sabato 5 agosto 2017

Rondini d'inverno. Sipario per il commissario Ricciardi...

... di Maurizio de Giovanni.



La scheda del libro sul sito Einaudi

Napoli, anni '30. Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi indaga sulla morte di una nota cantante di rivista, Fedora Marra. Durante una versione sceneggiata della canzone Rondinella, uno dei pezzi forti della rivista, suo marito Michelangelo Gelmi spara (a salve) alla donna, che, secondo il copione, ha tradito e abbandonato il suo uomo. Ma qualcuno sostituisce il proiettile a salve con uno vero, e Fedora muore in scena. Il colpevole sembra chiaro, perché e nessuno si è avvicinato alla pistola se non lo stesso Gelmi, il quale però si dichiara innocente. Perché sparare platealmente alla propria moglie davanti al pubblico e poi protestarsi innocente? Ricciardi sembra essere l'unico a credere all'uomo, e insiste per tenere aperta un'indagine che sembra già chiusa.
 
 
 
«Mi dispiace, brigadie'.
Mi dispiace di aver sparato al commissario Ricciardi».
 
Con una frase così, quasi buttata lì alla fine del primo capitolo, le aspettative per questo romanzo erano incredibilmente alte, e non sono state tradite.
Recensire un libro di Maurizio de Giovanni per me non è semplice. Non è semplice trovare le parole adatte per trasmettere la bellezza e la maestria presenti in questo romanzo. Un giallo che sa benissimo di essere qualcosa di più, qualcosa che va oltre.
 
Come nei due precedenti romanzi dedicati ad altrettante canzoni della tradizione partenopea, anche qui compaiono il vecchio maestro suonatore di mandolino e il suo giovane allievo. Questa volta il vecchio musicista racconta la storia che abbiamo tra le mani, e ci svelerà il suo legame con   il commissario.
 
Iniziamo dalla trama gialla. L'impianto è molto classico e per questo, a mio parere, particolarmente stuzzicante. C'è un delitto che può essere stato commesso soltanto da una persona, eppure quella persona non aveva un movente valido per uccidere. Né tantomeno suona logico preparare accuratamente un delitto sotto gli occhi di centinaia di persone, e poi sperare di farla franca semplicemente dichiarandosi innocenti. I fili da riannodare sono molti, e l'indagine è affascinante proprio perché con pazienza certosina il commissario scaverà nel passato di tutte le persone coinvolte per far emergere la verità, verità nascosta nei dettagli. Come dico sempre io, è dai dettagli che si riconosce un grande giallista, e Maurizio de Giovanni lo è.
Una piccola nota: il fatto, come l'autore chiama la peculiare abilità di Ricciardi di vedere le ombre dei morti e udire le loro ultime parole, sta lentamente perdendo importanza per quel che riguarda le indagini, e conquistando più spazio nel forgiare i sentimenti, i dubbi e i comportamenti nella vita privata del commissario.
 
A far da contorno al caso di omicidio ci sono, come sempre, sottotrame curate ed interessanti quanto la narrazione principale. Il tema che le lega è quello del tradimento e dell'abbandono.
 
Il dottor Modo, amico di lunga data del commissario, cercherà di salvare una prostituta bella ed intelligente ridotta in fin di vita da un pestaggio. Aiutato dal brigadiere Maione, braccio destro di Ricciardi, scoprirà che la donna ha subito il peggiore dei tradimenti.
 
Livia, la vedova del tenore Vezzi, sul cui omicidio Ricciardi aveva precedentemente indagato, perdutamente innamorata del commissario, deve fare i conti con il suo tradimento nei confronti del commissario, e col conseguente abbandono, per poi concludere, dolorosamente, che nonostante tutto, non si può davvero abbandonare al suo destino chi si ama.
 
Lo stesso Ricciardi, che finalmente sembra aver trovato il coraggio di frequentare, seppure di nascosto, la sua amata Enrica, si trova nella condizione del traditore quando si rende conto di non poterla aiutare prendendo una posizione chiara riguardo al loro futuro. Abbandonare chi sia ama quando ha bisogno di noi è comunque un tradimento, come avrà modo do rendersi conto il commissario.
 
Con la consueta delicatezza, l'autore tratteggia della storie che sembrano distanti ma che molto hanno in comune. E sono storie tristi, tragiche, commuoventi. Che lasciano il segno.
 
Insomma, questo romanzo ha tutto quello che occorre per farsi amare sia del lettore di gialli (e a parer mio il lettore occasionale potrà comunque apprezzare il romanzo in sé) sia dai fan del commissario dai tristi occhi verdi. Ogni volta che Maurizio de Giovanni aggiunge un volume alla serie, questo è più bello del precedente.
 
Voto: 8

venerdì 4 agosto 2017

La morte delle api...

... di Lisa O'Donnell.


La scheda del libro sul sito della Newton & Compton Editori

Marnie ha quindici anni e sua sorella dodici quando si trovano a dover seppellire nel giardino di casa i propri genitori. Di certo le due ragazze non sentiranno la mancanza di due genitori dipendenti da alcool e droga, violenti e abusivi. Ma non vogliono nemmeno andare in affidamento, col rischio di finire chissà dove e di essere separate. Ma per quanto tempo potranno fingere che tutto sia normale, prima che qualcuno chiami i servizi sociali?
 
Questo romanzo ci racconta la storia molto triste e molto cruda di due adolescenti costrette a cavarsela da sole dopo la morte dei genitori. A dire la verità, le due ragazze dovevano arrangiarsi anche prima, perché i due, Izzy e Gene, non erano certo dei genitori esemplari.
Le circostanze della loro morte, non naturale, non sono inizialmente chiare. Le due ragazze sospettano l'una dell'altra per la dipartita di Gene, mentre è chiaro che Izzy si sia impiccata dopo averne scoperto il cadavere.
Marnie è quella che prende in mano le redini della situazione, decidendo di volta in volta il da farsi, mentre Nelly è più sognatrice e vive in un mondo tutto suo, e fatica ad adattarsi alla nuova, surreale routine fatta di segreti, bugie e indipendenza.
 
La morte delle api ci racconta senza indorare la pillola il duro mondo di queste due adolescenti cresciute in una famiglia inesistente. L'ombra degli abusi si allunga sul loro passato; per Marnie poi, il cadere nella spirale delle dipendenze è davvero ad un passo.
Lo spaccato dei sobborghi di Glasgow che questo romanzo ci fa vedere è da brividi, perché sappiamo che è fin troppo reale.
Eppure in questo mondo, narratoci in prima persona da Marnie e Nelly, a cui poi si aggiungerà il vicino di casa Lennie, è possibile trovare solidarietà, amore, sostegno morale.
La cosa che mi ha colpito di questa storia è che tutto quello che di positivo accade proviene da persone problematiche o addirittura pericolose. Lo stesso Lennie, che intuisce per primo come qualcosa sia accaduto nella casa delle due protagoniste, ma non sa cosa, e offre loro pasti caldi e conforto, ha una condanna per crimini sessuali sulle spalle. Non è innocente, ma non è nemmeno il mostro che tutti credono, ma soprattutto non cerca giustificazioni, sa di avere un grosso fardello sulla coscienza e non passa giorno in cui non chieda perdono per quello che ha fatto.
I personaggi di questo romanzo sono così, pieni di ombre (molte) e luci (poche), eppure tentato di trovare un modo per resistere alle avversità della vita, andare avanti e affrontare i problemi. Questa dicotomia fatta di azioni moralmente riprovevoli  e slanci umani di solidarietà mi ha affascinata.
 
Come già accennato lo stile è semplice e asciutto, il linguaggio crudo, e alcuni episodi annodano lo stomaco. Quello che fa veramente male è che certe cose vengono raccontate come se fossero normali, nel senso che le protagoniste sono cresciute in un ambiente in cui certe cose effettivamente lo sono (esempio: essere abbandonate per giorni senza soldi né cibo; vedere i propri genitori crollare strafatti sul pavimento). Certi episodi non generano alcuna emozione in Marnie e Nelly e questa contraddizione crea nel lettore una grande commozione e partecipazione.
 
La morte delle api è, secondo me, una storia che va letta perché non può essere raccontata senza che se ne perda la cruda bellezza.
L'unico neo è il finale, a parer mio. In un certo modo è coerente con la trama, non mette assolutamente le cose a posto, anzi, apre a tutta una serie di altre domande, e curiosità sul futuro dei protagonisti che purtroppo resteranno senza risposta.
 
Voto: 7

martedì 1 agosto 2017

La principessa di ghiaccio...

...di Camilla Läckberg.

La scheda del libro sul sito della Marsilio Editori

La tranquilla località turistica di Fjällbacka, in Svezia, è scossa dall'omicidio di una giovane donna, Alexandra. A trovarla è Erica, che era stata sua amica durante l'infanzia, prima che la famiglia di Alexandra si trasferisse a Göteborg. Sulle prime sembra si tratti di un suicidio, ma già dai primi riscontri dall'autopsia sembra che alcuni dettagli siano incongruenti con questa ipotesi. Erica, insieme al poliziotto Patrick, anch'egli suo amico di infanzia, cercherà la verità, e insieme scopriranno che questo delitto affonda le sue radici in un passato molto lontano.
 
Riuscite a leggere cosa c'è scritto in basso a destra sulla copertina del romanzo? Per comodità lo riporto anche qui: "grande suspense per la nuova Agatha Christie della Svezia".
Ecco, no.
Come si può capire, nutro delle riserve riguardo questo romanzo, riserve che andrò ad illustrare.
 
Sicuramente l'autrice ha dalla sua un particolare abilità nella descrizione del paesaggio svedese, in una fredda località turistica sgombra di turisti durante il periodo invernale. L'ambientazione, quasi claustrofobica a causa del freddo, del vento gelato, della neve, delle strade malinconicamente deserte, crea una splendida cornice per l'indagine. I particolari sulla cittadina e i suoi abitanti conferiscono colore e spessore allo scenario, anche se devo confessare che mi hanno lasciato perplessa, più per ragioni extra letterarie.
Insomma, io ho sempre immaginato la Svezia come una nazione all'avanguardia, dove le donne sono emancipate, le persone sono libere da costrizioni sociali, gli ospedali e le scuole funzionano a perfezione, il tenore di vita è alto e la gente felice.
Invece l'autrice descrive un altro tipo di scenario: poliziotti sottopagati, sanità scadente, scuole senza materiali e senza possibilità di garantire un'istruzione dignitosa ai propri studenti, alcolismo dilagante, violenze domestiche diffuse e non denunciate.
Più  leggevo, più pensavo: sicura che questa sia La Svezia? La Svezia dei primi anni 2000?
 
Cito per amore di brevità solo una tra le tanti frasi pronunciate dai protagonisti:
"Con le tasse che si pagano in questo paese, gran parte dei tuoi soldi finirà per finanziare pessime scuole e un'assistenza sanitaria ancora peggiore."   
 
Una frase che, detta da un poliziotto svedese, mi ha fatto molto riflettere su quello che crediamo di sapere sul resto del mondo.
Quello che mi ha stupito ai limiti dell'incredulità è stata la descrizione della condizione della donna. Tutte le donne descritte sembrano estremamente dipendenti dagli uomini, costantemente occupate a compiacere il proprio compagno, oppure ad preoccuparsi che anche un solo grammo in più di peso possa togliergli l'apprezzamento del genere maschile. Addirittura la protagonista ritiene che sia sconveniente indossare normali mutandine di cotone Sloggi per un appuntamento perché farebbero passare la voglia a qualunque uomo. Non fraintendetemi, non c'è assolutamente nulla di sbagliato a curarsi o tenersi in forma, o prepararsi con cura per un appuntamento. Quello che mi ha lasciato basita è stato il sottile messaggio che una donna potesse farsi apprezzare necessariamente ed esclusivamente in quel modo. Insomma, secondo me, credere che  un uomo che non desideri la propria donna solo perché lei indossa una mutandina di cotone e non raffinata lingerie mi pare francamente una cosa da pazzi. 
 
A parte queste considerazioni, tornando a focalizzarci su un punto di vista più strettamente narrativo, secondo me questo giallo è fiacco e non funziona.
Gran parte della colpa io la attribuisco all'abuso fatto dall'autrice dell'odioso espediente di non condividere gli indizi con il lettore. Mi spiego meglio: quando qualcuno, sia Erika o Patrick, trovano un indizio fondamentale, l'autrice decide di non dirci immediatamente di cosa si tratta. Se è un biglietto incriminante, il protagonista se lo mette in tasca e lo dimentica per svariate pagine; se è un numero di telefono, il detective lo controlla e poi rimane stupefatto senza dirci di chi è questo benedetto numero di telefono; e di esempi ne potrei fare molto, visto che la suspense annunciata in copertina viene creata artificiosamente con questo metodo, che io personalmente detesto e trovo scorrettissimo nei confronti del lettore. Agatha Christie non si sarebbe mai permessa di basare il mistero di uno dei suoi libri sul nascondere gli indizi al lettore.
 
Inoltre, per tutto il romanzo ho avuto la sensazione che in fin dei conti nessuno avesse davvero voglia di indagare sul serio, che tutti cincischiassero aspettando il finale.
Appare chiaro fin da subito che le motivazione del delitto sembrano risiedere in alcuni punti poco chiari del passato della vittima; ma sono necessarie circa 300 pagine perché qualcuno si prenda la briga di scavare a fondo nel suo passato. E infatti, appena qualcuno decide di farlo, il caso viene risolto in circa dieci minuti.
 
Non certo un giallo indimenticabile.
Voto: 6 (strappa la sufficienza per la bella ambientazione e l'inconsueto punto di vista sulla società svedese)