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martedì 26 novembre 2019

Gli scomparsi di Chiardiluna. L'attraversaspecchi #2...

.... di Christelle Dabos.

Sulla gelida arca del Polo, dove Ofelia è stata sbattuta dalle Decane perché sposi suo malgrado il nobile Thorn, il caldo è soffocante. Ma è soltanto una delle illusioni provocate dalla casta dominante dell’arca, i Miraggi, in grado di produrre giungle sospese in aria, mari sconfinati all’interno di palazzi e vestiti di farfalle svolazzanti. A Città-cielo, capitale del Polo, Ofelia viene presentata al sire Faruk, il gigantesco spirito di famiglia bianco come la neve e completamente privo di memoria, che spera nelle doti di lettrice di Ofelia per svelare i misteri contenuti nel Libro, un documento enigmatico che nei secoli ha causato la pazzia o la morte degli incauti che si sono cimentati a decifrarlo. Per Ofelia è l’inizio di una serie di avventure e disavventure in cui, con il solo aiuto di una guardia del corpo invisibile, dovrà difendersi dagli attacchi a tradimento dei decaduti e dalle trappole mortali dei Miraggi. È la prima a stupirsi quando si rende conto che sta rischiando la pelle e investendo tutte le sue energie nell’indagine solo per amore di Thorn, l’uomo che credeva di odiare più di chiunque al mondo. Sennonché Thorn è scomparso...(Sinossi dal sito della casa editrice Edizioni E/O)

Dopo il primo volume, Fidanzati dell'Inverno, ritorna la saga fantasy con protagonista la giovane Ofelia, attraversaspecchi e lettrice di oggetti di professione, incastrata in un ambiente che non è il suo e minuscolo ingranaggio di intrighi politici di portata planetaria.
Ofelia vive in una Terra che, dopo un misterioso disastro, si è diviso in frammenti galleggianti detti arche; per soddisfare il bisogno di una alleanza fra arche, è stata promessa in sposa all'enigmatico e introverso Thorn, e catapultata in una società fatta di cortigiani, che vivono di intrghi, tradimenti, bugie e colpi bassi, necessari a mantenere il favore del distratto ma potentissimo Faruk, una sorta di capotribù degli abitanti dell'arca del Polo.

Gli scomparsi di Chairdiluna si rivela, fin dalle prime pagine, all'altezza del romanzo che lo precede.
L'ambientazione, che ritengo essere il punto di forza di questa saga, viene approfondita e arricchita di particolari che riguardano non solo il presente di questo mondo strano e fragile, ma anche il passato. Devo sottolineare che le informazioni riguardo il periodo precedente al disastro che ha frantumato il mondo sono intriganti, e dosate con sapiente moderazione. I flashback creano un'atmosfera di aspettativa e curiosità, e invogliano il lettore a proseguire.
Non che ce ne fosse bisogno, per quel che mi riguarda. La trama è più articolata ed interessante del precedente volume; si nota però una certa tendenza dell'autrice a diluire rivelazioni e informazioni nella prima parte del romanzo, cosa che avevo notato anche durante la lettura del primo volume della serie. Questo tende a far sì che circa metà del libro abbia un ritmo lento; a volte la mancanza di comunicazione tra i personaggi raggiunge livelli eccessivi. Questo può risultare frustrante per il lettore, perchè è evidente che tale espediente ha il solo scopo di non arrivare troppo rapidamente a svelare gli elementi fondamentali che compongono la storia.   
La seconda metà invece risulta essere più dinamica e perciò anche più scorrevole.

La trama resta originale e introduce nuovi personaggi e nuove ambientazioni. Una menzione particolare merita Farouk, guida dei clan che popolano Polo, che con la sua memoria ondivaga e i suoi poteri mentali fuori controllo rende inquietante l'atmosfera e getta numerose ombre sul futuro di Ofelia e Thorne.

Gli scomparsi di Chiardiluna non fa che conferma la buona impressione che già avevo avuto leggendo Fidanzati dell'Inverno. Questa serie è originale, interessante, sa intrattenere il lettore e portarlo dentro mondi nuovi che sono tutti da scoprire.
Il senso di meraviglia e di attesa che Christelle Dabos riesce a trasmettere mentre narra la sua storia è la parte migliore del romanzo.

Voto: 7e 1/2

mercoledì 20 febbraio 2019

Warcross...

... di Marie Lu.


Per i milioni di persone che si connettono ogni giorno, Warcross non è solo un gioco, è un modo di essere. Per alcuni rappresenta una via di fuga dalla realtà, per altri una fonte di profitto. La giovane hacker Emika Chen sbarca il lunario braccando i giocatori entrati nel giro delle scommesse illegali. Ma l'ambiente dei cacciatori di taglie, oltre a essere pericoloso, è molto competitivo. Sempre al verde, per racimolare una somma di denaro di cui ha urgentemente bisogno, Emika hackera la partita inaugurale del Campionato di Warcross e, senza volerlo, si ritrova dentro il gioco. È certa che il suo errore le costerà l'arresto, e l'ultima cosa che si aspetta è la telefonata del creatore di Warcross, l'affascinante miliardario giapponese Hideo Tanaka, con una proposta impossibile da rifiutare. Un volo per Tokyo ed Emika si ritrova catapultata nel mondo che fino a quel momento aveva solo potuto sognare. Ma presto le sue indagini sveleranno l'esistenza di un oscuro complotto le cui implicazioni vanno ben oltre i confini dell'universo di Warcross. (La sinossi è tratta dalla scheda del libro sul sito della casa editrice Piemme)

Bene, letta la sinossi? Amanti della cultura nerd, vi suona familiare? In ogni caso dovrebbe. Perchè l'ambientazione del romanzo pare essere presa pari pari da Player One, bel romanzo di Ernest Cline del 2010, da cui di recente è stato tratto un (brutto) film.
Diciamo che con queste premesse, il romanzo non parte benissimo, ma sulla poca originalità dell'ambientazione avrei potuto anche glissare, se mi fossi trovata davanti a una bella storia. E invece no. Warcross non è un bel romanzo.

Emika tenta di hackerare una partita del videogame che tiene avvinte milioni di persone, ma un piccolo errore la fa scoprire e le vale una lavoro da cacciatrice di taglie addirittura per miliardario che ha inventato Warcross. La ragazza entrerà sotto copertura in una delle squadre partecipanti al campionato mondiale di Warcross; vivrà l'immancabile storia d'amore e nel frattempo cercherà di capire chi è l'hacker che minaccia il mondo virtuale creato da Hideo Tanaka.

Da queste poche righe già si capisce che la trama è piatta, banale, noiosa e scorre senza che intervenga nessun guizzo, nessun lampo di interesse a salvarla.

L'ambientazione non è curata, non è approfondita nè riesce mai a imporsi come realistica. È un bel fondale dipinto. Il gioco, Warcross appunto, un misto di realtà aumentata e realtà virtuale, viene descritto come qualcosa che ha cambiato la vita dell'umanità, ma la cosa ci viene detta, e bisogna che la accettiamo come un dato di fatto, perchè mai nel romanzo viene mostrato che sia così. Non ci viene mai mostrato, infatti, attraverso lo sviluppo della trama o le azioni dei personaggi, che Warcross ha avuto un impatto tale da cambiare le abitudini e la vita quotidiana delle persone. Tutto quello che fanno le persone è connettersi per giocare e per guardare altri giocare, e addirittura per le partite ufficiali di questo videogame la gente esce di casa e si riunisce un palasport per seguire il match, proprio come facciamo oggi per un qualsiasi evento sportivo o per i vari tornei di videogame che si tengono in giro per il mondo.
La gente continua a lavorare, uscire, dipingere, fare la spesa, mandarsi messaggi, eccetera. Dove sarebbe il dirompente cambiamento portato alla società da Warcross? 
Ho visto alcuni utenti di Goodreads definire il romanzo come distopico. Ma dove sarebbe la distopia? Dove sarebbe questa società distorta? Potrebbe anche esserci, eh, ma in realtà noi non arriviamo a vederla, perchè poco o nulla ci viene mostrato del mondo che c'è oltre i confini di Warcroos.
In compenso, in ogni momento del romanzo, possiamo sapere cosa indossa Emika, e di che colore sono i vestiti, i calzini e le scarpe suoi e di ogni personaggio che ha la sventura di comparire, fosse anche per poche righe, nella trama di Warcross.

La descrizione della tecnologia è superficiale e non approfondita. In un mondo in cui, in teoria, la gente vive connessa ad una sorta di realtà aumentata, grazie all'invenzione di occhiali detti NeuroLink, collegati direttamente al cervello, i mezzi di protezione del proprio account, dei propri dati, della propria privacy sono ridicoli, anzi, del tutto inesistenti. La gente va in giro esponendo i propri dati sensibili al primo curioso che passa e getta uno sguardo. Praticamente è come essere su Facebook. 
Quando Emika trova una persona che ha un sistema di protezione del proprio account, subito sospetta abbia qualcosa di losco da nascondere. Il che è francamente ridicolo. Una cosa del genere dovrebbe essere la normalità, non qualcosa di sospetto.
Mi vien da pensare che se Emika vedesse la (misera) protezione applicata alla mia rete wi-fi di casa, mi manderebbe direttamente l'FBI, la Digos e la NASA per arrestarmi.

Inoltre la descrizione stessa della tecnologia informatica connessa al videogame e alle abilità di hacker di Emika è molto vaga e inconsistente.
La protagonista bypassa sistemi di protezione, accede ad account, ruba dati, hackera profili di giocatori di Warcross con una semplicità disarmante, ma senza che a noi sia mai dato sapere come fa. 
Tutto ciò che l'autrice ci dice è che Emika scrive qualcosa, oppure fa partire un nuovo script, o anche che usa, e cito testualmente, qualche trucchetto da hacker.
Oltretutto, nel romanzo esiste anche una certa confusione fra la realtà virtuale e internet. Infatti sembra che in Warcross esista una sorta di dark world modellato sul dark web, ma come possa esistere all'interno di un videogame un dark world fuorilegge, dove si nascondono criminali e si scommette clandestinamente, senza che la casa di produzione lo sappia, o prenda provvedimenti per eliminarlo, è un mistero. Non è chiarissimo, poi, se si tratti di una specie di appendice derivante dal gioco o di una zona franca di internet o di chissà cos'altro.

Tutto questo, in un romanzo in cui la tecnologia informatica è parte rilevante della trama  è semplicemente I N A C C E T  T A B I L E.

La rappresentazione del dark web e della realtà virtuale fatta nel film Ralph spacca internet era molto più accurata e credibile. E ho detto tutto.

Ma non basta.  Lo stesso videogame che ha cambiato la vita di milioni di persone alla fine si rivela essere un gigantesco rubabandiera, solo con gli occhiali neurali. Fico! (Sono ironica, in caso non si fosse capito).
Due squadre, con tute per la realtà virtuale, che si sfidano su campi di battaglia sempre diversi, per rubare ciascuna la gemma simbolo dell'altra squadra.
Praticamente quello che facevamo da bambini durante le scampagnate di Pasquetta, solo più costoso.

La cultura nerd e videoludica di cui questo romanzo dovrebbe essere alfiere, poi, non è altro che una figurina attaccata sul fondale dipinto di cui prima. Non basta far indossare alla protagonista una maglietta col logo della SEGA, o farla giocare a Sonic quando è nervosa (tra l'altro, una sola volta in 324 pagine) per scrivere un romanzo imbevuto di questo tipo di cultura. Anche questo aspetto è trattato superficialmente, non entra davvero nella storia. I riferimenti potrebbero tranquillamente essere eliminati e il romanzo non ne risentirebbe affatto.

La storia d'amore, che sembra essere un obbligo in questo genere di romanzo, indirizzato ad un pubblico giovane, è, allo stesso tempo, quanto di più telefonato e di più incomprensibile possa esserci. È una storia d'amore basata sul nulla, o meglio, sul fatto che i due personaggi in questione debbano innamorarsi perchè sì. Non riesco a trovare una sola ragione per cui questo sentimento, che occupa una parte rilevante della storia, debba nascere e svilupparsi. O meglio, ne trovo solo una: la protagonista è una spaventosa Mary Sue [1] e quindi, per definizione, nessuno può resisterle oltre il primo sguardo.

E questo mi porta all'analisi dei personaggi. Nessuno spessore, nessuno sviluppo, nessuna evoluzione.
L'autrice, dopo aver appiccicato addosso ad Emika una patetico passato strappalacrime che avrebbe dovuto avere lo scopo di farci empatizzare con lei (ma che con me ha avuto l'effetto opposto perchè ha decisamente esagerato), lascia che qualunque cosa faccia Emika le riesca senza sforzo alcuno. Lascia che sia la più brava in tutto, anche se non ha mai fatto o non si è mai esercitata in quella cosa. Qualsiasi azione intraprende è coronata da un successo strepitoso, specie all'interno di Warcross, anche se non ha mai giocato partite ufficiali nè si è mai allenata come si deve.
Anche l'ingresso non autorizzato ad una partita ufficiale di Warcross, che le vale l'ammirazione di Hideo Tanaka, viene effettuato con una semplicità ed una mancanza di sforzo incredibili.

È la mia unica possibilità. Trattengo il respiro, aspetto – non farlo – e scrivo una parola, un comando nell’esatto istante in cui l’oggetto abbandona la mano di Jena.

Ecco, questo è tutto. Questo è il modo in cui Emika entra in un gioco intorno a cui, è bene specificarlo, ruotano milioni e milioni di dollari; un gioco che, in teoria, ha cambiato la vita di milioni di persone. Una parola e via. Emika è dentro.
Gli altri personaggi non li commento neppure, perchè comunque esistono solo in funzione di Emika, di quanto possano esserle utili o di quanto possano evidenziare la sua marysuaggine interagendo con lei. Quando, infatti, Emika si trova in difficoltà, uno degli altri personaggi, anche uno di quelli che le è ostile o che la trova odiosa (la mia solidarietà, fratello!) si prodiga per toglierle le castagne dal fuoco, fornendole indizi, informazioni o quello che le occorre. Sia mai che Emika debba faticare troppo per ottenere un risultato!

Questi sono i problemi principali; e a questi andrebbero aggiunti una miriade di piccoli fastidiosissimi dettagli incongruenti, sciocchi o superficiali di cui è costellata la narrazione: corde che tirate sul muso di un drago (virtuale) si annodano da sole e fungono da briglie improvvisate; personaggi definiti crudeli e rabbiosi per aver detto (senza urlare eh) alla propria figlia "piantala"; uno stadio da migliaia di posti che rimane al buio perchè privo di luci di emergenza; le prime partite del campionato di Warcross fastidiosamente somiglianti alle prove del Torneo Termaghi di Harry Potter; un drone al servizio delle squadre ufficiali di Warcross costruito dalla concorrenza e che ha una specie di porta attraverso cui accedere ai dati dei giocatori di ogni squadra, porta ovviamente completamente priva di protezioni... Potrei continuare, ma rischierei di far diventare la recensione più lunga del romanzo stesso.
Il finale ci regala un colpo di scena che dovrebbe essere scioccante, ma che è telefonatissimo, perchè proprio poche pagine prima della rivelazione, l'autrice decide di condividere con noi, con molta enfasi, un dettaglio importante che a me ha fatto subito intuire dove saremmo andati a parare. Lo stesso dettaglio, se fosse stato rivelato in un altro momento, mescolato con noncuranza alle informazioni iniziali su Warcross e il suo creatore, avrebbe avuto sicuramente una minore valenza rivelatrice e magari non mi avrebbe rovinato (pure) il finale.

Voto: 4

(Un consiglio? Se siete, come me, cresciuti negli anni 80 e 90, e siete amanti della fantascienza, dei giochi di ruolo, dei videogame, dei romanzy fantasy - se siete, in una parola, nerd e lo siete da ben prima che diventasse una moda, allora leggete Player One e preparatevi ad una full immersion nella nostalgia).

[1] Per la definizione di Mary Sue, clicca qui

mercoledì 31 ottobre 2018

Anna di Avonlea. Anna dai capelli rossi #2...

... di Lucy Maud Montgomery.

La scheda del libro sul sito della Gallucci Editore

Canada, inizi del XX secolo. La giovane orfana Anna, adotatta dai Cuthbert sei anni prima, è cresciuta ed è diventata un'insegnante. Per amore delle persone che l'hanno accolta ha rinunciato ad allontanarsi da Avonlea, il piccolo villaggio dove vive e insegna. La comunità che inizialmente l'aveva accolta con una certa diffidenza adesso non uù fare a meno di lei, delle sue idee e della sua vitalità. In poco tempo Anna diventa il centro della vita di Avonlea, fino a che un giorno qualcosa cambia il corso degli eventi...

Eccoci arrivati al secondo capitolo delle avventure di questo straordinario personaggio, Anna. 
In questo romanzo la troviamo ormai diciassettenne, insegnante alla locale scuola, ma sempre eccentrica e creativa come l'avevamo lasciata.
Ritornare ad Avonlea è stato particolarmente piacevole, anche perchè il romanzo inizia con una disavventura, che coinvolge Anna, una mucca e un vicino, che mi ha fatto ridere di cuore.

La struttura del romanzo è la medesima del precedente (che ho recensito qui); l'autrice ci narra della vita quotidiana di Anna e di Avonlea, un paesino piuttosto chiuso e provinciale, dove il rispetto della consuetudine è tutto... o meglio, era tutto, fino a che non è arrivata Anna. Niente è banale o noioso durante la narrazione. Vengono introdotti anche personaggi secondari che ampliano l'orizzonte di Anna, ma in ogni caso la vera e indiscussa protagonista rimane lei.

Il personaggio di Anna, con la sua vitalità, sostiene praticamente da solo l'impianto dell'intero romanzo.  
Mi è sembrato di rilevare, in Anna di Avonlea, una nota un po' più ironica e un po' più leggera nello stile dell'autrice.  Se nel primo romanzo era d'obbligo presentarci Anna a la sua triste storia, e illustrarci come il dolore non l'avesse resa acida e chiusa, ma anzi, l'avesse aperta al mondo e alla speranza, in questo secondo romanzo l'autrice consolida la figura di Anna come faro nella vita della comunità. Tutto sembra girare intorno a lei, nel piccolo villagio in cui risiede, e ogni cosa prende una piega quanto meno originale quando è Anna ad occuparsene. 

Onestamente Anna è stato un punto luminoso anche per me, mentre leggevo. Questa storia infatti infonde allegria, speranza e vitalità.
Ho apprezzato moltissimo come la caratterizzazione di un personaggio eccentrico (almeno per gli standard dell'epoca) come Anna non scada mai nella macchietta e come l'autrice non indulga nella facile ironia. L'equilibrio con cui la profondità del pensiero di Anna e la sua stravaganza sono mescolati e descritti o degli aspetti più pregevoli di questo romanzo.
Particolarmente interessante rimane, come avevo avuto modo di rilevare nella recensione precedente, la modernità del personaggio di Anna, che non solo non si piega al conformismo imperante nella società dell'epoca, ma riesce, con la forza del suo ingegno, a trascinare fuori dal proprio guscio anche gli abitanti di Avonlea, infondendo nuova vita ad un'intera comunità.

Voto: 7 e 1/2

domenica 30 settembre 2018

Anna dei tetti verdi. Anna dai capelli rossi #1...

... di Lucy Maud Montgomery.

La scheda del libro sul sito della Gallucci Editore

Matthew e Marilla sono due anziani fratelli che vivono in Canada, nel piccolo villaggio di Avonlea. Un giorno decidono di adottare un orfano che li aiuti a mandare avanti la loro fattoria, ma per errore a casa loro giunge una ragazzina, invece del maschietto atteso. La ragazza, Anna, non è però una bambina come le altre: dotata di ingegno vivace e fantasia smisurata saprà conquistarsi un posto nel cuore dei due fratelli e degli abitanti di Avonlea.

Anna dai capelli rossi (conosciuto anche come Anna dei Tetti Verdi) è un romanzo molto bello, ed in un certo senso riposante. Mi rendo conto che riposante è uno strano aggettivo da usare per descrivere un libro, ma abbiate qualche rigo di pazienza e vi chiarirò meglio quello che intendo.

Anna è una ragazzina che praticamente non ha mai conosciuto i suoi genitori; sballottata da una famiglia all'altra, cresciuta senza amore e alla fine depositata in un orfanotrofio. Arriva per sbaglio ai Tetti Verdi, la fattoria di Marilla e Matthew, ma lì resterà perchè nel giro di una sola giornata saprà conquistarne il cuore. Questa conquista Anna la compie non con la tragicità della sua storia, ma con la vivacità  del suo ingegno e con la forza della sua immaginazione. Anna non suscita pietà o compassione, ma sentimenti di ammirazione e di amore.

Dicevo che questo romanzo è riposante perchè immergersi nelle vicende di Anna ha un effetto benefico e calmante sull'animo del lettore. La capacità di Anna di vedere il mondo con gli occhi della fantasia mostra anche a noi lettori la realtà sotto una nuova veste, ci fa riflettere su quanto, troppo spesso, trascuriamo i dettagli, la bellezza e le piccole gioie della vita. 
La storia di Anna ci impone una pausa, piacevole e sorprendente, dallo stress della routine quotidiana. 

Quello che più mi è piaciuto di questo romanzo è la sua incredibile modernità. Non dimentichiamoci che questa storia è stata pubblicata per la prima volta nel 1908, e ad oggi, dopo centodieci anni, ha ancora molte cose da dire.
Tanto per iniziare, Anna è un personaggio straordinario, che non si piega al conformismo e alla consuetudini della società, e che riesce ad essere se stessa senza polemiche, veleni e rancori, ma semplicemente imponendo la forza della sua intelligenza e della sua personalità. Nonostante la sua triste storia e la sua fame d'amore, Anna non cambia per compiacere nessuno. Le sue peculiarità sono fonte di pettegolezzo e riprovazione ad Avonlea, paesino tutto chiuso nel suo provincialissimo rispetto per le consuetudini, ma Anna non se ne cruccia, e non esce dal suo mondo per adeguarsi agli altri, ma anzi, riesce a mostrare la bellezza delle sue idee a chiunque incontri sulla sua strada. Questo personaggio femminile deciso, intelligente e che nonostante le avversità affronta la vita con gioia credo sia uno dei più belli della letteratura mondiale, e il fatto che provenga da un mondo così distante come è quello del secolo scorso non cessa di meravigliarmi e di riempirmi di ammirazione per la sua creatrice. 

Voto: 7 e 1/2

giovedì 20 settembre 2018

Fidanzati dell'inverno. L'attraversaspecchi #1...

... di Christelle Dabos.

La scheda del libro sul sito della Edizioni E/O

Il mondo è andato in pezzi in seguito alla Lacerazione. La razza umana vive sui frammenti galleggianti della Terra, in città stato chiamate "arche". La giovane Ofelia vive su Anima, l'arca dove gli oggetti hanno un'anima e una personalità. Curatrice di un museo, Ofelia ha il potere di leggere gli oggetti (coglierne le impressioni lasciate da chi li ha toccati) e l'abilità, alquanto inconsueta, di usare questo suo talento per attraversare gli specchi. Timida, miope e maldestra, la ragazza trascorre una vita tranquilla finchè le autorità di Anima non decidono di darla in sposo a Thorn, della potente famiglia Draghi dell'arca Polo, dove la famiglie sono sempre in lotta tra loro e gli intrighi e i complotti sembrano essere uno sport nazionale. Quando giunge su Polo, Ofelia si rende conto che la situazione è anche peggiore di come se l'era immaginata: il suo promesso sposo è freddo, distantee indifferente; la sua vita è in pericolo costante e non può fidarsi di nessuno. Ma perchè le Decane hanno scelto proprio lei per suggellare l'allenza con Polo? Quale mistero si nasconde dietro questa decisione all'apparenza incomprensibile? 

Le vecchie dimore hanno un’anima, si sente spesso dire. Su Anima, l’arca in cui gli oggetti prendono vita, le vecchie dimore avevano più che altro la tendenza a sviluppare un carattere orribile. L’Archivio di famiglia, per esempio, era sempre di malumore. Per esprimere il suo malcontento non faceva che scricchiolare, cigolare, sgocciolare e sbuffare. Non gli piacevano le correnti d’aria che d’estate facevano sbattere le porte chiuse male. Non gli piacevano le piogge che d’autunno gli tappavano le grondaie. Non gli piaceva l’umidità che d’inverno penetrava nei muri. Non gli piacevano le erbacce che ogni primavera tornavano a invadergli il cortile.
Ma la cosa che all’edificio dell’Archivio piaceva meno erano i visitatori che non rispettavano gli orari d’apertura.

Questo romanzo è il primo di una trilogia, chiamata L'attraversaspecchi.
A partire dalla copertina e dall'incipit, Fidanzati dell'Inverno è un libro intrigante. 
Ci troviamo in un mondo in cui è facile riconoscere tracce del nostro pianeta, ma che è diversissimo a partire dalla confermazione geologica. Tanto per iniziare il  "mondo" non esiste più: esistono le Arche, frammenti galleggianti dove la popolazione ha sviluppato culture e tradizioni completamente autonome. Ofelia, maldestra, miope, intelligente ma troppo timida per farsi valere, vive su Anima, disprezzata per la sua apparente mancanza di qualità, fino a che non viene spedita su Polo a sugellare, con il suo matrimonio, un'alleanza importantissima. 
Ecco, laddove Anima è ricca di tradizioni, ricordi, calore, Polo è fredda, inospitale e abitata da gente altrettanto inospitale, con tradizioni brutali. Ofelia sembra la meno adatta a sopravvivere in un mondo dove l'omicidio politico è all'ordine del giorno, eppure, sotto la sua patina di timidezza e sciatteria, la ragazza nasconde molte qualità e una tenacia straordinaria.

L'ambientazione è la cosa migliore di questo romanzo e vale da sola il prezzo del biglietto. Le arche galleggianti, i poteri bizzarri, le famiglie in lotta, le corti reali eccentriche e pericolose, le leggi della fisica e della chimica diverse e imprevedibili sono tutti elementi che rendono Fidanzati dell'inverno un libro originale e gustoso. 
La trama è perfettamente fusa con questa ambientazione, anzi, possiamo dire che i due aspetti del romanzo si sviluppano in simbiosi. La descrizione dell'ambientazione e lo sviluppo della trama procedono di pari passo e l'una non potrebbe esistere senza l'altro.
Se da un lato questa fusione mi è piaciuta moltissimo, dall'altro devo riconoscere che il ritmo della narrazione non è molto serrato, anzi, è piuttosto lento. La scoperta della nuova arca in cui Ofelia dovrà vivere è graduale, e non certo favorita da una popolazione, famiglia acquisita compresa, non proprio incline a parlare a viso aperto. Altresì non ha giovato alla scorrevolezza della trama la continua e incredibilmente ridondante sottolineatura del fatto che Ofelia è piccola, timida, maldestra, trasandata e parla a voce bassa, mentre il suo futuro marito è alto, biondissimo, magro e pallido. Queste cose vengono ripetute ogni volta che i due sono in scena. Ogni volta. Effettivamente è stato un po' troppo anche per me, che pure ho trovato il libro gradevole e interessante.

Certo Fidanzati dell'inverno non è un libro che consiglierei a tutti, ma di sicuro a me è piaciuto parecchio. Non credo sia adatto a chi ama le storie adrenaliniche (e soprattutto autoconclusive, perchè questa proprio non lo è); non lo consiglierei a chi non ama le contaminazioni di generi nel fantasy (e qui uno spruzzo di steam punk fa capolino qui e lì, specialmente nella struttura di Polo, con i grandi ascensori meccanici e i dirigibili). Ma sicuramente lo consiglerei a chi ama un ritmo di lettura lento (ma non soporifero) e a chi è alla ricerca di originalità nel genere fantastico.
Per quel che mi riguarda, resto in trepidante di attesa di Gli scomparsi di Chiardiluna, secondo volume della trilogia, in uscita a gennaio 2019.

Voto: 7

martedì 12 giugno 2018

L'anello di Salomone. La Trilogia di Bartimeus #0.5...

... di Jonathan Stroud.


Molti secoli prima delle vicende narrate nei volumi della trilogia originale, quando ancora i grandi re e gli eroi mitici camminavano sulla Terra, il jinn conosciuto con il nome di Bartimeus si trova a Gerusalemme, al servizio di uno dei maghi di corte del grande e saggio re Salomone. Il potente monarca deve la sua forza ad un manufatto magico, un anello dalle capacità straordinarie, che lo rende invincibile ma che, allo stesso tempo, fa gola a tanti.
Quando Salomone minaccia la prosperità del regno di Saba, la Regina manda una giovane soldatessa al suo servizio ad uccidere il re, e prendere l'anello. Ma sulla strada dell'assassina, si metterà, suo malgrado, Bartimeus.

Molto lentamente, ma con passo deciso e sicuro, Joanthan Stroud sta scalando la mia personale classifica degli autori che preferisco. Questo perchè si tratta di uno scrittore che non si ripete mai, riesce sempre ad essere brillante e originale e a narrare storie che intrattengono e allo stesso tempo fanno riflettere.
L'anello di Salomone non fa eccezione.

Ci troviamo a Gerusalemme, circa mille anni prima della nascita di Cristo. La magia è parte integrante del sistema di governo; Salomone, egli stesso un mago, si circonda di un consiglio di diciassette maghi provenienti da tutto il mondo conosciuto, e fonda il suo potere sull'incredibile forza di un anello magico, unico manufatto nel suo genere, che lo rende invincibile.
Bartimeus, jinn di discreto potere ma di ego smisurato, si trova al servizio di uno dei diciassette, Khaba, probabilmente il più crudele, ambizioso e ambiguo. 

L'ambientazione è suggestiva e sufficientemente ben descritta. Trovo che la rivisitazione in chiave magica di un'epoca storica già di per sè ammantata di leggenda sia originale e sorprendente. Immaginate: Jonathan Stroud ha preso un periodo storico lontanissimo, i cui contorni si perdono nel mito, e l'ha reso ancora più mitico e magico, con una serie di elementi ben collaudati.
Tra questi, dobbiamo sottolineare innanzitutto il funzionamento della magia, che resta, a parer mio, una delle migliori trovate mai lette in un libro fantasy. Nel mondo creato da Stroud, i maghi non hanno direttamente poteri magici: tutto ciò che sanno fare è evocare degli spiriti, o demoni, da un'altra dimensione detta Altro Luogo, e costringerli, mediante formule complesse, a eseguire tutti i loro ordini. In pratica, gli spiriti sono schiavi alla mercè del mago che li ha evocati, esseri potentissimi alla costante ricerca del modo per spezzare le loro catene. Le implicazioni di un simile sistema condiziano inevitabilmente i rapporti tra i personaggi, creando una continua tensione narrativa che conferisce profondità alla trama.

Altro elemento ben collaudato è sicuramente il jinn protagonista della storia.
Bartimeus è semplicemente esilarante. Sveglio, brillante, ironico, racconta parte del romanzo in prima persona, con uno slang moderno che contrasta deliziosamente con l'ambientazione antichissima e mitica. Impossibile non adorarlo.
Questo il suo irriverente pensiero su Salomone:

Salomone voleva assomigliare ai grandi boss: i re dell'Assiria e della Babilionia laggiù ad est, gente dura che manco usciva dal letto se non c'era una testa di nemico sconfitto da calpestare sul tragitto per il bagno.

A fargli da contrappunto, questa volta troviamo Asmira, partita dal regno di Saba per portare a compimento l'ordine della sua regina di uccidere il grande re Salomone.
Laddove Bartimeus non prende nulla sul serio, non crede in niente e non è fedele a nessuno, Asmira è invece fedele, devota, seria. Pronta a morire per la causa.

Dopo qualche capitolo introduttivo dei tempi e dei luoghi, il loro incontro/scontro da l'avvio alla trama. Quando i rispettivi obiettivi sembrano chiariti, la storia pare avviarsi su binari alquanto prevedibili. E invece no. Jonathan Stroud sa regalare al romanzo svolte inaspettate, cambi di prospettiva e piccoli colpi di scena. Niente è scontato. Perciò la trama risulta frizzante e mai banale o noiosa. Non manca l'azione, soprattutto perchè la lotta al potere diventa ben presto un gioco a tre senza esclusione di colpi.
Sotto la superficie di una storia movimentata, dai dialoghi brillanti e dai personaggi accattivanti,  però, si cela ancora qualcosa. Ho apprezzato il messaggio che si intravede in controluce, tra le righe. Jonatahn Stroud ci parla, attraverso le parole mai del tutto serie di Bartimeus, della libertà e dei condizionamenti mentali che inconsapevolmente muovono le nostre scelte. Mettendo a confronto due situazioni molte diverse - la schiavitù di Bartimeus e lo stringente imperativo morale all'obbedienza di Asmira - l'autore ci porta a riflettere su cosa sia davvero la libertà.

L'unica differenza tra me e te è che io ho conoscienza della mia condizione. Io so di essere schiavo, e la cosa non mi garba affatto. Saperlo, però, mi dà almeno un piccolo spicchio di libertà. Tu non hai nemmeno quello.

Quando possiamo dirci liberi? Le nostre scelte sono veramente libere? Oppure siamo condizionati tanto da non riuscire più a distinguere la nostra volontà da quei fattori esterni che la dirigono?
Sono domande interessanti, così come è interessante trovarle in un romanzo fantasy, e per di più per ragazzi. 

Un libro che mi sento di consigliare a tutti. 
Voto: 7 e 1/2

Ps: Se volete dare un'occhiata alle altre recensioni che ho scritto sui libri di quest'autore, cliccate qui

giovedì 3 maggio 2018

Tredici...

... di Jay Asher.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

Clay Jensen, di ritorno da scuola, trova ad attenderlo un pacco dal contenuto inquietante: sette audio cassette in cui Hannah, diciassettenne suicidatasi qualche settimana prima, spiega le tredici ragioni per cui ha compiuto quel gesto, chiamando in causa tredici persone che ritiene responsabili. Clay è tra loro, ed in una lunga notte ascolterà dalla voce di Hannah la storia di quei piccoli e grandi avvenimenti che hanno scatenato un effetto valanga, portando Hannah al suicidio.
 
Jay Asher affronta in questo romanzo breve ma intenso un tema molto delicato, quello del suicidio di un'adolescente. Lo fa mettendo a nudo le piccole malignità e le grandi cattiverie che hanno segnato la vita di Hannah. Episodi all'apparenza innocui o banali che sommati tra loro sembrano trascinare la ragazza verso traumi più grandi, fino alla decisione di farla finita. Un libro angosciante e spietato da questo punto di vista. Proprio per questo il romanzo si legge d'un fiato, una pagina dopo l'altra, senza riuscire a metterlo giù. Nonostante questo indubbio merito, il romanzo non mi è piaciuto granché. Certo, affronta un tema duro, e bisogna dargliene merito.
Dove il romanzo di Jay Asher centra perfettamente il punto, infatti, proprio è nel far riflettere su come le piccole cose, apparentemente insignificanti, possano fare male, molto male, a chi ci sta intorno. Su come si possa demolire una persona un pezzettino alla volta. Su come in realtà non sappiamo niente delle vite degli altri, e su come è facile essere cattivi, trasformarsi in bulli, o peggio, dietro il paravento del era solo uno scherzo. E su come uno scherzo possa sfuggire di mano e portare a conseguenze gravi (non mi riferisco solo al gesto estremo di Hannah).
 
Dove però il romanzo fallisce, a parer mio, è nel creare una storia solida. Gli spunti di riflessione sono stati interessanti, ma non mi sono bastati. Insomma, il tema è delicato e la struttura della narrazione postuma di Hannah attraverso le audio cassette è intrigante, ma  per tutto il romanzo ho aspettato che capitasse qualcosa che gettasse finalmente luce sulle motivazioni della protagonista. Aspettavo qualcosa che rendesse la storia organica e convincente. Quando qualcosa potenzialmente dirompente accade, appare evidente che Hannah aveva comunque già deciso per l'autodistruzione; aveva già mollato la lotta da un pezzo. Anzi, a voler essere precisi, io ho avuto l'impressione che Hannah non abbia mai lottato e che per tutta la vita sia andata alla ricerca di un pretesto per farla finita.
Ma perché? Perché Hannah non combatte, non reagisce e si lascia trascinare a fondo da una sequela di piccole cattiverie?
Alcune volte ho avuto l'impressione che Hannah andasse a infilarsi in situazioni potenzialmente dolorose solo per confermare l'assunto che il mondo è cattivo, che la sua vita fa schifo e che sarebbe meglio farla finita.
Altre volte, invece, le situazioni inserite nelle cassette mi sono sembrate sinceramente molto banali e trascurabili. Penso alla persona che si è approfittata di Hannah per avere un passaggio e poi non è stata abbastanza amichevole con lei in seguito. Eddai! Tutti abbiamo avuto amici e amiche così, ma siamo sopravvissuti senza portare nemmeno eccessivo rancore.
Non appena ho scritto che tutti noi abbiamo avuto esperienze simili, mi sono anche resa conto che è pur vero che non tutti reagiamo allo stesso modo. E questo è legittimo; Hannah ha preso molto a male alcuni eventi, ma la mia domanda è sempre la stessa: perché? Non credo che tutti i pezzi del puzzle si incastrino al loro posto nella costruzione della personalità della protagonista. A sentire la sua voce in prima persona, Hannah sembra molto intelligente ed equilibrata. Lucida nell'analizzare gli eventi. Ma il suo suicidio e le ragioni che l'hanno spinta a tanto parlano di una persona fragile. Mi sembra che ci sia una contraddizione non risolta e non spiegata a sufficienza.

Va benissimo che un libro abbia come scopo il lanciare un allarme, un messaggio, uno spunto di riflessione; ma questo fine ultimo non deve far dimenticare che si sta raccontando una storia. Ecco, a me è sembrato che il romanzo fosse un mero pretesto, e che le motivazioni dei personaggi, tutti, Hannah, Clay e anche quelli secondari, non siano state abbastanza approfondite perché in fondo giudicate meno importanti del Grande Tema™.
 
Insomma, ho detto che il romanzo fallisce nell'essere storia; mi aspettavo un crescendo di episodi e di tensione, e invece dopo una buona partenza il romanzo si affloscia, adagiandosi su di un finale piuttosto fiacco.
 
Voto: 5 e 1/2
 

domenica 29 aprile 2018

Veleno d'inchiostro...

... di Cornelia Funke.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

È passato un anno da quando Meggie, oggi tredicenne, e suo padre Mo si sono scontrati con la banda del bandito Capricorno; banda che lo stesso Mo aveva evocato involontariamente da un libro, Cuore d'inchiostro, scritto dall'anziano autore Fenoglio. Mo e Meggie, infatti, hanno il potere di dare vita ai personaggi dei libri leggendo a voce alta. Dita di Polvere, il mangiafuoco evocato anch'egli per errore dal medesimo libro, riesce finalmente a trovare un modo per tornare a casa, tra le pagine della sua storia. Ma uno scagnozzo di Capricorno, Basta, è sulle sue tracce, deciso ad ucciderlo. Quando Basta riesce a rientrare in Cuore d'inchiostro, a Meggie e Farid, giovane vagabondo saltato fuori dalle pagine de Le Mille e una notte, non resta che catapultarsi nel romanzo per avvertire Dita di Polvere e fermare Basta.
 
Veleno d'inchiostro è il secondo volume della trilogia Mondo d'inchiostro.
Nel primo romanzo, Cuore d'inchiostro, recensito qui, Meggie e Mo avevano lottato contro Capricorno, il malvagio incendiario uscito dalle pagine del romanzo.
Da quelle vicende è passato un anno, un anno sereno e tranquillo; ma non un anno altrettanto tranquillo per Dita di Polvere, strappato dal potere di Mo alla sua storia, a cui vuole disperatamente tornare. Quando finalmente ci riesce,  sulle sue tracce si mette però Basta, deciso a vendicarsi del mangiafuoco. Dalla necessità di avvertirlo dell'imminente pericolo prendono l'avvio gli eventi di questo romanzo che ci trascinerà insieme a Meggie e Farid nel Mondo d' Inchiostro creato dallo scrittore Fenoglio.
 
Lo schema di questo secondo romanzo ricorda, seppure in maniera speculare, quello del primo volume. Mo e Meggie vivono una vita più o meno tranquilla; arrivano i cattivi; in qualche modo il libro scritto da Fenoglio viene coinvolto; prigionia dei nostri eroi; lotta contro i cattivi.
Quello che evita il senso di "già visto, già sentito" sono i nuovi elementi che l'autrice sapientemente introduce, primo fra tutti la meravigliosa nuova ambientazione.
Il Mondo d'inchiostro è infatti il protagonista assoluto di questo romanzo. Lo avevamo conosciuto attraverso la struggente malinconia di Dita di Polvere durante il primo volume di questa trilogia, adesso lo vediamo attraverso i suoi occhi, e per me è stato amore a prima vista. Il Mondo d'inchiostro è capace di risvegliare il senso del magico e del meraviglioso anche in una lettrice come me che, da appassionata di fantasy, ne ha viste e lette tante, e rimane sorpresa raramente.
Elfi di fuoco, fate, folletti di cristallo popolano un modo fatto di Selve senza Vie, tenebrosi castelli e città opulente. 
Ma tra la bellezza incomparabile di luoghi magici si nascondono la cattiveria e il male, in un contrasto che è allo stesso tempo epico e tremendamente normale. Leggende e miti prendono vita ad ogni pagina, e la storia dei personaggi secondari che popolano queste terre è così ricca e complessa che avvolge il lettore e lo incanta.
Mi viene da dire che Cornelia Funke ha lo stesso potere di Mo e Meggie: le parole che lei scrive prendono vita.

Grande spazio viene dato a Dita di Polvere, la cui personalità complessa viene illustrata al meglio. La sottile ambiguità che lo accompagna dal primo volume trova miglior spiegazione e rende il personaggio malinconico ed umano. I suoi dubbi e i suoi rimpianti diventano i nostri.
Splendido ed originale anche il modo in cui l'autrice ha saputo fondere con il contesto personaggi estranei al Mondo di inchiostro, quali sono Meggie e Farid, amalgamandoli perfettamente. I due ragazzi non sono solo viaggiatori che si perdono in un mondo incantato, come accade in tanti altri libri scritti prima di questo. Loro ne diventano parte integrante in un modo che non posso rivelare per non fare spoiler, ma che è magico e avvincente. E l'ho apprezzata molto.

Il romanzo mi è dunque piaciuto tantissimo, anche per la varietà di personaggi e storie che si intrecciano tra loro. Se proprio dovessi muovere una critica a questo splendido libro, direi che lo svilupparsi della trama è un tantinello lento. Non che Funke sia prolissa; è che il suo stile è calmo e placido. Questo conferisce un'aura fiabesca alla narrazione e permette di assaporarla a fondo, ma allo stesso tempo, nei momenti cruciali, questo modo di raccontare può diventare frustrante per il lettore desideroso di andare avanti con la trama, che ha i suoi colpi di scena e rivolgimenti della sorte a tenere con il fiato sospeso.
Ma in ogni caso questa critica non intacca la bellezza di una storia che consiglio a tutti.

Voto: 7 e 1/2 

venerdì 9 marzo 2018

Scarlet. Cronache lunari #2...

... di Marissa Meyer.

 La scheda del libro sul sito della Mondadori

Anno 126, Terza Era.  Scarlet, adolescente francese, è costretta ad abbandonare la sua fattoria dove vive per cercare la nonna, scomparsa senza lasciare traccia. L'unico che sembra disposto ad aiutarla è l'ambiguo Wolf, lottatore in combattimenti clandestini.
Intanto Cinder, cyborg che ha recentemente scoperto di essere la legittima erede al trono lunare, evade dalla prigione in cui è stata rinchiusa  insieme all'affascinante cadetto Carswell Thorne,  per partire alla volta di Parigi, alla ricerca della donna che in passato l'ha nascosta dalla malvagia regina Levana. Il suo destino si intreccia con quello di   Scarlet. Le due ragazze scopriranno di avere un nemico comune, Levana, che intanto, con la minaccia di una guerra disastrosa, cerca di indurre il principe Kai, sovrano del Commonwealth Orientale, a sposarla, per potersi così impadronire della Terra.
 
Se non avete familiarità con l'ambientazione della saga, leggete avanti, altrimenti saltate il capoverso a piè pari.
Il mondo in cui vivono Cinder e Scarlet è un mondo futuro, uscito da una disastrosa guerra nucleare globale. La Cina fa parte di una confederazione di Stati chiamato Commonwealth Orientale. Tra questa e le altre nazioni della Terra c'è pace. Quello che minaccia questa pace faticosamente raggiunta è la colonia lunare, abitata da una razza di umani che nel corso dei secoli sono mutati fino ad avere poteri psichici.
L'umanità è ancora molto provata dalla Quarta Guerra Mondiale e come se non bastasse, una misteriosa pestilenza, la letumosi, per cui sembra non esserci cura, decima la popolazione. Il regno lunare è una dittatura governata da una sovrana in egual misura pazza e malvagia. I cyborg non sono considerati veri esseri umani e sono in pochi a voler avere a che fare con loro.

Prosegue la storia della giovane cyborg Cinder, e prosegue la rielaborazione delle fiabe classiche ad opera dell'autrice. Se Cinder era ispirato a Cenerentola, Scalet è, come facilmente intuibile, ispirato a Cappuccetto Rosso. Ed è proprio nel retelling di questa fiaba che secondo me il libro perde la spontaneità e l'originalità che avevano caratterizzato il primo volume della serie.
Se Cinder mi aveva piacevolmente colpito per l'originalità di certi spunti e di certe idee, lo stesso purtroppo non posso dire di Scarlet.
 
Il libro inizia presentandoci la giovane Scarlet, adolescente francese che vive con la nonna in una fattoria nel sud della Francia. La nonna è scomparsa senza lasciare traccia, e Scarlet sembra essere l'unica seriamente preoccupata di questa sparizione. Né la polizia né i suoi concittadini sembrano darle molto credito a riguardo, fino a che Scarlet non si imbatte in Wolf, lottatore dal misterioso passato, che è l'unico disposto ad aiutarla.
Intanto Cinder continua la sua fuga insieme al capitano Thorne, ed è sempre più confusa ed indecisa su cosa sia meglio fare ora che ha scoperto la verità sul suo passato.
 
Mentre la parte della trama incentrata su Cinder tiene e funziona (sebbene io abbia trovato Thorne incredibilmente stupido, a tratti quasi una macchietta posta accanto alla cyborg per contrastarne la serietà e la vena di profonda tristezza e malinconia), gli eventi riguardanti Scarlet, novella Cappuccetto sulle tracce di una nonna scomparsa, che deve guardarsi da un branco di lupi molto pericolosi, mi hanno annoiata.  Il ritmo della trama a lei dedicata è lento; e il tira e molla con Wolf (attenzione, piccolo spoiler! mi fido- non mi fido- mi fido - non mi fido - ok, ti amo) incoerente e non bene argomentato. Evito di scendere in particolari per non spoilerare troppo.
 
L'eccesiva linearità e lentezza degli sviluppi coinvolgono comunque tutta la trama, non soltanto la parte dedicata a Scarlet, ma la storia di Cinder sembra risentirne meno, probabilmente grazie alla maggior solidità del personaggio, che si porta dietro una bella storia, delle discrete motivazione e anche una evoluzione psicologica interessante. Purtroppo lo stesso non si può dire di Scarlet. Mentre la storia di Cinder ha ancora molto da rivelarci, e ci riserva qualche sorpresa, quella di Scarlet sembra piuttosto prevedibile. Personalmente avevo capito ben presto dove saremmo andati a parare.
 
Altro problema di questo secondo volume, secondo me, è la figura dell'antagonista. La regina Levana, malvagia e potentissima, passa da personaggio capace di mettere i brividi a personaggio prevedibile e privo di spessore. Insomma, io non sono riuscita a capire perché Levana, che dispone di tecnologie avanzatissime e di uno stupefacente potere (quello di affascinare all'istante chiunque la guardi, rendendolo succube della sua volontà) abbia bisogno del principe Kai, o anche solo di una scusa per conquistare la terra. Non ha mai fatto mistero di essere avida e malvagia; non ha relazioni diplomatiche o apparenze da salvare; vuole la Terra. Perché non se la prende e basta?
A che serve il teatrino sposami sennò faccio un casino?
 
Mi spiace essere una voce fuori dal coro; la stragrande maggioranza  delle recensioni lette in rete trovano che Scarlet sia un libro addirittura migliore di Cinder. Secondo me invece questo romanzo segna un passo indietro rispetto al suo predecessore.
 Allo stesso tempo però, credo che sia presto per dichiarare conclusa la mia esperienza con le Cronache Lunari. L'ambientazione mi piace, e anche il personaggio di Cinder. Perciò credo proprio che leggerò anche Cress, il volume #3 della serie, in cui incontreremo una Rapunzel formidabile hacker informatica prigioniera su un asteroide. Sembra intrigante, ma staremo a vedere.
 
Voto: 6 (resta comunque un libro consigliato per chi ha amato Cinder)

lunedì 5 marzo 2018

Nel profondo della foresta...

... di Holly Black.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

Lungo un sentiero che si addentrava nella foresta, oltre un ruscello e un tronco cavo brulicante di onischi e termiti, c’era una bara di vetro. Giaceva sulla nuda terra e dentro vi riposava un ragazzo con le corna in testa e delle orecchie affilate come coltelli. Per quel che ne sapeva Hazel Evans, da quello che le avevano detto i suoi genitori, e i genitori dei suoi genitori, il ragazzo era lì da sempre. E per quanto avessero provato, non si era mai più svegliato.
 
Hazel e suo fratello Ben vivono a Fairfold, una cittadina degli Stati Uniti dove il Popolo Fatato convive, non troppo pacificamente, con gli esseri umani. La vita della cittadina ruota intorno alle moltitudini di turisti che vengono a vedere il ragazzo dentro la bara di vetro. Hazel e suo fratello Ben hanno sognato fin da piccoli di poterlo risvegliare, ma ora sono adolescenti e si sono quasi rassegnati al fatto che potrebbe anche non accadere mai.
Finché un giorno, Hazel si sveglia coperta di fango, con le mani tagliuzzate da schegge di vetro; la bara nella foresta è stata infranta e il ragazzo è sparito...
 
Ho sentimenti contrastanti riguardo questo libro.
Sono stata rapita e affascinata dall'incipit, che ha il sapore e il linguaggio di una fiaba un po' inquietante; ho amato l'ambientazione, che ritengo una delle cose più riuscite del romanzo, ma alla fine della lettura non posso dire di essere pienamente soddisfatta.
 
Come detto, il linguaggio del romanzo è quello di una favola nera, un po' magica, un po' inquietante. A tratti però nella narrazione fanno irruzione toni da romance per young adults che mi hanno infastidito non poco, perché, secondo me, spezzavano l'atmosfera incantata che Black era riuscita a creare.
I protagonisti sono due adolescenti che fanno cose straordinarie, come per esempio combattere le creature del popolo fatato quando sconfinano, per così dire, e cercano di fare del male agli esseri umani. Accanto a questo avvincente racconto, però, irrompono le paranoie di Hazel, che ha un'ossessione per i ragazzi, e che passa metà del suo tempo a contare chi ha già baciato e chi no, e chi potrebbe baciare e perché, e quali conseguenze potrebbero avere i suoi flirt e così via. Sì, ok, tutto molto interessante (ma anche no), ma io vorrei sapere del Popolo Fatato. Della bara di cristallo. E del ragazzo con le corna.
Anche Ben non mi ha particolarmente entusiasmato come personaggio, ma ho trovato le sue motivazioni e la sua storia personale decisamente più interessanti di quelle di Hazel.
Se a ciò aggiungiamo che per circa 2/3 del libro il ritmo è molto, molto lento, costellato di flashback sicuramente utili per la comprensione dell'ambientazione e dei personaggi, ma che inevitabilmente rallentano il progredire della trama, potete immaginare perché non mi sia sentita particolarmente esaltata durante la lettura.
 
L'ambientazione, come già accennato, è intrigante e l'ho amata, anche grazie ai dettagli dei flashback che raccontano storie quasi più interessanti della trama stessa (come ad esempio la rielaborazione delle leggende sui changeling, i bambini rapiti dalle fate e sostituiti con appartenenti al Popolo Fatato).
 
Nel finale tutto comincia a succedere con molta velocità, ed il romanzo registra un notevole cambio di ritmo, che però porta, dopo un'eccessiva lentezza, ad un'eccesiva frenesia, secondo me.
Nel complesso il finale à buono, e la trama resta comunque interessante, magari non perfetta ma neanche da buttare via completamente.
 
Voto: 6 e 1/2

giovedì 15 febbraio 2018

Stardust...

... di Neil Gaiman.


C'era una volta un giovane che desiderava ardentemente soddisfare le proprie brame. E fin qui, per quel che riguarda l'inizio del racconto, non v'è nulla di nuovo (poiché ogni storia, passata o futura, che narri di un giovane potrebbe cominciare alla stessa maniera). Ma strano era il giovane e strani i fatti che lo videro protagonista, tanto che egli stesso non seppe mai come andarono veramente le cose.

Tristran Thorn è un giovane garzone che abita nel villaggio di Wall. Per ottenere il cuore e la mano della bella Victoria, le promette di andare a recuperare la stella cadente che hanno visto solcare il cielo durante una serata d'autunno. Per fare ciò, dovrà attraversare il muro che divide Wall dai magici territori di Faerie.
Tristran conosce poco o niente di quella terra incantata; e non sa nemmeno che non è l'unico a cercare quella stella.
 
Stardust è un bel romanzo a metà strada tra un fantasy ed una favola classica, o, per meglio dire, è un fantasy scritto come una fiaba.
Colpisce subito, dopo pochi righi, che, con uno stile leggero, scorrevole e fiabesco, l'autore ci chiarisca l'ambientazione ottocentesca del romanzo.
 
Gli eventi che seguono accaddero molti anni fa, quando sul trono d'Inghilterra regnava la regina Vittoria, non ancora divenuta la nerovestita vedova di Windsor; quando era ancora giovane, con le gote di mela e la primavera nel passo, e Lord Melbourne la rimproverava spesso e bonariamente per la sua volubilità. E sebbene fosse molto innamorata, non si era ancora sposata. Charles Dickens stava pubblicando a puntate il suo romanzo Oliver Twist; Henry Draper aveva appena scattato la prima fotografia della luna, fissandone il pallido volto sulla fredda carta; e Samuel Morse aveva da poco annunciato il modo di trasmettere messaggi attraverso fili metallici. Se qualcuno avesse parlato loro di magia o di fate, avrebbero sorriso sdegnosi tutti quanti, a eccezione, forse, di Dickens, che all'epoca era un giovane sbarbatello e avrebbe reagito assumendo un'espressione assorta.
 
La cosa mi ha colpito molto perché conferisce alla storia un sapore particolare, di leggenda e di mito, di realtà che si mescola alla fantasia, e per tutto il romanzo mi sono sentita come se la magia fosse a portata di mano in ogni momento, anche dopo aver chiuso il libro. 
L'atmosfera che l'autore ha saputo creare e mantenere per tutto il romanzo è la parte migliore di quest'opera. Il resto è funzionale alla creazione di questo mondo strano e incantato, con regole incomprensibili per noi, ma ben chiare per gli abitanti di Faerie.
L'elemento dominante di questa storia è la magia, che è comune a Faerie, ma resta qualcosa di pericoloso ed oscuro per gli esseri umani. Non a caso gli abitanti di Wall, che hanno la ventura di abitare una terra di confine, hanno costruito un muro e nessuno può varcarlo se non in occasione del grande mercato che si tiene ogni nove anni.
Sarà dunque proprio il muro tanto familiare il primo ostacolo che il protagonista dovrà superare. 
 
I personaggi sono modellati sugli archetipi dei personaggi delle fiabe popolari.
Tristran è, come detto, il protagonista e l'eroe della storia, che si allontana da casa per guadagnare la sua ricompensa. È un giovanotto romantico ed idealista.  Intraprende il suo viaggio dopo una promessa fatta d'impulso, che però non ha nessuna intenzione di infrangere; parte sprovvisto di qualunque conoscenza necessaria a sopravvivere a Faerie, ma imparerà strada facendo, insieme al lettore. Non perderà però la sua ingenuità e la sua integrità, anche quando sarà messo di fronte a scelte difficili.
Sulla sua strada troverà altri personaggi tipici delle favole: l'antagonista, l'aiutante, il premio.
 
Anche lo schema della trama è esattamente quello delle fiabe, così come codificato dall'antropologo russo Vladimir Propp: 
 
1. Equilibrio iniziale (esordio);
2. Rottura dell'equilibrio iniziale (movente o complicazione);
3. Peripezie dell'eroe;
4. Ristabilimento dell'equilibrio (conclusione); [1]
 
Ho letto alcuni commenti negativi a questo romanzo basati sul fatto che i personaggi non evolvono, sono piatti e bidimensionali, che la trama sia eccessivamente lineare, eccetera. Trovo queste critiche alquanto ingiustificate; il libro può non piacere, ovviamente, ma è importante rendersi conto di cosa si sta leggendo. Nello specifico, si tratta di una fiaba, e i personaggi si comportano esattamente come quelli delle fiabe e la trama ha l'andamento tipico di quel genere letterario. Lamentarsene non ha senso: è come se leggessi un romance e mi lamentassi per la mancanza di suspense.
Metto in evidenza il punto perché credo che una recensione per essere completa e utile ad altri lettori debba far comprendere di che tipo di libro si sta parlando, in modo che il lettore possa trarre da sé alcune conclusioni. Se amo i fantasy ma odio lo stile un po' naïve delle fiabe, è ovvio che questo libro non è per me. Se si sta cercando un fantasy eroico, questo non è il libro giusto. Basta dirlo, insomma
.
Al di là di questi appunti, ho trovato questo romanzo straordinariamente ben fatto. È ironico, è romantico, magico, affascinante e strizza l'occhio al bambino che è in noi. Riesce a parlare di amore, di lealtà, di diversità e di sacrificio senza perdere quel senso di magico e meraviglioso che pervade tutta la storia.
Questo romanzo è  del 1999, ma la particolarità delle opere letterarie di valore è di riuscire a parlare ai lettori anche a distanza di anni. Insomma, i buoni libri non invecchiano, ed è questo il caso di Stardust.  
 
Voto: 8
 
Fonte: Wikipedia, Lo schema di Propp

domenica 28 gennaio 2018

Lockwood & co. La scala urlante...

... di Jonathan Stroud.


La scheda del libro sul sito della Salani

Sono ormai più di cinquant'anni che Londra e il Regno Unito convivono con il Problema: un' epidemia di infestazioni soprannaturali, con spettri e fantasmi che si manifestano in gran numero un po'ovunque. I bambini e gli adolescenti sono gli unici a vedere e percepire le creature, gli adulti sono praticamente ciechi e impotenti di fronte al fenomeno. Perciò il giovane Anthony Lockwood ha aperto una agenzia, come ce ne sono diverse in città, per liberare i luoghi infestati. Ma a differenza della concorrenza, Lockwood non ha un supervisore adulto, e gestisce l'agenzia ed il lavoro in piena autonomia.
Quando Lucy finisce a lavorare per lui, crede di aver scelto la più disastrata agenzia di acchiappafantasmi dell'intera Inghilterra. Ma quando lei, Lockwood e George, il terzo membro della squadra, affronteranno una delle missioni più pericolose della storia degli acchiappafantasmi, le cose cambieranno.
 
Lockwood & co. La scala urlante è il primo di cinque volumi di una serie per ragazzi di Jonathan Stroud, autore del ciclo di Bartimeus, saga fantasy innovativa che recensito (e adorato) qui.
Purtroppo, per ora, la traduzione dei volumi è ferma al secondo della serie, Il teschio parlante, e io spero vivamente che la Salani sia intenzionata a pubblicare presto le traduzioni dei libri successivi, anche perché Lockwood & co. è in procinto di diventare una serie televisiva.
 
Da questa breve premessa, appare già abbastanza chiaro il mio pensiero. Ancora una volta Jonathan Stroud riesce a regalarci un piccola grande perla.
 
Siamo a Londra, in un epoca non meglio specificata. Sicuramente si tratta di un'epoca dai connotati moderni; infatti ci sono automobili, televisori, sistemi d'allarme sofisticati, ma allo stesso tempo non ci sono telefonini, computer e altri sistemi di comunicazione di massa. Gli abitanti di questa Inghilterra alternativa hanno imparato a convivere con i fantasmi: improvvisamente, cinquant'anni prima, le apparizioni sono diventate sempre più numerose, ed ora fanno parte della vita quotidiana. Il problema è, però, che i fantasmi sono pericolosi, ed un loro tocco può uccidere.
Al calar della notte, quando essi si manifestano, tutti si chiudono in casa e cercano di proteggersi come meglio possono: porte di ferro, sigilli d'argento, strisce di sale sulle soglie e i davanzali.
Il calar della notte però è anche il momento in cui entra in gioco un esercito di bambini e adolescenti, gli unici a poter combattere efficacemente il fenomeno. Questo particolare rende l'ambientazione affascinante. I ragazzi e le ragazze di questo mondo si muovono in un ambiente pericolosissimo, e devono farlo praticamente da soli.
Qualche giorno fa ho letto la newsletter di una editor molto brava, Stefania Crepaldi, (qui il suo sito, pieno di risorse preziose), la quale afferma che ogni romanzo ha due livelli di lettura. Il primo, più superficiale e immediatamente accessibile, è   quello dove la trama si snoda e si mostra ai nostri occhi; [...]  poi c’è un altro strato, quello sotterraneo, da curare con particolare cura, il cuore stesso del romanzo, la sua essenza: il messaggio.
Ecco, la cosa che più mi ha colpito in questo romanzo è stato quello che ho visto sotto lo strato di una trama ingegnosa, scorrevole e interessante. Ho visto bambini e ragazzi in balia di un fenomeno senza alcuna spiegazione, li ho visti combattere e cercare soluzioni a  problemi che gli adulti non possono vedere e quindi non possono risolvere.
Insomma, mi sono chiesta se non sia proprio così che si sente un adolescente, se non si senta perso in un mondo pericoloso e incomprensibile, e debba cercare di sopravvivere senza sperare nell'aiuto, se non in maniera marginale, degli adulti. Mi è piaciuto come il romanzo mi abbia conquistato facendomi fare questa riflessione.
È così che dovrebbero essere, secondo me, i romanzi per ragazzi. Piacevoli da leggere ma anche densi di significato, e non leggeri e vuoti, a volte addirittura sciocchi, come se bambini e adolescenti non avessero sentimenti, sofferenze e profondità d'animo o non li potessero capire.
 
La medesima profondità la troviamo nei tre protagonisti, Lockwood, Lucy e George. Tre personalità molto diverse ma in grado, dopo qualche necessario incidente di percorso, di funzionare insieme come una squadra affiatata.
 
La trama è, come detto sopra, scorrevole e interessante. Lo stile dell'autore è ricco, senza essere involuto, anche se devo constatare che per le prime 30 - 40 pagine una grande ricchezza di dettagli e di descrizioni ha rallentato la lettura. Superati i primi capitoli però, il romanzo ingrana e riesce a tenere ben desto l'interesse del lettore con una trama intrigante in cui gli eventi sono ben concatenati, spruzzata di horror e di giallo. Sebbene io stia parlando di un romanzo per ragazzi, e sebbene abbia letto libri horror abbastanza terrificanti secondo i miei standard, ci sono stati un paio di momenti in cui ho provato una genuina fifa. Insomma, stiamo pur sempre parlando di ragazzi che si avventurano nel buio a caccia di fantasmi mortali. Stiamo parlando di attaccare l'ignoto armati bombe di sale e limatura di ferro. Stiamo parlando di manieri antichi, oscuri e pieni di episodi tormentati. Insomma, avete capito. E a me tutto questo ha fatto paura, anche perché grazie allo stile dell'autore, siamo sempre al centro dell'azione insieme ai personaggi.
In un mondo che sta vivendo un'autentica apocalisse, ma finge che sia tutto normale, Lockwood e soci ci portano per mano fin nel cuore dell'avventura, anche grazie alla voce narrante di Lucy, coerente, empatica e mai sopra le righe.
Molto interessante anche il finale, che riesce con estrema discrezione a gettare il seme per quella che sarà - credo - la trama del prossimo volume della serie.
 
Questo libro possiede una fascinazione e una magia che non trovavo in romanzo dai tempi di Harry Potter. E non mi sembra poco.
 
Voto: 8
 

martedì 9 gennaio 2018

La porta di Tolomeo. Trilogia di Bartimeus #3

... di Jonathan Stroud

 La scheda del libro sul sito della Salani .

Sono passati tre anni dalle vicende narrate ne L'occhio del Golem.
Nathaniel, adesso conosciuto come John Mandrake, è Ministro dell'Informazione, ed uno dei favoriti del Primo Ministro inglese Deveraux.
L'Inghilterra è bloccata in una disastrosa guerra con le colonie americane, guerra che miete vittime tra i comuni (ovvero le persone senza poteri magici) mandati a morire allegramente dell'élite dei maghi, coloro che detengono il potere. Mentre le proteste aumentano di numero ed intensità ed il potere dei maghi vacilla, Nathaniel e il jinn Bartimeus, provato dalla lunga permanenza sul nostro piano astrale, si troveranno coinvolti in un incredibile e pericolosissimo complotto, che rischia di distruggere l'impero inglese e minacciare gravemente la stessa sopravvivenza d del suo carattere che non non ci saremmo aspettati.

Questo è il terzo volume della trilogia dedicata al jinn Bartimeus (trovate le recensioni dei primi due volumi qui e qui) ed al giovane mago che lo ha convocato qui sulla Terra.

In questo volume Nathaniel ha solo 17 anni, ma è un elemento di spicco del governo inglese. Il compito del ministero da lui diretto è principalmente quello di distorcere le notizie che giungono dall'America e creare una propaganda che dipinga la guerra come semplice e vittoriosa, cosicché sempre più comuni siano invogliati ad arruolarsi. Allo stesso tempo, le notizie false e manipolate che giungono dall'America servono a tenere buoni i lavoratori rimasti in patria.
Nonostante gli sforzi di Nathaniel, le notizie vere filtrano, e il malcontento e le proteste stanno per sfociare in una vera e propria ribellione.
Questo è il contesto in cui si  muove Nathaniel, dilaniato tra la sua ambizione, che richiede una fedeltà ottusa al primo ministro, e l'insofferenza per l'immobilismo del governo, incapace di essere una vera guida in tempo di crisi.
Se nel primo volume della trilogia Nathaniel era un bambino solo che lottava per trovare il suo posto nel mondo paranoico dei maghi, e nel secondo volume aveva trovato quel posto e ci teneva a mantenerlo a qualunque costo, in questo terzo volume l'evoluzione della personalità del ragazzo è completa. I sensi ottenebrati dall'ambizione e dalla ricerca del potere si risvegliano; alla sua mente cominciano ad affacciarsi domande sensate ma scomode, ed è come se il ragazzo tornasse punto di partenza ma più forte e più saggio, dopo aver compiuto un lungo e doloroso cammino.
L'abilità con cui l'autore riesce a fare tutto questo narrandoci una storia di ampio respiro e ricca di personaggi diversi e tutti ben tratteggiati non finirà mai di stupirmi.

Come sempre l'ambientazione è descritta in maniera impeccabile, anche grazie all'introduzione del punto di vista di Kitty Jones, giovane ribelle incontrata brevemente ne L'amuleto di Samarcanda, e che aveva avuto una parte maggiore ne L'occhio del Golem. Qui Kitty diventa la terza protagonista insieme a Nathaniel e Bartimeus, offrendo un punto di vista diverso e molto interessante. La curiosità e l'intraprendenza di Kitty, infatti, ci faranno scoprire qualcosa di più sui demoni e sull'Altro Luogo, nonché sul rapporto fra evocati ed evocatori.

Bartimeus rimane la star del romanzo, anche se qui lo vediamo stanco, sfinito dalla lunga permanenza sulla Terra, e scopriamo un lato umano che non ci saremmo aspettati.

La trama è anch'essa sorprendente. Riesce infatti a unire le storie raccontante nei primi due libri, ad amalgamare alcuni dettagli rimasti in sospeso e a tirare le fila e concludere le vicende dei protagonisti con originalità, pathos e profondità.
Una menzione speciale merita il finale, dilatato nel numero di pagine ma non certo prolisso, che tinge di tinte horror questo splendido fantasy per ragazzi. La parte migliore del romanzo, secondo me. Triste ma bello nella sua semplicità.

Il volume conclusivo della trilogia dunque non delude le aspettative, ma anzi riesce ad ampliare il respiro delle storie già narrate nei precedenti volumi. Riesce ad infondere novità ed originalità ad una ambientazione già ampiamente descritta e sfruttata in precedenza, arricchendola di elementi diversi. E riesce a concludere l'arco narrativo senza sbavature e senza lasciare nulla in sospeso.

Voto: 8

domenica 26 novembre 2017

Mr. Zuppa Campbell, il pettirosso e la bambina...

... di Fannie Flagg.

La scheda del libro sul sito BUR Rizzoli

Oswald Campbell, cinico e disincantato cinquantenne di Chicago, riceve dal medico una diagnosi infausta: i suoi polmoni sono così malridotti che non sopravvivrà ad un altro inverno a Chicago. Il medico gli consiglia di svernare al sud, e Oswald sceglie la minuscola comunità di Lost River in Alabama, perché è l' unico posto che può permettersi.
Abituato alla solitudine e alla malattia, Oswald, orfano e senza famiglia, parte piene di pregiudizi e con poche speranze. Eppure a Lost River incontrerà una comunità che cambierà la sua vita.

Devo iniziare la recensione di questo romanzo dicendo quello che dico sempre dei libri di Fannie Flagg: questa storia è meravigliosa. Tenera, delicata, consolante. Lascia un sapore dolcissimo in bocca e riconcilia con il mondo.

Si tratta di una storia dal sapore natalizio (sebbene spazi in un arco temporale più ampio, la conclusione avviene a Natale ed è magica), perfetta per questo periodo.
Il protagonista, Oswald Campbell, non è propriamente il tipico personaggio dei romanzi di Fannie Flagg. Non è una persona dolce, empatica, affascinante o strampalata, parte di quelle comunità del sud degli Stati Uniti che abbiamo imparato a conoscere tramite questa autrice. È un solitario, messo a terra dalla vita, che ha rinunciato a sperare. Non ha affetti, non ha legami, non ha hobby. In parole semplici, conduce davvero una vita tristissima. Per sua fortuna il caso, e le sue scarse risorse economiche, lo portano a Lost River, dove ritroviamo tutta la galleria dei tipici personaggi della Flagg. C'è la vedova di mezza età compita, pilastro della società; la vecchietta strampalata; l'anziano saggio e bonario; la donna rimasta sola che affronta i problemi con naturalezza e sulla cui solidità tutti possono fare affidamento.
Nel minuscolo paesino, stretto fra i boschi e l'ansa di un fiume, vivono una cinquantina di persone, tutte con un fortissimo senso della comunità. Queste persone amano il loro prossimo senza affettazioni e senza secondi fini, e con la loro naturalezza riescono in brevissimo tempo a scardinare le difese di Mr. Campbell.

Figure centrali del romanzo sono, in tal senso, una bambina senza famiglia, Patsy, e l' uccellino che vive nell'emporio del paese, un cardinale di nome Jack (e non un pettirosso come nel titolo. La scelta del termine è però giustificata dal fatto che la parola cardinale nel titolo avrebbe potuto sviare il lettore italiano).
Campbell, Patsy e Jack son tre personaggi molto diversi tra loro, ma hanno in comune l' essere stai emarginati dai rispettivi ambienti di appartenenza fino a che non sono stati accolti nella comunità di Lost River. Non soltanto i tre diventeranno importanti per le persone che li hanno accolti, ma in maniera singolare diventeranno dipendenti l'uno dall'altro.

Il nocciolo del romanzo, e il suo senso profondo, sta proprio qui: tre figure che più diverse non potrebbero essere trovano finalmente il loro posto nel luogo più improbabile. Come a dire: ognuno di noi ha un cammino che conduce da qualche parte, un posto, un ruolo che ci aspettano.
Ad un certo punto, i pezzi del puzzle delle nostre vite vanno a posto da soli, ci dice Fannie Flagg. E questo è un pensiero dolcissimo e consolante.

Voto: 7