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mercoledì 15 febbraio 2012

Lasciami entrare + Blood Story...

....ovvero due al prezzo di uno: il libro più il film!!

Partiamo dal romanzo. Lasciami entrare è un horror scritto nel 2004 da John A. Lindqvist, autore di nazionalità svedese.
Cosa succede se un umano adolescente si innamora di un vampiro dal corpo di un'adolescente? Grazie a questo romanzo, la risposta oramai non è più soltanto leggiti Twilight!
E grazie al cielo, direi!

La trama:
Oskar è un ragazzino svedese di 13 anni, che abita con la madre in un sobborgo di Stoccolma. Chiuso ed introverso, ma anche intelligente e sensibile, a scuola è vittima di feroci atti di bullismo. Una sera conosce Eli, una ragazzina magra e pallida che si è trasferita nell'appartamento accanto al suo. Nonostante l'inziale, reciproca diffidenza, i due finiscono per fare amicizia. Questo rapporto porterà Oskar a scoprire un incredibile segreto che riguarda Eli e Hakan, l'uomo con cui vive, e che lei afferma essere suo padre.

Incipit:

Blackeberg.
Fa pensare a quei dolci rotondi di pasta di cocco, magari fa venire in mente la droga. Una vita decente.Si pensa alla metropolitana, ai sobborghi. Poi probabilmente non viene in mente altro.

In quest'ultima frase è racchiusa quasi tutta l'ambientazione del romanzo. Il niente. Il nulla. Il vuoto che circonda i protagonisti.
Nel perennemente ghiacciato sobborgo in cui si muovono Eli e Oskar, nessuno degli adulti presta attenzione a loro. Intorno a loro c'è il vuoto, e nel romanzo tutto ciò è maledettamente normale.

Gli adulti sono dei falliti, alcolizzati, perdenti distratti dalla loro svogliata lotta alla sopravvivenza.
La madre di Oskar praticamente parla con il figlio solo per chiedergli se è tutto ok, e accetta sempre con superficialità la bugia che è tutto a posto, anche di fronte all'evidenza.
Il padre di Oskar è un'alcolizzato che non può fare a meno di ubriacarsi anche nell'unico week-end che passa col figlio.
Anche chi sembra interessarsi ad Oskar, come il suo professore di ginnastica, che riesce a tenere a freno i bulli che lo tormentano, in realtà si ferma all'apparenza delle cose, non prende iniziative e lascia Oskar chiuso nel suo mutismo.
Hakan, che si prende cura di Eli "per amore", in realtà nutre per lei pulsioni malsane; prima di venir reclutato da lei era un pedofilo.

I ragazzi invece sono confusi e crudeli. Lo stesso Oskar, intelligente e tormentato, ha come eroi i serial killer di cui ritaglia le gesta raccontate negli articoli di giornale. E' un ladruncolo, e sogna di riuscire ad accoltellare i suoi tormentatori. Si innamora di Eli, o forse sarebbe più corretto affermare che ne resta affascinato, e il suo lato mostruoso lo turba, ma in fondo non lo spaventa più di tanto.


questa foto descrive bene l'ambientazione del romanzo

E poi, in questa inquietante e opprimente "normalità" arriva l'elemento soprannaturale: il vampiro.
Sì, si tratta di un vampiro adolescente. Sì, c'è un umano anch'egli adolescente e complessato. E sì, si innamorano.
Ma - prima che lo chiediate - no, i vampiri non luccicano al sole e no, non si nutrono di sangue animale per essere politically correct.
Non esiste il buonismo stucchevole di molti urban fantasy di recente produzione; l'amore è qualcosa di molesto, di disturbante, ma anche ineluttabile.
Come esempio, leggete il passo qui sotto. Eli parla con Hakan, l'uomo che le procura il sangue delle vittime che lui stesso uccide, perchè Eli è troppo debole per farlo da sola. Hakan ha appena compiuto l'ennesimo omicidio.

- Hakan, hai...? -
- Ti amo.-
- Sì.-
- E tu mi ami? Almeno un po'?-
- Lo faresti un'altra volta, se ti dico che ti amo?-
- No.-
-Ti dovrei amare comunque. E' questo che vuoi dire.-
- Tu mi ami solo perchè io ti aiuto a restare in vita.-
- Sì. Non è questo l'amore?-

Nessuno sbrodolamento mieloso. Sola la cruda e cinica realtà dei sentimenti di Eli, che ha dodici anni da troppo tempo.
Eli è un mostro in un mondo popolato di mostri.

La ragazza si spostò e gli si mise accanto. Il vapore del suo alito si sparse sul volto di Oskar e le luci della città si spensero all'ombra di Oskar. Le pupille erano due buchi rotondi nel suo volto.
E' triste. Tanto, tanto triste.
- No. Non ricevo mai regali. Non ne ho mai ricevuti.-
Oskar annuì appena. Il mondo intorno a lui non esisteva più. C'erano soltanto quei due buchi neri a distanza di un respiro. Il vapore delle loro bocche si mischiava, saliva in alto e si scioglieva.
-Vuoi farmi un regalo? -
-Sì.-
La voce della ragazza era un bisbiglio. Soltanto un'espirazione che si formava sulla sua  bocca. Il suo volto era vicino. Oskar fissava affascinato la sua pelle vellutata.
Per questo non notò il cambiamento degli occhi, le pupille si erano rimpicciolite, l'espressione era cambiata. E non vide il labbro superiore alzarsi scoprendo i due piccoli canini bianchi. Vedeva soltanto la sua guancia, e quando i canini della ragazza si avvicinarono alla sua gola, Oskar alzò una mano e le accarezzò la guancia.

Ora, a parer mio questo sì che si può chiamare un incontro fra un umano e un vampiro - niente a che vedere con certe partite di baseball sotto il temporale! Lei lo incanta, lui è accecato e la accarezza anche quando lei sta per morderlo: io l'ho tovato sublime.

Lasciami entrare resta però un horror atipico. Il ritmo è molto lento. La linea narrativa del terrore si alterna alla narrazione della quotidianità grigia e triste di Oskar. L'autore si è dato un gran da fare per creare intorno ai suoi personaggi una opprimente cappa di angoscia - che è la caratteristica più spiccata del romanzo e quella che funziona meglio.
Ciò nonostante, alcune scene horror - descritte con stile "trasparente",  frasi brevi e in termini vividi, crudi, realistici -  sono memorabili.
Ad esempio, Hakan viene scoperto mentre cerca di uccidere una vittima, e si versa dell'acido addosso per non farsi identificare - e vi assicuro che la scena è tremenda! -  per non condurre la polizia da Eli.
In seguito Eli gli succhia il sangue, e lui si uccide gettandosi dalla finestra. Ma qualcosa va storto, e Hakan si trasforma in uno zombie sfigurato che mangia carne umana e beve sangue, e che ha un unico chiodo fisso, trovare Eli e farla sua. In tutti i sensi.
Le scene che lo riguardano sono raccapriccianti. Hakan resta fortuitamente chiuso in una cantina buia con un ragazzo, che si accorge con orrore che quella cosa che ha davanti non può morire...

Staffan [un poliziotto, N.d.Lisse] afferrò il manganello e lo usò per spingere la porta.

E vide.
Se non fosse stato per un braccio staccato a metà, la massa dietro la quale Tommy era inginocchiato poteva difficilmente essere riconosciuta come il corpo di un essere umano. Una parte del torace, lo stomaco, il volto erano soltanto un mucchio di carne, intestini, ossa frantumate.
Tommy teneva fra le mani quella che sembrava una pietra quadrata che, a un certo punto della canzone, abbassava per colpire i resti maciullati che non offrivano più alcuna resistenza, cosicché la pietra passava attraverso il corpo e finiva per colpire il pavimento con un rumore sordo, e poi Tommy la rialzava e un altro elefante saliva sul filo della ragnatela.
Staffan non era del tutto sicuro che fosse Tommy. La figura che alzava e abbassava la pietra era talmente coperta di sangue e brandelli di carne che era difficile... Staffan provò un acuto senso di malessere. Deglutì diverse volte per respingere i conati di vomito, abbassò gli occhi per non vedere[...]
La testa gli girava, e senza curarsi delle impronte digitali mise una mano sullo stipite della porta per non cadere all'indietro. Il ritornello della canzone continuava:Altrettanto belli i capitoli in cui viene descritta la trasformazione di una vittima sopravvissuta all'attacco di Eli - la sua sete di sangue la spinge a bere il proprio prima di capire cosa sia diventata.

Duecentosettantasei elefanti
Si dondolavano, sopra il filo di una ragnatela...
Staffan si disse che doveva essere in pessime condizioni, perché aveva delle allucinazioni. Gli sembrava che... no... era sicuro che i resti umani sul pavimento si muovessero fra un colpo e l'altro.
Come se stessero cercando di alzarsi.

Il suo tormento, il suo orrore, la sua paura sono sentimenti molto banali, se vogliamo, ma incredibilmente realistici. E fanno paura proprio per questo.

Unico neo, il finale. Non che sia brutto, ma sembra un po' tirato via, affrettato. La soluzione cala dall'alto (letteralmente! E chi ha letto il libro o visto il film sa di cosa parlo), e sebbene abbia apprezzato la svolta narrativa, trovo che sia stata troppo improvvisa.

Voto: 7,5
Pro: Angoscia e paura
       Stile pulito, frasi brevi, descrizioni vivide
       Ambientazione e atmosfere ben riuscite

Contro: ritmo lento
            finale affrettato

E veniamo al film.
Il film accentua le caratteristiche di horror atipico già presnti nel romanzo.
E' ambientato in un New Mexico che sembra la penisola scandinava, e onestamente non capisco il perchè di questo stravolgimento di luoghi da un lato, accompagnato dall'altro dal tentativo di riprodurre le medesime atmosfere e la medesima ambientazione.
Ad ogni modo, le immagini ben rendono il senso di desolazione alla base della storia; anche i personaggi sono riusciti (per esempio l'assenza della madre di Oskar - qui chiamato Owen - dalla sua vita viene resa nel film non inquadrandola mai in primo piano, ma sempre di sfuggita, da lontano. Nel film la madre di Oskar/Owen praticamente non si vede! Bella trovata!)
Purtroppo, tutto quello che di disturbante e morboso c'era nel libro viene accuratamente cancellato - Hakan, per esempio, da pedofilo diviene un amico che Eli - qui chiamata Abby - aveva conosciuto quando era un adolescente anche lui. I toni sono smorzati, i rapporti edulcorati. Un vero peccato, secondo me, aver tagliato via anche alcuni dettagli horror presenti nel libro (come la trasformazione di Hakan in uno zombie).
Nonostante ciò il film a parer mio funziona, riuscendo anche a rendere il finale meno improvvisato di quanto mi era sembrato nel romanzo.

Voto: 7
Pro: Profondo e delicato
       storia interessante
       personaggi ben resi
      
Contro: forse un po' troppo delicato
            scarseggiano gli elementi horror

mercoledì 9 novembre 2011

Segnalazione cinematografica: Quando la notte

Ho ricevuto via mail il press book che presenta questo film di Cristina Comencini, e poichè l'opera è tratta da un romanzo della stessa Comencini, ho deciso di segnarlarne l'uscita (avvenuta il 28 ottobre scorso) sul mio spazio web personale.
Premetto che non ho letto il libro nè visto (ancora) il film, quindi questa non è una recensione ma solo una segnalazione.

Partiamo con qualche dettaglio in più sul film: qui trovate il sito ufficiale del film.
Qui la pagina ufficiale del film su facebook.

Questa è la sinossi:
Tra le montagne un uomo e una donna s'incontrano. Manfred è una guida, chiusa e sprezzante, abbandonato da moglie e figli; Marina una giovane madre in vacanza col suo bambino. Una notte qualcosa succede nell’appartamento di lei e Manfred interviene, portando il bambino ferito in ospedale. Da quel momento l'uomo si metterà sulle tracce di una verità inconfessabile che Marina ha nascosto a tutti, anche al marito, mentre lei intuirà il segreto familiare all'origine dell’odio di Manfred verso tutte le donne. Con una rabbia e un desiderio mai provati prima, i due scopriranno la radice di un legame potente che non riusciranno a controllare né a vivere. Anni anni dopo quella vacanza, Marina, d'inverno, tornerà al rifugio a cercare Manfred.


E questo il cast artistico:

MARINA:  CLAUDIA PANDOLFI
MANFRED: FILIPPO TIMI
ALBERT: THOMAS TRABACCHI
STEFAN: DENIS FASOLO
BIANCA: MICHELA CESCON
LUNA: MANUELA MANDRACCHIA
GUSTAV: FRANCO TREVISI

Devo confessare una cosa: guardo con sospetto al cinema italiano. Non si tratta di snobbismo culturale o pregiudizio; semplicemente ho l'impressione che il cinema italiano si compiaccia di una certa involutezza espressiva - come se comunicare idee e concetti in maniera oscura ed ermetica sia il segno distintivo di un'opera d'arte. Inoltre rimprovero al nostro cinema di produrre - quasi - esclusivamente sempre gli stessi generi: o il filmone drammatico oppure la commedia (più o meno sguaiata che sia). certo il discorso sarebbe lungo e quello che ho detto è una semplificazione estrema per non dilungarmi troppo sull'argomento, ma spero di essere riuscita a spiegare cosa intendo.In altre occasione ho apprezzato la Comencini, quindi eccomi qui a parlare del suo film.

Mi hanno colpito alcune righe dell'intervista alla regista  riguardo i rapporti umani che caratterizzano la storia.

“Quando la notte” è una storia sulle differenze profonde tra l’uomo e la donna congiunte da un bambino. Manfred, abbandonato dalla madre da piccolo, è un uomo cresciuto in un mondo di uomini (il padre e i suoi due fratelli) e prova un grande risentimento nei confronti delle donne. Marina è una giovane donna in vacanza con il suo bambino, senza un uomo in grado di capire la sua solitudine e i sentimenti ambivalenti di amore e violenza che sente per il figlio. Manfred paradossalmente sarà l’unico in grado di conoscerla perché ha sofferto l’abbandono della madre e non da per scontato l’amore materno.
Il rapporto con l’altro, con il diverso da sé è rappresentato nel film dalle due funivie che vengono da due posti opposti, e si incrociano per un attimo. Io credo che proprio dalla differenza tra gli uomini e le donne nasca il contrasto forte, la paura, l’ambivalenza, ma anche il desiderio e una possibile, miracolosa comprensione.


Trovo interessante l'affermazione della differenza tra uomo e donna, che genera conflitti ma allo stesso tempo è quello che rende la convivenza tra i due sessi interessante. Dico questo perchè in genere si fa un gran parlare di "parità" fra i sessi, ma io sono dell'opinione che cercare la parità è un processo sterile ed astratto di appiattimento, quello a cui noi donne - in particolare -  dovremmo aspirare è una accettazione ed esaltazione di quelle differenze che ci rendono uniche, speciali. Più che nella parità, io credo nelle pari opportunità, e nella valorizzazione delle differenze insite in noi. Perciò trovo sarebbe interessante vedere come il tema della differenza sia svolto nel film, anche se la parole della regista mi fanno ben sperare.
Dal mio punto di vista però, spero anche che il film non sia solo un pretesto per parlarci di queste tematiche, che, per quanto valide non possono costituire da sole lo spirito portante di un'opera cinematografica; spero che l'elemento nascosto, misterioso, la verità inconfessabile cui si accenna nella sinossi abbia altrettanta importanza. Solo sviluppando la trama insieme ad argomenti certamente profondi è interessanti il film potrebbe evitare quello che io ritengo uno dei difetti del cinema italiano, cioè quello di parlare dei massimi sistemi senza raccontarci una storia solida e degna di questo nome.
Se qualcuno per caso ha visto il film, un feedback sarebbe gradito...Ho sentito che l'anteprima del film è stata accolta positvamente dal pubblico, meno dalla critica, e qui potrei aprire un'altra lunga digressione su quello che penso di certa critica cinematografica...vi dirò che comunque il fatto che la Critica Ufficiale non apprezzi il film secondo me depone a suo favore!
Io non so se riuscirò a vederlo perchè la situazione cinema nella mia città è davvero disastrosa: una sola, minuscola sala che programma solo i film in apparenza più gettonati dal pubblico...in ogni caso la speranza è l'ultima a morire! ;)

venerdì 11 dicembre 2009

Eragon...

...di Christopher Paolini.

Eragon è il primo di quattro libri che compongono il Ciclo dell'Eredità, di genere fantasy classico (ma molto, molto classico) ed è stato scritto dall'autore quando aveva 15 anni, e successivamente sottoposto ad un lungo e intenso editing.
Cosa che appare evidente, perchè il libro è scritto in uno stile decente e corretto (anche se sospetto che qui e lì la traduzione abbia disseminato qualche errore, come quello riguardante la descrizione della città di Teirm, in cui, al calar della sera, non chiudono le porte o i cancelli di accesso alla città stessa, ma abbassano le saracinesche...come dal fruttivendolo, insomma).

Quello che invece non va nel libro è... tutto il resto.
Lo so, magari state pensando quello che mio marito mi ripete ogni giorno (no,sbagliato, non è "eddai svegliati che è ora...") .  Lui sostiene che io sia diventata troppo pignola e puntigliosa coi libri, che sembra che li leggo solo per criticare e altre amenità del genere.
Può darsi che abbia ragione lui, chissà, ma da appassionata di fantasy, in tutta onestà non posso affermare che Eragon mi abbia emozionata o che mi abbia lasciato qualcosa, una volta terminata la lettura.
La trama già comincia a svanire dalla mia mente (infatti sto pigiando sui tasti molto, molto velocemente) e cercherò di riassumerla prima che sia andata completamente.

Eragon è un giovane contandino che abita nel piccolo villaggio di Carvahall, nella valle di Palancar. Sua madre lo ha abbandonato in fasce a casa di suo fratello, e da allora Eragon non ne ha più saputo nulla.
Un giorno, andando a caccia, il ragazzo trova una pietra blu, liscia e dura, e ben presto scopre che la pietra in realtà è un uovo di drago. Alla nascita, la creatura sceglie Eragon come suo Cavaliere, e questo metterà il ragazzo in pericolo, perchè il malvagio imperatore Galbatorix, Cavaliere dei Draghi rinnegato, che ha sterminati tutti gli altri draghi e cavalieri, vuole Eragon o al suo fianco, oppure morto.
Con l'aiuto di Brom, un cantastorie dall'oscuro passato, Eragon fugge da Carvahall per andare incontro al suo destino.

Le prime cento pagine sono tutto sommato interessanti, con un buon numero di eventi che tengono viva l'attenzione del lettore: il ritrovamento dell'uovo, la nascita del drago e i primi passi di Eragon nel conoscere la creatura, l'attacco degli scagnozzi dell'impero, la fuga e la scoperta della magia.
Dopo la fuga, il ritmo rallenta fino ad assestarsi ad un livello quasi soporifero.
Eragon e Brom fuggono da Carvahall per evitare i misteriosi agenti dell'Imperatore dai poteri soprannaturali, chiamati Ra'zac, che hanno distrutto la fattoria dove il ragazzo viveva e ucciso lo zio che l'aveva cresciuto come un figlio.
Paolini descrive questi Ra'zac come creature praticamente invincibili, dei sicari infallibili, tremendi, implacabili, con poteri sovrannaturali.
Questi Ra'zac avranno pure incredibili poteri magici, ma sicuramente non devono brillare per intelligenza, visto che non riescono ad acchiappare un contadinello ignorante e soprattutto ignaro dei motivi che lo hanno fatto diventare il nemico pubblico numero uno dell'Impero!
Infatti, invece che entrare zitti zitti nella fattoria dello zio, prenderlo in ostaggio e aspettare Eragon nascosti dietro la porta con un grosso randello in mano, uccidono l'uomo (vabbè, per essere precisi lo abbandonano morente), distruggono la fattoria in maniera plateale cosicchè Eragon sia ben conscio che è in pericolo e poi...lasciano Carvahall, senza sapere se effettivamente Eragon sia in in zona, oppure no. Decisamente sensato, vero?
Eragon, in seguito a questi eventi, vuole vendetta e perciò la sua fuga si trasforma nella rabbiosa ricerca dei Ra'zac.
Quindi ci troviamo nella curiosa situazione di Eragon (la preda, per così dire) che insegue i suoi cacciatori.
Ecco, non mi sono ancora spiegata perchè i Ra'zac non si siano semplicemente fermati ad aspettare Eragon, invece di rifugiarsi nella loro impenetrabile cittadella sul cucuzzolo di un'impervia montagna... ma il loro scopo non era prendere Eragon? Allora perchè fuggono? Perchè non catturano Roran, il cugino che Eragon ama come un fratello, per costringerlo ad arrendersi? (L'ultima la so! L'ultima la so! Non lo catturano perchè altrimenti Paolini non avrebbe potuto, in Eldest, il seguito di questo romanzo, annoiarci raccontarci delle vicende di Roran quando i Ra'zac si accorgono di lui...)

Lungo il cammino, Eragon impara qualcosa di più sui draghi. Grazie al forte legame con il suo drago, Saphira, Eragon acquisisce il potere di governare le energie del mondo e quindi pronunciare incantesimi.
Per fare ciò, deve imparare l'antica lingua, ovvero il linguaggio della razza che ha dato il nome a tutte le cose. Attraverso la conoscenza del vero nome di ogni oggetto o creatura, essi possono essere manipolati, cambiati e usati.
Ad esempio, conoscendo il vero nome del fuoco - brisingr - si può usare una fiamma per colpire i nemici, o semplicemente per accendere un falò.
Il viaggio di Eragon e Brom è di una noia mortale; qualche scaramuccia, un po' di informazioni su cosa attende Eragon ora che è Cavaliere e tanti, tanti, inutili minuziosi particolari.
Ci sono degli spunti interessanti, come ad esempio quando Brom rivela qualcosa di più a Eragon sulla storia del mondo di Alagaesia, oppure quando Brom risponde con mezze frasi alle incalzanti domande di Eragon sul passato di Brom stesso (anche se devo sottolineare che è facilmente intuibile chi sia Brom in realtà; l'unico che non ci arriva è Eragon, ma vabbè, forse sono io che ho letto troppi libri). Questi spunti andavano, a mio parere, approfonditi, perchè avrebbero arricchito il racconto del viaggio, invece si perdono in un mare di dettagli inutili e pesanti.
Spesso leggendo mi chiedevo: va be', ma a me cosa me ne importa?
La cosa buffa poi è questi dettagli sovrabbondanti tendono a dileguarsi non appena c'è una qualsivoglia scena d'azione, che viene solitamente liquidata in due righe.

Interessante poi la tendenza di Eragon a svenire ogni qualvolta il gioco si fa duro e quindi a perdersi (e farci perdere, che è peggio!) tutto il bello degli scontri e delle scene d'azione.
La prima volta, lo svenimento è a causa di un incantesimo scagliato con troppa foga che prosciuga le sue energie (e ci può anche stare); la seconda volta, è a causa di una ferita (e così veniamo privati del piacere di sapere come si conclude lo scontro); la terza volta (dopo appena 30 pagine dalla precedente) è perchè Eragon possa farsi convenientemente catturare senza dare noia all'autore, che altrimenti dovrebbe raccontarci come viene ridotto all'impotenza e imprigionato.
L'uso ripetitivo del medesimo espediente narrativo per più volte, per di più a a distanza di poche pagine, è indice, a parer mio, di poca fantasia e originalità, di sciatteria e di pigrizia narrativa.

E visto che si parla di originalità... questo mi porta a sottolineare un altro aspetto non proprio pregevole del romanzo: in Eragon c'è ben poco di originale.
La figura del povero orfano, che non sa chi siano i propri genitori, allevato come un contandino e che poi scopre di essere destinato a diventare un cavaliere jedi dei draghi, vi ricorda qualcosa? Qualcosa avvenuto tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana?
E l'imperatore cattivo, che ha sterminato tutti i Cavalieri e che ora cerca l'ultimo di loro?
E i ribelli nascosti sotto una montagna?

Gli Urgali e la loro versione migliorata, i Kull, (creature mostruose al servizio dell'Impero) sono uguali indentici agli orchi e gli Uruk di tolkeniana memoria.

I nani e la loro città di pietra sono la fotocopia di quelli del Signore degli Anelli.

Nemmeno la concezione della magia, per quanto suggestiva, è originale, ma presa a prestito dalla saga di Earthsea di Ursula K. LeGuinn.

Insomma, diciamo che Paolini deve molto, oltre che alle storie fantasy classiche (alla Terry Brooks, per intenderci, mi rifiuto di scomodare Tolkien per fare paragoni), anche alla saga di Guerre Stellari, ma non ha avuto il merito di saperle rielaborare o quanto meno fonderle in qualcosa di interessante.

Il protagonista, poi, non è minimamente approfondito. E' piatto, accetta qualunque cambiamento senza troppi perchè, scegliendo sempre la soluzione più politically correct che trova a portata di mano.
In più, qualunque cosa faccia, Eragon riesce a farla meglio di qualsiasi altro essere umano.
Ha un insospettato talento per la magia; diventa nel giro di due mesi uno schermidore provetto, e nello stesso lasso di tempo si trasforma da contandino analfabeta in letterato e conoscitore dell'antica lingua. Alla lunga la cosa diventa un tantino fastidosa; ancor peggio se si tiene presente che nonostante tutte le sue abilità, Eragon non si rivela mai decisivo.
La cosa potrebbe essere interessante, se Paolini avesse voluto mostrare l'immaturità del giovane Cavaliere, il suo bisogno di imparare, di crescere, addestrarsi, etc.. etc.
Ma in realtà il problema di Eragon non è l'inesperienza: il suo problema è che non sia ha mai l'impressione che Eragon possa influenzare e plasmare la storia con le sue scelte, le sue azioni e le sue decisioni.
Nel romanzo, in pratica Eragon cammina e ogni tanto inciampa in qualcosa: un uovo di drago, una pattuglia di Urgali, un'elfa prigioniera, un rifugio dei ribelli...
Le cose succedono perchè devono succedere, e basta. Come se Eragon camminasse e dietro di lui socrresse un fondale già dipinto.
Esempio: c'è bisogno che gli elfi incrocino la strada di Eragon? Perfetto, Eragon va a letto e casualmente sogna una giovane elfa in pericolo, Arya, e in seguito verrà catturato e rinchiuso nella stessa prigione dove è tenuta lei.
Quando viene catturato, Eragon è insieme a Murtagh, un misterioso spadaccino, e naturalmente, nonostante fossero circondati ed in evidente inferiorità numerica, Murtagh riesce a fuggire (ma siccome Eragon sviene non sapremo mai come), cosicchè Murtagh possa, in seguito, comodamente giungere a salvare Eragon. Una soluzione che mi ha fatto storcere il naso, anche perchè la fuga dalla prigine e lo scontro conseguente sono tra i pochi eventi degni di questo nome che accadono nel libro. Vederli risolti in maniera così scontata è stato deludente.
Non c'è mai pathos, non c'è tensione, non ci si domanda mai: è cosa accadrà adesso? Tanto, in un modo o nell'altro, la la soluzione pioverà dal cielo! Possibile che Eragon non riesca mai a cavarsela da solo?

Il finale non smentisce quanto detto fin qui.
Eragon ha raggiunto finalmente il rifugio dei ribelli, quando questi vengono attaccati dalle tuppe imperiali.
Accenno ssolo rapidamente al fatto che questi ribelli hanno il loro rifugio in una città dei nani scavata dentro una montagna (qualcuno ha detto Moria, per caso?) ma evidentemente i loro strateghi devono essere parenti dei Ra'zac, perchè questo segretissimo rifugio nascosto tra le montagne ha delle belle gallerie, comodamente percorribili da un intero esercito, che sbucano all'esterno e non sono in alcun modo sorvegliate, protette o bloccate.

Nel bel mezzo della battaglia, Eragon sta combattendo contro un avversario notevolmente più forte di lui, quando irrompono a salvarlo Saphira e Arya. Convenientemente, Saphira ricorda soltanto nelle ultime 20 pagine del romanzo di essere capace di sputare fuoco; così distrae l'avversario di Eragon e il ragazzo, che stava soccombendo, trova casualmente un'insospettabile riserva di energia dentro di lui e lancia un ultimo incantesimo, riesciendo così a  sconfiggere il nemico (e poi, detto tra noi, sviene!).

Sebbene ci sia ben poco che salverei in Eragon, sotto sotto ho la sensazione che questo sarebbe potuto essere un libro migliore, se solo Paolini si fosse accontentato si scrivere un solo romanzo, e non una trilogia (che poi è diventata una quadrilogia strada facendo). La sensazione è rafforzata anche dalla lettura di Eldest (il secondo libro del Ciclo dell'Eredità), che ho quasi finito.
Sarò comunque più precisa nella recensione di Eldest, che spero di postare a breve.

Spendiamo infine due parole anche sulla versione cinematografica di Eragon.
Sono quasi certa del fatto che i produttori e gli sceneggiatori la pensano esattamente come me: Eragon è una noia mortale.
Infatti, nel film hanno cambiato completamente lo svolgimento della trama, salvando solo le premesse e nulla di più. Così facendo, però, hanno tagliato via anche quel poco di interessante che, in sintesi, si poteva trovare in Eragon, riuscendo nel non facilissimo conmpito di rendere il film ancora più brutto del libro.
Il film è frammentario; alcune cose sono palesemente forzate (vedi Eragon che impara la magia origliando le parole che pronuncia Brom...almeno nel libro un pochetto - non troppo, ma almeno un po' - si era dovuto applicare...), altre completamente assurde (mi riferisco al fatto che Eragon, a un certo punto, lascia Brom indietro e a volo di drago corre a salvare un'elfa imprigionata; sul più bello, nel momento in cui Eragon è in pericolo appare dal nulla Brom a salvarlo - senza che ci sia dato di capire come possa essere arrivato in quel luogo più o meno insieme ad Eragon, che aveva volato fin lì, mentre lui aveva cavalcato).
Un capitolo a parte meriterebbe il doppiaggio. La voce di Saphira è di Ilaria D'Amico, presentatrice che tutto sommato stimo e mi è anche simpatica, ma la cui voce è completamente inadatta al compito, perchè piatta e monocorde (forse l'unica cosa in tema con il libro!).
Da evitare, come il romanzo.


lunedì 29 dicembre 2008

Io sono leggenda...

...no, non è un delirio di onnipotenza, ma il titolo del libro di R. Matheson che ho finito di leggere un paio di settimane fa.

C'erano ancora molte cose da imparare, ma meno di prima. Stranamente, la vita cominciava a diventare quasi sopportabile.
"Indosso la tunica dell'eremita senza una lacrima".
Dal giradischi proveniva una musica quieta e maestosa.
Fuori, i vampiri aspettavano.

Che dire? Che dire di un capolavoro così? Solo una cosa: dovete assolutamente leggerlo!
Volevo leggere questo libro da quando ero ragazzina, l'idea di partenza mi intrigava da morire: cosa succede ad un uomo quando i suoi incubi, le leggende tenebrose diventano la realtà...e lui, l'essere umano più normale della Terra, diventa invece mito, creatura leggendaria?

1976. Sulla Terra una tremenda epidemia ha spazzato via il genere umano, trasformando gli uomini in creature assetate di sangue, in vampiri...tutti, tranne uno.
Un uomo è rimasto in una casa assediata, solo, con i suoi ricordi e il suo dolore, uscendo solo con luce del sole, tentando di sopravvivere e di non impazzire.
Poi, un giorno, vede da lontano una donna...

Se avete leggiucchiato qua e là il mio blog, sapete che io detesto le storie in cui i vampiri non sono i vampiri classici e canonici. Quindi, quando ho capito che razza di mostri sanguinari Matheson aveva infilato nel suo romanzo, ho avuto un moto di disappunto.
Ma per fortuna è durato poco.
Intanto, i vampiri, anche se resi tali da una specie di virus, fanno proprio quello che devono fare: mettono paura. Tanta, tanta paura. Ve lo posso assicurare. Sono creature non umane, sanguinarie, alcune con un barlume di intelligenza ma tutte, tutte, avanzano con le braccia protese e i canini snudati, bramando il sangue di Robert Neville.
E poi, i vampiri, a parte la loro origine, sono proprio come dovrebbero essere: escono solo di notte, odiano l'aglio, rifuggono le croci, sono uccisi da un paletto di frassino...


Leggendo mi sentivo assediata, oppressa, involontariamente tendevo le orecchie quasi temendo di udire le voci rauche dei vampiri che assediavano la mia casa...proprio come il protagonista del romanzo.

Stephen King ha detto che Matheson è l'autore che lo ha influenzato più di ogni altro. Dopo aver letto questo romanzo, è facile capire perchè.
C'è tra le righe un senso di claustrofobia, di terrore incombente, di paura senza via scampo che non da tregua.
E c'è un finale geniale, imprevisto e imprevedibile, a mettere la parola fine a questa storia, che vi lascerà con gli occhi spalancati e la bocca aperta.
Questo è un romanzo che non potete non leggere. Imperdibile!

E se ne è accorta pure Hollywood, realizzando di recente un film con un cast di grande richiamo (Robert Neville era impersonato da Will Smith).
Ma qui dobbiamo aprire una parentesi: avete visto il film? Bene, prima di aprire il romanzo, dimenticatelo!!
Il film non ha nulla a che vedere con il romanzo, e mi chiedo cosa spinga un regista o uno sceneggiatore a prendere in mano un capolavoro e a banalizzarlo fino alla noia, snaturandone il senso, lo spirito e le trovate narrative più originali.
Ma perchè, mi chiedo io, bisogna stravolgere una storia che funziona benissimo da sola, aggiungendo particolari totalmente superflui e tagliando invece quelli che rendone tale storia unica, fino ad uno scontatissimo e inverosimile lieto fine (lontanissimo tra l'altro della genialità dell'originale)?
So bene che a queste domande non c'è risposta, perciò, quando vado al cinema a vedere un film tratto da un libro, cerco sempre di procurarmi e leggere anche il libro.
E' l'unica cosa da fare.