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martedì 26 novembre 2019

Gli scomparsi di Chiardiluna. L'attraversaspecchi #2...

.... di Christelle Dabos.

Sulla gelida arca del Polo, dove Ofelia è stata sbattuta dalle Decane perché sposi suo malgrado il nobile Thorn, il caldo è soffocante. Ma è soltanto una delle illusioni provocate dalla casta dominante dell’arca, i Miraggi, in grado di produrre giungle sospese in aria, mari sconfinati all’interno di palazzi e vestiti di farfalle svolazzanti. A Città-cielo, capitale del Polo, Ofelia viene presentata al sire Faruk, il gigantesco spirito di famiglia bianco come la neve e completamente privo di memoria, che spera nelle doti di lettrice di Ofelia per svelare i misteri contenuti nel Libro, un documento enigmatico che nei secoli ha causato la pazzia o la morte degli incauti che si sono cimentati a decifrarlo. Per Ofelia è l’inizio di una serie di avventure e disavventure in cui, con il solo aiuto di una guardia del corpo invisibile, dovrà difendersi dagli attacchi a tradimento dei decaduti e dalle trappole mortali dei Miraggi. È la prima a stupirsi quando si rende conto che sta rischiando la pelle e investendo tutte le sue energie nell’indagine solo per amore di Thorn, l’uomo che credeva di odiare più di chiunque al mondo. Sennonché Thorn è scomparso...(Sinossi dal sito della casa editrice Edizioni E/O)

Dopo il primo volume, Fidanzati dell'Inverno, ritorna la saga fantasy con protagonista la giovane Ofelia, attraversaspecchi e lettrice di oggetti di professione, incastrata in un ambiente che non è il suo e minuscolo ingranaggio di intrighi politici di portata planetaria.
Ofelia vive in una Terra che, dopo un misterioso disastro, si è diviso in frammenti galleggianti detti arche; per soddisfare il bisogno di una alleanza fra arche, è stata promessa in sposa all'enigmatico e introverso Thorn, e catapultata in una società fatta di cortigiani, che vivono di intrghi, tradimenti, bugie e colpi bassi, necessari a mantenere il favore del distratto ma potentissimo Faruk, una sorta di capotribù degli abitanti dell'arca del Polo.

Gli scomparsi di Chairdiluna si rivela, fin dalle prime pagine, all'altezza del romanzo che lo precede.
L'ambientazione, che ritengo essere il punto di forza di questa saga, viene approfondita e arricchita di particolari che riguardano non solo il presente di questo mondo strano e fragile, ma anche il passato. Devo sottolineare che le informazioni riguardo il periodo precedente al disastro che ha frantumato il mondo sono intriganti, e dosate con sapiente moderazione. I flashback creano un'atmosfera di aspettativa e curiosità, e invogliano il lettore a proseguire.
Non che ce ne fosse bisogno, per quel che mi riguarda. La trama è più articolata ed interessante del precedente volume; si nota però una certa tendenza dell'autrice a diluire rivelazioni e informazioni nella prima parte del romanzo, cosa che avevo notato anche durante la lettura del primo volume della serie. Questo tende a far sì che circa metà del libro abbia un ritmo lento; a volte la mancanza di comunicazione tra i personaggi raggiunge livelli eccessivi. Questo può risultare frustrante per il lettore, perchè è evidente che tale espediente ha il solo scopo di non arrivare troppo rapidamente a svelare gli elementi fondamentali che compongono la storia.   
La seconda metà invece risulta essere più dinamica e perciò anche più scorrevole.

La trama resta originale e introduce nuovi personaggi e nuove ambientazioni. Una menzione particolare merita Farouk, guida dei clan che popolano Polo, che con la sua memoria ondivaga e i suoi poteri mentali fuori controllo rende inquietante l'atmosfera e getta numerose ombre sul futuro di Ofelia e Thorne.

Gli scomparsi di Chiardiluna non fa che conferma la buona impressione che già avevo avuto leggendo Fidanzati dell'Inverno. Questa serie è originale, interessante, sa intrattenere il lettore e portarlo dentro mondi nuovi che sono tutti da scoprire.
Il senso di meraviglia e di attesa che Christelle Dabos riesce a trasmettere mentre narra la sua storia è la parte migliore del romanzo.

Voto: 7e 1/2

Penelope Poirot fa la cosa giusta...

... di Becky Sharp.

Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot sprizza talenti: la vocazione per risolvere misteri, la propensione a vivere artisticamente, il palato fine e la penna feroce di una critica gastronomica perfetta.
La passione, si sa, quando arde divora, e Penelope Poirot è provata nello spirito quanto ammorbidita nel corpo; stile Botticelli, dice lei, stile krapfen, pensa e non dice Velma Hamilton, la sua nuova, perplessa segretaria.
È il momento di cambiare, di partire: c’è una clinica salutistica, nelle colline del Chianti, che promette di depurare corpo e mente.
Ha un bel sapore gotico, avvolta così dai rampicanti, stemperato dalla luce dorata che occhieggia dalle persiane.
A cena il cibo è mesto, ma il bellissimo giardiniere sa come fartelo dimenticare. La donna alta e misteriosa scatena rivalità, odio e simpatia; la famosa scrittrice il desiderio insopprimibile di rubarle il marito.
Penelope non rinuncia al tacco dodici e alla volpe bianca neppure quando trascina Velma ad abbandonare ogni principio in osteria, e basta una pasticca alla violetta per coprire un altro vizio clandestino.
Poi, nelle sedute libido-dinamiche, scavano tutti insieme buche immaginarie per disseppellire i segreti. Operazione non priva di rischi: certi segreti, allo scoperto, esplodono.
C’è odore di gelo nell’aria di novembre, e il delitto, quando accade, è sulla neve bianca.
Neve che cade imperterrita sull’assassino, sulle prossime prede, sulla nuova trappola.
Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot non ci casca.
In certi casi, solo lei sa qual è la cosa giusta. (Sinossi dal sito della casa editrice Marcos y Marcos)

Ci sono pochi personaggi , nella mia lunga carriera di lettrice, che fatico a lasciar andare. Una, forse lo sanno anche i sassi, è Rossella O'Hara, ragion per cui ho letto tutti i sequel possibili e immaginabili di Via col vento ( e mene sono epntita in tutti i modi possibili e immaginabili).
Un altro personaggio è Hercule Poirot, delle cui abilità deduttive non riesco a far a meno. Dopo aver letto Tre stanze per un delitto, che non sarà all'altezza della Christie, ma non è male, ho deciso di lanciarmi in questa nuova avventura, e fare la conoscenza della pronipote di Hercule Poirot.

Penelope Poirot è un personaggio decisamente sopra le righe; ha una altissima - ma scarsamente meritata, secondo me - opinione di se stessa; invadente, intrigante e convinta di sapere sempre tutto, si dedica con passione al mestiere di critica culinaria. Quando decide di partire per l'Italia per una cura disintossicante, prende con sè una segreteria, Velma Hamilton, discreta e poco appariscente giovane donna inglese.

Il romanzo non mi è piaciuto granchè. Non saprei dire se si tratti di aspettative deluse, o se più semplicemente Penelope Poirot sia riuscita a toccare tutte le corde che mi causano fastidio in un libro.
Tanto per iniziare, la protagonista non mi ha ispirato nè simpatia nè ilarità.
L'ho trovata insulsa, odiosa nelle sue manie di grandezza, e anche parecchio illusa riguardo se stessa e il mondo che la circonda. Ho preferito di gran lunga Velma, la segreteria poco appariscente, che avrebbe avuto del potenziale, secondo me, se non fosse rimasta eccessivamente incastrata, anche grazie a dei flashback piuttosto incolori, nello stereotipo della zitella inglese timida e bruttina.
Oltretutto ho odiato il modo in cui è stata tiranneggiata da Penelope per tutta la durata del romanzo.

La trama non mi ha affascinato molto; la causa principale è da ricercarsi nel fatto che per intravedere una vittima, un delitto ed uno straccio di indagine ho dovuto attendere quasi metà del libro (150 pagine su 336). Decisamente troppo, per i miei gusti.
Mentre attendevo la svolta gialla, per così dire, mi sono annoiata parecchio. L'ambientazione (una clinica salutistica, le colline toscane a novembre) era potenzialmente intrigante ma a conti fatti si è rivelata piatta, a tratti deprimente. 
I personaggi secondari sono piatti e banali; fatta eccezione per due o tre di loro, ho faticato a distinguere gli uni dagli altri;  la maggior parte appariva palesemente messa in scena a far numero, ed era evidente che non sarebbero mai potuti rientrare nel novero dei sospettati dell'omicidio.
L'indagine non costituisce una sfida per il lettore, ed il finale, sebbene ci regali un guizzo di umanità che illumina la protagonista, è inconsistente e totalmente inappagante. 

Salvo lo stile, piacevole e scorrevole, dell'autrice.

Voto: 5

La Fattoria delle Magre Consolazioni...

... di Stella Gibbons.

Flora Poste è stata educata in modo eccellente a fare tutto tranne che a guadagnarsi da vivere.
Rimasta orfana a vent’anni e dotata di una rendita esigua, va a vivere presso dei lontani parenti alla Fattoria delle Magre Consolazioni nel Sussex. Il suo arrivo alla fattoria coincide con l’inizio di uno dei romanzi più divertenti mai scritti. I parenti sono a dir poco eccentrici e la fattoria è sgangherata e in rovina: i piatti vengono lavati con rametti di biancospino e le mucche hanno nomi come Rozza, Senzascopo, Inetta e Superflua. La vecchia matriarca settantanovenne, zia Ada, che non è più stata giusta nella testa da quando ha “visto qualcosa di orribile nella legnaia” circa settant’anni prima, tiene in scacco l’intera famiglia.
Come Alice di Lewis Carroll, Flora non si fa intimidire da chi dice cose senza senso e si rifiuta di essere trascinata in un mondo di matti. Non si può, pensa Flora, rovinare la vita propria e altrui invocando disgrazie infantili, non si può sottostare alla follia per quanto interessante, bisogna ribellarsi… e nel giro di pochi mesi le cose alle Magre Consolazioni cambiano in modo radicale. (Sinossi dal sito della Astoria Edizioni)

Prima o poi doveva succedere: per la prima volta un romanzo della mia casa editrice preferita, la Astoria, mi ha lasciato perplessa, molto perplessa.

La Fattoria delle Magre Consolazioni racconta la storia di Flora, ragazza sveglia e intelligente, che rimane orfana e senza un adeguato patrimonio a sostenerla. Unica soluzione, quella di cercare ospitalità presso lontani e sconosciuti parenti. Questi parenti si riveleranno a dir poco bizzari, e Flora tenterà di mettere ordine nelle loro vite.

Nelle prime pagine, con pungente ironia, l'autrice ci presenta la protagonista intenta a discutere con un'amica su quale sia il modo migliore per evitare di dover lavorare per vivere. E questo sarcasmo irrriverente, tipico degli autori inglesi, mi aveva fatto ben sperare per il prosieguo della storia. Peccato però che tutte le mie aspettative siano andate completamente deluse pagina dopo pagina.

La storia narrata nel romanzo è composta di piccoli eventi familiari che Flora tenta di indirizzare come desidera al fine di ottenere il suo scopo, ovvero quello di rendere confortevole il suo soggiorno alla fattoria. Ogni evento, però, è surreale e assurdo, i personaggi sono anch'essi surreali e per lo più risultano incomprensibili. Fanno cose prive di senso e di logica, impugnano oggetti che non esistono, hanno piante dai nomi bizzarri e sconosciuti (e il lettore non capirà mai cosa sono esattamente), reagiscono in maniera irrazionale a tutto ciò che capita.Tutto questo dovrebbe essere divertente, anzi, a sentire la casa editrice questo dovrebbe essere uno dei romanzi più divertenti mai scritti, ma onestamente io non sono riuscita a trovare un filo conduttore nelle vicende, ad afferrare le gag che dovrebbero essere divertentissime, a ridere di personaggi sconclusionati e assurdi.
C'è un lavorante che lava i piatti con un rametto di biancospino (sto ancora cercando di raffigurarmi la scena, e non ci riesco); una pianta dagli strani effetti chiamata succhiodendro (che cosa sia, non lo sapremo mai); ad un certo punto addirittura la protagonista usa, in un contesto temporale non meglio specificato ma che richiama in tutto e per tutto l'Inghilterra degli anni '30, un video telefono, che spunta così, dal nulla a metà romanzo e non comparirà mai più. Fino a quel momento ogni comunicazione era avvenuta via lettera, come nella miglior tradizione inglese. Ecco, questi sono solo alcuni esempi di cose che io ho trovato incomprensibili, cervellotiche e per nulla divertenti.

Forse parte del problema sta, come spesso mi capita, anche nel modo in cui il libro viene proposto al lettore: non credo abbia molto senso presentare un romanzo così particolare come uno dei più divertenti mai scritti, se non si precisa che tipo di divertimento il lettore andrà a trovare.

Per me questo romanzo è stato troppo: troppo surreale, troppo sconclusionato, troppo illogico, troppo incomprensibile, troppo nonsense per me. E troppo poco divertente.
Ben presto, infatti, è subentrata la noia. La cosa più piacevole del romanzo è stata la sensazione di sollievo quando l'ho finito.

Non escludo, comunque, visto che sono 80 che questo romanzo viene pubblicato e, a quanto pare, affascina lettori di ogni epoca, che il problema sia mio, che sia io quella che non è riuscita ad afferrare il senso del romanzo, restandone perciò delusa.

Voto: n. c.

domenica 27 ottobre 2019

Morte nelle Highlands...

... di Lucy Foley.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Giunti

Come ogni anno Emma, Mark e i loro amici trascorrono l’ultimo dell’anno insieme. Per Emma, l’ultima arrivata, l’unica a non aver frequentato Oxford con gli altri, è l’occasione per fare bella figura e integrarsi nel gruppo. Ma qualcosa va storto nell’esclusivo cottage che si affaccia sulle gelide acque di Loch Corrin. Sui boschi già imbiancati si abbatte la peggiore tempesta di neve degli ultimi tempi e poi, improvvisamente, uno degli ospiti scompare. Le condizioni meteo sono così proibitive che i soccorsi non possono arrivare e nessuno può andare via. Quando l’ospite viene ritrovato – morto – tutti sono dei potenziali sospettati. Ci sono Heather, la manager del resort, Doug, l’ex marine ora guardiacaccia, una inquietante coppia di islandesi e poi gli amici: Miranda e Julien, tanto belli quanto snob, Samira e Giles con la loro bambina di 6 mesi, Nick e il suo fidanzato americano, e infine Katie, l’unica single del gruppo. Chi è l’assassino? Ma, soprattutto, chi è la vittima? Nella migliore tradizione del giallo alla Agatha Christie, Lucy Foley sfida il lettore a scovare la verità in una fitta rete di intrighi e bugie. Una lettura compulsiva e ricca di colpi di scena.

Nove amici decidono di festeggiare il l' arrivo del nuovo anno in un lussuoso resort sulle Highlands. E, dal mio punto di vista, questa ambientazione già vale da sola il costo del romanzo. 
L'ambientazione è davvero ben fatta ed estremamente adatta al tipo di storia che Foley si appresta a raccontarci. La neve cade e rende un posto particolarmente isolato irrangiungibile e inquietante. Non aiuta a sollevare il nostro senso di angoscia il fatto che i protagonisti siano nove amici di lunga data, affiatati (almeno all'apparenza) tra di loro. Anzi, la vicenda prende, proprio per questo, tinte ancora più fosche.
Gli amici si conoscono da una vita, hanno ricordi e un passato in comune, eppure, anno dopo anno, si rendono conto che questo tipo di raduno comincia a star loro stretto. Sono cresciuti, sono cambiati, non sono così disposti a perdonarsi l'uno altro errori e piccole cattiverie; alcune cose sepolte nel passato, poi, cominciano a tornare a galla, e bisognerà farci i conti. 
Il passato che ritorna è uno degli elementi che preferisco nei thriller. Trovo che crei un senso di profondo mistero intorno alle vicende e ai personaggi.
 
Aumenta il senso di mistero e di paura anche il fatto che l'autrice abbia scelto di narrarci la storia alternando capitoli che raccontano il prima della scomparsa a capitoli che raccontano il dopo. Il tutto senza farci sapere chi sia la persona scomparsa, e cosa esattamente le sia accaduto.
Anche i punti di vista dei vari personaggi vengono alternati e questo ci aiuta ad avere una visione d'insieme ampia e varia, e ci permette di scoprire qualcosa di più sui vari componenti del gruppo. Ognuno di loro ha segreti e peccati da confessare, che il lettore scopre con crescente sgomento e che aiutano a dare spessore ad ognuno dei nove amici, che pertanto risultano ben delineati e credibili.
I personaggi esterni alla cerchia di amici, Heather e Doug in particolare, invece, mi hanno lasciato perplessa. Credo che l'amalgama dei due e del loro passato con le storie dei nove protagonisti non sia perfettamente riuscita. Questo ha, in alcuni punti, spezzato il ritmo della narrazione (specie laddove si faceva riferimento al passato dei due). 
Inoltre ho notato che il romanzo, per quanto ben strutturato, in alcuni tratti diventa prolisso. Un po' di sintesi non avrebbe guastato.

A metà strada fra un giallo di Agatha Christie, con i personaggi intrappolati in uno spazio ristretto, e un thriller di taglio moderno, Morte nelle Highlands è, nel complesso, un romanzo ben fatto, che regala momenti di suspense e una bella e claustrofobica atmosfera di mistero.

Voto: 7 e 1/2
 

giovedì 26 settembre 2019

Fate a New York...

... di Martin Millar.

Heather e Morag sono due fatine scozzesi, costrette a fuggire dalla madrepatria per una serie di sfortunate circostanze, inizate quando le due fatine hanno deciso di voler mettere su la prima punk rock band del mondo fatato. A New York le due, in continua lite e competizione tra loro, riusciranno a combinare diversi guai, intromettendosi nella vita di due umani, la dolce Kerry e l'odioso Dinnie, e arrivando quasi sull'orlo di una "guerra civile" tra le varie etnie fatate. 

Questo romanzo ha un simpaticissima prefazione di Neil Gaiman, e un incipit che cattura il lettore.

"Dinnie, nemico sovrappeso dell’umanità, nonché uno dei più abominevoli suonatori di violino di tutta New York, stava valorosamente esercitandosi al suo strumento, quando due deliziose fatine apparvero sul davanzale del suo appartamento al quarto piano, ruzzolarono dentro e vomitarono sulla moquette."

Bene, avendo elencato le uniche due cose degne di nota del romanzo, potrei anche chiudere qui la recensione, ma mi rendo conto che magari sarebbe più corretto spendere due parole sul perchè questa storia non mi ha entusiasmato più di tanto.
Dopo un incipit fulminante, in cui con leggerenza e senza preamboli inutili, il lettore si ritrova al centro dell'ambientazione, la trama gira a vuoto per il resto delle pagine. 
In poche parole, in questo romanzo succede poco o nulla, e io mi sono annoiata parecchio.

Heather e Morag sono due fatine decisamente originali, con idee moderne e forse un po' troppo avanti per la loro società, ma ciò non le spaventa. La loro caparbietà, unita ad una spiccata propensione a combinare guai e generare equivoci di ogni sorta, le porta a fuggire a New York, dove decideranno che Kerry, una ragazza malata che cerca di completare il suo alfabeto floreale, e Dinnie, antipatico suonatore di violino, hanno assolutamente bisogno del loro aiuto. Da qui nascono una serie di gag, equivoci e intrecci da commedia degli errori, cosa che risulta divertente e interessante per le prima cinquanta pagine, poi non più.

Ho trovato il romanzo ripetitivo e poco incisivo. Heather e Morag girano in tondo per New York senza far altro che combinare guai, rubacchiare e litigare. L'autore introduce senza tante cerimonie nuovi personaggi anche nel bel mezzo di un capitolo, e salta con disinvoltura dalle vicende degli uni a quelle degli altri senza un minimo di stacco o di preavviso. L'effetto che si crea, secondo me, è di grande confusione e poca coesione della storia. Inizialmente questo stile narrativo ha creato in me curiosità e voglia di andare avanti; in seguito però la cosa si è rivelata più frustrante che stimolante. La sensazione di non progredire, ma di rileggere all'infinito la medesima scena è diventata preponderante.
 
Insomma, per qualche capitolo è stato divertente leggere di queste due fate pasticcione e anticonformiste, ma dopo un po', senza una vera svolta nella trama, senza alcun tipo di evoluzione dei personaggi, senza alcun approfondimento sulla società fatata che appare sull'orlo di una guerra civile, l'originalità e l'ironia non sono stati sufficienti per tenere desta la mia attenzione e per intrattenermi come si deve.

L'impressione che resta è quella di una idea buona, ma sviluppata in maniera superficiale, e non adeguatamente sostenuta da un'intreccio all'altezza delle premesse.

Voto: 5

domenica 25 agosto 2019

Ritorno a Riverton Manor...

... di Kate Morton.

Nella scena del suo film, la giovane regista Ursula Ryan immagina uno dei momenti più drammatici della storia letteraria inglese, uno scandalo da sempre circondato da un'aura di mistero, perdizione e genio maledetto. Era l'estate del 1924 e i sopravvissuti alla carneficina della Grande Guerra si ritrovavano a divorare la vita come se non ci fosse un futuro, come se dovessero rimanere per sempre giovani. Tra feste alla Grande Gatsby, fiumi di alcol, amori che duravano lo spazio di una notte, quei ragazzi creavano il mito dei ruggenti anni Venti. Tra loro, era Lord Robert Hunter, astro nascente della poesia, ammirato e celebrato da tutti. Eppure, proprio quell'estate, proprio a una delle feste più belle, quella di Riverton Manor, Robert si allontanò da solo. E stringendo una pistola con mano tremante, si tolse la vita. Per Ursula, settantacinque anni dopo, quel poeta è diventato leggenda. Almeno fino a quando scopre che è rimasta una testimone degli eventi. È Grace, custode quasi centenaria di un terribile segreto. Un segreto che ora non può più tenere per sé. Ritorno a Riverton Manor è l'esordio sensazionale di Kate Morton, un romanzo nel quale mistero e amore si mescolano avvolgendo il lettore nello stile appassionante e inconfondibile di un'autrice che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. (Sinossi tratta dal sito della casa editrice Sperling & Kupfer)

Ritorno a Riverton Manor è il primo romanzo che Kate Morton ha scritto ed è la storia di due sorelle, Hannah ed Emmeline Hartford, nell'Inghilterra degli anni venti. La struttura del romanzo è quella che diventerà la matrice strilistica della Morton, ovvero l'ambientazioni su due diversi piani temporali: il presente da un lato ed il passato dall'altro, con il suo mistero da svelare.

Voce narrante della loro storia è Grace, che, ormai quasi centenaria, acconsente a rievocare i giorni in cui lavorava a Riverton Manor, la casa di famiglia degli Hartford, e a ripercorrere gli eventi che portarono Roberto Hunter, poeta di fama, al suicidio. La morte di Robert nasconde un segreto, e ci vorranno oltre 500 pagine per arrivare anche solo ad immaginare quale possa essere.
Di solito, questa cosa nei libri di Kate Morton funziona; stavolta, io mi sono annoiata a morte per buona parte del romanzo. 

Probabilmente una delle ragioni è che la voce narrante, Grace, mi è apparsa troppo distaccata dal contesto e a tratti anche inverosimile. La parte più interessante della sua vita sembra essere stata quella vissuta subito dopo le vicende narrate nel romanzo, e questo non mi ha aiutato a immergermi nella vicenda. Infatti, da quel che sappiamo, Grace passa da cameriera semi analfabeta a laureata e archeologa dopo aver lasciato Riverton, la qual cosa mi è sembrata non solo leggermente inverosimile (Grace lascia Riverton giovanissima, e siamo negli anni trenta), ma anche stonata con il resto della narrazione. Mi ha dato fastidio, ecco, come se avesse distratto la mia attenzione dalle vicende principali.

Altro motivo per cui mi sono annoiata è che la storia comincia veramente troppo, troppo tempo prima rispetto al punto focale del romanzo. A parer mio ci sono troppi capitoli che, tagliati, non avrebbero tolto nulla alla comprensione della storia e al suo dipanarsi. Le sotto-trame che ci tengono impegnati finchè i nodi non vengono al pettine non possiedono la forza necessaria, secondo me, a tener vivo l'interesse del lettore.

Indubbiamente il romanzo ha dalla sua una splendida ambientazione. L'aristocrazia inglese degli anni venti, il fermento della società, una grande villa di campagna, la contrapposizione fra classi agiate e domestici sono tutti elementi che adoro in un romanzo. Anche il contesto storico, come ho già detto, è uno dei più vivaci del secolo scorso. I personaggi poi, sono tutti potenzialmente interessanti.
Ma nonostante tutto ciò, la trama risulta troppo diluita tra le pagine, troppo poco serrata per essere all'altezza dei successivi romanzi della medesima autrice.

Voto: 5

sabato 24 agosto 2019

Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn...

... di Colin Dexter.

Non è stato facile per Nicholas Quinn riuscire a ottenere la nomina accademica di membro del Comitato Esami Esteri di Oxford. Il giovane professore era afflitto da una sordità progressiva e questo, a parere di alcuni, avrebbe ostacolato una piena funzionalità. Ma alla fine, tra gelosie e risentimenti, l’aveva spuntata sui candidati concorrenti e aveva intrapreso il compito armato del sussiego e della flemma comune a tutti nell’ambiente del santuario universitario. Un giorno Nicholas viene ritrovato cadavere nel suo appartamento da scapolo. Accanto una bottiglia dello sherry preferito. La causa della morte appare semplice: avvelenamento da cianuro. Ma l’indagine dell’ispettore Morse della Thames Valley Police e del suo aiuto Lewis è tutt’altro che semplice. L’ambiente accademico è oscuro, arcano, reticente; è chiuso in un guscio claustrofobico in cui le domande investigative sembrano prevedibili ma tutto è così vischioso che è impossibile muoversi. Si mescolano motivi di carriera, passioni sessuali, intrighi economici, coinvolgimenti di finanziatori esteri, personaggi dalla vita privata impenetrabile. E poi, del tutto all’improvviso, un secondo inspiegabile omicidio. Un ginepraio per l’ispettore Morse, sempre brusco e bisbetico con il paziente sergente; e sempre affezionato agli intermezzi nei pub dove esporre allo scettico collaboratore la trama dei suoi percorsi mentali. (Sinossi dal sito della casa editrice Sellerio)

In questo terzo capitolo della serie dedicata all'ispettore Morse, Colin Dexter ci porta come di consueto ad Oxford, ma questa volta nell'ambiente accademico, e precisamente all'interno degli ingranaggi burocratici del Comitato Esami Esteri, ovvero all'interno di quell'ente che supervisiona gli esami per ottenere una certificazione di conoscenza della lingua inglese. Un tema decisamente attuale, nonostante il romanzo sia stato scritto nel 1977, e inconsueto per un romanzo giallo. 

L'ispettore Morse, burbero e scontroso come sempre, amante degli alcolici e restio a condividere le sue scoperte con il suo collaboratore sergente Lewis, entra in scena relativamente tardi.
La prima parte del romanzo infatti segue le vicende di Nicholas Quinn, la sua elezione a membro del Comitato e i suoi primi passi all'interno dell'ente.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, arriva il suo avvelenamento, e parte la caccia al chi e soprattutto al perchè.
Già, perchè la particolarità di questo romanzo è che l'indagine ruota intorno alla convulsa ricerca di un movente per un delitto che appare senza senso alcuno. Il signor Quinn era un uomo pacifico, abitudinario, senza nemici e senza scheletri nell'armadio.

Perfetta la caratterizzazione della vittima, proprio grazie alla lunga introduzione che ho già citato; perfetta risulta inoltre la caratterizzazione degli altri personaggi, quasi tutti accademici , di cui a poco a poco veniamo a conoscere rancori, invidie, ripicche, alleanze momentanee e piccole vendette.
L'unico neo che ho rilevato è proprio la personalità dell'ispettore Morse, nonostante l'accurata caratterizzazione. L'ispettore è burbero, a tratti misogino, spesso scrtese e dispotico, ed io non riesco a trovare un appiglio che mi aiuti ad entrare in sintonia con lui, nonostante le indubbie capacità investigative. 

Mi ha colpito maggiormente l'ambientazione. Il mondo accademico, all'apparenza statico, polveroso, quasi soporifero si rivela, attraverso la trama creata da Colin Dexter, vitale e anche terribilmente complicato. Le ambiguità e le bugie che caratterizzano i rapporti all'interno del comitato fanno sì che le indagini abbiano continui capovolgimenti di fronte e colpi di scena. Quando gli indizi sembrano puntare in una direzione, ecco che spunta qualcosa a scombinare nuovamente le carte sul tavolo.
L'indagine è di tipo deduttivo, e ho apprezzato moltissimo che la soluzione finale venga svelata grazie ad un sottilissimo dettaglio, presentato fin dall'inizio agli occhi del lettore, ma a cui, probabilmente, si presta poca importanza.

In conclusione, questo romanzo è un classico giallo all'inglese, un'indagine deduttiva in cui viene usata il più classico dei modi per uccidere, il veleno, e consigliata a tutti gli amanti del genere. Qualche perplessità suscita la personalità del protagonista, a tratti, a parer mio, un po' troppo sopra le righe.

Voto: 7

Morte di una sgualdrina. I casi di Hamish Macbeth #2...

... di M. C. Beaton.

Una sgualdrina con un cuore di pietra: ecco chi è Maggie Baird. Né gentile né generosa, ma certamente molto, molto ricca. Così, quando la sua auto prende fuoco con lei dentro, ci sono almeno cinque candidati per il ruolo di assassino. Tutti e cinque sono ospiti nella sua lussuosa residenza nelle Highlands: la timida nipote Alison e quattro uomini, una volta suoi amanti, ora chiamati a una sorta di competizione che avrà come premio il matrimonio con Maggie. Tutti e cinque sono in difficoltà finanziarie e tutti hanno avuto la possibilità di manomettere la macchina.
Hamish Macbeth avrà bisogno di dosi massicce del suo straordinario buonsenso e della sua capacità di comprensione dell’animo umano per risolvere il caso. (Sinossi dal sito della casa editrice Astoria)

In questa sua seconda avventura, il poliziotto scozzese Hamish Macbeth si ritrova trasferito in città, e deve lasciare la sua amata Lochdubh, paesino delle Highlands. Hamish si strugge di nostalgia, ma non è il solo: anche gli abitanti di Lochdubh sentono la sua mancanza, e faranno di tutto per far sì che Hamish venga riassegnato al luogo cui appartiene. Quando finalmente ci riescono, accade l'evento che dà il titolo al romanzo: Maggie Baird muore in un incidente a dir poco sospetto. Dato il passato della vittima, e una schiera di pretendenti interessati al suo patrimonio, l'indagine non sarà semplice.

Questo nuovo caso di Hamish Macbeth segna, a parer mio, un deciso passo avanti rispetto al romanzo precedente. Il romanzo appare infatti più solido, con una trama meglio strutturata,  personaggi più focalizzati e una narrazione meno dispersiva.
L'ambientazione è la medesima - bellissima - del romanzo precedente. Le Highlands si rivelano nella loro quotidiana, tranquilla bellezza.
La trama è articolata e vivace. Prende spunto dal trasferimento di Hamish per mettere in scena tutti gli attori della tragedia che avverrà di lì a poco.
L'inizo è pertanto interessante, perchè le vicende prendono il via  da fatti che apparentemente non hanno niente a che vedere con il delitto che verrà commesso di lì a poco.

Sicuramente il fulcro del romanzo è Hamish, investigatore all'apparenza pigro e indolente, ma in realtà scaltro e acuto. Quello che mi colpisce di lui è la sua indole tranquilla, di uomo che, nonostante tutto, sa di essere esattamente nel posto in cui dovrebbe essere, e di stare svolgendo il lavoro per cui è nato. Mi piace questa sua pacatezza, questa mancanza di "ansia da prestazione" che si respira nei gialli di questa serie.
Mancanza di ansia non vuol però dire che non ci sia interesse ad andare avanti nella lettura; il giallo si ispira ai canoni classici del genere, innestando nel filone elementi di novità, rappresentati proprio dalla fusione dell'investigazione con la perfetta ricostruzione della tranquilla vita di un paesino delle Highlands scozzesi.
Per quanto traumatico, il delitto fa parte delle vicende della vita moderna, purtroppo, ed è da questo punto di vista che Hamish indaga e cerca di sbrogliare la matassa.
Il numero di sospettati è sufficientemente ampio da garantire la complessità del mistero; ed allo stesso tempo è sufficientemente ristretto da consentire al lettore la sua personale indagine. Quest'ultimo elemento, per me, è fondamentale in un giallo: devo avere la possibilità di formulare le mie ipotesi e trarre le mie conclusioni.

Ben riuscito anche il finale, che chiude la vicenda ma lascia al lettore la voglia di continuare con la serie.
Voto: 7

domenica 26 maggio 2019

Le vedove di Malabar Hill...

... di Sujata Massey.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Bombay, 1921. Perveen Mistry è la prima donna avvocato dell'India. Non può patrocinare in tribunale, ma lavora nello studio del padre. Quando il ricco musulmano Omar Farid muore, lasciando tre vedove purdahnashin, donne che non parlano con gli uomini e vivono in isolamento, Perveen è l'unica che può seguire l'esecuzione del testamento senza creare problemi. Ma quando l'amministratore del patrimonio viene trovato morto nella residenza delle vedove a Malabar Hill, le cose si complicano per Perveen, che decide di indagare.

Le vedove di Malabar Hill è un romanzo dalle diverse anime. È sicuramente un giallo, ma è anche la storia di una donna, ispirata a due figure realmente esistite (Cornelia Sorabji, prima donna a frequentare legge a Oxford nel 1892, e Mithan Tata Lam, prima donna ammessa al foro di Bombay nel 1923) che lotta per la sua emancipazione. È la storia di una società sospesa tra la tradizione e la modernità, divisa in caste, gruppi etnici e sociali, dove ancora fortissimo era il pregiudizio verso le donne e tra indiani ed inglesi nascevano le prime tensioni.

In questo contesto così ricco e così complesso si muove Perveen. Il suo personaggio mi è piaciuto molto. Nonostante si tratti di una giovane donna che vive fuori dagli schemi, non ho mai avuto la sensazione che lei o il suo atteggiamento fossero anacronistici. Massey è riuscita a costruire un personaggio che è una vera pioniera, inserendola nel contesto sociale nel modo giusto. Perveen ha limiti e ostacoli, vede lontano e affronta consapevolmente la realtà che la circonda.

 Il romanzo è ricco di dettagli e di spiegazioni, ed è utilissimo per capire il contesto sociale e storico in cui è ambientato. Questo, se da un lato può essere considerato un pregio, dall'altro rallenta lo sviluppo dell'indagine, a volte in maniera esasperante. Se a ciò aggiungiamo che nella narrazione sono inseriti gruppi di capitoli ambientati nel 1917, prima che Perveen diventasse procuratore legale, è facilmente intuibile come inizialmente io abbia trovato la storia lenta e frammentaria.
Però devo riconoscere che procedendo nella lettura, la trama mi ha conquistata, specialmente quella di cui meno evidente mi appariva l'utilità, ovvero la storia di Perveen prima della sua laurea. 
La storia di Perveen e della sua lotta per essere riconosciuta come donna e essere umano (non faccio spoiler, ma no, non riguarda la sua possibilità di studiare o lavorare, come sarebbe stato ovvio, ma qualcosa di diverso e questo mi ha colpito positivamente) diventa parte integrante della trama e aiuta a capire meglio i personaggi e il perchè di determinati comportamenti ed azioni. Inoltre si tratta di una sotto-trama che diventa sempre più avvicente con lo scorrere delle pagine.
Insomma, questo è un libro che parte piano, ma a cui bisogna dare una possibilità. 

L'indagine ha molti elementi del giallo classico. Il delitto è infatti avvenuto in un ambiente chiuso, con un numero limitato di sospettati. Sono situazioni che mi sono molto congeniali, ed ho altresì apprezzato che la soluzione del mistero passi attraverso lo studio e la compresione di dettagli legali (sì, lo so, è una deformazione professionale). Ed è qui che Perveen dimostra tutta la sua intelligenza e la sua perspicacia.
Nel finale Massey si concentra sulla risoluzione del mistero legato all'omicidio. Il ritmo si fa più veloce, ma mancano veri e propri colpi di scena; alcune rivelazioni comunque sono interessanti e rendono il finale assolutamente non scontato.

L'impressione che mi resta, finito di leggere il romanzo, è quello di una lettura piacevole, che a volte pare un po' troppo didascalica, ma che comunque non perde di vista la ragione principale d'essere di un romanzo, ovvero quello di raccontare una (bella) storia. A conti fatti, le descrizioni sulla società indiana degli anni venti sono un valore aggiunto, anche se hanno reso la lettura meno scorrevole.

Voto: 7

L'uomo di Lewis...

... di Peter May.


Fin, ex poliziotto di Edinburgo, dopo essere tornato brevemente sulla natia isola di Lewis, nelle Ebridi Esterne, per la risoluzione di un caso, decide di lasciare il lavoro e stabilirsi sull'isola. Qui si imbatte nel ritrovamento del corpo di un ragazzo, sepolto nella torba, che risale, probabilmente, agli anni '50. Quando gli sviluppi dell'indagini coinvolgono la donna che aveva amato in gioventù, Fin decide di indagare, e fa un viaggio a ritroso nel passato di una famiglia e di una comunità. Segreti, menzogne, abusi e atrocità emergono dal passato, e tocca a Finn dare un senso e una conclusione ad una storia che non può più rimanere nascosta. 

L'uomo di Lewis è il secondo libro della trilogia di Lewis scritta da Peter May. I due volumi sono autoconclusivi ed è possibile leggerli indipendentemente. Ma, poichè questo secondo romanzo comincia poche settimane dopo la fine del primo, L'isola dei cacciatori di uccelli, consiglio vivamente di leggerli in ordine, per meglio apprezzare la complessa storia di Fin e dell'isola di Lewis.
L'ambietazione scozzese  è la prima cosa che balza all'occhio del lettore. Essa riempie le pagine e l'unica parola che mi viene in mente per descriverla è possente. Questo romanzo non avrebbe avuto la stessa forza se fosse stato ambientato da un'altra parte.
Le Ebridi Esterne sono formate da piccole isole e piccoli villaggi molto chiusi e isolati, che però posseggono un grande senso della comunità. Peter May ci racconta la storia di un omicidio, che diventa la storia di una famiglia e delle comunità in cui ha vissuto.
Il viaggio indietro nel tempo è affascinante, intrigante e ricco di elementi misteriosi che andranno al loro posto solo con la lettura dell'ultima pagina.
Allo stesso tempo però, questa è la storia di un uomo, e del suo rapporto di amore e di repulsione verso il luogo dove è nato e cresciuto. Fin ne è fuggito appena maggiorenne, credendo di odiarlo; ma quando la sua vita è andata in pezzi, il richiamo dell'isola gli ha restituito equilibrio e stabilità.
Ho amato moltissimo questo lacerantre contrasto di Fin, e soprattutto ho amato la riscoperta dell'amore per il luogo da cui proviene, che non è il paradiso in terra e non è perfetto, ma è parte di lui. Nonostante la durezza dei luoghi e della vita che vi si conduce, c'è un che di consolante nell'idea di accettazione delle proprie orgini. Il contrasto fra l'asprezza dell'ambientazione, la crudezza degli eventi e la riscoperta del protagonista del sentimento per la propria terra rende il protagonista Fin un bel personaggio, scontroso, chiuso e non facile da comprendere, ma sicuramente molto umano.

La trama si svolge su due piano temporali.
Nel presente, Fin indaga sul ritrovamento del cadavere nascosto nella torbiera, in una lotta contro il tempo, prima che dalla terraferma mandino un poliziotto, un estraneo, a indagare ufficialmente. Il cadavere, infatti, sembra legato alla famiglia di Marsaili, la donna che Fin ha amato in gioventù, che in questo momento ha grossi problemi familiari di difficile risoluzione. Fin vuole proteggerla scoprendo la verità prima che qualcuno che viene da lontano ficchi il naso in vicende che non può comprendere.
L'indagine è ben strutturata. Se c'è una cosa che adoro nei gialli è quando le scoperte provengono non da intuizioni campate per aria o da colpi di fortuna dell'investigatore, ma da un vero lavoro di ricerca, in cui ogni passo è conseguenziale a quello precedente. Ed è esattamente così in questo romanzo.
La trama ambientata nel passato è molto interessante, offre molte notizie sulla vita e sulla società scozzese degli anni 40 e 50, diversi spunti di riflessione ed è quella che ha generato, nel mio caso, maggior curiosità. Credo sia la parte migliore della storia, senza nulla togliere al resto. Parte da un orfanotrofio, attraversa i vicoli di una città per arrivare allo splendido paesaggio delle Ebridi, dove il cielo e il mare sono un tutt'uno, e il vento non mette mai di sferzare gli uomini durante il duro lavoro.

Bello e delicato il finale.

Voto: 8

Gli amici silenziosi...

... di Laura Purcell.

La scheda del libro sul sito della casa editrice DeA Planeta

Inghilterra, 1865. La giovane Elsie, rimasta vedova e in attesa di un figlio, si ritira nella casa di campagna del ricco defunto marito insieme ad una cugina di lui, Sarah, sua dama di compagnia. Il primo impatto con i luoghi di cui la famiglia del marito è originaria è piuttosto deprimente. Al villaggio tutti provano grande diffidenza per lei, al punto che nessuno vuole lavorare nella grande casa padronale. Lì Elsie comincia a percepire qualcosa di strano: porte che non si aprono, misteriosi rumori notturni, oggetti che si spostano senza che nessuno li abbia apparentemente toccati. Poi fanno la loro comparsa i cosiddetti "amici silenziosi", sagome di legno che rappresentano persone a grandezza naturale, usate nei secoli precedenti per divertire gli ospiti. Ma quelle sagome scovate in soffitta nascondono una storia inquietante...

Elise Bainbridge è giovane, incinta e vedova. Proveniente da una famiglia benestante, ma non ricchissima, di estrazione commerciale, sposa per amore un maturo nobiluomo. Il loro idillio, però, viene interrotto troppo presto. L'amato marito muore improvvisamente proprio mentre si era recato nella tenuta di campagna, in attesa di essere raggiunto dalla moglie.
L'arrivo di Elsie nella tenuta della famiglia del marito è sconfortante: tutto intorno a lei è squallido e decadente, la servitù scarsa ed impreparata, la compagnia di altri essere umani assente. In questa situazione Elsie comincia ad avvertire che qualcosa non va in quella grande casa, ma distrutta dal dolore e stremata dalla gravidanza, non sa cosa sia vero e cosa non lo sia.

Ed insieme a lei non lo sappiamo neanche noi lettori. Il fascino di questo romanzo comincia da qui.
La storia infatti parte dalla fine, espediente letterario che apprezzo moltissimo. Elsie è in manicomio, stravolta, confusa, sull'orlo della pazzia. Cosa è accaduto? E possiamo fidarci di quello che lei stessa racconta come fosse la verità?

Gli amici silenziosi è un romanzo che si inserisce nel solco della narrativa horror, o meglio, soprannaturale, tracciato, secoli fa, dai grandi romanzi gotici.
La storia parte in sordina, e per qualche pagina ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte una trama tutt'altro che notevole. Insomma, una grande casa di campagna, una donna sola, misteriosi scricchiolii e nessuno a cui chiedere aiuto sono tutti elementi visti e letti un milione di volte.
Eppure Gli amici silenziosi lentamente riesce a creare una tensione costante nel lettore, aggiungendo man mano dettagli che elevano il romanzo e gli danno una sua connatazione e una sua originalità. La maggior parte del merito va alla cura con cui l'ambientazione è stata costruita. La grande casa, decadente e soffocante, incombe letteralmente in ogni pagina che leggiamo, toglie il fiato e rende ogni dettaglio, anche il più insignificante, inquietante.
Se inizialmente, come detto, non ero affatto presa e per nulla spaventata, proprio per la certosina cura nella costruzione dell'ambientazione, col procedere della lettura ho iniziato ad avere prima ansia, poi costantemente il cuore in gola. Ci sono scene nel libro (e in particolare ce n'è una, che ovviamente non racconterò, che coinvolge un corridoio di notte) che sono descritte talmente bene e talmente vividamente da fa accapponare la pelle.

Il romanzo, insomma, fa benissimo il suo dovere: crea ansia, tensione e curiosità; avvince il lettore impedendogli di mettere giù il libro; costruisce una trama solida, misteriosa, impreziosita da rivelazioni sul passato della casa e della famiglia Bainbridge. L'autrice riesce abilmente a mescolare le carte in tavolo, facendoci dubitare della sanità mentale di Elsie e di quello che abbiamo appreso attraverso i suoi occhi e la sua voce narrante.
Il finale è splendido, evita spiegazioni forzate ma lascia benissimo intendere al lettore cosa sia accaduto davvero.
Far paura senza mostri, squartamenti e fiumi di sangue non è sempre semplice. È necessario avere eleganza e intelligenza, due qualità che il romanzo sicuramente possiede.

Consiglio questo romanzo a tutti i lettori, con la raccomandazione di fare attenzione alle porte (chiuse e aperte) mentre lo leggete.

Voto: 8

sabato 11 maggio 2019

L'isola dei cacciatori di uccelli...

... di Peter May.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Einaudi

Finn Macleod è ispettore della polizia ad Edinburgo. Ha da poco perso un figlio e il suo matrimonio non regge l'urto di questa tragedia. Quando sull'Isola di Lewis, Ebridi Esterne, viene commesso un omicio molto simile ad uno precedentemente commesso ad Edinburgo, Finn, originario del luogo, viene spedito ad investigare nella piccola comunità. La vittima è un uomo che ben pochi avevano motivo di amare. L'indagine costringerà perciò Finn a fare i conti col proprio passato, le proprie origini e con una comunità molto chiusa e legata, da cui era fuggito giovanissimo, ma che ora gli appare sotto una luce diversa.

Non conoscevo nè l'autore nè il romanzo che mi accingo a recensire. La verità è che l'ho letto solo perchè cercavo un libro ambientato in Scozia (sono stata in Scozia una anno fa, per la seconda volta, e ci ho lasciato il cuore, per la seconda volta). E così, per puro caso, ho scoperto un grande romanzo mistery/noir.

L'isola dei cacciatori di uccelli è un romanzo molte forte, molto duro e di una straordinaria quanto ruvida bellezza. La prima cosa che balza agli occhi è  l'ambientazione. Come detto, il romanzo si svolge in Scozia, quasi tutto sulla piccola Isola di Lewis, un isolotto incessantemente spazzato dai venti, dove la natura è aspra e selvaggia e modella il carattere delle persone a sua immagine. In questo romanzo ho visto la vera Scozia, lontana dai miti e dalle leggende di castelli e epiche battaglie; ho visto la lotta quotidiana di una intera comunità contro gli elementi per sopravvire, e allo stesso tempo il forte amore che la lega alla propria isola, a dispetto di tutto.
Un valore aggiunto sono dettagli preziosi che permettono di scoprire la vita quotidiana degli scozzesi lontano dalla capitale Edinburgo (e dell'altra grande città del paese, Glasgow): l'uso del gaelico, che viene loro più naturale dell'inglese; le tradizioni secolari a cui non rinunciano; le fattorie sperdute; la dignitosa povertà, ma anche l'alcolismo e la depressione.

Finn, il protagonista, è fuggito da tutto questo in un'età in cui il piccolo orizzonte dell'isola gli stava stretto, e torna ora, piegato dal dolore, per scoprire che quell'orizzone non era affatto così ristretto.
Ho amato motissimo sia l'ambientazione e i sentimenti contrastanti che suscita in Finn, e ho amato l'evoluzione di questi sentimenti, che lo porta a riconsiderare molte scelte della sua vita, e ad accettare ciò che non può essere cambiato. Questo parallelismo tra uomo e natura è la colonna portante del romanzo e la parte che ho apprezzato di più, perchè permetta a trama e personaggi di bucare le pagine.
Per certi versi, il romanzo mi ha ricordato quelli di de Giovanni; anche se lo stile è molto diverso, anche qui l'omicidio è quasi un pretesto per indagare l'animo umano e soprattutto gli abissi oscuri che nasconde; il passato non è mai passato finchè non ci si fanno i conti, e l'ambientazione è protagonista al pari dei personaggi.

La trama è solida, e oltre all'indagine su un efferato delitto, ci regala ampi flashback sul passato di Finn, che ci permettono di conoscere la comunità in cui è cresciuto, e tutti gli attori del dramma che si consumerà anni dopo. La stretta interconnessione fra i fatti raccontati nei flashback e quello che accadrà poi non è immediatamente chiara, ma si fa sempre più evidente mentre si prosegue con la lettura. La storia perciò diventa sempre più interessante ad ogni pagina.
Lo scrittore alterna sapientemente elementi del noir con elementi presi a prestito dalle migliori saghe familiari.
Ogni cosa è dipinta vividamente; la forza con cui i personaggi vivono, amano, odiano e soffrono non può lasciare indifferenti; così come non si può restare indifferenti davanti ad una trama che colpisce dritta allo stomaco.

Voto: 8

lunedì 6 maggio 2019

Circe...

... di Madeline Miller.


Rieccoci anche questo mese all'appuntamento con Questa volta leggo, la rubrica creata dalle blogger dei blog La libridinosa, Le mie ossessioni librose e Lettrice sulle nuvole.
Ogni blogger partecipante si impegna a leggere un libro che soddisfi il tema del mese, che per questo mese di maggio è leggere qualcosa pubblicato nel 2019. La mia scelta è stata Circe, di Madeline Miller.



Circe, figlia del Sole e della ninfa Perseide, è diversa dai suoi genitori e dai suoi fratelli divini. Parla con voce umana, ha un aspetto meno imponente e soprattutto prova empatia e amore per gli esseri umani. Ha il dono della magia, ma questo non le porterà stima o affetto da parte delle altre creature divine. È troppo diversa da loro, e questa diversità la porterà in esilio sull'isola di Ea, dove scoprirà la sua vera natura e inconterà diversi personaggi della mitologia, e finalmente, andrà incontro al suo destino.

Inizialmente ho guardato questo libro con un po' di sospetto. Insomma, la mitologia e l'epica classica l'abbiamo studiata tutti a scuola, e la storia di Circe la conoscono pure i sassi. Temevo, insomma, di annoiarmi leggendo una storia già vista e già sentita. 
Fortunatamente i miei dubbi erano totalmente infondati. Circe è una gran bel romanzo, che si legge tutto d'un fiato nonostante le sue 400 e passa pagine. 

Innanzitutto, parte del merito è dello stile usato dall'autrice, fluido e accattivante come quello di una fiaba. 
In secondo luogo, la storia narrata qui è di più ampio respiro rispetto al frammento che abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola. Circe riempie tutto il romanzo, con le sue fragilità, le sue passioni e soprattutto con la continua ricerca del suo posto nel mondo e della sua vera natura. 
Questa continua ricerca, dolorosa e senza fine, è quello che mi ha colpito di più del romanzo. Non mi aspettavo un racconto così vero, così empatico e a tratti così straziante in un romanzo di genere fantastico. L'umanità di Circe in contrasto con  la sua natura divina è dipinta in maniera splendida, e racconta del dualismo che, secondo me, è in ogni essere umano. Abbiamo tutti un luogo di provenienza ed una famiglia alle spalle, ma dobbiamo comunque lottare per trovare il nostro ruolo, che sia esso vicino o lontano dall'ambiente da cui proveniamo; che sia quello che la famiglia e la società si aspettano o sia completamente diverso. In questo senso Miller racconta una storia universale, capace di parlare a diversi tipi di lettori.

Ma non è tutto qui. La trama è unica e coinvolgente, e sa dare contenuto alle storie della mitologia classica. Circe incontra e si scontra con moltissimi personaggi noti: Glauco, Scilla, Dedalo, il Minotauro e naturalmente Odisseo. 
Se Circe dunque domina il romanzo con la sua straordinaria volontà di vivere a modo suo, i personaggi minori non sono da meno.
L'incontro con l'eroe acheo, ovvero la parte più famosa del mito di Circe, segna sì un punto di svolta nella vita della maga, ma non occupa, come mi ero aspettata, grandissima parte del romanzo. Più importanti ne sono le implicazioni, e più interessante è il ritratto di Odisseo che emerge da quelle pagine. La figura dell'eroe ne esce ridimensionata, ma rafforzata nella sua umanità e nella sua credibilità. Insomma, anche l'astuto e inarrivabile Ulisse aveva le sue fragilità e (soprattutto) le sue meschinità.
Particolarmente interessanti e degne di nota sono le figure di Telemaco e Penelope, di cui si narra la storia, perlopiù sconosciuta, dopo il ritorno a casa di Odisseo. Saranno loro ad accompagnare Circe verso uno splendido finale, degna conclusione di una storia meravigliosa.

Circe è un romanzo interessante, magico e di sicura presa sul lettore. La mitologia greca, argomento di per sè affascinante, non viene stravolta, ma viene sviscerata per raccontare le storie che stanno dietro storie più famose. I personaggi vengono riempiti di sentimenti, difetti e passioni, e balzano prepotentemente fuori dalle pagine. Spesso, durante la lettura, ho avuto il desiderio di andare a leggere cosa raccontava la mitologia sui personaggi del libro, per poi scoprire che il mito narrava praticamente le stesse cose del romanzo, ma con meno attenzione, meno dettagli e meno empatia. In questo senso Madeline Miller è riuscita davvero a dare nuova vita alla mitologia classica. Oltre a creare un romanzo stupendo.

Voto: 8

E per finire, vi lascio il calendario della rubrica per il mese di maggio. Se volete dare un'occhiata ai libri pubblicati di recente, non perdetevi le recensioni sui blog partecipanti!


giovedì 25 aprile 2019

Jane e la disgrazia di Lady Scargrave. Le indagini di Jane Austen #1...

... di Stephanie Barron.

Siamo nel 1802. Jane Austen ha appena rifiutato una proposta di matrimonio che tutti definiscono vantaggiosa. Per sfuggire alle recriminazioni della famiglia ed al biasimo sociale, si rifugia nella residenza di campagna di una cara amica, Isobel, che ha recentemente sposato Lord Scargrave. Ma subito dopo un ballo in onore dei novelli sposi, lord Scargrave ha un malore e muore. Sembrerebbe una morte naturale, ma ad Isobel cominciano ad arrivare biglietti anonimi in cui si insinua che ci sia qualcosa di scandaloso fra lei e il giovane erede del defunto conte, la cui morte non sarebbe accidentale...

Quando si è lettori e si ama appassionatamente un libro, un autore o una saga, non se ne ha mai abbastanza. La voglia di rivivere le emozioni che un romanzo ci ha regalato ci spinge a tuffarci in improbabili sequel, prequel, rivisitazioni (e ve lo dice una che ha letto tutti i possibili seguiti di Via col vento, compreso quello che narra gli stessi eventi dal punto di vista di Rhett, e poi si è ritirata in un angolino a piangere per l'orrore e lo sdegno).
Dunque, da grande estimatrice di Jane Austen e dei suoi romanzi, con non poco timore mi sono accostata a questo primo volume di una serie che eleva al rango di protagonista la donna dietro capolavori come Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento.

L'autrice ricorre ad un espediente letterario, fingendosi la curatrice della pubblicazione di alcune lettere e diari di Jane Austen, ritrovati per caso in una vecchia casa; fin da subito, dunque, Stephanie Barron mette in chiaro che mescolerà realtà e fantasia.
Barron sceglie, tanto per iniziare, un periodo della vita della scrittrice di cui si sa poco. È la fine dell'anno 1802, Jane aveva prima accettato e poi rifiutato la proposta di matrimoniodi un certo Harris Bigg – Wither, ed aveva bisogno di fuggire dal biasimo sociale che le era piombato addosso per la decisione presa. A ventisette anni, infatti, Jane si avviava a diventare una zitella, destino poco desiderabile per una donna di quell'epoca.
Fin qui i fatti, su cui si innesta la fantasia dell'autrice. Jane si reca presso la nobile dimora della cara amica Isobel, appena maritata ad un conte molto più grande di lei, e qui verrà coinvolta in una serie di omicidi, ricatti e misteri.

La prima cosa che colpisce in positivo di questo romanzo, è la grande conoscenza che l'autrice ha di Jane Austen, della sua vita e delle sue opere.
Questo le ha permesso di ricreare una perfetta atmosfera austeniana, e di far sentire a casa un'appassionata come me. È di sicuro questo il più grande merito del romanzo, ovvero quello di aver ricreato l'ambiente e il contesto dei romanzi austeniani senza alcun bisogno di prendere a prestito personaggi o situazioni dei romanzi originari.
Insomma, Barron riesce a creare qualcosa di originale restando nel solco della tradizione letteraria austeniana.

Lo stile è vivace e ricco di dialoghi; il contesto storico sociale è, come detto, molto accurato, e ben spiegato da sporadiche note a piè di pagina che hanno avuto il grande merito di gettare luce su alcuni aspetti meno noti della società e delle leggi dell'epoca.
La trama è ben costruita, e nonostante il ristretto numero di possibili sospetti, l'individuazione del colpevole non è affatto facile. 
I personaggi non solo sono ben delineati, ma possiedono tutti sufficente spessore e abbastanza contrasti interiori e tormenti da risultare interessanti. Sia dietro la frivola cugina di Isobel, ad esempio, sia dietro quello che sembra essere il cattivo di turno c'è molto da scoprire: nessun personaggio è bidemensionale, infatti.
Jane svolge le indagini in prima persona, esponendosi spesso, e quello che ho apprezzato è stato che la Barron non ha mai forzato le regole e le convenzioni sociali per permettere a Jane di muoversi più liberamente; la protagonista ha dovuto indagare facendo i conti con i limiti che la società, il ceto e il sesso le imponevano.

La storia, come è lecito aspettarsi da una romanzo che richiami le atmosfere delle opere di Jane Austen, si svolge principalmente tra le pareti domestiche: prima Scargrave Manor, in campagna, e poi la residenza londinese della famiglia Sacargrave. Il romanzo non risulta però affatto statico o lento. L'evoluzione dell'indagine è dosata con cura, per adattarsi al ritmo del romanzo.
Nel finale il ritmo accelera, come è giusto che sia.

Sono rimasta molto sorpresa da questo romanzo, e lo consiglio a tutti quelli che di Jane Austen hanno amato non solo l'enigmatico Mr. Darcy, ma anche tutto il resto: dialoghi, vivacità, ironia, contesto e critica sociale.

Voto: 7 e 1/2

lunedì 15 aprile 2019

Le sette morti di Evelyn Hardcastle...

...di Stuart Turton.

Un uomo si sveglia in un bosco sconosciuto, gridando il nome di una donna, Anna. Non sa chi sia Anna e non ricorda nemmeno il proprio nome, ma sa che la donna è in pericolo. 
Sente qualcuno correre nel bosco, ombre vestite di nero, poi un grido, e un colpo di pistola. Fuggendo senza meta giunge ad una maestosa residenza nobiliare, Blackheat House, e scopre di essere ospite della famiglia che la abita. Con sgomento, scopre che il corpo in cui si trova non è il suo. È sull'orlo della follia, o sta accadendo qualcosa di incredbile? L'uomo non lo sa, ma sa che qualcosa di orrendo accadrà a Balckheat House, e lui deve a tutti i costi venirne a capo.

Prima di inziare la recensione, vorrei fare una premessa. Se non avete letto nulla a proposito di questo romanzo, vi consiglio di continuare così, e di non leggere neanche il risvolto di copertina, se avete intenzione di affrontare Le sette morti (la mia recensione la potete leggere però, perchè sarà al 100% spoiler free).
Se invece avete letto qualcosa su questo romanzo, vi renderete conto che la sinossi che ho elaborato è sostanzialmente diversa da quelle che si trovano in rete (e sul sito ufficiale della casa editrice, di cui non metterò il link per ragioni che sto per spiegare).
Questo perchè trovo che la sinossi ufficiale, riportata anche sul risvolto di copertina, sia ricca di spoiler, e la cosa mi ha infastidito non poco. Onestamente credo sia scorretto riportare in copertina elementi che il lettore scoprirà solo una volta giunto oltre pagina 100/150. La struttura del romanzo è molto particolare, come ben dovrebbe sapere anche la casa editrice, e contribuire a dipanare i nodi iniziali prima che il lettore si cimenti nella lettura del romanzo è fastidioso.

Il romanzo inizia con un uomo che si sveglia e pensa di essere precipitato in un incubo. È riverso nel fango, sa che Anna è in pericolo ma non sa chi sia Anna, e per di più non sa nenache dove si trovi o quale sia il suo nome. Una volta raggiunta Blackheat House, che sembra essere il luogo dove alloggia, scopre con orrore di non riconoscere nemmeno il proprio corpo; gli altri ospiti della villa tentano di aiutarlo a ricostruire gli eventi della notte, ma nessuno di loro ha mai sentito nominare Anna.  Comincia così la ricerca del protagonista, che si muove a tentoni, brancolando nel buio, cercando di dare un senso alle incredibili incongruenze che lo circondano.

È come se questo libro fosse composto da due romanzi avvolti l'uno nell'altro; c'è qualcosa di strano, misterioso e sovrannaturale all'opera a Bleackheat House, e i lettori scopriranno presto che le leggi del tempo e dello spazio non funzionano come nel resto del mondo; ed allo stesso tempo c'è un omicidio (indovinate un po' di chi?!?) che va impedito, o quanto meno risolto per assicurare il colpevole alla giustizia.
Nella prima metà del libro, l'elemento sovrannaturale è preponderante (chiamiamolo così ma è comunque una definizione imprecisa); nella seconda metà, invece, il mistero giallo prende il sopravvento. Sebbene io abbia apprezzato entrambe le anime del romanzo, la seconda metà è stata quella che ho preferito. La prima parte risulta faticosa da leggere, ma certo non per demerito dell'autore, ma per sua stessa natura. In pratica per le prima 200 pagine brancoliamo nel buio come e forse più del protagonista, e questo rende la lettura a tratti  ostica . 
Nella seconda metà del romanzo, invece, il meccanismo particolare che muove le vicende di Blackheat House comincia ad esserci un poco più chiaro, e indagare sull'omicidio diventa una priorità. 

Di sicuro Le sette morti di Evelyn Hardcastle è un romanzo originale. Io l'ho trovato anche straordinario. Un giallo avvincente è stato reso ancora più misterioso e avvincente da qualcosa che faticheremo a capire fino alla fine del romanzo. È stata un'esperienza di lettura a tratti lenta e faticosa (vi consiglio carta e penna a portata di mano, e vi consiglio di prendere appunti!), ma entusiasmante. Mi chiedo come abbia fatto Stuart Turton a scrivere questo romanzo e a conservare la propria sanità mentale: l'intreccio è davvero incredibile, ingarbugliato e a tratti pare impossibile.
Nonostante i molti fili intrecciati, però, i pezzi del rompicapo alla fine vanno tutti perfettamente a posto, regalandoci nel finale qualche colpo di scena che gli amanti del giallo classico non potrenno che apprezzare. Ma è nel suo complesso che il romanzo va apprezzato, perchè riesce a fondere due generi diversi senza trascurare il minimo dettaglio, senza cercare facili scorciatoie e senza lasciare buchi nella trama (e vi assicuro che non deve essere stato facile).
Già la storia che ruota intorno all'omicidio sarebbe bastata a reggere da sola un romanzo di ottima qualità; l'aggiunta di una struttura e di una narrazione molto particolari rappresenta davvero il raggiungimento di un livello superiore.

A ciò va aggiunta la capacità dell'autore di creare un'atmosfera pesante e decadente, con descrizioni mirate e vivide della vecchia casa e della famiglia che la abita, rimasta legata ad una tragedia avvenuta diciannove anni prima.
Anche i personaggi, a causa della particolarità del romanzo (ve l'ho detto che Le sette morti è un romanzo particolare? No? Ve lo dico ora) sono molto ben delineati e approfonditi. In pratica l'autore riesce a portarci nella loro testa, e lo fa con grande abilità, e questo è un altro punto di forza del romanzo.

Le sette morti di Evelyn Hardcastle è romanzo che consiglio a chi ama il giallo ed il mistero, ma con una avvertenza: è una lettura che va affrontata con calma e con pazienza. Bisogna dare il tempo al romanzo di svelarsi, dopodichè non riuscirete più a metterlo giù.

Voto: 8

mercoledì 27 marzo 2019

L'isola delle anime...

... di Johanna Holmström.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Finlandia, 1891. Kristina sta tornando a casa dopo una lunga giornata di duro lavoro in una fattoria. Scivola sul fiume remando controcorrente per raggiungere la sua casupola, e con lei ci sono i suoi due bambini. Il padre dei bambini è lontano, e Kristina non ne ha notizie da tempo. La donna è stanca, tanto stanca, quasi non riesce più a remare. Vorrebbe riposare ma non può, deve portare i bambini acasa, e preparare loro la cena, lavarli, accudirli. Quasi senza accorgeresene Kristina getta i due bimbi addormentati fuori borso, e si rende conto solo il giorno dopo dell'orrendo crimine commesso.Viene così mandata a Själö, un'isoletta che ospita un manicomio per donne ritenute incurabili. Davanti a lei sfileranno gli anni e le storie di altre donne, recluse e infermiere, che consumeranno la loro vita in quel posto isolata e senza speranza.

Come lettrice ho poche, semplici regole. Una di queste è di stare alla larga dai romanzi che autori e/o case editrici definiscono potenti. Solitamente l'aggettivo in questione è sinonimo di: schifezza supponente e sopravvalutata, non leggibile dai comuni mortali ma che l'autore ritiene sia il romanzo che cambierà la storia della letteratura mondiale. Questa ferma convinzione deriva dalla mia esperienza personale, ma sono ben lieta di affermare che L'isola delle anime è l'eccezione alla (mia) regola, e che il romanzo è davvero evocativo e potente come lo definisce la copertina.

La storia si apre con un avvenimento tragico, forte e crudo. Con una prosa delicata e dolente, la Holmström ci porta a conoscere Kristina, e la sua stanchezza e la sua solitudine diventano le nostre. Fin dalle prime pagine il romanzo cattura prorpio perchè riesce a fare quello che ogni buon libro dovrebbe fare: trasportarti nella testa del personaggio. E di certo non è facile farci comprendere il pensiero e le motivazioni di una infanticida, eppure l'autrice ci riesce, senza scadere nel pietismo, senza giustificare un crimine terribile, ma semplicemente mostrando la grande fragilità dell'essere umano, la fragilità, in questo caso, di una donna stanca e sola, che arranca sulla strada della vita.
Io credo che chiunque sia stata madre e abbia passato notti insonni e giorni a correre cercando di incastrare qualunque altra cosa con la cura di un neonato possa capire la lacerante solitudine di Kristina. La Holmoström dimostra, da subito, di parlare al lettore con un linguaggio universale, cosa che di solito è il marchio di fabbrica dei grandi libri.

Ma i temi trattati non si esauriscono qui. Per Kristina, e per noi, si aprono le porte di un manicomio, un modello di ospedale psichiatrico che non aveva niente da offrire alle pazienti. In realtà si trattava più di un luogo di detenzione, senza alcuna prognosi e senza alcuna speranza di guarigione nè di reale cura per le pazienti.
Questo tipo di struttura era diffusa un po' ovunque nel secolo scorso in Europa: che si trattasse di manicomi, oppure di ospizi per madri sole o povere, o "ricoveri"per ragazze cosiddette perdute, questi erano luoghi dove rinchiudere donne che non si conformavano ai canoni della società, e risultavano scomode, imbarazzanti o fastidiose per le famiglie o le autorità. In pratica, un gigantesco tappeto dove nascondere la polvere. Perchè questo erano quelle donne, non tutte malate di mente: polvere negli ingranaggi di una società che non tollerava diversità o deviazioni da quella che era considerata la normalità.



Lo sviluppo della trama è lento e pacato. Vorrei sottolineare come anche lo scorrere del tempo è volutamente nebuloso all'interno del romanzo. Ci sono uno o due punti fermi in cui l'autrice ci aiuta a capire quanti anni sono passati, ma per il resto lo scorrere del tempo è volutamente confuso, e questo conferisce ancora maggior impatto ad una ambientazione soffocante e claustrofobica.

Le storie narrate sono così forti che non necessitano di particolare enfasi stilistica per colpire il lettore, ma praticamente parlano da sole.
Sebbene quella di Kristina sia la quella emotivamente più coinvolgente, anche le storie delle altre pazienti sono significative e profonde. A fare da filo conduttore tra le varie storie, mentre gli anni passano, è Sigrid, infermiera giovane con una forte vocazione, che avrà la sua storia da raccontare.
In particolare mi è piaciuta quella di Elli, giovanissima paziente che non soffre di reali disturbi mentali. La sua unica colpa è quella di aver tenuto una condotta sregolata e moralmente riprorevole secondo gli standard dell'epoca. Interessante (e doloroso, ma l'avrete capito che questo libro non regala nè speranza nè emozioni facili da metabolizzare) il suo percorso di paziente senza malattia all'interno di una struttura psichiatrica. 

Di questo romanzo mi ha colpito la forza dei temi e delle storie narrate; e mi ha colpito il fatto che, nonostante la gravità degli argomenti, esso si sia rivelato di una scorrevolezza quasi incredibile. Per questo, lo consiglio vivamente.

Voto: 8

lunedì 25 marzo 2019

La cena dei segreti...

... di Care Santos.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Salani

Spagna, 1950. In una afosa notte d'estate, l'ultima che passeranno nel collegio cattolico dove hanno studiato fino ad ora, Olga e Marta giocano per l'ultima volta con le amiche Julia, Nina e Lola a "obbligo o verità". Un obbligo più pericoloso del solito, però, segna in modo tragico quella nottata.
Gli anni passano, le amiche prendono strade diverse e restano lontane per trent'anni, fino a quando Marta non le invita tutte a cena nel suo ristorante. mentre spettano Julia, che è in ritardo, le ragazza ormai adulte decidono che è arrivato il momento di svelare i segreti del passato, per capire cosa è successo quella notte di tanti anni fa e come quel fardello abbia influenzato le loro vite.

Questo romanzo inizia raccontando il gioco, soltanto apparentemente innocente, che cinque collegiali adolescenti fanno in una notte d'agosto. Il gusto del proibito, del segreto condiviso, della ribellione silenziosa alle rigide regole dettate dalle suore che gestiscono il collegio permeano l'aria e creano un senso di sospsesa aspettativa anche nel lettore. L'incipit e il primo capitolo del romanzo mi sono piaciuti molto. Bella l'ambientazione; ben descrittae la soffocante rigidità della scuola e  la tensione delle ragazzine, sospese tra la volontà di conformarsi al comportamento che ci si aspetta da loro, e l'ansia di ribellarsi comunque agli adolescenti di tutto il mondo.
Durante la nottata descritta però, capita qualcosa di terribile ad una di loro; qualcosa che le ragazze non arriveranno a sapere, perchè l'accaduto è coperto dall'omertà delle suore. E quando si perdono di vista, crescono e maturano, nelle vite delle cinque ragazze resta sempre qualcosa di non detto, di sospeso, che pesa come un macigno.

Ecco, secondo me questo è il meglio che il romanzo offre.
Lo svolgimento successivo, che ci narra in terza persona le vite delle cinque ragazze, da quando hanno lasciato il collegio fino alla maturità, va avanti fra alti e bassi. Non tutte le protagoniste e le loro storie sono riuscite a suscitare il mio interesse allo stesso modo. Ho trovato profonda e interessante la storia di Olga; mi è piaciuto l'approfondimento della sua psicologia in quanto personalità dominante e un po' crudele, responsabile principale di quanto accade nella famosa notte al collegio. Un po' meno interessanti sono risultate le vite di Nina e Lola (in particolare di quest'ultima, davvero scialba e noiosa). Sufficientemente interessante quella di Marta, mentre quella di Julia, secondo me, avrebbe meritato maggior approfondimento (anche perchè è la chiave di volta di tutta la vicenda).

La cena dei segreti sembra uno di quei sufflè preparati con tanto amore e ottimi ingredienti, ma che inspiegabilmente si affloscia in forno durante la cottura. Gli elementi per una buona riuscita del romanzo c'erano tutti, ma qualcosa è mancato, e il risultato non può dirsi completamente soddisfacente.
A parer mio è mancata un po' di forza e di incisività nella trama, qualche guizzo in più nell'intreccio che risulta invece troppo statico; la cosa terribile accaduta durante la famosa notte è facilmente intuibile. Si legge sperando che arrivi un colpo di scena, una rivelazione, un particolare qualunque a dare nuova luce ai fatti del passato, ma questo non accade, e per me è stata una delusione.

Non si tratta di un romanzo brutto, da cestinare in toto. Forte di una bella ambientazione e di un buon inizio, questo libro si lascia comunque leggere fino alla fine. Nonostante le critiche che ho mosso non ho mai avuto la tentazione di abbandonarlo, anche perchè la scelta dell'autrice di narrare la vita delle protagoniste una alla volta tiene in piedi il romanzo spingendo il lettore ad andare avanti per saperne di più. Ma alla fine, al momento di tirare le somme, qualcosa è mancato.

Voto: 6