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giovedì 26 settembre 2019

Fate a New York...

... di Martin Millar.

Heather e Morag sono due fatine scozzesi, costrette a fuggire dalla madrepatria per una serie di sfortunate circostanze, inizate quando le due fatine hanno deciso di voler mettere su la prima punk rock band del mondo fatato. A New York le due, in continua lite e competizione tra loro, riusciranno a combinare diversi guai, intromettendosi nella vita di due umani, la dolce Kerry e l'odioso Dinnie, e arrivando quasi sull'orlo di una "guerra civile" tra le varie etnie fatate. 

Questo romanzo ha un simpaticissima prefazione di Neil Gaiman, e un incipit che cattura il lettore.

"Dinnie, nemico sovrappeso dell’umanità, nonché uno dei più abominevoli suonatori di violino di tutta New York, stava valorosamente esercitandosi al suo strumento, quando due deliziose fatine apparvero sul davanzale del suo appartamento al quarto piano, ruzzolarono dentro e vomitarono sulla moquette."

Bene, avendo elencato le uniche due cose degne di nota del romanzo, potrei anche chiudere qui la recensione, ma mi rendo conto che magari sarebbe più corretto spendere due parole sul perchè questa storia non mi ha entusiasmato più di tanto.
Dopo un incipit fulminante, in cui con leggerenza e senza preamboli inutili, il lettore si ritrova al centro dell'ambientazione, la trama gira a vuoto per il resto delle pagine. 
In poche parole, in questo romanzo succede poco o nulla, e io mi sono annoiata parecchio.

Heather e Morag sono due fatine decisamente originali, con idee moderne e forse un po' troppo avanti per la loro società, ma ciò non le spaventa. La loro caparbietà, unita ad una spiccata propensione a combinare guai e generare equivoci di ogni sorta, le porta a fuggire a New York, dove decideranno che Kerry, una ragazza malata che cerca di completare il suo alfabeto floreale, e Dinnie, antipatico suonatore di violino, hanno assolutamente bisogno del loro aiuto. Da qui nascono una serie di gag, equivoci e intrecci da commedia degli errori, cosa che risulta divertente e interessante per le prima cinquanta pagine, poi non più.

Ho trovato il romanzo ripetitivo e poco incisivo. Heather e Morag girano in tondo per New York senza far altro che combinare guai, rubacchiare e litigare. L'autore introduce senza tante cerimonie nuovi personaggi anche nel bel mezzo di un capitolo, e salta con disinvoltura dalle vicende degli uni a quelle degli altri senza un minimo di stacco o di preavviso. L'effetto che si crea, secondo me, è di grande confusione e poca coesione della storia. Inizialmente questo stile narrativo ha creato in me curiosità e voglia di andare avanti; in seguito però la cosa si è rivelata più frustrante che stimolante. La sensazione di non progredire, ma di rileggere all'infinito la medesima scena è diventata preponderante.
 
Insomma, per qualche capitolo è stato divertente leggere di queste due fate pasticcione e anticonformiste, ma dopo un po', senza una vera svolta nella trama, senza alcun tipo di evoluzione dei personaggi, senza alcun approfondimento sulla società fatata che appare sull'orlo di una guerra civile, l'originalità e l'ironia non sono stati sufficienti per tenere desta la mia attenzione e per intrattenermi come si deve.

L'impressione che resta è quella di una idea buona, ma sviluppata in maniera superficiale, e non adeguatamente sostenuta da un'intreccio all'altezza delle premesse.

Voto: 5

lunedì 5 marzo 2018

Nel profondo della foresta...

... di Holly Black.

La scheda del libro sul sito della Mondadori

Lungo un sentiero che si addentrava nella foresta, oltre un ruscello e un tronco cavo brulicante di onischi e termiti, c’era una bara di vetro. Giaceva sulla nuda terra e dentro vi riposava un ragazzo con le corna in testa e delle orecchie affilate come coltelli. Per quel che ne sapeva Hazel Evans, da quello che le avevano detto i suoi genitori, e i genitori dei suoi genitori, il ragazzo era lì da sempre. E per quanto avessero provato, non si era mai più svegliato.
 
Hazel e suo fratello Ben vivono a Fairfold, una cittadina degli Stati Uniti dove il Popolo Fatato convive, non troppo pacificamente, con gli esseri umani. La vita della cittadina ruota intorno alle moltitudini di turisti che vengono a vedere il ragazzo dentro la bara di vetro. Hazel e suo fratello Ben hanno sognato fin da piccoli di poterlo risvegliare, ma ora sono adolescenti e si sono quasi rassegnati al fatto che potrebbe anche non accadere mai.
Finché un giorno, Hazel si sveglia coperta di fango, con le mani tagliuzzate da schegge di vetro; la bara nella foresta è stata infranta e il ragazzo è sparito...
 
Ho sentimenti contrastanti riguardo questo libro.
Sono stata rapita e affascinata dall'incipit, che ha il sapore e il linguaggio di una fiaba un po' inquietante; ho amato l'ambientazione, che ritengo una delle cose più riuscite del romanzo, ma alla fine della lettura non posso dire di essere pienamente soddisfatta.
 
Come detto, il linguaggio del romanzo è quello di una favola nera, un po' magica, un po' inquietante. A tratti però nella narrazione fanno irruzione toni da romance per young adults che mi hanno infastidito non poco, perché, secondo me, spezzavano l'atmosfera incantata che Black era riuscita a creare.
I protagonisti sono due adolescenti che fanno cose straordinarie, come per esempio combattere le creature del popolo fatato quando sconfinano, per così dire, e cercano di fare del male agli esseri umani. Accanto a questo avvincente racconto, però, irrompono le paranoie di Hazel, che ha un'ossessione per i ragazzi, e che passa metà del suo tempo a contare chi ha già baciato e chi no, e chi potrebbe baciare e perché, e quali conseguenze potrebbero avere i suoi flirt e così via. Sì, ok, tutto molto interessante (ma anche no), ma io vorrei sapere del Popolo Fatato. Della bara di cristallo. E del ragazzo con le corna.
Anche Ben non mi ha particolarmente entusiasmato come personaggio, ma ho trovato le sue motivazioni e la sua storia personale decisamente più interessanti di quelle di Hazel.
Se a ciò aggiungiamo che per circa 2/3 del libro il ritmo è molto, molto lento, costellato di flashback sicuramente utili per la comprensione dell'ambientazione e dei personaggi, ma che inevitabilmente rallentano il progredire della trama, potete immaginare perché non mi sia sentita particolarmente esaltata durante la lettura.
 
L'ambientazione, come già accennato, è intrigante e l'ho amata, anche grazie ai dettagli dei flashback che raccontano storie quasi più interessanti della trama stessa (come ad esempio la rielaborazione delle leggende sui changeling, i bambini rapiti dalle fate e sostituiti con appartenenti al Popolo Fatato).
 
Nel finale tutto comincia a succedere con molta velocità, ed il romanzo registra un notevole cambio di ritmo, che però porta, dopo un'eccessiva lentezza, ad un'eccesiva frenesia, secondo me.
Nel complesso il finale à buono, e la trama resta comunque interessante, magari non perfetta ma neanche da buttare via completamente.
 
Voto: 6 e 1/2

lunedì 2 gennaio 2012

Pan...

...di Francesco Dimitri.

Siccome è cominciato un nuovo anno, e siccome vorrei smentire alcune malelingue che dicono che oramai leggo libri solo per criticare (ciao, Roby! ^__^ ), vorrei proporvi la recensione di un libro che mi è piaciuto.
Come avrete argutamente intuito dal titolo del post, si tratta di Pan, dell'autore italiano Francesco Dimitri. Oltretutto Pan merita una menzione speciale perchè è stato il primo e-book che io abbia comprato in vita, complice anche l'accattivante prezzo di 1,16 euro. Perchè il prezzo sia così invitante, potete leggerlo sul blog dell'autore, qui (NB: adesso Pan è disponibile anche su Amazon.it).

L'incipit:

Nella notte di Roma i bambini dormono e sognano. Sognano di cose che esistono, di cose che non sono e mai saranno, e di altre, la cui natura è più ambigua. Sognano di guerre, di attori, di amore, di mostri orribili e dei modi in cui è possibile ucciderli. Simile a un fantasma adesso voglio portarti attraverso porte e pareti facendoti entrare di soppiatto in una casa di periferia, nella zona di Tor Bella Monaca: accucciato in una coperta piena di buchi il piccolo Timoteo, che ha più capelli che ciccia, visita un mondo fatto di foreste e villaggi. La sua famiglia è stata sterminata da qualcosa, lo stesso qualcosa che ora lo insegue, passo dopo passo, senza fretta, tanto sa che presto lo raggiungerà. Timoteo nel mondo del sogno corre e in quello della carne si agita, perchè anche lui sa una cosa, sa che esiste un posto sicuro in cui un eroe lo proteggerà. Ci arriverà in tempo? Impossibile dirlo: il suo gatto ci ha visti e siamo costretti a fuggire. Troviamo un’altra casa, una in cui le coperte sono pulite e i capelli ben pettinati, e sbirciamo Giulia, che piange ogni sera prima di addormentarsi perché una grossa macchia rugosa le copre metà della faccia. Gli altri bambini la chiamano «La Bella» proprio perché bella non è, nè mai lo sarà. Ora è avvolta nelle coperte, con la guancia destra, quella divorata dalla Macchia, nascosta dal guanciale. Perfino nei sogni la Macchia la accompagna. Giulia sogna di volare in un cielo blu notte, completamente sola, senza nessuno che la prenda in giro. Le stelle sopra di lei sono talmente tante che non le sembrano reali – di stelle così a Roma non se ne vedono mai. E la luna è soltanto uno spicchio sottilissimo, il sorriso sghembo di uno Stregatto. Sotto c’è un immenso mare, scuro come il cielo, e all’improvviso Giulia prova l’impulso di tuffarsi. Lo fa, perché in questo sogno lei non è una brava bambina, è selvaggia e felice. L’impatto le mozza il fiato, ma dopo l’acqua è tiepida, rassicurante. Le si avvicinano alcune sirene, colorate di scarlatto e blu, le mani palmate, branchie che pulsano sul collo. Sono bellissime. La circondano e l’accarezzano, e al loro tocco il pigiamino di Giulia si apre e galleggia lontano. Poi una le sfiora la guancia con un bacio. Giulia si scosta, perché non vuole che quella creatura stupenda si rovini le labbra sulla Macchia. Ma lei è più veloce. Giulia avverte una fitta gelida, e quando la sirena si allontana, si porta una mano al viso. Magia! La pelle è liscia e soffice – possibile che la Macchia sia scomparsa? Giulia vorrebbe parlare, ma all’improvviso le sirene sono spaventate. Nuotano via all’impazzata, abbandonandola.
Giulia resta immobile.
Anche lei ha paura. Qualcosa si sta avvicinando alle sue spalle, e lei si trova sospesa nell’acqua, nuda, dispersa e sola. Qualcosa è dietro di lei. Vicino. Se Giulia si girasse, lo vedrebbe. Giulia lo farà?

La trama:

A Roma,la realtà sta per cambiare, o meglio, per farsi conoscere in ogni suo aspetto, perchè forze antiche stanno per tornare e per riprendere il conflitto che li divide da sempre. Il Peter Pan di Barrie non è una semplice storia per bambini; Pan è vero, è vivo, e sta per tornare nel mondo. I Bambini Perduti già annunciano il suo ritorno, e l'Isola-che-non-c'è si fa sempre più vicina alla nostra realtà. Se Pan sta per tornare, però, anche Capitan Uncino, rimasto imprigionato nella Carne mortale, tornerà per sfidarlo, ed il conflitto tra i due coinvolgerà anche gli esseri umani, ed in particolare Gianni, Wendy e Michele Cavaterra, tre fratelli che hanno una famiglia molto particolare...anche se ancora non lo sanno.

La geniale intuizione che sta alla base del romanzo è l'idea di fondere la storia di Peter Pan (quello di Barrie) con la mitologia italica pre-romana. Il Peter Pan che tutti i bambini conoscono si identifica con Pan (o meglio, con Fauno), divinità dell'amore fisico, dell'euforia, dell'eccesso, legato alla natura, alle foreste e agli aspetti più primordiali della vita.
Pan, signore delle creature mitologiche (quali ninfe, ondine, satiri e simili) è stato esiliato lontano dalla Carne (che coincide pressapoco con la realtà sensibile) ma adesso è pronto a tornare e riavvicinare tutti gli aspetti di cui si compone la realtà.
Già, perchè nel mondo creato da Dimitri la realtà non ha una sola faccia (quella che noi percepiamo): essa è divisa in tre aspetti, la Carne (il mondo di tutti i giorni, la materia), l'Incanto (la parte magica, spirituale) e il Sogno (la parte fantastica, onirica). Non si tratta di tre dimensioni parallele, ma proprio di tre aspetti, tre modi di essere della realtà, che coesistono, come tre facce di un dado. La maggior parte delle persone vive esclusivamente nella Carne, ignorando gli altri due aspetti a tal punto che quasi nessuno crede che esistano; per questo le creature provenienti dagli altri aspetti possono muoversi tra di noi senza essere notate, perchè l'essere umano medio vede solo quel che crede di dover vedere. Se non apre la sua mente all'Incanto, un uomo medio non vedrà, ad esempio, le zampe caprine di un satiro, ma, tutt'al più, vedrà un uomo con una disabilità alle gambe - vedrà cioè quel che, nell'unico aspetto della realtà che conosce (la Carne), è perfettamente logico e palusibile.
Peter Pan può muoversi (dopo essere "tornato" alla Carne) a proprio piacimento tra i tre aspetti, così come può fare Capitan Unicino (che è anch'egli una divinità). I bambini, invece, usano in maniera quasi inconscia i propri sogni per spostarsi tra i tre aspetti. Per gli esseri umani è difficile imparare a raggiungere i vari aspetti. Insomma, la maggior parte di noi è inchiodata alla Carne, più per un problema di chiusura mentale che per altro.
Le creature mitologiche esistono e sono sempre esistite, e quando l'uomo ha cominciato a modificare l'ambiente, a sviluppare la scienza e la tecnologia e ad avere una fede sempre più cieca in esse, si sono ritirate nell'Incanto, ed è rarissimo che vengano nella Carne e che si facciano vedere dagli uomini.

I tre aspetti sono la cosa che mi è piaciuta di più dell'intero romanzo, nonostante un tentativo un po' goffo di spiegarci tecnicamente cosa siano (ci sono cose che in un romanzo fantasy io non voglio sapere nei minimi dettagli; mi basta che le situzioni siano abbiano logica e coerenza interne, ed io sono a posto!).
All'inizio, il romanzo è ambientato esclusivamente nella Carne;  quando il colore degli occhi della fidanzata di Giovanni muta all'improvviso, e quando Wendy, che fa la prestigiatrice per sbarcare il lunario, tira fuori dal cilindro un conglio che sa di non averci messo, scopriamo che l'Incanto si sta riavvicinando alla Carne, e che le cose stanno cambiando. Sprazzi di Incanto si intravedono nella Carne, ed i Bambini Perduti e gli emissari di Uncino percorrono sempre più spesso il Sogno. L'avanzare graduale degli altri due aspetti nella trama rende il romanzo dinamico ed intrigante; Dimitri ci avvolge in una atmosfera affascinante fatta di fiaba, di magia, di sogno, ma anche di realtà, di pericolo e di paura.
Non manca qualche scena un po' cruda (come ad esempio un omicidio iniziale) ma avvolta nel medesimo alone incantato - un po' come le vecchie fiabe della tradizione popolare, dove il sangue si spreca e le teste mozzate abbondano.
I primi capitoli sono una scoperta infinita di particolari, di luoghi e di magie. Si divorano in un attimo.
Poi però cominciano ad emergere i primi difetti.

Innanzitutto, la presenza dell'autore.
Come potete intuire dall'incipit, il narratore è molto presente nella trama stessa. Sembra prenderci per mano per raccontarci una storia, e questo, per i primi 4-5 capitoli va anche bene, contribuisce a creare quell'atmosfera fiabesca di cui dicevo sopra, ma dopo un po' stanca. Diventa irritante. Nonostante l'interesse che la trama suscita, per tutto il tempo si ha la sensazione non di essere immersi in una storia, ma di stare  sentire qualcuno che ce la racconta. Meglio sarebbe stato - a mio modo di vedere - se l'autore avesse alternato capitoli "di raccordo" tra la varie fasi del romanzo (capitoli in cui poteva emergere il narratore senza creare problemi) e capitoli in cui la storia viene narrata dal punto di vista dei personaggi. Indubbiamente questo avrebbe consentito anche di creare maggiore empatia nei loro confronti, di creare qualcosa di più di una semplice, superficiale simpatia. In realtà noi non sentiamo cosa provano, o cosa pensano i personaggi, non lo vediamo; ci viene sempre raccontato da qualcun altro, qualcuno esterno, il narratore appunto.
Oltretutto Dimitri non si accontenta di fare capolino nella narrazione; spesso e volentieri tra le righe filtrano i suoi giudizi morali, che arrivano anche ad influenzare pensieri ed azioni dei personaggi.
A salvare i personaggi, comunque, c'è il fatto che non sono stereotipi, nè tanto meno è facile distuinguerli tra buoni e cattivi. Come nella vita reale, anche i protagonisti del romanzo non sono bianchi o neri, ma sono sfumture di grigio più o meno accentuate. E anche se credi di aver capito chi è buono e chi è cattivo, alla fine dovrai ricrederti!

Infatti la trama e il suo sviluppo sono tutt'altro che semplici. Questo porta a tratti, specie verso il finale, a provare un po' di smarrimento: non sempre è chiarissimo perchè alcune cose stiano accadendo propriò lì, prorpio in quel momento e proprio in quel modo; un esempio su tutti è il ritorno di Pan: perchè ora, perchè a Roma? L'autore tenta di darci una spiegazione ma francamente penso che sull'argomento sarebbe stato meglio glissare con eleganza e lasciare le cose avvolte nel mistero.
Il finale risente della complessità dei legami che si sono creati tra gli aspetti, tra i personaggi e tra le due divinità in guerra, e della conseguente difficoltà di sciogliere tutti i nodi in maniera soddisfacente. Ad esempio, un'altra delle intuizioni geniali di Dimitri (il ruolo del romanzo di Barrie in tutta questa vicenda) viene scaricata con un espediente sciocco e semplicistico per dar modo al conflitto finale di iniziare. Questa è una cosa che proprio non mi è andata giù, e che mi ha rovinato il gusto di leggere la fine del romanzo.
Se volete saperne di più, evidenziate con il mouse la parte in bianco!
SPOILER!
Mentre Pan è il dio della gioia ma anche dell'eccesso violento e senza limiti, Capitan Uncino, meglio noto come Greyface, è la divinità di tutto ciò che rimane (l'ordine immobile, piatto, senza spunti e creatività; la routine più banale e opprimente, senza mai un guizzo di follia ad illuminarla). James Matthew Barrie era un mago ed aveva capito che, qualunque delle due divinità avesse vinto, sarebbero stati guai per il genere umano, perciò intrecciò una storia entro i cui confini rinchiuse le due divinità, una gabbia magica creata grazie al potere delle storie, ma così facendo chiuse in quella gabbia anche Trilli, la fata che lui amava, perchè vigilasse sulle due divinità. Questa gabbia avrebbe tenuto fino a che qualcuno non avesse raccontato dell'espediente usato da Barrie. Un personaggio di una certa rivelanza, perfettamente consapevole delle conseguenze, decide di punto in bianco, di propria spontanea volontà, di rivelare il trucco di Barrie, infrangendo le sbarre della prigione; ma il bello è che non lo fa perchè vuole liberare una o entrambe le divinità, lo fa così, tanto per vedere l'effetto che fa, e nel momento peggiore, col risultato che la rivelazione sembra più un famigerato "spiegone finale"(vedi nota 1) che un sorprendente colpo di scena.
FINE SPOILER

Si diceva del finale. Oltre alla non felice scelta di cui ho detto sopra, il finale ha il sapore del compromesso, come se l'autore non avesse avuto il coraggio di andare fino in fondo, viste le premesse della storia.

SPOILER! Selezionare col mouse se volete leggere oltre!
Alla fine, dopo che la gabbia creata da Barrie viene infranta, Pan e Uncino si scontrano in una lotta sanguinosa, che fa molte vittime, e alla fine Pan esce vincitore, anche se ferito e malridotto. I fratelli Cavaterra, che hanno combattuto al suo finaco, gli fanno una ramanzina - che tra l'altro non ci viene descritta, ma raccontata in seguito per bocca di un altro personaggio - , ramanzina del tipo "va bene l'eccesso, va bene essere sfrenati, però non esagerare, ok?", e lui acconsente ad essere meno estremista, come se l'autore - che nel romanzo ha sempre parteggiato per Pan e per quello che lui rappresenta - volesse mitigare le conseguenze della sua vittoria, e cioè  l'inizio di un'era di caos gioioso, ma pur sempre caos con tutti i suoi difetti.
FINE SPOILER

Vedo che mi sono sbrodolata un po' troppo nel parlare di Pan, che è tutt'altro che un libro privo di difetti, ma che rimane comunque un libro notevole, che lascia il segno.
Mi è piaciuto principalmente per l'originalità degli spunti iniziali, e per aver recuperato, in modo del tutto proprio, l'idea di fondo del romanzo di J.M. Barrie, idea che un secolo di cartoni animati sdolcinati avevano smarrito. Nel romanzo di Barrie Peter Pan è tutt'altro che buono, dolce e altruista; egli è sregolato, amorale, egoista ed egocentrico, non nutre sentimenti profondi per nessuno ed è veloce a stancarsi di persone e cose. C'è una vena dark ed inquietante che Dimitri ha recuperato ed ampliato nel suo romanzo.

Per concludere, una tabellina riassuntiva:

Pro:                                           Contro:
idee originali                             narratore troppo presente                     
ambientazione accattivante        a tratti confusione nello sviluppo della trama
personaggi non stereotipati       finale un po' incerto

Voto finale: 7

nota 1: dicesi spiegone finale l'espediente mediante cui un autore, arrivato alla fine del proprio romanzo, rendendosi conto che al lettore mancano informazione di vitale importanza per la piena comprensione della trama, le spiattella di punto in bianco, tutte in una volta, al lettore, solitamente per bocca di un personaggio. Avete presente Poirot che spiega ai sospettati riuniti in una stanza chi è il colpevole e perchè? Beh, quello è uno spiegone, tollerabile solo nei romanzi gialli di stampo classico.

lunedì 24 gennaio 2011

I diari delle streghe...(parte seconda)

La prima parte la potete leggere qui.

Abbiamo lasciato Cassie alla prese con la scoperta di essere una strega. La ragazza apprende di avere poteri soprannaturali, ma non chiede spiegazioni, le sembra tutto più o meno normale, presta il giuramento di rito e via.
Massì, che sarà mai? Scopri che le streghe esistono, che tu, tua madre e tua nonna lo siete, ma non c'è da meravigliarsi più di tanto. In fondo esprimere emozioni come lo stupore e la meraviglia fa venire le rughe. Lo sanno tutti.
Se scoprire di essere una strega non sconvolge Cassie più di tanto (la mia teoria è che in realtà non se ne è accorta), quello che la sconvolge davvero è scoprire che il fidanzatino di Diana è .....rullo di tamburi.... il misterioso ragazzo della spiaggia, di cui lei è segretamente innamorata!
Naturalmente, per non turbare l'amica, Cassie finge di non conoscere Adam (questo è il nome del ragazzo), ma, quando rimangono soli sulla via del ritorno dalla spiaggia, Cassie e Adam si baciano.
Si vede che Cassie non è abituata a prendere decisioni: una volta tanto che ne ha presa una, non riesce a mantenere il punto neanche dieci minuti. Complimenti davvero!
Anche se subito dopo Cassie e Adam pronunciano un giuramento, imponendosi di stare lontani per il bene di Diana, ormai la frittata è fatta. La perfida Faye li ha visti (come, non si sa), e il giorno dopo ricatta Cassie: se non farà tutto quello che lei vuole, racconterà a Diana ciò che ha scoperto. Cassie, naturalmente, acconsente, senza accennare il benchè minimo tentativo di reazione. Ah, no, aspettate: il tentativo di reazione c'è. Cassie sussurra debolmente a Faye un "credevo fossimo amiche", che detto a una che ti ha riempito l'armadietto di carne cruda, ha tentato di darti fuoco (sul serio) e ti sta ricattando, suona un po' ridicolo.

Da qui in poi, a qualunque lettore appare ovvio che Faye farà fare a Cassie cose che la sua coscienza non potrà sopportare; appare ovvio a tutti, meno che a Cassie, che non finisce mai di meravigliarsi e stupirsi di quanto Faye la costringe a fare.
Nel frattempo, i ragazzi hanno trovato un teschio di cristallo appartenuto a Black John, antico stregone malvagio. Questo teschio è uno degli oggetti magici che usava la vecchia congrega di streghe, ed è molto potente, ma quando provano ad usarlo, l'energia in esso contenuta sfugge al loro controllo. Sicchè Diana, leader del gruppo, decide di nascondere il teschio e di non usarlo più. Faye vuole però quel potere e vuole anche il posto di Diana come leader del cerchio, perciò costringe Cassie a scoprire dove è nascosto il manufatto, e a portarglielo. E Cassie esegue, anche dopo che i ragazzi scoprono che con molto probabilità è stata l'energia negativa legata al teschio ad uccidere Kori. Così Faye mette le mani sul teschio e lo usa, con conseguenze nefaste: infatti l'energia diventa sempre più forte e uccide altre due volte.
Ma nonostante ciò, Cassie non prende mai in considerazione l'idea di sottrarsi al ricatto di Faye, no, teme di far soffrire Diana qualora venga a scoprire che lei ha baciato Adam.
Ora, secondo me Cassie ha bisogno di rivedere le sue priorità. Da una parte c'è il rischio di infrangere il cuore di una sedicenne (ok, lo so, fa male ma ci siamo passati tutti, ma, Cassie, si sopravvive), dall'altra c'è una psicopatica che va in giro ad usare un teschio il cui potere uccide persone innocenti. Cassie ci pensa su un po', e sentendosi molto eroica, sceglie di salvare l'amore puro che Diana ha per Adam.
Sì, è vero che in maniera poco convinta e piuttosto vaga, Faye accenna al fatto che se Diana sapesse la verità, la congrega potrebbe anche sciogliersi; ma, come detto, è tutto molto vago, e Cassie non è davvero tormentata dalla scelta che è costretta a fare, dice e pensa soltanto di esserlo.
Così, tanto per dare un po' di spessore al personaggio, la Smith fa dire a Cassie che oramai è una persona cattiva e malvagia.
Per me la cosa non ha alcun senso; il comportamento di Cassie potrebbe acquistare un senso solo se davvero la ragazza, stretta tra i sensi di colpa e il ricatto, cominciasse davvero a cambiare, ad allontanarsi da Diana e ad assomigliare di più alla perfida Faye nei modi e nel comportamento.
In realtà questa evoluzione non avviene, se non, come sempre, ad un livello molto superficiale.
Infatti Cassie, al ballo scolastico (sì!! c'è anche il ballo scolastico!! E se questa cosa non vi dice niente, allora non avete letto Twilight!) flirta con tutti i ragazzi, anche con quelli impegnati, perchè lei è tanto tanto cattiva! Speriamo che Osama Bin Laden non legga mai questo libro! Non vorrei che scoprisse nuove vette di cattiveria attraverso le sue pagine!
Oltretutto nel finale scopriremo che questo comportamento terribilmente malvagio non è nemmeno tutta colpa sua, ma di un cristallo che Cassie aveva raccolto, e che aveva il potere di amplificare gli istinti negativi. E ti pareva! Non sia mai che Cassie faccia qualcosa di sua iniziativa!
Altro esempio.
Una sera, Cassie viene invitata a casa di Faye, e qui scopre che la ragazza, con i suoi poteri, affascina i ragazzi per avere...come dire...una compagnia occasionale (non si va al di là di baci e carezza, comunque!). Esorta Cassie a fare lo stesso ma quando la ragazza è lì lì per baciare il ragazzo che ha portato la pizza, si ribella e si rifiuta di farlo.
Ora, baciare un ragazzo non è questo grande esempio di comportamento malvagio, ma sicuramente non è bello usare i poteri magici per affascinare e irretire dei ragazzi; se Cassie, convinta oramai di essere perduta (sue testuali parole) fosse andata fino in fondo, la cosa avrebbe avuto senso! Finalmente la Smith ci avrebbe mostrato la protagonista che fa un passo in una direzione; ci avrebbe mostrato che oramai Cassie si sente persa, e si comporta di conseguenza (anche se, ad essere sincera, se dovessi mostrare una ragazza che scivola verso la via della perdizione, io avrei scelto qualcosa di diverso rispetto ad un bacio occasionale, ma evidentemente la mia visione del mondo e quella della Smith non coincidono).
Invece, la nuova Cassie cattiva non fa altro che piagnucolare nella propria testa perchè è tanto malvagia, però poi non si comporta di conseguenza.
Ad esser sinceri, nessuno nel romanzo si comporta mai di conseguenza - come disse qualcuno in un celebre film, i personaggi sono solo chiacchiere e distintivo!
In questa seconda parte del romanzo ci sono molte scene corali...o meglio, scene che avrebbero dovuto essere corali se i personaggi fossero stati qualcosa di più che delle semplici figurine appiccicate sulla trama. Degno di nota il fatto che uno dei ragazizi, Nick, che è quello sconstante, duro, taciturno, antipatico ma naturalmente fichissimo, si innamora di Cassie di punto in bianco, e comincia seguirla come un cagnolino, trasformandosi improvvisamente in un bel principe azzurro premuroso. L'unico commento possibile è: ???
Quando poi è necessario votare per scegliere un nuovo leade della congrega, Faye costringe Cassie a votare per lei contro Diana. Questo spezza il cuore a Diana, che crede Cassie amica, ma a lei non passa nemmeno per l'anticamera del cervello che con quel voto si giocherà l'affetto di Diana e metterà a rischio la sopravvivenza della congrega (perchè Faye è davvero una pazza psicopatica e vorrebbe allearsi con il cattivone di turno), e che quindi, perso per perso, converrebbe sottrarsi al ricatto di Faye, lasciare che spifferi tutto ma salvare la congrega da una leader psicopatica.
Sembra che Cassie faccia le sue scelte più per esigenza di trama (è necessario che Faye diventi leader della congrega per poter scatenare il dramma finale) che per coerenza interna o per motivazioni solide e credibili.
Cassie si decide a liberarsi del giogo impostole da Faye solo quando l'energia malvagia del teschio, che in realtà non è altro che lo spirito di Black John, uccide sua nonna, ferisce gravemente sua madre e da fuoco alla sua casa.
Il pathos di questo evento drammatico però viene spezzato da un terribile spiegone, ovvero uno di quegli espedienti narrativi che dovrebbero essere vietati dalla legge. Infatti, a questo punto della trama, è necessario che Cassie (e il lettore) apprendano determinate cose; allora l'autrice che fa? Le mette in bocca alla nonna morente. Ora, una nonna morente può sussurrare cose come "ti voglio bene", oppure "dietro al camino" per indicare il nascondiglio del Libro delle Ombre, ma non può andare avanti per nove pagine fonendoci spiegazioni su Black John, su come sia sfuggito alla morte attraverso i secoli, sul passato della congrega, sul segreto che lega i dodici ragazzi che ora ne fanno parte, sui Libri delle Ombre, e tutto quello che una strega provetta deve sapere.
Nove pagine. Ma si può? Ma raccontarlo prima no? Perchè portare Cassie a New Salem per raccogliere la sua eredità di strega e poi non dirle assolutamente nulla fino a che non succede l'irreparabile? Io non me lo spiego.
Ah, un'altra cosa: il cattivo si chiama Black John e Cassie, che non ha mai conosciuto suo padre, di cognome fa Blake...vi viene in mente nulla?
Già. Sì. Quello sara il sorpresone finale. Uao.

E come se il sorpresone non fosse sufficiente a darci il colpo di grazia, nelle ultime pagine scopriamo che Cassie è la strega più potente dell'universo (così, se ne accorgono all'improvviso! Cassie comincia a recitare ridicole ed elementari frasette in rima, e tutto le riesce -.- )
Faye, apertamente schierata con lo spitrito di Black John e contro la congrega, nello scontro finale, cambia idea a causa di due parole in croce di Cassie, e li aiuta a sconfiggere il cattivone (dopo aver passato un libro intero a tramare contro la congrega e a favorire il cattivone di turno, lo tradisce quando pramai è chiaro che senza il potere del circolo al completo, non possono sconfiggere Balck John)
Diana rinuncia a Adam perchè il suo destino è stare con Cassie, la quale, senza aver mai praticamente mosso un dito, sconfigge Black John, conquista l'amato e diventa leader della congrega.
Uao.

venerdì 14 gennaio 2011

I diari delle streghe... (parte prima)

...di Lisa Jane Smith.

Una premessa: I diari delle streghe è una saga composta da 4 romanzi (L'iniziazione, La prigioniera, La fuga, Il Potere), che io ho avuto la fortuna (...ehm...) di comprare e leggere in un unico volume. Certo che vendere i romanzi separatamente, al prezzo corrente di un libro, è una cosa veramente esagerata: i quattro capitoli della saga in totale superano di poco le 500 pagine. Oltretutto, non ne vale la pena nemmeno al prezzo scontatissimo a cui ho acquistato il mio volume, figuriamoci a prezzo pieno!
Comunque, trattandosi di 4 romanzi, seppur brevi, ho preferito spezzare la recensione in due parti (o forse tre, ancora non lo so), altrimenti sareste invecchiati a leggerla tutta in una volta, e la cosa non mi pareva carina.

Leggendo questo libro, ho fatto una scoperta sensazionale: adesso so dove Stephanie Meyer ha preso l'ispirazione per scrivere Twilight e compagnia bella.
Ok, la parola adatta non è propriamente ispirazione, ma se scrivessi davvero quello che penso al riguardo, rischierei una querela da parte dei legali della Meyer.
E se per caso mi sbaglio, e la Meyer non si è...ehm...ispirata all'opera di Lisa Jane Smith, le consiglio di prendere carta e penna e di scriverle immediatamente! Potrebbe essere l'inizio di una grande e solida amicizia!
Le due autrici infatti condividono la stessa identica visione del mondo. Nel loro universo, per essere delle eroine bisogna essere carine (ma senza rendersene conto), deboli, tristi, in attesa di un uomo che ti salvi, non bisogna mai prendere iniziative...insomma, in una parola: irrimediabilmente amebe!
La protagonista dei Diari, Cassie Blake, 16 anni, è fondamentalmente un essere umano inutile. Irritante oltre ogni dire, piagnucolosa e sempre sull'orlo della depressione, non prende un'iniziativa nemmeno a minacciarla di morte.
Il romanzo inizia con la protagonista in vacanza a Cape Cod, in compagnia di una ragazza, Portia, che è, se possibile, ancora più irritante di lei. Portia è snob, classista, petulante, saccente, non sta un attimo zitta e comanda tutti a bacchetta.  Dopo 4 righi, avevo già voglia di strappare le pagine in cui le compariva e mangiarle. Cassie non la sopporta (e non è la sola!), ma per ragioni che ci sono ignote, resta con lei, non la contraddice mai e fa tutto quello che lei dice. Salvo poi lamentarsi esclusivamente nella sua testa di quanto sia antipatica Portia...mollarla no, eh?
No.
Sicchè, quando sulla spiaggia arriva uno splendido ragazzo dagli occhi magnetici, e Portia ordina di ignorarlo in quanto di un ceto sociale inferiore, Cassie lo fa senza ribellarsi. Il massimo della sua reazione è pensare che non era affatto un comportamento giusto. Quando si dice avere carattere, eh?
Per vedere un minimo di vita nel personaggio, dobbiamo aspettare che i fratelli di Portia inseguano il suddetto ragazzo armati di fucile perchè Cassie  trovi il coraggio di mandarli fuori strada e proteggere così lo sconosciuto nascosto poco lontano.
Naturalmente ciò accade perchè Cassie si è innamorata all'istante del misterioso ragazzo dagli occhi magnetici (sì, lo so che l'ho gia detta 'sta cosa degli occhi magnetici, ma mi sto solo adeguando allo stile della Smith - vi chiarirò il concetto in seguito).
Ricapitoliamo: in 20 pagine, la Smith è riuscita a farmi fare pensiere omicidi su un personaggio secondario, a farmi odiare  la protagonista, e a farmi sbellicare di risate quando in piena estate i fratelli di Portia inseguono il ragazzo misterioso e dagli occhi magnetici nascondendo i fucili la giacca a vento. Ehm...sì, già, per la serie 101 modi per inseguire qualcuno con intenti omicidi e passare inosservati.

Le premesse non sono buone, vero?
Comunque, andiamo avanti. Quando finalmente la vacanza si avvicina al termine e Cassie pregusta il ritorno a casa, la madre le annuncia che non torneranno a casa loro in California, ma si trasferiranno in un paesino poco distante, New Salem (sì, quando si dice l'originalità...), dove vive la misteriosa nonna di Cassie. Quindi Cassie sta per trasferirsi dall'assolata California al piovoso New England, e se la cosa non vi suggerisce nulla, allora non avete letto Twilight. Buon per voi!
Naturalmente, come qualunque sedicenne normale (notate la graffiante ironia delle mie parole), Cassie non accenna la benchè minima reazione alla decisione che senza alcun preavviso le sconvolge la vita. Resta zitta e muta, sull'orlo delle lacrime, senza chiedere spiegazioni.
Quando finalmente giungono  a New Salem, però, Cassie ha un moto di ribellione. La madre scende dall'auto e comincia a scaricare i bagagli, e lei...udite udite...resta con il muso in macchina per qualcosa come 5 minuti scarsi.
Poi entra e basta. Stop, fine dei segnali di vita dal pianeta Cassie.

Città nuova significa anche scuola nuova, dove, appena arrivata, Cassie viene trovata carina e interessante dal capitano delle squadra di football, il quale cerca di flirtare con lei fino a che una delle ragazze più popolari della scuola, Faye, non si avvicina a lui e le sussurra che anche Cassie abita in Crowhaven Road. Lui subito la molla e si allontana spaventato. Ma non è il solo mistero che Cassie trova sulla sua strada. Sembra che nella nuova scuola esista un gruppo di ragazzi popolari, detto il Club, di cui Faye fa parte, che fanno il bello e il cattivo tempo a scuola, che godono di privilegi e a cui nessuno, professori e studenti, osa rifiutare nulla.
Per ragioni che ci sono ignote, Faye prende in antipatia Cassie (perchè poi, visto che Cassie non fa nulla di più del camminare e respirare?) e comincia a renderle la vita impossibile.
Potreste pensare che Cassie in qualche modo si ribelli a tutto ciò, e invece no, non accenna reazioni di nessun tipo, a parte un mezzo tentativo di riferire al preside, che però la ignora, quanto sta accadendo.
Cassie va avanti così, piagnucolando quando è sola, senza fare alcunchè, a parte desiderare ardentemente l'amicizia di Diana, un'altra delle ragazze del Club, che però è tutto l'opposto di Faye: è biondissima, buonissima, bellissima, amatissima, elegatissima, popolarissima, [...inserire qui altri superlativi a caso ...].
Nessun superlativo sarà mai troppo per Diana, durante il corso del romanzo.
Naturalmente Cassie non fa nulla per avvicinare Diana, a parte spiarla dalla finestra. C'è una parola per questo comportamento, ed è stalking.
Le cose non cambiano fino a che Diana non decide di "adottare" Cassie come mascotte del Club. Insomma, Diana la prende sotto la sua ala protettrice, e da quel momento in poi le cose migliorano, senza che Cassie abbia fatto nulla.
Così Cassie comincia a conoscere i ragazzi popolari della scuola che fanno parte del Club: oltre a Faye e Diana, ne fanno parte Suzan, Deborah, Kori, Nick, i gemelli Doug e Chris, Sean, Laurel, Melanie e il misterioso fidanzatino di Diana. Questi ragazzi, più che personaggi, sono sagome di cartone.
Per la Smith, per descrivere un personaggio basta ripetere fino alla sfinimento di che colore ha i capelli e gli occhi (e non sto scherzando o esagerando: ogni santa volta che qualcuno entra in scena, la Smith ci ricorda di che colore ha gli occhi e i capelli!). Va da sè che mai e poi mai si tratta di occhi normali: gli occhi sono sempre misteriosi, magnetici, brillanti, con sguardi strani, etc. etc. Sempre. Ogni volta.
Per dare spessore a un personaggio, invece, se si tratta di una ragazza, basta farle scuotere la splendida capigliatura; se è un ragazzo basta fargli fare un ghigno.
Facile, no? Prendano nota tutti gli aspiranti scrittori: è così che si da vità ad un personaggio!!
Ogni tanto l'autrice fa uno sforzo e appiccica un aggettivo a caso a uno dei nomi (per esempio, Laurel è quella seriosa) ma al di là di questo non c'è nessuna differenza nel modo di agire e parlare dei ragazzi, sono più o meno tutti uguali. Loro non sono...che so...intelligenti, studiosi, leali, eccetera perchè si comportano in maniera da apparire intelligenti, studiosi, leali; lo sono semplicemente perchè la Smith ce lo dice, ma dobbiamo crederle sulla parola, visto che non ce lo mostra mai, al di là di qualche misero tentativo superficiale.
Ad esempio, i gemelli Chris e Doug sono scavezzacollo così, per definizione, perchè vanno in skate nei corridoi della scuola. Uao! Che ribelli!
Ma al di là di questa patina superficiale, i gemelli non si comportano da adolescenti problematici, non fanno mai nulla di veramente aticonformista, che rompe gli schemi.

E a proposito di aggettivi, ho notato che la Smith ha un grande amore per la parola "strano": ad un certo punto ho cominciato anche a contare quante volte compariva nel romanzo, ma dopo averne contati 10 da pagina 189 a pagina 197, ho lasciato perdere.

Vabbè, si diceva che Cassie è la mascotte del Club: non è veramente una di loro, ma le permettono di scondinzolare intorno a loro, ma quando devono parlare di cose davvero importanti, la invitano ad allontanarsi. Una posizione davvero invidiabile, non c'è che dire.
Una brutta mattina, però, Kori viene ritrovata a scuola con il collo spezzato; sembrerebbe un incidente, ma qualcosa di sinistro aleggia nell'aria.
Quella stessa notte, Cassie viene rapita dal suo letto dai membri del Club, e portata in un luogo segreto e praticamente costretta a prendere parte ad un rito di iniziazione. Finalmente Cassie scopre la veirtà: i ragazzi del Club sono streghe e stregoni, e anche lei lo è, essendo originaria di Crowhaven Road.
Ora, come tutti sanno, un circolo di streghe deve essere composto da dodici membri, e siccome Kori è morta, al gruppo serve Cassie per completare il cerchio. E sì che il corpo della povera ragazza è ancora caldo! E sì che nel gruppo ci sono i suoi fratelli (i gemelli Chris e Doug), che evidentemente sono molto affranti dalla sua morte. Evidentemente il dolore per la perdita, l'elaborazione del lutto e lo shock in seguito a eventi traumatici devono essere passati di moda mentre leggevo.
Riprendendo l'esempio fatto prima, i gemelli sono i fratelli di Kori, ma il loro dolore è una patina superficiale: i ragazzi dicono di essere distrutti, ma non agiscono mai come se lo fossero. Mi sarei aspettata qualcosa di più, da due sopposti "ribelli" che partecipare all'iniziazione della strega che prenderà il posto della loro sorella morta.
Sono arrabbiati, meditano vendetta, azioni clamorose, eccetera, ma ne parlano ma non agiscono mai.
La caratterizzazione di un personaggio dovrebbe andare oltre qualche azione superficiale e qualche frase di circostanza ogni tanto.

Comunque, tornando a Cassie, ha appena scoperto, in maniera traumatica, di essere una strega. Riuscirà ad avere una reazione credibile? O meglio, riuscirà ad avere una qualunque reazione?
Lo scopriremo nella prossima puntata!