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domenica 27 ottobre 2019

Il pianto dell' alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Einaudi.

Tutto il dolore del mondo, è questo che la vita ha riservato a Ricciardi. Almeno fino a un anno fa. Poi, a dispetto del buonsenso e delle paure, un pezzo di felicità lo ha preso al volo pure lui. Solo che il destino non prevede sconti per chi è condannato dalla nascita a dare compassione ricevendo in cambio sofferenza, e non è dunque su un omicidio qualsiasi che il commissario si trova a indagare nel torrido luglio del 1934. Il morto è l’uomo che per poco non gli ha tolto la speranza di un futuro; il principale sospettato, una donna che lo ha desiderato, e lo desidera ancora, con passione inesauribile. Cosí, prima di scoprire in modo definitivo se davanti a sé, ad attenderlo, c’è una notte perenne o se ogni giorno arriverà l’alba con le sue promesse, deve ancora una volta, piú che mai, affrontare il male. E tentare di ricomporre, per quanto è possibile, ciò che altri hanno spezzato.

Il pianto dell' alba, come sicuramente saprete tutti, è l'ultimo romanzo della serie dedicata all'amatissimo commissario dagli occhi verdi, creato dalla penna, sempre partuicolarmente ispirata quando si tratta di lui, di Maurizio de Giovanni.
Il personaggio di Ricciardi è uno di quelli che non vivono solo nelle pagine dei libri, che sono scritti e immaginati talmente bene che diventano reali, amici che magari non vedi spesso ma sai che sono lì, e sai cosa pensano, come ragionano, cosa stanno per dire.
De Giovanni ci ha regalato questo, negli ultimi anni, e non posso che essergliene grata e rispettare la sua decisione di dare una conclusione alle storie del suo personaggio.
Se vogliamo, ragionando lucidamente, questa è sempre la scelta migliore: ogni storia ha una fine, e evitare di scriverla solo per far contenti i fan non sarebbe stato giusto. Ciò non toglie che sentirò, terribilmente, la mancanza di Luigi Alfredo Ricciardi.

Tutto questo fiume di parole per dire semplicemente che ho dovuto attendere un po' prima di avere il coraggio di prendere in mano il romanzo, perchè sapevo sarebbe stato l'ultimo, ed averlo sul comodino ancora da iniziare serviva a rimandare il momento del distacco.
Ad un certo punto però, tra spoiler schivati per un pelo, nostalgia del personaggio e curiosità di sapere cosa gli accadeva nell' ultimo volume, ho deciso che era giunto il momento.


E come direbbe il buon re Theoden, e così ha inizio. Con questo spirito ho iniziato a leggere l'ultima avventura del commissario Ricciardi.
A chi non lo conoscesse e desiderasse saperne di più,  consiglio di partire da qui.

Il romanzo è all' altezza degli altri, se non addirittura superiore, e costituisce una degna conclusione per le vicende che hanno visto protagonista il commissario.
Il caso di omicidio che questa volta Ricciardi deve risolvere coinvolge due persone che sono state, suo malgrado, una presenza costante nella sua vita: la bellissima Livia, vedova Vezzi, innamorata (o meglio, ossessionata) dal protagonista fino al punto di tentare di distruggerlo qualche volume fa, e Manfred, l'uomo che avrebbe voluto sposare Enrica e portarla via con sè.
Non dirò altro della trama, perchè per il lettore affezionato sarà un piacere scoprire cosa sta accadendo nella vita di Ricciardi, e la bellezza struggente del romanzo sta nel sentire l'ombra (citata anche dal sottotitolo) salire, addensarsi e poi dispiegarsi.
Dirò soltanto che il caso di omicidio è intrigante, non solo perchè ben ideato, ma anche perchè strutturato per coinvolgere  tutti i personaggi che circondano il protagonista. Il fatto poi che si tratti di qualcosa che riguarda il commissario Ricciardi anche a livello personale rende la storia ancora più coinvolgente e struggente. 

Lo stile di de Giovanni è quello lirico a cui siamo abituati, ma questo non è di intralcio alla scorrevolezza della lettura. Le immagini create dallo scrittore hanno un forte impatto che definire quasi visivo, e aiutano a visualizzare la parola scritta come raramente capita. 
Nel finale de Giovanni dà il meglio di sè, costruendo un epilogo che non dimenticheremo facilmente. Da lettrice, sono rimasta positivamente impressionata, mentre da fangirl... beh, avrei qualcosa da ridire.

Con questo romanzo de Giovanni non fa sconti ai suoi personaggi, e non ne fa ai suoi lettori. Il dolore, compagno costante del commissario Ricciardi, non scompare per magia solo perchè dobbiamo salutare il personaggio che abbiamo amato.
Da  questo punto di vista de Giovanni è coerente e costruisce una trama perfettamente integrata nella serie, lucida, coinvolgente ed esaustiva.
Ci darà le risposte che attendevamo da tempo, ma forse non saranno le risposte che volevamo sentire. 

Voto: 9

venerdì 27 settembre 2019

Dodici rose a Settembre...

... di Maurizio de Giovanni.

«Mi chiamo Flor, ho undici anni, e sono qui perché penso che mio padre ammazzerà mia madre».
Gelsomina Settembre detta Mina, assistente sociale di un consultorio sottofinanziato nei Quartieri Spagnoli di Napoli, è costretta a occuparsi di casi senza giustizia.
La affiancano alcuni tipi caratteristici con cui forma un improvvisato, e un po’ buffo, gruppo di intervento in ambienti dominati da regole diverse dall’ordine ufficiale. Domenico Gammardella «chiamami Mimmo», bello come Robert Redford, con un fascino del tutto involontario e una buona volontà spesso frustrata; «Rudy» Trapanese, il portiere dello stabile che si sente irresistibile e quando parla sembra rivolgersi con lo sguardo solo alle belle forme di Mina; e, più di lato, il magistrato De Carolis, antipatico presuntuoso ma quello che alla fine prova a conciliare le leggi con la giustizia.
Vengono trascinati in due corse contro il tempo più o meno parallele. Ma di una sola di esse sono consapevoli. Mentre Mina, a cui non mancano i problemi personali, si dedica a una rischiosa avventura per salvare due vite, un vendicatore, che segue uno schema incomprensibile, stringe intorno a lei una spirale di sangue. La causa è qualcosa di sepolto nel passato remoto.
Il magistrato De Carolis deve capire tutto prima che arrivi l’ultima delle dodici rose rosse che, un giorno dopo l’altro, uno sconosciuto invia.
Mina Settembre e gli altri sono figure che Maurizio de Giovanni ha già messo alla prova in un paio di racconti. In Dodici rose a Settembre compaiono per la prima volta in un romanzo. Sono maschere farsesche sullo sfondo chiassoso di una città amara e stanca di tragedie. Un mondo di fatica del vivere che de Giovanni riesce a far immaginare, oltre all’intreccio delle storie, già solo con il linguaggio parlato dai vari personaggi di ogni strato sociale: ironico, idiomatico, paradossale, immaginoso. (sinossi tratta dal sito della casa editrice Sellerio)

Maurizio de Giovanni torna in libreria con un nuovo personaggio, che aveva fatto la sua comparsa in un paio di racconti editi dalla Sellerio. La protagonista di questo nuovo giallo è Mina Settembre, assistente sociale per vocazione, e pin up suo malgrado. La sua fisicità dirompente le causa più di qualche problema sul lavoro e nella vita privata, resa quest'ultima ancora più complicata da una madre che definire arpia sarebbe un complimento.

Il romanzo è molto diverso da quello a cui de Giovanni ci ha abituati; siamo sempre nell'ambito del giallo ma l'atmosfera è decisamente più allegra e più serena. Ad allegerire il clima pensa, suo malgrado, Mina, che a 40 anni vive ancora nella sua vecchia cameretta con i poster alle pareti, con la madre invalida e insopportabile. 
L'autore ha scelto, specialmente nei primi capitoli, di calcare molto la mano sul lato comico dei Due Grandi Problemi nella vita della protagonista: un seno un po' troppo ingombrante, che le rende difficili i rapporti con l'altro sesso, e una madre acida e rompiscatole fino all'eccesso.
Devo dire che inizialmente il rimarcare la fisicità di Mina mi ha infastidito; trovavo che la cosa fosse un po' troppo insistita per risultare divertente. Ma si è trattato, almeno per me, di un problema passeggero, perchè dopo le prime pagine, da un lato, le descrizioni del decollete di Mina diminuiscono in numero e frequenza, e dall'altro ero entrata perfettamente in sintonia con l'ambientazione della storia.

Mina fa un lavoro difficile, in un tessuto sociale complicato, se non apertamente ostile; la scelta di Maurizio de Giovanni di affrontare questi argomenti con ironia e leggerezza è azzeccata. Ho apprezzato il fatto che "trattare con leggerezza" non significhi, in questo romanzo, banalizzare o dileggiare; infatti, quando entra in scena la piccola Flor, il registro narrativo sa essere diverso, e nella spasmodica ricerca di una soluzione al suo terribile problema anche la figura del portinaio Rudy acquista serietà e profondità che ne fa un comprimario di tutto rispetto, e non una semplice spalla comica, o peggio, una macchietta.

Intanto, mentre Mina si occupa di Flor, la parte più propriamente gialla e noir del romanzo si sviluppa all'insaputa della stessa protagonista. Qualcuno trama nascosto nelle ombre del passato, senza che Mina sappia di essere in pericolo. Questo approccio diverso alla trama investigativa mi è piaciuto molto. L'ho trovato originale ed interessante.

Ecco perchè amo de Giovanni qualunque cosa decida di scrivere: perchè sa scrivere, fa scelte stilistiche e narrative consapevoli, ed padrone delle storie che racconta. 

Voto: 7 e 1/2

giovedì 9 maggio 2019

Le parole di Sara...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della Rizzoli

Sara Morozzi ha lasciato la Polizia anni prima, per accudire l'amore della sua vita, gravemente ammalato. Per lui ha lasciato marito e figlio, e adesso vive in solitudine, ma non si pente di nulla, dopo aver amato tanto. Ma l'unità speciale della Polizia in cui prestava servizio sembra avere ancora bisogno di lei. Non in via ufficiale, si intende. Teresa Pandolfi, amica ed ex collega, ha bisogno di aiuto per un'indagine sulla scomparsa di uno stagista, un'indagine che qualcuno, ai livelli superiori, non vuole che venga svolta. La persona giusta da contattare è Sara: lei sa muoversi nell'ombra, sa come non essere vista mentre vede tutto, e con l'aiuto di Viola, compagna del figlio deceduto in un incidente, e dell'ispettore Pardo, arriverà alla verità.

Iniziamo col dire che devo ancora trovare un libro di Maurizio de Giovanni che non mi piaccia. Anche I guardiani , il libro di de Giovanni che ha avuto meno succeso rispetto agli altri, è per me affascinante e ben scritto (anzi, io aspetto con ansia il secondo volume della serie, rinviato a data da destinarsi, sigh).
Le parole di Sara non smentisce questo trend.

Il volume è il secondo della serie dedicata a Sara Morozzi, detta Bionda, ex agente di una squadra speciale della Polizia, esperta di interpretazione del linguaggio del corpo, di lettura della labbra e comprensione delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Lei arriva a decodificare suoni e immagini incomprensibili per altri; è praticamente una donna invisibile, perchè ha passato la vita a mimetizzarsi con l'ambiente, per poter cogliere ogni minimo dettaglio utile alle indagini senza farsi notare.
Questo secondo romanzo mi è piaciuto più del primo. Infatti il libro ha dalla sua una trama ben congegnata e compatta, che mescola elementi diversi (dal mistery, al noir alla spy story) e una protagonista originale curata nei minimi dettagli.
Ho apprezzato molto la scelta di includere nell'edizione il racconto breve Sara che aspetta, inizialmente pubblicato nell'antologia poliziesca Sbirre. Il racconto, oltre ad essere molto bello, anche se doloroso, come tutto quello che riguarda la nostra donna invisibile, getta luce sul passato recente di Sara. Un vero e proprio regalo per i lettori appassionati della serie e dell'autore.

Dopo un primo capitolo, recensito qui , in cui larga parte della trama era dedicata alla presentazione dei personaggi, del contesto e del passato di Sara, ho trovato questo nuovo romanzo molto focalizzato sulla storia, con una protagonista perfettamente integrata nel meccanismo della narrazione.
Nonostante sia la protagonista, Sara riesce davvero ad essere invisibile. Parla poco, ma agisce molto, soprattutto in sordina. Riesce ad essere quasi invisibile anche agli occhi del lettore, che, distratto dai problemi di Viola, dalle sue scaramucce con l'ispettore Pardo e dai fantasmi del passato che non cessano di tormentare i protagonisti, quasi non si rende conto del grande lavoro sottorraneo svolto dell'ex poliziotta.
Il personaggio è dunque costruito alla perfezione e ho trovato interessante che riesca a mimetizzarsi così bene con la trama senza però sparire. De Giovanni è davvero riuscito a creare una protagonista che domina la scena senza che il lettore se ne accorga.

L'intreccio è complesso quanto basta ed è narrato in maniera lucida e diretta; le riflessioni, l'empatia e i sentimenti sono affidati ai brevi momenti di flashback, anch'essi perfettamente integrati nello sviluppo della trama. La storia è di quelle spinose; oltre a dover risolvere il mistero legato alla scomparsa di un giovane stagista, l'eterogenea squadra di investigatori dovrà fare i conti con depistaggi, oscure minacce e apparati deviati dello Stato.

Fa capolino nella trama anche l'attualità, con richiami ai temi dello sfruttamente dell'immigrazione ai  gruppuscoli eversi di matrice fascista.

L'ambientazione è sempre quella napoletana cara all'autore, ma è interessante sottolineare che Napoli qui è, al pari di Sara, invisibile eppure presente e riconoscibilissima, anche se non viene mai nominata. È una città dolente, disperata ma non rassegnata, viva, pronta sempre a sconfiggere "il male"con l'ultimo guizzo di autoconsapevolezza.
Come Sara.

Il finale mi è piaiciuto moltissimo. Forte (anche se non scioccante come ci ha abituato l'autore), duro e assolutamente non politically correct.

Voto: 8

giovedì 24 gennaio 2019

Vuoto. I Bastardi di Pizzofalcone #7...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Einaudi

La squadra di poliziotti del commissariato di Pizzofalcone ha dimostrato di essere all'altezza del ruolo che riveste. Palma, il dirigente pro tempore del commisariato, è stato promosso, e ciò sembra essere un buon segnale per la permanenza in vita della squadra. Quando un'insegnante arriva al commissariato preoccupata per l'irreperibilità di una collega, moglie di un uomo molto influente, i Bastardi sanno di trovarsi di fronte ad un'indagine molto delicata, in cui dovranno muoversi nell'ombra e ai limiti della legalità. Ad aumentare la tensione, l'arrivo di un nuovo elemento. Elsa, questo è il suo nome, arriva dal Piemonte ed ha una storia molto problematica alle spalle. Una vera "bastarda" anche lei, ma i suoi modi rischiano di compromettere l'indagine e minare il delicato equilibrio della squadra.

La prima impressione che ho avuto quando ho finito di leggere Vuoto è stata che si trattasse di un romanzo di transizione. L'autore ha più volte dichiarato che il 2019 sarà l'anno in cui chiuderà le due serie più amate dai lettori, quella dei Bastardi e quella del commissario Ricciardi, e la sensazione è proprio che con questo romanzo ci troviamo ad un bivio, e ben presto la squadra dovrà prendere una strada che ci condurrà all'epilogo delle vicende umane e professionali dei Bastardi.

I poliziotti del commissariato più chicchierato della città devono indagare sulla presunta scomparsa di una professoressa, Chiara Fimiani, Della scomparsa, nessuno sembra preoccuparsi. Non il marito, famoso industriale con ambizioni politiche; non la dirigente della scuola dove la donna lavora; non i colleghi, eccezion fatta per la professoressa Costanzo, amica oltre che collega, che ha ricevuto, in piena notte, un allarmante messaggio e poi più nulla. Proprio questo apparente disinteresse per la sorte della donna rende questa indagine diversa e particolare. I poliziotti si trovano costretti ad indagare in via ufficiosa, senza potersi esporre più di tanto, e questo rende  l'investigazione interessante e originale. 

Questo, assai più degli altri, è un romanzo corale. La soluzione del mistero è più che mai frutto del lavoro di squadra e dell'unione delle diverse competenze di ogni Bastardo.
In questo romanzo la squadra è infatti molto compatta nonostante (o forse proprio per) l'inserimento di un elemento che è estraneo soltanto a prima vista. Il confronto fra un gruppo unito più che mai dopo l'epilogo dello scorso romanzo e una figura che proviene da una realtà distante e diversa serve all'autore per caratterizzare ancora meglio la squadra come entità a se stante, distinta dai singoli che la compongono.  Le individualità così spiccate negli altri romanzi non sono qui in primo piano. Si tratta di una interessante novità. Questa caratteristica mi è piaciuta molto e trovo che si sposi bene con la trama più compatta del solito, lineare ma senza cali di interesse, con meno digressioni e senza corpose sottotrame.

Intrigante è anche l'assenza di questa donna, discreta e riservatissima professoressa di lettere, adorata dai suoi studenti ma che pare essere invisibile, tanto nella quotidianità quanto nella situazione di emergenza in cui, presumibilmente, è venuta a trovarsi. Nessuno la cerca, nessuno sembra agitarsi per la sua sparizione, perchè, dicono tutti, è una persona riservata, tiene alla propria privacy e potrebbe essere andata via di sua spontanea volontà senza avvisare nessuno. La potenziale vittima, insomma, ha un vuoto intorno a sè, scavato come un fossato. L'indagine intorno a questo vuoto apparentemente senza spiegazioni prende sfumature profonde, risvolti interessanti e inquietanti, oltre che misteriosi.

In questo senso, il titolo del romanzo è emblematico e assume significati più profondi. Il vuoto non è quello lasciato dalla scomparsa della donna, ma è piuttosto quello che aveva intorno quando era ancora a casa, incastrata nella sua routine. Il vuoto appartiene anche ai Bastardi; ma non è banalmente quello che potrebbero avere dentro loro che hanno trascorsi problematici alle spalle, ma è piuttosto quello che hanno intorno e che tentano disperatamente di colmare. Lo spazio vuoto da percorrere per azzerare le distanze, per raggiungere un obiettivo, per conquistare la stima di se stessi.
Adoro questa caratteristica della serie: il titolo, secco, sempre composto da una sola parola, dice di più di quello che lascia intendere all'inizio. È l'essenza del romanzo. Vuoto non fa eccezione.

Bello l'epilogo che, anche se non può essere definito un colpo di scena, è comunque una sorpresa inaspettata.

Voto: 7 e 1/2

lunedì 19 novembre 2018

Il purgatorio dell'angelo. Confessioni per il commissario Ricciardi...

di Maurizio de Giovanni.


Su uno scoglio proteso sul mare di Posillipo, viene trovato il cadavere di un prete. Un santo, a detta di tutti quelli che lo conoscevano. Eppure, qualcosa ha indotto qualcuno ad ucciderlo. Il commissario Ricciardi indaga sul caso ed è costretto a scavare nella vita e nel passato dell'uomo, mentre la sua tormentata relazione con Enrica si complica sempre di più.

Per chi non conoscesse ancora la serie (e, detto tra noi, ciò è male, molto male!), ricordo brevemente che Luigi Alfredo Ricciardi è un commissario della Regia Polizia in forza alla questura di Napoli durante il regime fascista.
Uomo sensibile e tormentato, possiede l'abilità di vedere gli spiriti dei morti di morte violenta e di udire le loro ultime parole. Il commissario considera questa abilità una maledizione, che non cessa di ricordargli l'esistenza del male, del dolore e della sofferenza e che gli impedisce di vivere una vita sentimentale normale.
Intorno a lui, molti personaggi secondari: il fido brigadiere Maione, l'amata Enrica, l'amica Bianca, il medico legale dott. Modo.

Il nuovo, e penultimo, romanzo della serie del commissario Ricciardi ruota intorno al tema della confessione. Le riflessioni prendono il via dalle ultime parole del morto, Io confesso, io ti confesso, ma non si fermano alla superficie del tema. Il punto, infatti, non è, banalmente, che tutti abbiamo qualcosa da confessare, ma piuttosto se confessare determinate cose sia giusto o meno. In altre parole, se alcuni segreti non vadano piuttosto tenuti per sè, costi quel che costi, e se a volte una rivelazione non sia peggio del silenzio.
Si pone questo problema il commissario, che non sa se sia giusto o meno confessare a Enrica il suo segreto, e quindi, scaricarle sulle spalle il suo fardello. 
Contemporaneamente, una confessione resa o ascoltata potrebbe celare il movente di un delitto all'apparenza inspiegabile.

Appare evidente, leggendo questo romanzo, che scrivere gialli o noir è, per Maurizio de Giovanni, soltanto una scusa per raccontarci d'altro, per parlarci d'amore, dolore, morte e vita. Lo scrittore riesce a fondere la narrazione di una storia intrigante e misteriosa al punto giusto con i tormenti dei suoi personaggi, senza che il romanzo perda di ritmo o risulti pesante. I suoi personaggi sono infatti molto tormentati ma non si crogiolano nell'autocommiserazione. Invece indagano si se sterssi e sull'animo umano, ed ogni indagine da il via a questo incessante scandagliare.
L'introspezione psicologica dei personaggi rimane infatti uno degli aspetti più curati e meglio riusciti del romanzo. A tale proposito, devo dire che non mi sarei mai aspettata, ad esempio, di leggere in un giallo una delle più belle pagine d'amore che mi sia mai capitato di incontrare nella mia lunga carriera di lettrice.

La pagina a cui mi riferisco è un dialogo a distanza fra il nostro commissario e la sua Enrica.

Io ti amo, pensò [Ricciardi]. Disperatamente, con tutta l'anima io ti amo. Non respiro senza di te, non sopporto la vita senza di te, non ho alcun futuro senza di te.
Dammi aria, sussurrò. Dammi aria. [...]
Io ti amo, urlò in silenzio nel sonno [Enrica]. Io ti amo, non lo capisci? Non capisci che non ho più vita, che non ho più sorriso senza di te?
Aprimi, sussurrò. Aprimi.

Non solo le bellissime parole, ma anche la struttura del dialogo a distanza, pensato, sognato, immaginato, rendono questa pagina struggente e profonda.

È indubbio che questo sia un bellissimo romanzo. Ne ho apprezzato il lirismo e la delicatezza con cui l'autore maneggia i sentimenti dei personaggi. Mi sono sorpresa a stupirmi, ancora una volta, dell'abilità con cui de Giovanni sa raccontare le pieghe più nascoste dell'animo umano.
Mi sono appassionata ad una trama gialla lineare, ma non banale, che mescola sapientemente l'indagine nel presente con la ricerca di segreti di un passato lontano e oscuro.
Mi sono piaciuti moltissimo i personaggi secondari, Bianca su tutti, che dal loro angolo, senza rubare la scena a Ricciardi e ai suoi tormenti, hanno brillato di luce propria. Anzi, a tale proposito ho avuto l'impressione che ognuno di loro abbia fatto un passo in avanti sul palcoscenico allestito da de Giovanni, e sia pronto in paziente attesa del romanzo che concluderà la serie.
E mi è piaciuto il modo in cui lentamente de Giovanni sta tirando le reti in barca, imbastendo la sua trama per un finale di serie che si preannuncia indimenticabile. 

Uno dei migliori romanzio della serie, fino ad ora.
Voto 8

martedì 8 maggio 2018

Sara al tramonto...

...di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della Rizzoli
 
La donna invisibile sedeva sulla penultima panchina, la seconda a uscire dal pomeriggio e a entrare nella sera. [...]. In senso stretto la donna non poteva essere definita invisibile. Se qualcuno si fosse concentrato e avesse scrutato con insistenza proprio dalla sua parte, forse l'avrebbe notata. Ma la concentrazione in quella città era tanto rara da poter affermare che sì, la donna invisibile era davvero invisibile. Minuta, i capelli grigi che le sfioravano le spalle pettinati in maniera anonima, il vestito scuro, le scarpe basse, una giacca leggera, una borsa morbida in grembo, sedeva sul bordo della panchina coprendo le ultime lettere di una scritta di vernice che comunque sarebbe stata incomprensibile. La testa era protesa in avanti, verso il vuoto. Non guardare nessuno, e nessuno ti guarderà. In realtà la donna invisibile stava osservando qualcuno, senza particolare interesse: così, per mantenersi in esercizio. A una trentina di metri, al limite del suo campo visivo, su una delle panchine ancora immerse nel sole, c'erano die giovani che discorrevano. La distanza, le urla dei bambini, gli scooter che sfrecciavano accelerando, i tanti rumori della strada impedivano che anche l'eco di una sola parola del dialogo arrivasse alla donna invisibile. Nonostante questo, lei coglieva il contenuto della conversazione come se fosse seduta in mezzo a loro.
Era il suo potere.
 
Sara è una poliziotta in pensione. Ha lavorato tutta la vita all'ombra dei Servizi Segreti, ascoltando e interpretando intercettazioni ambientali e telefoniche. Anni prima, aveva lasciato il marito e un figlio ancora piccolo per andare incontro al grande amore della sua vita: il suo capo, Massimiliano, scomparso di recente.
Sara viene avvicinata da Viola, che aspetta un bambino da suo figlio, morto in un incidente. Anche grazie ai colloqui serali con lei, la donna accetta la richiesta di una ex collega e torna a  lavorare ancora una volta nell'ombra, per occuparsi di un caso di omicidio conclusosi con la condanna della figlia della vittima, rea confessa. Eppure c'è ancora qualcosa che non torna; qualcuno è in pericolo, perché la verità non è ancora venuta a galla, e Sara è l'unica a cercarla.

Sara al tramonto mi è piaciuto molto. Mi è piaciuta innanzitutto la protagonista, perché è un personaggio non convenzionale, che, ad un'occhiata superficiale, potrebbe sembrare lo stereotipo dell'investigatore solo e tormentato. A dire il vero, Sara è sola e tormentata, ma non è uno stereotipo. Sara non ha rimpianti o sensi di colpa. Non è così che vive la sua vita.
Vent'anni prima, ha fatto una scelta estrema: ha abbandonato il marito ed un figlio piccolo e non si è mai voltata indietro. E nonostante questo cammino l'abbia condotta ad un ritiro anticipato dal lavoro e ad una profonda solitudine, Sara non rimpiange e non rinnega niente.

C'è una profonda malinconia che pervade questo romanzo, bellissimo, triste e struggente, malinconia che si diffonde proprio da Sara fin dalle prime righe. Sara sa cosa ha perso quando il suo grande amore è morto, ma sa anche cosa ha avuto dalla vita. E pensa, più o meno coscientemente, che oramai la sua vita sia finita.
Quando meno se lo aspetta, però, arrivano Teresa, ex collega e amica, e soprattutto Viola ad aprire una breccia nella sua corazza.

Sara al tramonto era diversa. Sara al tramonto aveva nel cuore una porta aperta in cima a una scala a chiocciola, e quella porta era la sua debolezza.

A fare da contrappunto a Sara, troviamo Davide Pardo, poliziotto vecchio stampo, seppur più giovane di Sara, tutto fiuto e lavoro di gambe. Lui sì che ha dubbi, rimpianti e sensi di colpa. È lui che ha svolto le indagini sul caso riaperto ufficiosamente, ed è su di lui che pesa la paura di aver forse arrestato un'innocente. Pardo è solo, come Sara, con l'unica compagnia di una gigantesco cane che aveva comprato per la compagna che lo ha lasciato.
Sara e Pardo sono una improbabile coppia di investigatori, diversissimi per metodo e carattere, ma uniti da una profonda solitudine e da un grande senso di giustizia.

La trama gialla è interessante perché l'indagine va alla ricerca non dei soliti indizi che possiamo trovare in qualunque noir (DNA, orme, macchie di sangue, eccetera). Sara, per investigare, ha bisogno di vedere e parlare con le persone. Solo così può utilizzare la sua straordinaria abilità nell'interpretare il linguaggio del corpo. Per questo l'indagine si svolge in maniera decisamente non convenzionale, ripercorrendo le tappe dell'inchiesta originale ma "leggendole" alla luce delle capacità di Sara. Non posso non sottolineare quanto questo sia stato avvincente per un'avida lettrice di gialli e noir come me, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e di originale. E anche questa volta de Giovanni non mi ha deluso da questo punto di vista.
Sebbene non sia difficile intuire il colpevole, mi ha colpito favorevolmente la rivelazione del movente, perché riesce a dipingere, ancora una volta, l'essere umano in tutte le sue debolezze e meschine aspirazioni.

In fin dei conti, a Maurizio de Giovanni non interessa raccontarci un fatto di sangue e la relativa indagine; o almeno, non solo. A lui interessa parlarci dell'animo umano, della sua poesia, incarnata da Massimiliano e dal suo amore puro che va oltre la morte e la malattia,  e delle sue bassezze, rappresentate dal colpevole e dalle sue ragioni.
È per questo che Maurizio de Giovanni ha dato a Sara, il potere di guardare dentro le persone. Perché potessimo farlo anche noi, attraverso i suoi personaggi.
E come costruisce i personaggi lui,  nessuno mai.

Voto: 7 e 1/2

martedì 16 gennaio 2018

Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della Einaudi

Un uomo viene trovato in fin di vita nel cantiere della metropolitana, poco lontano dal commissariato di Pizzofalcone. È stato picchiato e non ha documenti, portafogli o cellulare. I Bastardi indagano, e le loro indagini li porteranno a Sorrento, vuota e malinconica mentre l'autunno avanza, e a fare la conoscenza di una vecchia gloria del cinema americano, una donna un tempo bellissima ma ora anziana e malata, che ha legami con Sorrento più profondi di quello che si potrebbe immaginare a prima vista.
 
Souvenir è il sesto volume della serie I Bastardi di Pizzofalcone. Per chi non conoscesse la serie (male! Molto male!), il commissariato di Pizzofalcone è stato vicino alla chiusura perché alcuni agenti avevano deciso di mettere su un commercio con gli stupefacenti sequestrati. Scoperti e arrestati, avevano lasciato il marchio dell'infamia sul commissariato e sugli agenti estranei al crimine, l'anziano vicecommissario Giorgio Pisanelli e l'agente Ottavia Calabrese. Al commissariato, tenuto momentaneamente operativo, ma sempre a rischio chiusura, vengono mandati tutti gli agenti "scartati" dagli altri presìdi. C'è Giuseppe Lojacono, siciliano, accusato ingiustamente di passare informazioni alla mafia; Alex Di Nardo, che ha accidentalmente esploso un colpo di pistola contro un collega; Francesco Romano, che ha quasi strangolato un piccolo delinquente; Marco Aragona, raccomandato di ferro, considerato un inetto quasi da tutti; e poi il commissario Palma, per il quale la permanenza a Pizzofalcone dovrebbe essere solo una tappa verso altri obiettivi di carriera.
Questi agenti problematici e demotivati sapranno fare e squadra e dimostrare di non essere poliziotti di serie B, anzi.
 
La storia comincia con quella che sembra una aggressione come ce ne sono tante, una rapina finita male o l'azione di un balordo. L'uomo ritrovato in fin di vita è senza documenti, e i Bastardi sono costretti a partire da zero per venire a capo della vicenda. La trama si dipana inseguendo gli sviluppi delle indagini in una maniera che ho trovato intrigante. Pur non essendo un romanzo tutto azione e colpi di scena, io non riuscivo a metterlo giù. Questo perché ogni singola pagina aggiunge un particolare, un dettaglio, un elemento alle indagini e allo stesso tempo apre nuove piste investigative e spinge a allargare gli orizzonti. Un po'come una serie di scatole cinesi.
A dispetto del fatto che il colpevole sia chiaro da circa metà del romanzo, la storia non ha cadute di tensione. Anzi, con stupore il lettore si rende conto che aver trovato il colpevole è solo l'inizio, e che c'è ancora molto da lavorare.
Tutto ciò è merito certamente dell'abilità dell'autore, che ha saputo costruire la trama dosando abilmente le informazioni e costruendo un giallo dalla risoluzione finale non convenzionale, ma è anche merito del fatto che l'indagine scava sia nel presente delle persone coinvolte, sia nel loro passato. E si tratta di un passato intrigante, ma pervaso di malinconia e struggenti consapevolezze.  Il passato porta con sé un carico di rimorsi e di rimpianti.
Ognuno dei personaggi deve fare i conti con entrambi.
 
Come può un ricordo, un singolo ricordo, piantarsi in un'anima così in profondità che nessuna corrente, nessun evento successivo è più in grado di scalfirlo?
 
La novità, rispetto ai volumi precedenti, è che abbiamo la sensazione che i Bastardi, questa volta, siano in grado di maneggiare i propri rimorsi e i propri rimpianti senza uscirne troppo malconci.
I membri della squadra continuano, infatti, la loro lenta ma inesorabile evoluzione.
Effettivamente ci sembra che, in questo romanzo, i Bastardi trovino o siano sul punto di trovare una certa stabilità emotiva e professionale: lottano per raggiungere l'equilibrio, e fanno squadra sempre di più. In questa storia sono davvero un team affiatato, efficiente e motivato. Sembrano ad un passo dal riscatto, ad un passo dalla normalità.
In particolare, Marco Aragona è quello che matura in misura maggiore, passando da macchietta a poliziotto consapevole di esserlo.
Insomma, i fardelli che ognuno dei Bastardi si porta dietro sembrano essere più leggeri.
 
Palma replicò felice:- Dottore', questi sono i Bastardi di Pizzofalcone, mica pizza e fichi.
La Piras sorrise, un velo di tristezza sul viso.
 
Questa timida speranza che vediamo rinascere nei Bastardi stride con il filo conduttore che unisce i personaggi e le vicende del romanzo. Mi riferisco al tema del passato come portatore di rimorsi e di rimpianti.
Quando sembra che un cauto ottimismo sia finalmente pronto a prendere il sopravvento sul dolore del passato, ecco che, in due brevi pagine, alla fine del romanzo, de Giovanni riesce a ribaltare tutto, e a buttare sul tavolo tutto quello che è rimasto inespresso: il rimorso, il rimpianto, il dolore e la malinconia. Riesce a colpire i Bastardi (e noi lettori) al cuore. E a far deragliare le nostre certezze e quello che credevano di aver capito.
Ecco cos'è il genio, secondo me.
 
Se siete fedelissimi della serie, allora questo romanzo è imperdibile perché segna, un punto di svolta molto interessante per quelli che saranno gli sviluppi futuri per le vite dei personaggi.
 
Se non lo siete, dovreste diventarlo.
 
Voto: 8
 
 

sabato 5 agosto 2017

Rondini d'inverno. Sipario per il commissario Ricciardi...

... di Maurizio de Giovanni.



La scheda del libro sul sito Einaudi

Napoli, anni '30. Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi indaga sulla morte di una nota cantante di rivista, Fedora Marra. Durante una versione sceneggiata della canzone Rondinella, uno dei pezzi forti della rivista, suo marito Michelangelo Gelmi spara (a salve) alla donna, che, secondo il copione, ha tradito e abbandonato il suo uomo. Ma qualcuno sostituisce il proiettile a salve con uno vero, e Fedora muore in scena. Il colpevole sembra chiaro, perché e nessuno si è avvicinato alla pistola se non lo stesso Gelmi, il quale però si dichiara innocente. Perché sparare platealmente alla propria moglie davanti al pubblico e poi protestarsi innocente? Ricciardi sembra essere l'unico a credere all'uomo, e insiste per tenere aperta un'indagine che sembra già chiusa.
 
 
 
«Mi dispiace, brigadie'.
Mi dispiace di aver sparato al commissario Ricciardi».
 
Con una frase così, quasi buttata lì alla fine del primo capitolo, le aspettative per questo romanzo erano incredibilmente alte, e non sono state tradite.
Recensire un libro di Maurizio de Giovanni per me non è semplice. Non è semplice trovare le parole adatte per trasmettere la bellezza e la maestria presenti in questo romanzo. Un giallo che sa benissimo di essere qualcosa di più, qualcosa che va oltre.
 
Come nei due precedenti romanzi dedicati ad altrettante canzoni della tradizione partenopea, anche qui compaiono il vecchio maestro suonatore di mandolino e il suo giovane allievo. Questa volta il vecchio musicista racconta la storia che abbiamo tra le mani, e ci svelerà il suo legame con   il commissario.
 
Iniziamo dalla trama gialla. L'impianto è molto classico e per questo, a mio parere, particolarmente stuzzicante. C'è un delitto che può essere stato commesso soltanto da una persona, eppure quella persona non aveva un movente valido per uccidere. Né tantomeno suona logico preparare accuratamente un delitto sotto gli occhi di centinaia di persone, e poi sperare di farla franca semplicemente dichiarandosi innocenti. I fili da riannodare sono molti, e l'indagine è affascinante proprio perché con pazienza certosina il commissario scaverà nel passato di tutte le persone coinvolte per far emergere la verità, verità nascosta nei dettagli. Come dico sempre io, è dai dettagli che si riconosce un grande giallista, e Maurizio de Giovanni lo è.
Una piccola nota: il fatto, come l'autore chiama la peculiare abilità di Ricciardi di vedere le ombre dei morti e udire le loro ultime parole, sta lentamente perdendo importanza per quel che riguarda le indagini, e conquistando più spazio nel forgiare i sentimenti, i dubbi e i comportamenti nella vita privata del commissario.
 
A far da contorno al caso di omicidio ci sono, come sempre, sottotrame curate ed interessanti quanto la narrazione principale. Il tema che le lega è quello del tradimento e dell'abbandono.
 
Il dottor Modo, amico di lunga data del commissario, cercherà di salvare una prostituta bella ed intelligente ridotta in fin di vita da un pestaggio. Aiutato dal brigadiere Maione, braccio destro di Ricciardi, scoprirà che la donna ha subito il peggiore dei tradimenti.
 
Livia, la vedova del tenore Vezzi, sul cui omicidio Ricciardi aveva precedentemente indagato, perdutamente innamorata del commissario, deve fare i conti con il suo tradimento nei confronti del commissario, e col conseguente abbandono, per poi concludere, dolorosamente, che nonostante tutto, non si può davvero abbandonare al suo destino chi si ama.
 
Lo stesso Ricciardi, che finalmente sembra aver trovato il coraggio di frequentare, seppure di nascosto, la sua amata Enrica, si trova nella condizione del traditore quando si rende conto di non poterla aiutare prendendo una posizione chiara riguardo al loro futuro. Abbandonare chi sia ama quando ha bisogno di noi è comunque un tradimento, come avrà modo do rendersi conto il commissario.
 
Con la consueta delicatezza, l'autore tratteggia della storie che sembrano distanti ma che molto hanno in comune. E sono storie tristi, tragiche, commuoventi. Che lasciano il segno.
 
Insomma, questo romanzo ha tutto quello che occorre per farsi amare sia del lettore di gialli (e a parer mio il lettore occasionale potrà comunque apprezzare il romanzo in sé) sia dai fan del commissario dai tristi occhi verdi. Ogni volta che Maurizio de Giovanni aggiunge un volume alla serie, questo è più bello del precedente.
 
Voto: 8

lunedì 5 giugno 2017

Pane per i Bastardi di Pizzofalcone...

... di Maurizio de Giovanni.


La scheda del libro sul sito della Einaudi

Un fornaio, onesto, buono e gran lavoratore, viene ucciso all'alba davanti al suo panificio, a pochi passi dal commissariato di Pizzofalcone. Lojacono e Romano rispondono alla chiamata, ma prima di poter anche solo cominciare le indagini, i due vengono bruscamente estromessi da un arrogante magistrato antimafia e dai suoi collaboratori. L'omicidio viene classificato come delitto di camorra, avendo la vittima, mesi prima, deciso di testimoniare e poi ritrattare la proprio testimonianza contro il potente clan della zona. Lojacono però non è convinto: tutto fa pensare non all'intervento di un killer, ma ad un'aggressione di un assassino inesperto, probabilmente conosciuto dalla vittima. Grazia all'appoggio di Laura Piras, magistrato innamorata, ricambiata, da Lojacono, i Bastardi di Pizzofalcone ottengono di poter continuare l'indagine, consapevoli che però si giocheranno la loro credibilità conquistata a fatica e forse l'esistenza stessa del commissariato.

Quinta indagine per i poliziotti soprannominati i Bastardi di Pizzofalcone, ognuno con una macchia nel proprio passato, ognuno pronto a riscattarsi  mettendo tutto se stesso nel lavoro. 
Per scovare il colpevole di questo omicidio, i Bastardi dovranno scavare nella vita limpida e senza ombre della vittima. L'omicidio di camorra sembra la soluzione più naturale, anche perchè, a Napoli, c'è una certa tendenza ad attribuire ogni problema alla camorra. Certo, purtroppo la camorra c'è, e purtroppo è ancora viva e vitale e ammazza ancora; ma non è la causa di ogni problema, e non è l'origine di ogni male.
Come ogni giallo che si rispetti, ognuno ha un segreto, ognuno ha qualcosa da nascondere. E un uomo onesto e benvoluto non fa eccezione.

Non credo che riuscirò più a guardare il pane con gli stessi occhi di prima. Una cura particolare è stata messa dall'auotore nel descrivere il processo di panificazione. Il pane è un alimento così semplice, eppure a monte c'è un procedimento complicato, che costa fatica e sacrifici. A maggior ragione se si tenta di fare il pane con il lievito madre, come una volta. Ne risulta un pane speciale, ma costoso e di scarsa resa. E allora, il dilemma della vittima era: cedere alle lusinghe della grande distribuzione, e passare a sistemi di produzione meccanizzati, oppure no e continuare come facevano le generazioni precedenti? La vittima, Pasqualino, sceglie la tradizione. Per lui la tradizione è sacra. Nonostante rimanga in scena per poche pagine, prima di finire ammazzato in un vicolo dietro il suo panificio, de Giovanni riesce a tratteggiarlo perfettamente, e io ho colto una certa ambiguità nella sua personalità. Certo Pasqualino era una persona buona, onesta e benvoluta. Il lavoro e la famiglia (credo in quest'ordine) venivano prima di tutto. Ma quest'integrità, alla fine, diventa gabbia, diventa integralismo per chi gli sta intorno. Perché non gli permette di accettare le imperfezioni altrui. E perché scatena sentimenti che Pasqualino non è in grado di capire nè di gestire.
Ha torto Pasqualino, nell'amare profondamente le tradizioni? No.
Ma ha ragione? No.
In questo dualismo fin troppo umano sta la bellezza di questo personaggio, anima portante del romanzo.

Fanno da contrappunto ad un'anima così cristallina i Bastardi. Sempre più squadra, sempre più ingranaggio perfetto quando lavorano insieme, continuano però ad avere i loro problemi da risolvere.
In particolare, l'anziano vicecommissario Pisanelli sembra arrivato ad un passo dalla soluzione dei casi di suicidio che secondo lui sono omicidi mascherati. Ma il suo avversario è davvero diabolico.
Lojacono è sempre in bilico fra il sogno di una passione travolgente e stimolante, e quello più tranquillo di un amore tra le braccia di una donna più rassicurante.
All'autore, secondo me, piace giocare con noi lettori, e nelle ultimissime pagine regala (si fa per dire) un colpo al cuore a tutti quelli che si sono appassionati alle vicende personali dei Bastardi.

Ci sono rimasta malissimo, ma ehi! È la letteratura, bellezza!
 
Voto: 8

venerdì 2 giugno 2017

Cuccioli per i Bastardi di Pizzofalcone...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito Einaudi

Davanti al commissariato di Pizzofalcone, qualcuno ha abbandonato una neonata. A trovarla è Francesco Romano, poliziotto che si è rovinato la vita e la carriera perché non riesce a frenare la rabbia. La piccola è in gravi condizioni, e mentre lotta tra la vita e la morte, i Bastardi cercano la madre, e indagano su un omicidio che forse è collegato alla sua vicenda.
Intanto Aragona, agente scelto che vorrebbe essere un poliziotto da telefilm americano, ma che per la maggior parte del tempo riesce solo a rendersi ridicolo, si imbatte per caso in una strana storia di rapimento di cuccioli di cane.
 
In questo quarto romanzo della serie I Bastardi, un altro tema delicatissimo viene prestato al giallo. Questa volta Maurizio de Giovanni ha scelto di raccontarci l'abbandono di una neonata vicino ad un cassonetto, e lo fa dal punto di vista di chi questa neonata l'ha ritrovata, e se ne sente responsabile. Interessante anche se non originale il mettere a confronto la neonata abbandonata, con le sue evidenti fragilità e la sua lotta per la vita, con il più "duro" della squadra, l'agente Francesco Romano, che non solo si è rovinato la carriera per aver messo le mani al collo di un fermato, ma è stato lasciato dalla moglie perché è arrivato a schiaffeggiarla.
Ho detto prima che il contrasto fra neonato/poliziotto duro non è originale, ma originalissimo e degno di nota il modo in cui l'autore lo sviluppa e lo fa evolvere nel corso della storia. Il legame tra Romano e la piccola non ha niente di zuccheroso e di stucchevole; non è consolatorio né accomodante, ma ha semmai il compito di mettere ancora di più in evidenza le fragilità del poliziotto, chiamato Hulk dai suoi colleghi di lavoro. La bimba, con la sua presenza, sottolinea la solitudine in cui si trova Romano, e la sua semplice esistenza farà emergere la prigione di rimpianto e recriminazioni che Romano si è costruito intorno, e lo spingerà fuori dal baratro di autocommiserazione in cui è caduto.

L'indagine per scoprire chi ha abbandonato la piccola si legherà ben presto ad un'indagine per omicidio, affidata a Lojacono.

Un cadavere, avrebbero detto i poliziotti a un ipotetico intervistatore, cambia tutto. Un cadavere è irreversibile, sapete (in quale camera devo guardare? Quella? Grazie). Quando c’è un morto, caro signore, il tempo smette di scorrere al ritmo normale. All’inizio va velocissimo, perché le prime quarantott’ore sono fondamentali, quindi, se non viene fuori niente (e spesso, caro signore, non viene fuori proprio niente), comincia a scorrere lento come un fiume in pianura, scandendo inesorabilmente ogni singolo minuto in cui rimani a mani vuote. Perciò, caro signore, e la ringraziamo per le gentili domande sul nostro assurdo mestiere, nelle prime quarantott’ore, quando c’è un cadavere, noterà in mezzo a noi poveri disgraziati, impegnati a brancolare nel buio, una spettacolare, cupa agitazione. Poi, a mano a mano che questo maledetto orologio fa tic tac, e il dannato calendario strappa un foglietto dopo l’altro, la cupa agitazione verrà sostituita da una cupa disperazione, per dar luogo infine a un cupo disagio.
Questo avrebbero detto a un ipotetico intervistatore, mentre si accingevano a discutere sulle iniziative da prendere. Ma non c’erano intervistatori, e in realtà, se anche fossero arrivati a frotte di lì a poco, nessuno di loro avrebbe perso tempo a rispondergli, a parte Guida, già allertato a dirottare tutti i cronisti alla portavoce della questura. Adesso c’era da lavorare.
 Adesso c’era un cadavere.

Sebbene non ci siano grandi colpi di scena, la trama gialla è interessante. Non è difficile intuire chi sia il colpevole, anche perché ad un certo punto è evidente che qualcuno sta mentendo, e di solito chi mente ha qualcosa da nascondere. Ma nel metodo e nella prassi degli interrogatori e delle investigazioni sta la bellezza dell'intreccio.

Particolarmente ispirata poi anche la trama secondaria, che vede protagonista Aragona, il quale inizialmente si vergogna di indagare su un caso (la scomparsa di alcuni cani) che ritiene ridicolo; ma poi, per una volta, riuscirà a dare il meglio di sé e a sentirsi davvero un poliziotto da telefilm.

Ai fan viene anche offerto uno squarcio della vita privata e sentimentale di Lojacono, uomo sicuramente interrigerrimo, intelligente ma lontano dalla perfezione, come tutti noi, del resto.

Arrivati al quarto volume di una serie, si corre sempre il rischio che le situazioni si ripetano, e che i personaggi recitino la stessa scena più e più volte. Qui questo pericolo è ampiamente scongiurato dal fatto che i personaggi evolvono con coerenza romanzo dopo romanzo. Ed in ogni romanzo l'autore ha l'accortezza di "mescolare", per così dire, le coppie che si occupano dell'indagine. Ogni personaggio si trova, di volta in volta, ad avere a che fare con un collega diverso.
Sono loro, i personaggi, la vera forza di qualunque giallo scritto da Maurizio de Giovanni, il quale riesce sempre a stupire e a interessare.
Merita un cenno l'abilità tecnica dell'autore; de Giovanni mescola stili, punti di vista, artifici letterari con disinvoltura e naturalezza. Ad esempio, nel capitolo 43, seguiamo i pensieri di Lojacono in una sorta di forma soft di stream of consciousness (1)
L'ho già detto che de Giovanni riesce sempre a stupire e catturare l'interesse del lettore?
 
Voto: 8

(1) Per il significato di stream of consciousness, o flusso di coscienza, vedi qui

mercoledì 31 maggio 2017

Gelo per I Bastardi di Pizzofalcone...

...di Maurizio de Giovanni.
 
 
Da soli erano dei reietti. Insieme sono la piú formidabile squadra di poliziotti della città. Per tutti continuano a essere i Bastardi di Pizzofalcone.
Luigi Palma, detto Gigi: commissario. Combatte il gelo. Non ha figli, ma è piú padre di chiunque.
Giorgio Pisanelli, detto il Presidente: vicecommissario. Ha il gelo dentro. Vorrebbe essere padre di nuovo.
Giuseppe Lojacono, detto il Cinese: ispettore. Lui il gelo lo odia. È alle prese con l'essere padre.
Francesco Romano, detto Hulk: assistente capo. Vive nel gelo. Avrebbe voluto essere padre.
Ottavia Calabrese, detta Mammina: vicesovrintendente. Tiene fuori il gelo. Affascinata da chi non è padre.
Alessandra Di Nardo, detta Alex: agente assistente. Sceglie il gelo. In lotta col padre.
Marco Aragona, vorrebbe essere detto Serpico: agente scelto. Aspetta la fine del gelo. Del padre non gli importa nulla.
(Dal sito Einaudi)
 
La squadra dei Bastardi di Pizzofalcone è alle prese con un nuovo caso. Sempre col fiato sul collo da parte del Questore, sempre in bilico tra permanenza e chiusura del Commissariato, sempre costretti a dover dissipare i dubbi e a dover dimostrare quanto valgono, i Bastardi indagano sul caso del duplice omicidio di due fratelli, Biagio e Grazia, lui brillante ricercatore universitario, lei bellissima modella.
Le piste da seguire sono diverse: un furto finito tragicamente, oppure potrebbe esserci la mano del fidanzato di Grazia, geloso e violento, o ancora l'assassino potrebbe essere il padre dei due fratelli, appena uscito di prigione e già irreperibile, deciso a riportare Grazia in Calabria insieme a lui.
 
La prima considerazione che mi balza in mente è che oramai una delle cifre stilistiche di questa serie di Maurizio de Giovanni è quella di presentarci, sempre, una Napoli molto diversa da quella che siamo portati ad immaginarci, nel bene e nel male.  In questi romanzi Napoli è una metropoli moderna, ma con quell'anima antica a cui la città e i suoi abitanti sono tenacemente attaccati.
In questo romanzo siamo a novembre, un mese che a queste latitudini è ancora mite; raramente il freddo arriva prima di Natale. Eppure un gelo inusuale avvolge ala città e rende difficile ogni movimento e ogni appostamento.
 
La seconda considerazione è che il titolo ha, anche qui, un doppio significato, com'è accaduto per il romanzo precedente, Buio. C'è, come accennato, il freddo atipico che stupisce la città e i suoi abitanti; ma il gelo del titolo è anche nei rapporti umani, nei difficili rapporti umani tra i Bastardi e le persone che li circondano e a cui vogliono bene.
Il gelo cala tra Lojacono da una parte, e Letizia e Marinella dall'altra; continua ad esserci gelo nei rapporti tra Romano e la sua (quasi) ex moglie. C'è gelo nei rapporti familiare di Alex, anche se i suoi genitori sembrano esserne beatamente ignari, e c'è gelo nei rapporti che tenta di costruirsi fuori dall'opprimente famiglia.
 
La trama gialla, anche se semplice e lineare, reca anch'essa tracce di questo gelo. I due ragazzi uccisi erano ad un passo dal riscatto umano e sociale. La morte violenta ha congelato le loro aspirazioni e i loro sforzi un attimo prima della svolta.
L'indagine è affidata a Lojacono e Di Nardo, che a lungo gireranno a vuoto alla ricerca di un movente. Ecco, qui l'indagine ruota intorno alla ricerca del movente. Date le circostanze e la cerchia limitata di persone che potevano facilmente accedere al luogo del delitto, non dovrebbe essere difficile individuare il colpevole. Il punto è che non si può individuare l'assassino perché il duplice omicidio sembra non avere ragione alcuna. E questo porterà gli investigatori a scavare nelle vite dei due ragazzi e di chi gli stava intorno. E la descrizione di quanto emerge, l'affresco delle vite di questi due giovani e di chi li frequentava è quanto riesce meglio alla penna di De Giovanni.
 
Una menzione speciale poi merita la sottotrama che vede protagonista Pisanelli, ancora impegnato nell'indagine personale su una catena di suicidi che a lui non quadrano, e  ancora avvolto dal gelo della sua solitudine, Questa volta, però, l'anziano vicecommissario si troverà ad un passo dalla svolta, umana e investigativa.
 
Voto: 7 e 1/2
 

sabato 27 maggio 2017

Buio per i Bastardi di Pizzofalcone...

... di Maurizio De Giovanni

La scheda del libro sul sito della Einaudi

Nuovo capitolo per le avventure della squadra di poliziotti più sottovalutata d'Italia.
Dopo aver portato a termine con successo l'indagine sull'omicidio di una ricca signora della Napoli bene, i cd. Bastardi del commissariato di Pizzofalcone sono alle prese con un caso ancora più delicato: il rapimento di un bambino di dieci anni, sottratto alla sorveglianza delle suore durante una gita scolastica. Il piccolo è il nipote di un ricchissimo imprenditore, perciò si pensa da subito ad un rapimento a scopo di estorsione. La corsa contro il tempo per ritrovare il bambino sano e salvo si intreccia con le vicende personali dei membri della squadra, ognuno dei quali ha il suo personalissimo demone da combattere.
 
La serie dei Bastardi, con questo secondo romanzo, vira decisamente verso il genere thriller. Un bambino è sparito, e bisogna ritrovarlo in fretta, prima che il blocco dei beni della famiglia imposto dalla legge innervosisca i rapitori e metta a repentaglio la sua vita. L'indagine stavolta non è nella mani di Lojacono, detto il Cinese, ma in quelle dell'improbabile team composto da Romano - finito tra i Bastardi per i suoi incontrollabili e violenti scatti d'ira - e Aragona - poliziotto super raccomandato che sembra più una caricatura che un agente vero.
Il Cinese però non se ne sta con le mani in mani, e insieme ad Alex Di Nardo, indaga su un furto che da subito si rivela alquanto strano.

Continua anche la narrazione di scorci delle vite private dei membri della squadra; una vita privata sicuramente complicata, ma che non impedisce loro di essere ottimi professionisti, lucidi e preparati sul posto di lavoro. Questa dicotomia mi ha colpito: i Bastardi sono, nel loro privato, persone fragili e ferite; eppure, mentre svolgono le loro indagini, sono persone tutte di un pezzo, senza crepe visibili.
Se nello scorso romanzo, I Bastardi di Pizzofalcone, la cui recensione potete trovare qui, venivano approfondite le vicende personali di Lojacono e di Ottavia Calabrese, qui gli approfondimenti riguardano Pisanelli ed Aragona. Quest'ultimo in particolare rivela uno spessore e una profondità insospettate.
 
Anche stavolta ci troviamo di fronte ad un romanzo corale, narrato da più punti di vista; di tanto in tanto fanno irruzione brevi capitoli narrati in prima persona dalla piccola vittima del rapimento. Che fanno molto male.
Altrettanto male, ma per ragioni diverse, fa il capitolo in cui il colpevole parla del suo crimine e racconta le sue motivazioni; fa male non perché si prova empatia con questo soggetto, ma perché le sue motivazioni sono terribilmente meschine di fronte all'enormità del male fatto; eppure noi lettori sentiamo che sì, è possibile che qualcuno commetta quel crimine per quelle ragioni, continuando a pensare a se stesso come ad una brava persona. L'autore ci mostra il buio che può annidarsi dentro le persone normali, e per questo fa tanta paura.
 
Sul finale i capitoli si susseguono sempre più corti, a dare il senso del ritmo che diventa incalzante.
Le ultime 50/60 pagine le ho lette con una foga bulimica.

Maurizio De Giovanni è una persona simpatica, ironica, che riesce a vedere il lato bello e divertente delle cose. Quindi, dove trova la forza e le risorse per scrivere dei finali così disperati, e letterariarmente belli e indimenticabili?
Mi sono aggrappata all'ultima pagina di Buio gridando No! Dai, non puoi chiudere così!
E allora tutto quello che posso dire di questo thriller è che se ti rimane dentro così tanto, se ti annoda lo stomaco, se ti inumidisce gli occhi, è un thriller ben scritto, ben costruito, e che vale la pena leggere.

Voto: 8 e 1/2

lunedì 8 maggio 2017

I Guardiani...

di Maurizio De Giovanni.

La scheda del libro sul sito Rizzoli

Marco Di Giacomo, antropologo presso l'Università di Napoli, aveva una brillante carriera davanti a sé. Ma poi tutto è andato in rovina quando ha pubblicato una ricerca sui collegamenti fra i luoghi sacri e i culti che vi  si sono succeduti. Il professore aveva ipotizzato che fossero i luoghi ad essere "speciali", non che fossero stati i vari culti a renderli tali. Costretto ad abbandonare questa teoria dallo scetticismo e dallo scherno dei colleghi, Marco vivacchia all'Università con la sola compagnia del suo assistente, Brazo Moscati.
Un giorno ai due viene ordinato dal direttore di facoltà di portare in giro una giornalista tedesca, Ingrid, che è proprio alla ricerca dei luoghi dove sopravvivono teorie esoteriche affascinanti e suggestive come quelle del professore. Accompagnati anche dalla nipote del professore, Lisi, fanatica di teorie complottiste, assolvono a malincuore il loro compito, ma nel frattempo strani eventi si susseguono nei luoghi mistici della città. Forse la teoria di Marco non era così peregrina, dopotutto... ma la verità è molto più incredibile di quanto il professore abbia mai immaginato, ed arriva a mettere in pericolo la vita sua e di quelli che ama.
 
Questo libro segna l'esordio di Maurizio de Giovanni nel mondo della fantascienza. Primo di una trilogia annunciata, di cui è già in lavorazione una serie televisiva prodotta da Cattleya, è davvero una grande sorpresa per i fan dello scrittore napoletano. Questo romanzo ha quel gusto di fantascienza classica e un po' retrò che non potrà non conquistare gli appassionati.
Il ritmo non è quello dei thriller fantascientifici alla Dan Brown, per intenderci, ma quello lento ma inesorabile dei classici della fantascienza. Non ci sono fughe precipitose, inseguimenti mozzafiato o colpi di scena ad ogni pagina. La storia è costruita con certosina perizia, e man mano che il lettore procede si rende conto con sgomento quanto grande e delicata sia la "verità" che i protagonisti sono arrivati a svelare. E anche con quanta sottile abilità l'autore ci abbia condotto sull'orlo del precipizio, a sbirciare il segreto per tenere nascosto il quale qualcuno è disposto ad uccidere.

Mentre nelle precedenti serie firmate dall'autore, sono i personaggi, con le loro passioni, debolezze, slanci e delusioni, ad essere al centro dell'opera, qui essi sono principalmente esecutori e strumenti di una trama che si dipana un passo alla volta.
Forse per questo, rispetto agli altri romanzi di de Giovanni, la lettura risulta meno veloce; il romanzo necessita di essere letto con attenzione, proprio perché i dettagli importanti sono inseriti senza eccesiva enfasi nella trama, come del resto accade nella vita vera. A volte abbiamo indizi evidenti sotto al naso, e non li vediamo.
Qualcuno diceva la verità è là fuori, ed ecco, questo potrebbe essere il motto di questo libro, magari corretto in la verità è là sotto.
Perché questo romanzo ci porta ad esplorare la città sotto la città di Napoli. Un luogo di cui ultimamente si parla molto, ma che è ancora pieno di misteri e di domande senza risposta.
Non illudetevi però di trovarle tutte in questo romanzo le risposte: come già detto si tratta del primo volume di una trilogia; bisognerà attendere i successivi perché tutto il quadro ci sia svelato. Il romanzo non si interrompe brutalmente, questo no; esaurisce una parte dell'intreccio ma, per ovvie ragioni, non arriva a completarlo.
Siamo di fronte ad una grande, intrigante e ben scritta introduzione. 
Personalmente non vedo l'ora di leggere il seguito.

Voto: 7 (non mi sbilancio perché ho l'impressione che quest'opera andrà giudicata nel suo complesso).

Prima di concludere, vorrei dire la mia su alcuni giudizi in merito al volume, letti principalmente sulla pagina facebook dell'autore, che mi hanno fatto riflettere.
Si tratta di commenti negativi che posso riassumere in "ridateci Ricciardi!1!!1".
Ecco, I Guardiani può piacere o non piacere, per carità; e ci sta che molti fan di Maurizio de Giovanni non siano appassionati di fantascienza e quindi non abbia apprezzato il libro. Ma lamentarsi perché è un libro diverso, ecco, mi lascia perplessa. Un autore ha tutto il diritto di scrivere qualcosa di diverso, di tentare nuove strade ed esplorare nuove narrazioni. E il lettore ha tutto il diritto di non gradire il libro che ne viene fuori. Ma che l'unica argomentazione a sfavore del romanzo sia che non segue la strada tracciata dagli altri libri dell'autore mi sembra estremamente riduttivo, ed anche ingiusto.
 

mercoledì 5 aprile 2017

SegnaliAMO!

Buongiorno!
Con questo post inauguro la prima rubrica per il mio blog.
In questo spazio segnalerò l'uscita di novità editoriali che hanno un (potenziale!) alto indice di gradimento.
 
Oggi iniziamo con un'uscita ormai prossima, e che attendo con estrema ansia.
 
Il tredici aprile uscirà per Rizzoli il nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni, intitolato I Guardiani. Secondo quanto dichiarato dall'autore qua e là sui social network, si tratta del primo volume di una trilogia in cui il giallo incontrerà il mistero e l'esoterismo (forse anche la fantascienza?).
Niente commissario Ricciardi o Bastardi, per questa volta, ma la curiosità di leggere qualcosa di nuovo di questo autore è molta, da parte mia.
 
L'autore, sulla sua pagina Facebook, presenta così il nuovo progetto:
 
Ho sempre letto tantissimo. Da bambino prendevo un libro, mi buttavo su una qualche superficie orizzontale (anche il pavimento andava bene) e mi mettevo a leggere e a sognare.
Mi piacevano tutte le storie: sentimenti, luoghi esotici, passioni, passato, presente e futuro. Più di tutto mi affascinavano quei libri di mio padre con la copertina gialla, e quelli con la copertina bianca. Erano scritti a colonne, odoravano di carta grossa e semplice, si vendevano in edicola come il ...
giornale; e c'era un disegno davanti, in un cerchio, come se le storie volessero uscire da un oblò per venirmi incontro.
Se da un lato mi innamorai di quella squadra di poliziotti di un posto chiamato Isola, che lavoravano all'87° Distretto, dall'altro ero pazzo di quella scienza irregolare e non accreditata che si chiama fantarcheologia: astronavi che attraversavano i cieli della preistoria, spiegazioni astrali di pitture rupestri, civiltà morenti che incrociavano nella disperazione della sopravvivenza pianeti nascenti e selvaggi.
Fantasticavo sulla mia città, antichissima e sconosciuta, piena di cunicoli ancora ignoti e di chiese edificate su templi edificati su altri templi, su decine, centinaia di iscrizioni ancora senza significato, e catacombe piene di ossa e teschi. Mi chiedevo come mai in quei libri di papà, di quella serie chiamata Urania, non ci fosse una storia ambientata qui. La città mi pareva perfetta, per una storia come questa.
Mi hanno detto: hai due cicli di successo, la TV, il teatro. Mi hanno detto: sei un noirista, i romanzi vanno alla grande, il pubblico ti conosce e ti vuole bene: non vale la pena di rischiare. Mi hanno detto: non hai il tempo, e il mercato non è così ricettivo.
Ma io sono ancora sdraiato sul pavimento a leggere e a sognare, con un pezzo di pane e olio in mano e i compiti già fatti. E sogno di altre razze e altri mondi nella mia assurda, profonda e ignota città.
Benvenuti, Guardiani. Io non mi sono mai divertito tanto a scrivere una storia come stavolta.
Spero vi divertiate anche voi.

domenica 2 aprile 2017

I Bastardi di Pizzofalcone...

...di Maurizio De Giovanni.
 
 
L'ispettore Giuseppe Lojacono, nonostante abbia risolto brillantemente il caso di un serial killer, il Coccodrillo, che uccideva adolescenti nella città di Napoli, non riesce a scrollarsi di dosso l'antipatia che i suoi colleghi provano per lui a causa dell'accusa di un pentito, non provata, di essere colluso con la mafia. Al suo superiore non pare vero di potersi sbarazzare di lui trasferendolo al commissariato di Pizzofalcone. Lì, Lojacono scoprirà che si tratta di un commissariato sull'orlo della chiusura: quattro poliziotti sono stati arrestati per essersi appropriati di un carico di droga sequestrata. Per sostituirli, ogni commissariato della città ha mandato gli agenti di cui voleva liberarsi senza troppo clamore. Oltre a Lojacono, ci sono Francesco Romano,  con problemi di gestione della rabbia; Alessandra di Nardo, che ha esploso accidentalmente un colpo di pistola all'interno del suo ex ufficio; Marco Aragona incapace, rozzo e super raccomandato. A completare il quadro, Ottavia Calabrese e Giorgio Pisanelli, gli unici superstiti del vecchio commissariato, gli unici a risultare puliti, ma guardati comunque con sospetto dai colleghi. Dirige questa eterogena squadra di "emarginati" il commissario Luigi Palma. Il primo caso che si presenterà alla squadra sarà l'omicidio di una signora di mezza età appartenente alla Napoli bene. 
 
Raccontare questo romanzo non è facile, perché ci sarebbe molto, troppo, da dire. Non si può condensare in poche parole, riassumere in una striminzita sinossi, perché è pieno di troppe cose.
Innanzitutto,  è pieno di personaggi.
Al contrario di quello che potremmo definire prequel, Il metodo del Coccodrillo, in cui un tristissimo Lojacono, appena giunto dalla Sicilia, si occupa sostanzialmente da solo del serial killer che terrorizza la città, qui il nostro ispettore, detto il Cinese per i suoi occhi dal taglio orientale, è ben inserito in una squadra. Fondamentalmente i suoi colleghi sono paria come lui. Ognuno ha il suo scheletro nell'armadio. Quali siano, i loro scheletri e i loro tormenti, lo scopriremo un po' alla volta, attraverso i loro stessi occhi.
I Bastardi di Pizzofalcone è davvero un romanzo corale, perché la gestione dei punti di vista è perfetta e impeccabile in ogni passaggio; la voce dei personaggi è sempre coerente a se stessa e realistica. E anche umana, empatica e sentita.
 
La storia è piena di tormenti, come accennavo, ma soprattutto di rimpianti. Ognuno dei personaggi, anche quelli meno presenti sulla scena, ad un certo punto ha varcato una soglia, superato un limite, e quasi mai di propria spontanea volontà. E tutti i giorni deve fare i conti con questo, guardarsi alle spalle e convivere con la consapevolezza che quello che c'è dietro non tornerà mai più.
Non sono personaggi problematici, non in senso stretto, perché i Bastardi il loro problema ce l'hanno appena dietro le spalle, e ora devono conviverci.
 
E' anche pieno di Napoli, questo romanzo, come i precedenti dello stesso autore, del resto. Ma Maurizio De Giovanni la conosce troppo bene, questa città, per regalarcene una visione semplicistica o di facciata.
Il romanzo si apre, ancora una volta, in una giornata di pioggia.
 
E [Lojacono] pensava che in quello stesso momento, alla fine di marzo, a casa sua i mandorli erano fioriti e il sole già consentiva di starsene in spiaggia a riflettere guardando il mare; lí, invece, pareva ancora pieno inverno, col vento che si alternava alla pioggia e le donne che inseguivano ombrelli rotti sui marciapiedi, mentre il traffico immobile barriva di frustrazione attraverso squilli frequenti di clacson irritati.

Un punto di vista davvero inusuale per un posto che è stato definito il paese del sole.
E questa tecnica, di guardare le cose da un punto di vista che ribalta quelle che crediamo conoscenze acquisite, De Giovanni lo applica pure all'intreccio giallo, che ruota intorno all'omicidio di una donna che nessuno aveva interesse o motivo a volere morta. Eppure c'è un elemento che sembra puntare in una direzione ben precisa che invece, a ben guardare, puntava da subito in un'altra direzione. E c'è un particolare incontro, o meglio un litigio, tra due persone coinvolte, che va guardato come riflesso in uno specchio per capire dove sta la verità.
Una verità che i Bastardi scopriranno, assicurando alla giustizia il suo colpevole, e a noi lettori una squadra di poliziotti unica nel panorama italiano.
 
Voto: 8 

mercoledì 29 marzo 2017

Metti una sera a cena...

... Incontro con Maurizio De Giovanni.

Che io abbia una passione per gli scrittori napoletani, è un fatto; che Maurizio De Giovanni sia tra i miei preferiti ne è un altro.
Sabato 4 Marzo ho avuto la fortuna di partecipare ad un evento straordinario, ovvero andare a cena con l'autore (cioè, non io e lui, ma io, lui e un'altra quarantina di persone, ma va bene lo stesso). 
L'evento, organizzato dall'associazione culturale termolese Sopra le righe, si è tenuto presso il ristorante Il Porto di Termoli. E' stata un'esperienza unica, ma che ve lo dico a fare? Lo si vede dalla mia faccia soddisfatta in questo selfie. Comunque non sono qui per bearmi di aver potuto incontrare Maurizio De Giovanni, di avergli potuto stringere la mano o di aver scambiato due parole con lui (va bene, sì, anche per quello), sono qui per raccontare non solo che persona stupenda, gentile, alla mano e simpatica sia, ma anche per raccontare le cose interessantissime che ha detto in questa serata (perché mentre gli altri mangiavano, io prendevo appunti per non perdermi una sola parola). Piccola precisazione: non posso certo riferire le esatte parole dei suoi interventi, ma vi assicuro che i miei appunti sono fedeli al senso e alla sostanza dei suoi discorsi.
Sono stati molti gli argomenti toccati dagli interventi di Maurizio De Giovanni, e molti gli aneddoti raccontati.


Inevitabilmente, uno dei primi temi è stato il perché tutte le sue storie siano ambientate a Napoli.
Lo scrittore ha affermato di essere molto fortunato perché vive in una citta perfetta per chiunque voglia fare lo scrittore (per non diventare scrittore a Napoli, devi solo essere analfabeta), città da cui non ha intenzione di andare via per non perdere il flusso di storie e linguaggi che ne scaturisce. Napoli, ha detto ancora, è una città che non si difende, non ha mura, non ha cannoni, è naturalmente accogliente, istintivamente accogliente. E' piena di confini non tracciati, ha detto, citando ad esempio la centralissima Via Toledo, sede di grandi banche, uffici importanti, e delle firme più importanti dello shopping; ma basta spostarsi di pochi metri per entrare nei Quartieri Spagnoli, il quartiere più popolare di Napoli. Per questo Napoli è un paradiso narrativo, con il suo costante conflitto.

Alla domanda su quali sono state le sue "Muse" letterarie, l'autore ha risposto citando Galeano, Garcia Marquez, Borges e la narrativa Sud-Americana in genere, oltre naturalmente a Ed McBain e il suo 87° Distretto. (La cessione di Maradona e la morte di Ed McBain sono state le due amputazioni più dure nella mia vita.)
 
Parlando degli autori italiani di noir, De Giovanni ha sottolineato come ogni regione abbia la sua voce in questo campo, e come ognuna sia diversa, perché gli scrittori italiani, in questo campo, raccontano ognuno una città diversa.. L'Italia è polifonica - ha affermato; se invece guardiamo la narrativa noir del Nord Europa, troviamo che le voci narranti finiscano per l'assomigliarsi.
 
Quel che gli interessa narrare è la dinamica umana, perché ritiene esiste un disagio sociale profondo che va raccontato.
 
Poi De Giovanni ha parlato della genesi dei suoi personaggi. A volte gli autori scrivono di personaggi che gli somigliano. Questi personaggi partono grandi e poi si sgonfiano, perché lo scrittore si ispira alla sua storia, che è comunque una singola storia. Se ogni personaggio avesse un pezzo di me - ha continuato - finirebbero per assomigliarsi. La narrazione, invece, deve essere distante. Se lo scrittore fa un passo indietro, esce dalla narrazione e fa l'osservatore esterno ma innamorato di quello che narra, allora scrive il libro giusto. 
 
Il metodo usato per creare i personaggi femminili, invece, è un metodo empirico. Allo scrittore piace creare personaggi femminili perché quando si parla di passioni, allora devi parlare di donne, che ne sono o attrici o detonatrici. Il metodo empirico cui accennavo prima è il seguente: le donne vivono nel futuro, gli uomini nel presente. Le donne vivono in prospettiva, sarà un fatto ancestrale, ma sono proiettate nel Poi. E tenendo presente questo, De Giovanni immagina i suoi personaggi femminili. C'è un unico momento in cui uomini e donne si incontrano, ed è quel brevissimo istante in cui il presente diventa futuro, ma è un attimo, e poi nulla più.
 
Divertentissimi sono stati gli aneddoti sui suoi esordi letterari; iscritto per scherzo da alcuni amici ad un concorso letterario che si sarebbe tenuto al caffè Gambrinus, si è recato alla selezione con il fermo proposito di non scrivere neanche un rigo; poi è capitata una cosa che ha cambiato tutto.
Seduto vicino alla vetrina, ha visto avvicinarsi un bambina di sette, otto anni, forse una piccola mendicante. La bambina si è fermata a guardare attraverso la vetrina il locale pieno di gente che scriveva china sui fogli. Ha schiacciato il viso sul vetro per qualche istante, poi, annoiata, ha fatto una linguaccia a Maurizio De Giovanni, che era l'unico che la guardava. Lui si è girato per vedere se qualcun altro l'avesse notata, e quando è tornato a guardare fuori, la piccola non c'era più. E così lo scrittore ha immaginato di essere l'unico ad averla vista; e ha immaginato un personaggio che vede cose che gli altri non vedono... e così è nato Luigi Alfredo Ricciardi.
(Bimba, ovunque tu sia... grazie. Di cuore.)