizio del Gattopardo (o a un miscuglio meridionale di Marlowe e Philo Vance). Ed è questo suo senso metastorico di superiorità che gli permette di condurre l'indagine con la facilità, e la felicità, di chi insegue un ritmo. Un blues palermitano. (Sinossi dal sito della casa editrice Sellerio)

I delitti di Via Mediana-Sidonia è un romanzo colto, raffinato e scritto benissimo, con un lessico vario e ricercato. Santo Piazzese è padrone delle parole, gioca con gli spunti e  le citazioni colte che semina qua e là, e si capisce benissimo che sa di cosa sta parlando, sia quando l'argomento è l'arte o la musica  o il cinema o la letteratura.

Però... però io mi sono annoiata a morte a leggere questo romanzo.

Perchè? Perchè per avere uno straccio di trama da seguire ho dovuto scavare, pagina dopo pagina, nell'assoluto autocompiacimento con cui Santo Piazzese ci snocciolava nomi di musicisti jazz and blues, marche pregiatissime di whiskey, episodi storici curiosi ma per nulla attinenti alla trama. Le citazioni colte, in questo caso, soffocano la narrazione, non la esaltano. Santo Piazzese scrive benissimo, per carità, ma ne è troppo consapevole e lascia che questo gli prenda la mano. 

Il protagonista, il biologo Lorenzo La Marca, sembra condividere questo indolente autocompiacimento con il suo autore, e spesso mi sono chiesta dove finisse il personaggio e dove cominciasse lo scrittore. Anche qui, per caità, niente di male, se fossi riuscita a percepire un senso in tutto questo sfoggio di cultura. La sensazione, costante per tutto il romanzo, è che in realtà non stessimo andando da nessuna parte,  come se in fin dei conti raccontarci una storia fino in fondo non fosse importante, o non fosse l'obiettivo principale dell'autore. 

Inoltre, a me pare che Lorenzo La Marca indaghi controvoglia, che di per sè potrebbe anche non essere una caratteristica negativa, se non fosse che questa svogliataggine del protagonista rende lo svolgimento del romanzo quasi immobile. L'indolenza del protagonista  rallenta ulteriormente il ritmo di un romanzo già lento e sonnolento di suo.

Veramente memorabile resta l'ambientazione palermitana, affascinante, originale, non tanto nella scelta del luogo quanto nel punto di vista  da cui si è scelto di raccontarla.

La cosa curiosa è che ho deciso di leggere questo romanzo dopo aver letto un racconto dello stesso autore con il medesimo protagonista, Come fu che cambiai marca di whiskey, e ne ero rimasta particolarmente colpita. Lì la medesima formula (citazioni colte + protagonista autocompiaciuto e svogliato + atmosfera noir) funzionava alla grande, e dava vita ad un breve noir di ambientazione mediterranea, godibile ed originale.

Forse l'ampio respiro del romanzo non si addice alla formula scelta dall'autore? Ai lettori l'ardua sentenza.

Voto: 5

Angeli per i Bastardi di Pizzofalcone...

 ... di Maurizio de Giovanni.

Nando Iaccarino era un meccanico dalle mani d'oro. Riparava auto d'epoca, aveva pochi e selezionati clienti e conduceva una vita solitaria e modesta.
Eppure qualcuno lo ha ucciso nella sua officina con un colpo di testa e tocca ai Bastardi di Pizzofalcone scoprire chi e perchè, anche se non ci sono indizi, non ci sono tracce, nè moventi plausibili.
Anche se ognuno dei Bastardi sta attraversando un momento difficile della propria vita, l'indagine non può aspettare e la vittima chiede giustizia.

Leggere un nuovo capitolo della serie de I Bastardi di Pizzofalcone è come tornare a casa ogni volta.
 
Per chi non li conoscesse (e dove avete vissuto finora?!?), I Bastardi di Pizzofalcone è una serie letteraria (e anche televisiva ma, dopo che mi hanno cambiato a tradimento il finale di Buio io fingo che quella non esista) che narra le vicende di un piccolo commissariato nel quartiere Pizzofalcone a Napoli. Il commissariato e i suoi agenti portano sulle spalle il peso di una vicenda criminosa che ha coinvolto agenti infedeli del commissariato prima del loro arrivo. Da qui, l'appellativo di Bastardi che non riescono a scrollarsi di dosso. Sono tutti poliziotti trasferiti al commissariato per ragioni punitive o disciplinari, una squadra improbabile che lavorando insieme riesce a dare il meglio di sè in ogni indagine. Oltre alla risoluzione del caso, grande spazio trovano le vicende umane e personali dei Bastardi, personaggi complessi, sfaccettati e in continua maturazione.

In questo romanzo gli elementi che hanno reso celebre e amata la serie ci sono tutti: c'è la squadra, un gruppo affiatato ma con precise individualità, c'è l'umanità di ciascun componente e l'empatia che ognuno di loro riesce a generare con il lettore, e c'è, naturalmente, l'indagine.
La particolarità del romanzo, stavolta, è che si tratta di una storia meno corale delle altre. Sembra che i Bastardi siano chiusi ognuno nella propria bolla, alle prese con qualcosa che possono risolvere soltanto da soli.
Interessante l'evoluzione che ognuno di loro porta avanti romanzo dopo romanzo. Questa evoluzione è particolarmente significativa qui, dove sembra essere arrivati oramai ad un punto di svolta. Potrei sbagliarmi, ma a parer mio non siamo troppo lontani dalla conclusione della serie. Molte situazioni, relazioni e dubbi sono arrivati al loro momento decisivo, ed esigono una risoluzione.

La trama propriamente gialla occupa meno spazio del solito ma è è intrigante e ben costruita. Dietro un omicidio apparentemente senza senso si nasconde una segreto doloroso, e scoprirlo è stato affascinante.
 
Ma la cosa che mi è piaciuta di più è che il fil rouge che lega le varie anime e i vari personaggi di questo romanzo è la malinconia, il rimpianto. Anche la risoluzione della trama giallaè legata al rimpianto e alla nostalgia.
Si percepisce una vena di tristezza, pagina dopo pagina, che con la sua delicata amarezza ti rimane nel cuore e ti conquista.

Voto: 7 e 1/2

domenica 6 marzo 2022

Violeta...

 ... di Isabel Allende.


Violeta nasce in una notte tempestosa, alle porte della capitale di un paese sudamericano. Nasce in una grande tenuta da una famiglia ricca e antica, ma tutto questo non impedirà alla Storia di irrompere nella sua vita, modificandone il corso. Dalla pandemia di febbre spagnola alle vicende politiche del suo paese, tra matrimoni, amanti, lutti e pericoli, Violeta attraverserà in '900 armata della sua tenacia, della sua intelligenza e nell'incrollabile legame che la tiene unita alla sua grande famiglia allargata.
 
Speravo che questo romanzo segnasse il ritorno di Allende all'antico, a quella prosa incantatrice che chiunque abbia letto La casa degli Spiriti non può dimenticare. Speravo in una epopea lunga e corposa, una saga familiare avvincente e intrigante, ma purtroppo - lo dico subito, così ci leviamo il pensiero - non è stato così.

Ho fatto una fatica infinita a finire questo romanzo. Non perchè sia di difficile lettura. Lo stile scorrevole e la prosa elegante ma fluida di Allende non sono cambiate. L'abilità di questa scrittrice di narrare storie non è mutata. Il problema in realtà sta nel fatto che non c'è stato alcun elemento nel romanzo che mi invitava alla lettura, a proseguire, a immergermi nelle pagine.

Ecco, parlaimo appunto di "immersione" nella storia. Il romanzo è narrato in prima persona da Violeta, che ne è anche la protagonista. Eppure Violeta rimane quasi trasparente agli occhi del lettore.

Io so che Violeta è testarda perchè lei me lo dice, me lo racconta, ma non me lo mostra mai. Io so che Violeta è triste, preda della passione, o sta soffrendo perchè è lei che me lo racconta, e devo crederle sulla parola. C'è sempre una barriera tra la protagonista e il lettore, che si traduce in una mancanza di empatia e perciò di coinvolgimento.

Onestamente, mi è sembrato di leggere il riassunto di un romanzo, e non un romanzo vero e proprio. Una sintesi ben scritta, per carità, ma pur sempre una sintesi, una fredda cronaca in cui la protagnista snocciola senza tanta passione i fatti che hanno riempito la sua vita.

Altra sensazione che mi ha disturbato molto è stata l'impressione che, nonostante tutto, Violeta abbia attraversato il corso della storia e le sue vicissitudini senza essere mai davvero scalfita da alcunchè, oppure senza mai essere realmente in pericolo. 

All'interno della storia succede di tutto, ma il lettore può stare ben sicuro che qualcuno o qualcosa arriverà a salvare la protagonista. Non sono neanche riuscita a liberarmi della sensazione che alcuni personaggi secondari esistono al solo scopo di proteggere Violeta, e questo perchè alcuni di loro sono scarsamente delineati e approfonditi.

Anche la stessa Violeta, secondo me, manca di approfondimento e soprattutto di evoluzione.

Insomma, per concludere, questo romanzo è stato una grossa delusione, o meglio, un'occasione sprecata, e mi sento di consigliarlo solo ai fan sfegatati di Isabel Allende.

Voto: 5

domenica 6 febbraio 2022

Mexic Gothic...

 di Silvia Moreno Garcia.

 Noemì, elegante ereditiera di Città del Messico, riceve una lettera disperata e a tratti delirante di sua cugina Catalina, che la implora di salvarla. Catalina ha spostato un nobiluomo di origini inglesi, e si è trasferita con lui in una remota regione di campagna. 

Nonostante l'apparenza frivola e svagata, Noemì è una donna forte, coraggiosa e molto sicura di sè. Decide così di partire per capire cosa sta succedendo alla cugina. Raggiungerà High Place, dimora della nuova famiglia di Catalina, e ben presto si renderà conto che qualcosa di misterioso e terribile si nasconde fra quelle mura.

 

Ultimamente sto leggendo un sacco di romanzi thriller, gotici o horror. Questo perchè ho bisogno che la mia ansia si concentri su qualcos'altro (misteri, sparizioni, soprannaturale) e non su... beh, su quello che c'è fuori.

Perchè ciò accada, ovviamente, è necessario che il romanzo sia ben costruito, misterioso senza essere incomprensibile, ed abbia la giusta dose di inquietudine che fluisce tra le pagine.

Ebbene, Mexican Gothic, da questo punto di vista fa egrergiamente il suo lavoro, e a parer mio, fa anche qualcosa in più.

Prende i temi classici del genere, tra cui la damigella in pericolo, la casa misteriosa, il fascino tentatore del male e non ultima, l'ambientazione inglese, e tenta di dar loro una ventata di originalità.

Partiamo dall'ultimo elemento citato, la classica ambientazione inglese nella classica dimora di campagna.

Moreno Garcia sceglie di ambientare il suo romanzo gotico in Messico, e la prima cosa che ci viene in mente pensando a quel paese non è certo la nebbia che sale dalla brughiera. L'autrice però "trasporta" un pezzetto di Inghilterra tra le montagne messicane, costruendo una storia affascinante riguardo la casa e dando nuova linfa all'atmosfera cupa e desolata di questo genere di romanzo. La storia che scopriamo sul passato di High Place è intrigante e allo stesso tempo svela squarci di storia messicana che non sono proprio notissimi. 

Anche la protagonista, Noemì, ha poco della classica ingenua e delicata fanciulla in lotta contro le forze del male. È scaltra, consapevole, emancipata ed anche tosta. Questo personaggio mi è piaciuto molto perchè ben delineato e dotato di quel pizzico di ironia che non guasta.

Noemì si troverà a cercare di combattere il misterioso potere che da anni sembra dominare la regione in cui si trova High Place, dove nulla accade se non approvato dalla famiglia di High Place. Allo stesso tempo dovrà cercare di non cedere allo charme del marito di Catalina, così affascinante ma allo stesso tempo pericoloso e ambiguo. Noemì ha la forza di resistere alle lusinghe, alle tentazioni e anche ai pericoli. Mostra una solidità d'animo che la rende un personaggio ben riuscito e che il lettore può amare senza riserve.

Forse gli unici ad essere meno originali della media, in questo romanzo, sono gli antagonisti, che sebbene incarnino perfettamente ( o forse proprio per questo) il Male, la Tenebra in versione inquietante ma fascinosa, sono abbastanza scontati.

A far pendere la bilancia a favore del romanzo e della sua originalità, comunque, è il finale, che ci dà una spiegazione di tutti i fatti misteriosi e sconcertanti accaduti a Noemì (e anche alla povera Catalina) a metà strada fra il soprannaturale e il terreno, cosa che io ho apprezzato molto.

Consigliato agli amanti del genere.

Voto: 7

mercoledì 19 gennaio 2022

Il sale della terra...

 ... di Jeanine Cummins. 

Lydia vive ad Acapulco con il marito Sebastiàn e il figlio Luca, e conduce un'esistenza normale e tranquilla fino al giorno in cui un commando di sicari stermina 16 membri della sua famiglia. Solo Lydia e il piccolo Luca si salvano fortuitamente. Traumatizzata, terrorizzata e sola, la donna inizia un lungo viaggio clandestino per abbandonare il Messico senza che il cartello di naroctrafficanti che la vuole morte li scopra, ben sapendo che, se è vero che la morte la insegue, è anche vero che il viaggio che la attende è pericoloso e pieno di orrori.

Il sale della terra affronta un tema che io ritengo non possa essere ignorato al giorno d'oggi. L'immigrazione, spesso forzata da violenze, fame, guerra, violazione dei diritti umani o estrema povertà, è qualcosa che non possiamo fare finta che non ci riguardi, solo perchè, tutto sommato, siamo nati nella parte privilegiata del mondo.
Perciò ero molto ben disposta verso questo romanzo.

Fin dalle prime pagine, però, ho cominciato a pensare che ci fosse qualcosa che non andava, una sorta di dissonanza. 
Questa sensazione mi ha accompagnato per tutto il romanzo, che ha avuto perlomeno il pregio di essere scorrevole e di veloce lettura.
In pratica, ci ho messo più tempo ad elebaorare e scrivere questa recensione che ha leggere il libro in questione.

Dopo molte riflessioni ho capito cosa mi ha tanto disturbato: Cummins scrive una storia tragica, tremenda e tristissima, piena di episodi agghiaccianti che dovrebbero essere un pugno nello stomaco del lettore ma lo fa con una superficialità e con un ingenuità tali da rovinare un tema significativo come questo.

Lydia e Luca si salvano perchè erano in bagno al momento della strage. I killer sterminano una famiglia intera, e per ragioni che non spoilero sanno benissimo che Lydia è lì ma non la trovano (la cercano eh, ma non la trovano, #tuttoaposto), e già così, secondo me, cominciamo male.
Le proporzioni della strage sono ragguardevoli; ho letto da persone più informate di me che una cosa del genere avrebbe fatto scalpore e sarebbe stata per settimane sui quotidiane nazionali anche in un paese funestato da numerosi omicidi dei narcos. Invece questo evento assume, tra le pagine del romanzo, una dimensione praticamente normale, come se certe cose succedessero un giorno sì e l'altro pure. (Attenzione, non sto dicendo che non accadono; sto dicendo che sono eventi gravissimi e eccezionali che scuotono l'opinione pubblica; descriverli come "normale amministrazione in Messico" significa offrire un'immagine falsata della realtà).
 
In effetti il romanzo non è esente da stereotipi e banalizzazioni. 
 
Il Messico è ridotto a un semplicistico miscuglio di narcos e corruzione, senza alcun tentativo di approfondimento. L'immigrazione invece è un fato ineluttabile, gli Stati Uniti un paradiso in terra, un sogno proibito, senza che mai, mai, mai venga mossa la più piccola critica nei confronti della politica anti immigrazione statunitense, che ha causato e continua a causare immani sofferenze.
 
Un altro esempio di quanto affermo sopra è il linguaggio usato dai personaggi. 
I personaggi sono nella stragrande maggioranza di lingua spagnola e dunque si presume che parlino tra di loro in spagnolo. Perciò non mi spiego il senso di buttare qua e là parole in spagnolo nel discorso diretto visto che si presume che il dialogo che sto leggendo si stia già svolgendo interamente in spagnolo.
Mi pare un mezzuccio per buttare tra le righe un po' di colore, qualche parolina spagnola che fa tanto esotico, olè! Un mezzuccio a cui si ricorre quando l'ambientazione non è sufficientemente approfondita.
 
E a proposito di approfondimento, i personaggi ne mancano totalmente. Lydia e Luca forse sarebbero appena appena sufficienti, in quanto ad approfondimento, ma i comprimari sono perfettamente bidimensionali e sembra siano stati messi lì perchè possano cavare Lydia e Luca d'impaccio quando serve. In particolare c'è un personaggio che compare causualmente nell'ultimo quarto del romanzo, aiuta i due protagonisti a superare un ostacolo, e convenientemente sparisce senza tanti complimenti prima della fine.

Ma il difetto peggiore del romanzo è, a parer mio, l'aver scelto di narrare una storia come questa attraverso un personaggio che non ha nulla della tipica migrante disperata. È vero, Lydia scappa da un vissuto terribile, ma è ricca, colta e ha i documenti in regola (e secondo me anche una fortuna sfacciata, perchè durante il viaggio evita sempre il peggio merntre intorno a lei succede qualunque cosa). Ha quasi sempre una scelta, una soluzione, laddove le migliaia di disperati che tentano di varcare il confine non ce l'hanno.
Per carità, non ci sarebbe nulla di male a raccontare la storia di questa donna sullo sfondo dell'esodo dei migranti centro e sud americani; il problema è che l'autrice ha dichiarato (nella postfazione) di voler dare, col suo romanzo, un volto alla massa di persone anonime che tentano la fuga verso il nord america, ma ha deciso di usare un personaggio che non rappresenta proprio nessuno, neanche se stessa, secondo me. 
Anche la caratterizzazione del villain della storia stride tantissimo col contesto e allontana ancora di più la trama dalla sua pretesa universalità.
 
Nonostante le migliori intenzioni, la storia raccontata in questo libro non riesce ad emozionare nonostante i contenuti forti; la superficialità di ambientazioni e personaggi non suscita alcuna empatia e la pretesa di narrare una storia universale resta solo un'intenzione e nulla di più.
 
Voto: 4 e 1/2
 
(Ultima notazione, e poi giuro, la smetto. In Messico e tra gli statunitensi di origine messicana e centroamericana il libro è stato oggetto di forti polemiche. Le accuse principali rivolte a Cummins sono state quella di aver scritto un libro sull'immigrazione che non turbasse troppo i bianchi che dovessero leggerlo e quella di essersi appropriata di una parte della cultura latino americana e averla ridotta a stereotipo)

martedì 4 gennaio 2022

Loro...

... di Roberto Cotroneo.

Nell'estate del 2018, Margherita prende servizio come istitutrice di due gemelle di una aristocratica famiglia romana, gli Ordelaffi. La ragazza si trasferisce nella loro splendida residenza di campagna, una casa progettata da un architetto famoso, fatta di immense vetrate e dove tutto è curato nel minimo dettaglio. Eppure c'è qualcosa di inquietante nella casa, nelle due gemelle Lucrezia e Lavinia, e perfino nel personale addetto alla villa, a cominciare dal giardiniere Gaetano.
Quando delle oscure presenze cominciano a manifestarsi, Margherita non sa più a chi deve credere, e si trova ad essere trascinata nel misterioso abisso che circonda la casa e la famiglia che la abita.
 
Margherita sembra aver trovato il lavoro dei sogni in una villa, un capolavoro d'architettura, abitata da genete ricca, colta, raffinata. Come spesso accade il sogno si rivela più simile ad un incubo, e la ragazza scrive un memoriale in cui ci racconta perchè è fuggita il più lontano possibile da quella bellissima e luminosa casa fatta di vetri.
 
Iniziando la lettura già sappiamo che qualcosa di orribile avverrà, e che la protagonista fuggirà terrorizzata. Questo espediente narrativo crea fin dall'inizio una cappa di di inquietudine e di ansia (come se a me ne servisse altra...) che rimane, secondo me, la parte più riuscita del romanzo.
 
Loro è un romanzo ben costruito, scritto con una stile scorrevole e una lingua pulita e curata nel dettaglio.
 
Anche i personaggi sono ben costruiti soprattutto nelle loro ambiguità, o meglio, nel loro sfacciato dualismo.
Il leit motiv che scorre attraverso le pagine del romanzo, infatti, è proprio il dualismo. Ogni cosa qui ha un lato luminoso ed un lato oscuro: la casa, le gemelle, perfino il giardiniere.
La casa è quanto di più moderno e confortevole si possa immaginare, eppure nasconde segreti e presenze inquietanti, e ben presto tutto quel vetro che lascia entrare la luce del sole e del giorno ci appare più una trappola che una sicurezza.
Le gemelle sono adorabili, educate, intelligenti eppure c'è in loro qualcosa di preoccupante, una sottile inquietudine, una saggezza antica e perciò non proprio naturale... e non proprio benevola. Nel loro parlare con lo sguardo e con mezze frasi che solo loro posso comprendere, con quell'accennare a cose che solo loro hanno visto e solo loro sembrano comprendere rende l'atmosfera claustrofobica. Ogni passo che la protagonista muove sembra un pericoloso balzo verso il regno dell'ignoto e ben presto Margherita non sa più di chi deve fidarsi, chi (o cosa) va combattuto e chi va salvato, o chi (o cosa) deve temere.

Eppure nonostante queste pregevolissime premesse, Loro è un romanzo che non mi ha convinta fino in fondo.  
Loro è come un arciere che ha scoccato molte frecce, ma ha sempre mancato il bersaglio nonostante l'apprezabile gesto atletico.
 
Innanzitutto, più procedevo nella lettura, più sentivo nella mia testa rimbombare gli echi di quel classico del romanzo gotico che è Giro di vite, di Henry James. Molte, troppe similitudini: l'isitutrice sola contro tutti di fronte all'ignoto che bussa alla porta, due bambini legatissimi tanto da escludere il mondo esterno, ma soprattutto quell'atmosfera di sospensione, immersi nella quale non sappiamo più cosa è vero e cosa invece è follia... almeno fino al finale, fino al famoso " giro di vite".
Ho avuto quasi l'impressione che si trattasse di un reboot moderno del celebre classico.
 
Comprendo perfettamente che in un romanzo di questo tipo, le risposte non possono essere ovvie, ma lo scrittore deve suggerirle, pù che metterle nero su bianco; ma in questo libro ho avuto la sensazione che tutto l'impianto costruito, i molti indizi seminati, gli avvenimenti inspiegabili, le apparizioni misteriose non reggano al colpo di scena finale, che, anzichè valorizzare tutto quanto narrato in precedenza, lo svilisce e lo banalizza, sciogliendo il senso di opprimente inquietudine come neve al sole. 

Perciò mi sento di consigliare il romanzo solo solo se siete fan del genere. Si tratta comunque di una lettura scorrevole e veloce, con qualche spunto apprezzabile.

Voto: 6



lunedì 3 gennaio 2022

Il filo avvelenato...

 ...di Laura Purcell.

Inghilterra, prima metà dell'Ottocento. 

Dorothea Truelove è una signorina di buona famiglia, benestante e bene educata. Nonostante la disapprovazione del padre si dedica a opere di carità nel carcere femminile di Oakgate. Qui incontra Ruth Butterham, in attesa di processo per omicidio.

Ruth è giovane, povera e non ha potuto finire la scuola, ma ha un talento nel cucito e nel ricamo. Ma soprattutto ha una storia da raccontare, una storia che dapprima sembra simile a quella di mille altre ragazze povere e senza nessuno al modo; poi prende una piega inaspettata, terribile, fatta di segreti, sangue, morte e anche di poteri oscuri.

 Dorothea deve crederle oppure bollare il racconto come la fantasia di una povera pazza che ha ormai un piede sul patibolo? 

 

Laura Purcell è l' autrice dell'inquietantissimo Gli amici silenziosi, la cui lettura mi ha lasciato estatsiata circa un annetto fa, e mi ha convinta a leggere questo nuovo romanzo. Non me ne sono pentita, anzi. 

L'ambientazione spazio temporale (Inghilterra, XIX secolo) è simile tra i due romanzi, ma all'autrice va riconosciuto il grande merito di restare nel campo del romanzo gotico cambiando completamente le carte in tavola.

Se nel primo romanzo avevamo la classica ambientazione di una vecchia casa infestata sperduta nella campagna inglese, qui ci troviamo nella Londra post rivoluzione industriale. Ma i lati oscuri delle persone e i misteri insondabili dell'esistenza non sono stati spazzati via dalla modernità e dal conseguente benessere (che ovviamente non è alla portata di tutti).

Alcune pagine per la loro cruda durezza e per il modo semplice e lineare in cui espongono le terribili condizioni di vita di chi è povero e senza protettori potrebbero essere uscite da un romanzo di Dickens.

Ed è proprio in queste pagine, in mezzo a questa dura realtà, che si insinuano l'oscurità e il soprannaturale. 

Il dubbio striscia nella mente di Dorothea, determinata ad ascoltare fino alla fine la storia di Ruth perchè ella possa riconoscere i suoi crimini e pentirsi; ma il dubbio si insinua anche nella mente del lettore: cosa stiamo leggendo? La cronaca di una storia tristissima, l'epilogo di una esistenza destinata suo malgrado al male, alla distruzione e alla follia? O la storia soprannaturale di un'innocenza che si mescola inconsapevolmente all'odio, con conseguenze nefaste?

Ecco, per tutto il romanzo l'autrice gioca sul filo di questa dualità, riuscendo, a mio parere, a scrivere pagine che sanno catturare l'interesse del lettore sia quando ci parlano delle condizioni di vita dei proletari, sia quando scrive pagine più spiccatamente gotiche.

Dov'è il vero orrore?, sembra dirci Purcell. Di cosa dobbiamo avere paura?  Questa continua sospensione tra le due anime del romanzo è quello che tiene avvinto il lettore fino alla fine, e che dà alla storia un sapore originale.

Anche i personaggi vivono sul filo dell'ambiguità, specialmente Dorothea, della quale non riusciamo mai a capire se abbia intenzioni buone e disisnteressate, o se il suo voler fare del bene sia una maschera, una studiata forma di manipolazione di chi le sta intorno.

Nel finale, io un'idea me la sono fatta.

E a proposito del finale, penso che sia la parte migliore di tutto il romanzo. Fornisce, a parer mio, le risposte ai dubbi del lettore (anche quella che alla domanda che ci trascina attraverso il romanzo: il racconto di Ruth è realtà o follia?). È necessario però che il lettore stesso le vada a cercare. 

È un finale triste, che, nel momento in cui sembra voler consolare il lettore, gli svela invece nuovi abissi di malvagità insiti nell'animo umano. Una visione amara e pessimistica dell'essere umano, che si sposa perfettamente con l'atmosfera del romanzo gotico, perchè ci lascia con il cuore in gola fino alla fine e con la consapevolezza che sì, c'è da aver paura perchè il male è tutto intorno a noi, ed è ben nascosto. Ed è questa la cosa che inquieta di più.

Voto: 8