lunedì 6 giugno 2022

Il passo falso...

... di Marina Morpurgo.

Il professor Emilio Rastelli è un pediatra in pensione. Da sempre un uomo ruvido, difficile e chiuso, non ha mai voluto parlare del suo passato, e in particolare della sua famiglia. Ma ora che la demenza senile comincia a intaccare il suo autocontrollo, dietro al suo caratteraccio sembra mostrarsi un’ombra assai più oscura: forse il professor Rastelli non è chi ha sempre sostenuto di essere.
Inutile cercare risposte da lui, che ormai alterna momenti di lucidità ad altri di agitazione e delirio, che la moglie e il badante faticano a contenere. Ma un vago indizio c’è, perché il professor Rastelli spesso fugge di casa e ogni volta viene ritrovato mentre si aggira lungo la costa orientale del lago di Como.
Lentamente, in un racconto parallelo, emergono due ragazzi, le cui esistenze si sono incrociate tra il 1943 e il 1944: Giuseppe, ebreo, figlio di un’inglese e di un italiano, in fuga per la sopravvivenza, e Antonio, giovane camicia nera che con indifferenza compie razzie ai danni di ebrei e antifascisti. Entrambi belli e biondi, entrambi giovani, entrambi gravitano sulle sponde del Lario.
Morpurgo, pur tenendo il lettore incollato alla pagina e non abbandonando il suo stile lieve e ironico, ci regala una lezione di storia mostrando una volta di più come il destino possa forgiare, in modo casuale, le esistenze di vittime e carnefici. (dal sito della casa editrice Astoria )

Conoscevo Marina Morpurgo come ottima tradutrice dei miei adorati gialli della serie "I casi di  Agatha Raisin", e questo è la prima volta che leggo un suo romanzo. Sicuramente non sarà l'ultima, perchè questa lettura mi ha conquistato.
 
Con uno stile leggero, snello, lieve e a tratti ironico, Morpurgo ci racconta le storie dei tre protagonisti, le quali sembrano essere molto distanti tra di loro, ed inizialmente non riusciamo neanche a capire il perchè l'autrice abbia scelto di narrarci tre vicende che all'apparenza non hanno nulla in comune.
Inizialmente sembra di leggere tre romanzi diversi. L'effetto può anche essere un po' straniante ma non allontana il lettore dalle pagine, tutt'altro; l'abilità dell'autrice sta nel farci desiderare di saperne di più, nonostante un vago senso di confusione iniziale.
La trama, o meglio, le trame, sono ben costruite e soltanto nelle ultimissime pagine il nesso che le lega verrà svelato.
Personalmente non mi considero una lettrice ingenua, mi capita spesso di capire dove un autore voglia andare a parare quando c'è un mistero da risolvere, eppure questa volta Morpurgo ha saputo immaginato un finale dolce amaro che non mi aspettavo.
 
Ho letto che il romanzo è liberamente ispirato a delle vicende reali, che hanno coinvolto la famiglia dell'autrice negli anni della Seconda Guerra Mondiale.
Ciò appare evidente se si considerano i persoanggi. Nonostante ognuno di loro si trovi a condividere la scena con altri due co-protagonisti, tutti sono solidi, reali, egregiamente tratteggiati. Lo stesso vale anche per i comprimari, l'odiosa nonna di Giuseppe su tutti. 
Credo che la parte migliore del romanzo sia proprio questa,. ovvero l'aver saputo raccontare la nostra storia recente rendendola romanzo, nobilitando entrambe le faccie della narrazione.
Marina Morpurgo non si abbandona a nessun pippone (conesso tempo sentitemi l'uso del termine non proprio ortodosso) moralistico, eppure ci fa riflettere su tante cose: l'ordinario eroismo della gente comune, la faccia banale e ordinaria che può assumere il male, la mescolanza di odio, amore, rancore e vendetta che possono cambiare il corso di una vita che sembrava segnata, e quanto sia facile deviare il corso del destino. Basta un passo (letteralmente!) per modificare il corso delle cose.
 
Allo stesso tempo questo è un romanzo vero, non un trattato di storia travestito: è capace di emozionare il lettore, intrattenerlo, divertirlo e commuoverlo.
E no, non mi è scappata una lacrimuccia nel finale. Mi era solo entrato un ventennio di storia italiana nell'occhio.

Consigliatissimo.
 
Voto: 8

venerdì 6 maggio 2022

La logica della lampara. Le indagini di Vanina Guarrasi #2...

 ... di Cristina Cassar Scalia.

"La pesca con la lampara ha una sua logica precisa. Si accende la luce, non si fa rumore, si sta fermi il piú possibile e nel frattempo si armano le reti. Prima o poi anche i pesci meglio nascosti vengono a galla. A quel punto non possono scapparti piú. Vanina pensò che era l'immagine perfetta per descrivere quel caso."
 
La vicequestora Vanina Guarrasi, in questa sua seconda avventura, si trova ad indagare sulla sparizione di una giovane e bella avvocatessa. Avvertita da due telefonate anonime, Vanina riceve l'aiuto insperato di due testimoni oculari, che hanno visto buttare una grossa valigia da una scogliera la sera della scomparsa. Ben presto, troverà indizi che la porteranno con certezza ad associare la sparizione e la valigia. Ma chi ha ucciso la giovane? E perchè? Per dare una risposta a questi interrogativi, Vanina dovrà indagare tra i personaggi più influenti di Catania, dove non è tutto oro quello che luccica, nessuno è sincero e dietro una apparente verità se ne nasconde sempre un'altra.

Cominciamo col dire che La logica della lampara è un gran bel giallo. Ha una trama solida, ben costruita, misteriosa il giusto, con un finale "a cascata" che per ben tre volte, dopo aver dato risposta ad un domanda, ce ne pone subito un'altra. 
Nella prima metà, però, la trama soffre un po' per un'eccessiva lentezza dello sviluppo, secondo me. L'indagine stenta a decollare, o meglio, è impantanata in mezzo a tutti i lacci e laccioli tipici della burocrazia fatta di autorizzazioni, tempi morti, risultanze scientifiche che non arrivano e così via. Tutto molto realistico, ovviamente, ma avrei gradito un pelino di sintesi in più sul tema.
Nella seconda metà del romanzo, il ritmo si fa più rapido e mano man che le tessere del puzzle diventano più chiare, si riesce ad apprezzare in pieno la perfetta costruzione del caso e della sua risoluzione. Le suddette tessere, comunque, andranno a posto soltanto nelle ultimissime pagine con un finale molto articolato, come detto, ma credibile, verosimile e per nulla macchinoso.
Insomma, il romanzo mi è piaciuto, e anche tanto.

Quello che dopo due romanzi ancora non mi convince è la protagonista, Vanina Guarrasi. Per carità, brava è brava. È una tosta, sa badare a se stessa, sa fare il suo lavoro. Eppure non mi fa sangue, non mi fa simpatia e non riesco a capire perchè tutti la trovino simpatica, irresistibile o entrambe le cose. È chiusa, scontrosa, asociale e pure un filino arrogante, ma pare sempre circondata da persone desiderose della sua compagnia.
Ho anche l'impressione che la sua squadra esista semplicemente in quanto prolungamento dei suoi pensieri e della sua volontà, senza che nessuno degli altri poliziotti riesca a spiccare con una sua personalità netta e ben delineata. Insomma, come se esistessero solo per eseguire gli ordini di Vanina e per non lasciarla sola in ufficio.
 
Un'altra cosa che mi infastidisce è la descrizione dell'ambientazione. Credo che l'autrice indulga un po' troppo su certi aspetti tipici della sicilianità, in particolare su quelli legati al cibo, che invece di dare colore all'ambientazione, creano una sensazione di dejavù. Il cibo come rito, l'abbondanza dei pasti, la descrizioni dei piatti tipici sono già stati usati prima e meglio (mi perdoni l'autrice, ma il paragone è con il grande Camilleri, che considero ad un livello non raggiungibile), e a parer mio qui non aggiungono niente di nuovo o di speciale all'ambientazione.
In certi momenti - ma questo può essere un mio problema - vedevo dietro alcune scene l'ombra di Camilleri, di Salvo Montalbano e di certe sue manie.
Forse è inevitabile, leggendo un poliziesco ambientato in Sicilia, con protagonista un commissario (o vicequestore, per essere precisi) doversi confrontare con un pilastro indiscusso del genere, Salvo Montalbano, e quelli che a me sembrano fastidiosi dejavù sono in realtà un omaggio al personaggio creato da Andrea Camilleri.
 
In conclusione, La logica della lampara è un giallo solido, con la trama che, nonostante alcune sottotrame riguardanti le vicende personali della protagonista e della sua squadra, è il punto focale del romanzo  ed è solida, interessante e ben scritta.
 Voto: 7

giovedì 5 maggio 2022

La chiave dei ricordi...

 ...di Kathryn Hughes.

Sarah ha 38 anni ed è appena passata attraverso un divorzio sofferto e la morte della madre. Mentre si prende cura del padre, decide di scrivere un libro su Ambergate, il manicomio della sua cittadina, ora dismesso, dove suo padre ha lavorato in gioventù. Nonostante incontri la velata ostilità del genitore, Sarah comincia ad esplorare l'edificio abbandonato dell'ospedale psichiatrico, finchè un giorno non si imbatte in un deposito dimenticato che custodisce vecchie valige appartenute ai pazienti. Una in particolare attira l'attenzione della donna, perchè sembra custodire una storia drammatica che attende da decenni di essere raccontata.

Ispirandosi alle vicende di un vero presidio per la salute mentale, Kathryn Hughes narra una storia al tempo stesso affascinante e dolorosa, quella delle vite dei pazienti degli ospedali psichiatrici negli anni 50 e 60.
E lo fa con una delicatezza ed empatia che trascinano il lettore al centro della narrazione.
Il romanzo è strutturato su due piani temporali, uno ambientato nel 2006 ed un altro 50 anni prima.
Protagoniste di quest'ultima ambientazione sono l'infermiera Ellen Crosby, all'inizio del suo lavoro, e la giovane paziente Amy. La storia di Amy è la parte centrale del romanzo, e quella intorno a cui ruota tutto.
Mi è piaciuto molto come l'autrice ha saputo coniugare il dipanarsi della storia di questa paziente (a cui è legato "il segreto della valigia" che Sarah si impegna a svelare) con la descrizione dei trattamenti e della vita quotidiana dei pazienti psichiatrici dell'epoca. Non è il primo romanzo che leggo sul tema, ma ogni volta resto stupita, indignata e tremendamente triste per il modo in cui queste persone venivano trattate. Nessun rispetto per la dignità dei pazienti, nessuna speranza di cura, solo privazioni, cure invasive del tutto inutili e indifferenza (quando non vera e propria crudeltà). Il merito maggiore del romanzo è proprio quello di essere riuscito porre in evidenza questi temi fondendoli in maniera naturale con l'evolversi della trama.
La narrazione è molto scorrevole, la storia intrigante e i personaggi, sebbene tratteggiati con poche pennellate, risultano credibili e sono approfonditi il giusto. Il tema del romanzo è uno di quelli duri, amari, non facili, ma qui viene sviluppato con delicatezza e lascinado che un tenue filo di speranza ci guidi attraverso l'intera trama.
La chiave dei ricordi è il classico romanzo che hai voglia di leggere perchè vuoi assolutamente conoscere il segreto attorno a cui si sviluppa la storia. 
Quando un romanzo mi dà questa sensazione, io lo classifico automaticamente tra i buoni romanzi.
Il finale, benchè contenga la tanto agognata rivelazione (che, almeno per me, non è stata affatto scontata) ha qualche pecca.
Capisco che l'autrice, dopo l'amarezza inevitabile che suscita il tema del romanzo, abbia optato per un finale abbastanza "dolce", ma penso abbia un pochino ecceduto nella quantità di zucchero, cedendo anche a qualche semplificazione narrativa e a qualche ingenuità.
La chiave dei ricordi resta comunque una lettura molto piacevole e consigliata.

Voto: 7