Visualizzazione post con etichetta dan brown. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dan brown. Mostra tutti i post

domenica 14 febbraio 2016

Inferno...

... di Dan Brown.

Facciamo una premessa. Sono (ero?) una fan di Dan Brown. Ho divorato Il Codice da Vinci in una convulsa nottata di lettura, semplicemente perché non riuscivo a smettere.
Ho trovato Angeli e Demoni anche meglio (a parte il finale...).
Crypto aveva dei difetti (qui la mia recensione), ma si tratta di un romanzo che si guadagna la sufficienza. Il Simbolo perduto è stato per me un grosso "oh no!" (qui spiego perché).
E nonostante ciò, ho deciso di leggere Inferno.
Mi sono avvicinata al romanzo senza aspettarmi troppo, ma anche senza pregiudizi. Ho letto troppe stroncature del romanzo che puzzavano di pregiudizio e snobbismo intellettuale da lontano un miglio.
Io cercherò di scrivere una stroncat... ehm, una recensione onesta.
Fine della premessa.
 
Inferno è il quarto libro che vede protagonista Robert Langdon, professore di simbolismo ad Harvard, critico di storia dell'arte e uomo colto e affascinante.
Questa volta il professore si risveglia in un ospedale di Firenze con una ferita da arma da fuoco alla testa. Quando il killer si presenta in ospedale per finire il lavoro, Robert viene aiutato da Sienna Brooks, una dottoressa inglese, a fuggire.
Langdon non ricorda perché sia in Italia, chi gli abbia sparato e perché; ben presto si rende conto che un po' tutti gli danno la caccia: il killer, il consolato degli Stati Uniti, i Navy Seals, gli alieni e Mulder e Scully (no dai, gli ultimi tre me li sono inventati).
Non ricordando nulla degli ultimi due giorni, il professore non sa di chi fidarsi e l'unica cosa che può fare è seguire le tracce fornitegli da un piccolo proiettore laser che si ritrova in tasca. Il proiettore rimanda l'immagine dell'Inferno dantesco dipinto dal Botticelli, ma il dipinto così come riprodotto nasconde degli enigmi, risolvendo i quali Langdon spera di sbrogliare l'intricata matassa.
 
Parte così la solita caccia al tesoro con enigmi, indovinelli e colpi di pistola. Schema già visto in ogni romanzo che abbia per protagonista il nostro professore.
Partono anche le lezioni di storia, letteratura o storia dell'arte a seconda del bisogno, come avevamo già visto ne Il simbolo perduto.
Ho letto molte recensioni schifate, del tipo: " Ma come si permette!!1! Non abbiamo certo bisogno che Dan Brown ci spieghi l'arte o la storia!1!!!".
Potrei ricordare a chi si sdegna che quasi un italiano su due è analfabeta funzionale, o che uno su tre non legge neanche un libro l'anno, quindi che alcune cose siano patrimonio comune non è poi così scontato, ma basta invece dire questo: il romanzo è destinato al pubblico mondiale. Se noi italiani siamo così fortunati da avere Firenze a due passi, e studiamo la Divina Commedia a scuola, non è così dappertutto. Quello che a noi è familiare non lo è ai tre quarti della popolazione mondiale, e giudicare il libro di Dan Brown dall'alto in basso perché si "permette" di ricordarci, ad esempio, che la Divina Commedia è composta di tre cantiche, ciascuna formata da 33 canti (tranne l'Inferno che ne contiene 34), è spocchia. E' miopia intellettuale. E non vedere al di là del proprio naso. Il che mi riporta al discorso sull'analfabetismo funzionale (una delle caratteristiche dell'analfabetismo funzionale è giustappunto l'incapacità di comprendere un testo senza basarsi esclusivamente sulla propria esperienza personale). Ma vabbè, questo è un altro discorso. Nemmeno a me sono piaciute le lezioncine, come spiegherò tra poco, ma massacrarle perché Dan Brown ha osato riassumere e condensare pillole di preziosa storia dell'arte italiana nel suo volume, come se fosse reato di lesa maestà, mi ha infastidito molto.
Quello che però mi ha irritato di più è stato la scelta dei tempi in cui inserire le digressioni storico-letterarie.
Cioè, tu, Robert Langdon, sei inseguito da un numero imprecisato di killer/squadroni della morte/ultras inferociti e ti permetti una smorfia di disappunto perché a Venezia ti tocca prendere un veloce motoscafo-taxi.
"Come amante dell'architettura, gli sembrava quasi impensabile dover sfrecciare lungo il Canal Grande. Poche esperienze veneziane erano più piacevoli che salire a bordo del vaporetto linea 1, preferibilmente di sera, e sedersi davanti, all'aria aperta, mentre le cattedrali e i palazzi illuminati ti sfilavano di fianco". Ma prego, professore, si accomodi. Il mondo lo salviamo dopo, con calma. Gradisce pure un caffè?
Oppure, a Firenze, stai scappando con Sienna Brooks dal solito killer/esercito dei cloni/branco di gnu impazziti attraverso il giardino di Boboli, e... "attraversarono l'anfiteatro - il luogo della prima rappresentazione operistica della storia [...] e oltrepassarono l'obelisco egizio e la disgraziata opera d'arte posta alla sua base. Le guide la definivano una gigantesca vasca di granito proveniente dalle terme di Caracalla, ma Langdon l'aveva sempre vista per ciò che era realmente, la più grande vasca da bagno del mondo. pensò.
Mi meraviglio come non si sia fermato pure a spostarla in qualche luogo di suo gusto, visto che c'era tempo, eh.
Di esempi come questi potrei farne molti. Perché mi irritano tanto? Perché nel momento in cui il protagonista, con cui io lettore dovrei empatizzare, sta scappando, io corro con lui; se lui si ferma a pensare quant'è bella questa colonna, mi fermo anche io, di botto, e a me sembra di averci sbattuto il muso, contro quella colonna. Se tu scrittore continui ad interrompere la fuga con certe digressioni, io non mi sento calata nel romanzo; lo leggo con un certo distacco, e non sto mai sulle spine come dovrei (e vorrei).
Per me, questo è un grosso difetto in un romanzo.
Passiamo alla trama. Sostanzialmente non sarebbe male, se avesse mantenuto un ritmo un po' più sostenuto.
Ci sono colpi di scena, capovolgimenti di fronte, piccoli, innocenti inganni architettati con mestiere da Dan Brown, che ti portano a credere una cosa che in realtà non è, e quando pensi "eh, ma non vale, Dan Brown ha barato" e vai a rileggerti il punto in questione, scopri che l'autore non ha affatto barato, ti ha dato tutte le informazioni ma con un pizzico di furbizia letteraria ti ha portato dove voleva lui, non verso la verità. E questo, per uno scrittore, è certamente un merito e segno di bravura. Mi riferisco a SPOILER
la scoperta della vera identità di Sienna; la doppiogiochista è lei, non il dottor Ferris come sembrerebbe dalla telefonata che lui riceve dal Rettore del Consortium.

 
Quindi, secondo me, Dan Brown è potenzialmente un bravo scrittore. E allora, perché? Perché scrive romanzi tutti col medesimo schema della corsa contro il tempo? Perché per tirarla per le lunghe (ma lo pagano a cottimo? Un tanto a pagina? Vi giuro che il dubbio mi ha sfiorato) a volte Langdon fa la figura dell'ingenuotto che non ci arriva? Perché per dare colore all'ambientazione dice cose come  - più o meno - "indossavano costosi accessori di pelle nera, quindi dovevano essere italiani"? O mi piazza un autista in abito Armani mentre lavora? O ancora, scrive banalità del tipo "Venezia è un museo a cielo aperto" (e non ci sono più le mezze stagioni, signora mia).

E vabbè, ci si potrebbe anche passare su. Potrebbero anche essere solo sbavature. Se non fosse che, alla fine della storia, quando ogni cosa viene svelata, con tanto di colpi di scena e capovolgimenti di fronte, la mia reazione è stata: Dan Brown, ma che davvero?!?
Per chi ha letto Harry Potter, avete presente HP e il calice di fuoco? Bellissimo libro, atmosfere cupe, lirismo, tragedia, etc. etc. ma (ATTENZIONE SPOILER!!!), svelato il piano del cattivo, viene da chiedersi: scusa Voldermort, ma una volta che sei riuscito a piazzare una passaporta E un tuo uomo fidato ad Howgarts, che bisogno avevi di organizzare la piazzata del Torneo Tremaghi?!? Eddai, fai toccare ad Harry la passaporta e via! Voldy, ma che davvero?
 
Ecco, qui è uguale. (SPOILER)

 L'antagonista di Langdon, Bertrand Zobrist è un geniale genetista. Sta cercando di creare un virus che possa far decrescere la popolazione mondiale perché, a parere suo, la Terra è sull'orlo del collasso a causa della sovrappopolazione. Riesce ad elaborarlo, lo nasconde in un luogo segretissimo, e poi lascia alla sua acerrima nemica, la direttrice dell'OMS, una mappa cifrata e degli indovinelli per farle capire dov'è il nascosto il virus.Sì, è vero che secondo i suoi piani, la mappa sarebbe dovuta arrivare all'OMS quando ormai era troppo tardi, ma anche così, che senso ha? Che senso ha mettere in allerta le autorità che cercano di fermarti? Quasi quasi mi aspettavo, alla fine degli indovinelli, una cosa del tipo: e qui ho nascosto il virus potentissimo, gne gne
.
Vi è mai capitato di leggere il divertente testo Le cento cose che farei se fossi il Signore del Male ?
Il punto 11 dice: Sarò sicuro della mia superiorità. Pertanto non sentirò il bisogno di provarla lasciando indizi nella forma di indovinelli o lasciando i miei deboli nemici vivi per dimostrare che sono troppo deboli per minacciarmi.
Ecco, appunto.
E la spiegazione "Tizio ha fatto così perché è un pazzo megalomane" me la bevo in poche, selezionatissime occasioni. E questa non è una di quelle occasioni.

Eppure, se sorvoliamo sul come siamo arrivati fin lì, devo ammettere che, inaspettatamente, Dan Brown ci regala un finale non banale né scontato. Un finale che, sinceramente, lascia qualche spunto di riflessione. Siamo partiti con una certa idea dell'Inferno, del male in terra, e finiamo col dover riconsiderare le nostre posizioni. Il finale è inquietante, nel senso buono del termine.
Certo, potrei lamentarmi dicendo che mi sarei aspettata un'onda emotiva maggiore nei personaggi dopo la rivelazione finale, ma facciamo che per stavolta mi accontento così. Almeno stavolta nessun alto prelato salta da un elicottero in volo.

In sintesi: un romanzo prolisso e con un ritmo altalenante, che tuttavia conserva un certo fascino a causa dei luoghi in cui è ambientato e degli argomenti trattati (l'inferno, l'Apocalisse prossima ventura). La trama non è solidissima, ma il finale è buono.
Voto: 5 e 1/2.


 

sabato 28 novembre 2009

Il simbolo perduto...

...di Dan Brown.

Sono una lettrice che può vantarsi di aver letto tutti i romanzi di Dan Brown, e di averli trovati anche piacevoli (Angeli e Demoni più del Codice da Vinci).
(non so se vantarsi sia la parola giusta, ma vabbè! XD)
Ho anche massacr...ehm, recensito Crypto in questo post, ma non sono stata troppo cattiva.
Con Il simbolo perduto dovrò necessariamente essere un po' più dura.

Il protagonista di Il simbolo perduto è Robert Langdon, il professore di simbologia e un'altra decina di materie occulte, misteriose e complicate, il quale, una domenica mattina, viene attirato a Washington con l'inganno: uno psicopatico, spacciandosi per assistente di Peter Solomon, massone di rango elevato nonchè suo amico e mentore, lo invita a prendere parte ad una conferenza in Campidoglio.
Una volta giunto sul posto, Langdon si ritrova davanti la mano mozzata di Peter.
Sui polpastrelli sono tatuati simboli che richiamano i misteri massonici, e lo psicopatico chiede a Langdon di svelargli il segreto che lo condurrà a trovare il mistico tesoro di conoscenza che la massoneria tiene celato. Sotto tortura, Solomon ha rivelato che solo Langdon può condurlo a ritrovare quella conoscenza perduta.
Scatta così la solita corsa contro il tempo per Langdon, già vista nei due precedenti romanzi che lo vedono protagonista.
Il lettore sorvola sul senso di dejavu perchè pregusta un romanzo dal ritmo incalzante, che faccia restare col fiato sospeso.
Purtroppo è proprio qui che il romanzo delude maggiormente.

Tanto per cominciare, non c'è capitolo che non inizi con la sua brava descrizione turistica di Washington, che sembra tratta pari pari da un guida oppure da Wikipedia. Queste descrizioni sono inutili nel 90% dei casi, e anche laddove potrebbero risultare utili alla miglior comprensione della trama, sono comunque avulse dal contesto, non amalgamate con il resto, spezzano il ritmo tanto da risultare moleste.
Questo dovrebbe essere un romanzo da tenerti col fiato sospeso ma non è che uno si mangia le unghie dalla paura mentre legge Il Campidoglio fu costruito nel...su un progetto di... ed è alto... 
A me è capitato di saltarle a piè pari per andare a leggere cosa stava capitando ai protagonisti.

Come se ciò non bastasse, la trama viene continuamente interrotta nel suo svolgimento da flashback incredibilemte prolissi, la maggior parte dei quali completamente inutili.
Risultato: suspence ridotta a zero.
Addiruittura ad un certo punto si sfiora l'assurdo, con un flashback di un Natale di dieci anni prima, al cui interno si trova un altro flashback! Roba che nemmeno Lost aveva mai osato!
Si ha sempre la sensazione che l'autore si sia dimenticato di dirci qualcosa di vitale importanza, e rimedi come può.

Ad un tratto, comunque, anche Dan Brown deve essersi accorto che la suspence era in coma, perciò ricorre ad un massiccio uso di trucchetti da quattro soldi per accrescere il Senso di Mistero. Anzi, il trucchetto è sempre lo stesso, ovvero far leggere/vedere/intuire qualcosa ad un personaggio senza dirci cosa il personaggio effettivamente legge/vede/intuisce, e rimandare la rivelazione a decine e decine di pagine dopo.
Una volta passi. Due vabbè. Tre diventa irritante. Quattro, viene voglia di tirare il libro contro il muro.
Questo non è creare suspence, è creare frustrazione nel lettore!
Anche perchè quel che è peggio è che questo trucco viene usato anche con particolari che non c'è alcun bisogno di tenere poi così segreti.
Ad esempio, Katherine, la sorella di Peter, ha un laboratorio sotterraneo segreto nell'edificio che ospita lo Smithsonian Museum, in cui conduce esperimenti importantissimi e segretissimi, a cui si accede attraverso uno spazio (sotterraneo anch'esso) di 3.000 metri quadri completamente immerso nel buio. C'è un solo modo per non perdersi in quell'oscurità sterminata, ma naturalmente dobbiamo penare un centinaio di pagine prima di apprenderlo. Detto tra noi, il sistema infallibile è un sentiero di moquette che conduce al laboratorio, mentre il resto del pavimento è in cemento.
Se per caso state pensando che un immensa stanza buia, senza alcun sistema di illuminazione di emergenza non si rivelerà un buon affare quando l'emergenza si verificherà (e state certi che si verificherà!), beh, complimenti: siete delle persone dotate di normale buon senso.
Se poi a questo aggiungete che il laboratorio segretissimo e misteriosissimo immerso nell'oscurità ha, all'ingresso principale, sistemi di sicurezza e sorveglianza altamente tecnologici, e sul retro invece una saracinesca per il carico e scarico merci che chiunque può aprire...beh, avete un quadro completo della situazione, e di quanto il buon senso sia merce rara, oggi giorno.

Altro esempio, Langdon, nel partire per Washington, ha portato con sè un oggetto che Peter gli ha chiesto di custodire, e tanto fa su richiesta telefonica dello psicopatico/finto assitente del suo mentore.
Naturalmente sarebbe stato troppo sperare che questo piccolo dettaglio ci venisse svelato al momento della partenza di Langdon; invece ci viene rivelato soltanto un centinaio di pagine dopo, quando la mano mozzata è stata ritrovata, lo psicopatico minaccia Langdon per telefono e la CIA è giunta sul posto per occuparsi del caso; solo allora, casualmente, al professore viene in mente che il finto assistente di Solomon gli aveva chiesto di portare quel particolare oggetto con sè; e solo allora la sua mente viene sfiorata dal dubbio che forse quell'oggetto c'entri qualcosa con questa vicenda. Come possa aver dimenticato che lo psicopatico gli abbia chiesto quell'oggetto, e come possa non aver intuito immediatamente che deve essere collegato al rapimento, rimane un mistero.

In effetti, l'enigma più grande del romanzo è: cosa è successo a Roberto Langdon?
Perchè il nostro professore, per buona parte del romanzo, non fa che comportarsi come uno sciocco.
Liquida le richieste dello psicopatico come sciocche superstizioni, rifiuta di cercare nessi tra i simboli sulla mano e le leggende massoniche...perchè tanto sono leggende; si rifiuta di decifrare i simboli sull'oggetto che custodisce perchè teme di violare la privacy di Peter.  -.-'
Intendiamoci, Langdon è liberissimo di essere scettico (anche se questo scetticismo, per uno che è stato fidanzato con la pronipote di Gesù è quanto meno fuori luogo), e al limite potrebbe anche rifiutarsi di collaborare con uno psicopatico. La cosa che risulta molesta è che lui vuole aiutare Peter, vuole collaborare con il pazzo, ma invece di cercare di capire come assecondarlo, chiude il cervello, manda le sinapsi in ferie e si rifiuta di usare tutta una serie di conoscenze perchè tanto sono solo leggende! Ma se lo psicopatico crede in quelle leggende, e lui vuole assecondarlo per salvare Peter, perchè mai continua a ripetere che sono solo leggende?
Stupendo il punto, verso pag. 162, quando Langdon bolla come mito l'ipotesi che ci sia una piramide sotterranea nascosta da qualche parte a Washington perchè "non è facile nascondere una piramide"! Detto da uno che ne ha trovata una sotto il Louvre fa un po' ridere!

Comunque, a dare manforte a Langdon, arriva ben presto addirittura la CIA, nella persona del Direttore della Sicurezza Inuoe Sato, la quale informa Langdon che deve assolutamente collaborare con il pazzo perchè in ballo c'è molto di più della vita di Solomon: in pericolo c'è addirittura la sicurezza nazionale.
Inuoe Sato è uno dei co-protagonisti più furbi che io abbia mai avuto occasione di leggere.
La CIA teneva sotto controllo il telefonino di Solomon, che è utilizzato dallo psicopatico, fin dal momento del rapimento e nonostante ciò, la CIA (dico la CIA, non l'associazione bocciofila di Rocca di Sotto) non riesce MAI a individuare la fonte del segnale. Sato si giustifica dicendo che il segnale è sparito prima che lo potessero intercettare. Peccato che lo psicopatico abbia fatto telefonate senza sosta per tutta la giornata! Credo ne abbia approfittato anche per fare gli auguri di Natale ad amici e parenti...

Non stupisce più di tanto quindi che Sato sia subito insospettita dalla competenza di Langdon nel decifrare i simboli sui polpastrelli della mano mozzata (e certo: è davvero un mistero come mai un professore di simbologia si intenda di simboli...) e in un crescendo di sospetti e mezze verità, tenterà anche di arrestare Langdon, che riceverà un aiuto provvidenziale e riuscirà a fuggire.
Raggiunto da Katherine, che lo psicopatico vuole far fuori a causa delle sue ricerche segretissime, i due cercano di risolvere gli enigmi che via via gli si propongono per indicare al rapitore dove si trova la mistica conoscenza che cerca, e salvare così Peter.
Anche qui il romanzo non ci offre niente di nuovo; addirittura alcuni enigmi ricalcano schemi già usati in Angeli e Demoni, come ad esempio la scritta misteriosa che non significa nulla fino a che non la giri sottosopra - peccato che tre secondi dopo aver visto la scritta io avevo capito che andava capovolta, mentre l'esimio professor Robert Langdon no.
Ma in ogni caso, specie quando tirano in ballo opere d'arte realmente esistenti, queste scene sono le più avvincenti del romanzo. E questo la dice lunga sulla godibilità del resto del romanzo.
Il libro si dipana quindi come una lunga caccia al tesoro per le vie di Washington, non diversamente da quanto già visto in Il codice da Vinci e Angeli e Demoni.
Quello che manca qui è purtroppo il ritmo incalzante che aveva caratterizzato i due romanzi citati.
Si arriva così di tappa in tappa verso il finale.
Il colpo di scena conclusivo riguarda l'identità del cattivo, ed io l'ho trovato assurdamente ridicolo, degno di una scadente soap opera.
SPOILER Il cattivo, che viene visto bene in faccia da Peter e poi anche da sua sorella Katherine, è in realtà il figlio di Peter morto in una prigione turca 16 anni prima, all'età di 21 anni...cioè, è il figlio di Peter fintosi morto. Inutile precisare che nessuno lo riconosce, anche se si è limitato a rasarsi la testa e le sopracciglia, tatuarsi una fenice sul petto e ad andare in palestra per pompare i muscoli. Fine SPOILER
Questa è la trovata più assurda del romanzo, ma sparse qua e la per la trama ci sono soluzioni e spiegazioni poco credibili o addirittura inverosimili.
Ho già citato la CIA che non riesce a intercettare un telefonino usato continuamente durante la giornata (in un momento di lucidità Langdon a distrugge il suo di telefonino per non farsi rintracciare); a ciò posso aggiungere le guardie della sicurezza allo Smithsonian Museum che si fanno passare sotto il naso lo psicopatico perchè occupate a parlare a telefono; o lo psicoaptico stesso che depone la mano mozzato al centro del Campidoglio ed è giustamente ripreso dalla telecamere mentre lo fa; mentre non è ripreso dal sistema di videosorveglianza quando si cambia d'abito, si infila una parrucca e se ne va indisturbato (a proposito, al Campidoglio le telecamere di sicurezza hanno l'audio...mai sentita una cosa simile ma potrei essere ignorante in materia...).
Il finale ve l'ho già descritto. Anche la storia alla base della rivelazione finale non sta in piedi, non è verosimile ed è appiccicata al personaggio con lo scotch. Infatti SPOILER il figlio creduto morto di Solomon dice di essere riuscito a fuggire da una prigione turca corrompendo il direttore, e chiedendogli di restituire alla famiglia un cadavere irriconoscibile. Nel caso ve lo steste chiedendo, no, a nessuno è venuto in mente di fare un'impronta dentaria per sicurezza. Infine, ci viene narrata una complicatissima storia di conti cifrati, di trasferimento di milioni di dollari, dell'omicidio del direttore del carcere e della fuga, il tutto organizzato dal figlio di Solomon, mentre è ancora detenuto e senza alcun sostegno esterno. Vabbè. FINE SPOILER
 A dire il vero, l'avevo capito da tempo che il finale non è il pezzo forte di Dan Brown. Qui però l'autore è riuscito a scendere un altro gradino: non solo, come detto, il sorpresone finale non sta in piedi, ma dopo la conclusione delle vicende, il romanzo continua per un altro centinaio di pagine, sproloquiando di misticismo, di veri segreti nascosti a Washington, di religione, filosofia, eccetera, senza far capire esattamente al lettore dove vuole andare a parare.
Sarebbe stato molto, molto meglio chiudere il romanzo a pag. 500 o giù di lì.
Effettivamente, qualche taglio avrebbe giovato al romanzo nel suo complesso, che è davvero prolisso, ricco di particolari di cui ci interessa poco o nulla, mentre altre cose che andavano chiarite restano nell'ombra.
Per esempio, perchè lo psicopatico vuole distruggere il laboratorio di Katherine e i risultati delle sue ricerche? Un paio di volte si accenna a conoscenze pericolose o indegne di finire nella mani del volgo, ma non mi risulta ci sia un nesso tra quello che lo psicopatico cerca e le ricerche di Katherine.
La sorella di Peter studia le scienze noetiche, definite come una sorta di anello di congiunzione fra la scienza moderna e il misticismo degli antichi.
Detto così, sembra che almeno in teoria il nesso esiste; ma in pratica...in pratica no. Katherine è una che si occupa di far gelare l'acqua inviando pensieri amorevoli al liquido perchè geli meglio...davvero, non scherzo.
Cosa voglia da lei di preciso lo psicopatico, di cosa avesse tanta paura per rischiare la vita e la sua copertura facendo saltare in aria il laboratorio, non lo sappiamo.
A volte sembra che l'uomo voglia preservare alcune conoscenze pericolose se divulgate, e che quindi sia, a modo suo, preoccupato per il futuro del mondo; altre volte - specie nel finale - invece l'uomo non fa altro che cercare di accrescere il proprio potere personale. Ho chiuso il libro con la sensazione che nemmeno lui sapesse bene cosa stava cercando di fare.
A dire il vero non sappiamo nemmeno di preciso cosa volesse ottenere con quell'enorme messa in scena della mano e del rapimento...visto che sembra avere accesso a risorse illimitate, e visto che sembra essere più furbo di qualunque persona lo circondi (non che ci voglia molto, eh), perchè dopo aver ottenuto da Peter il nome di Roberto Langdon, non lo ha semplicemente rapito e costretto a collaborare, invece di lasciarlo libero di scorrazzare per tutta Washington?
Perchè ha effettuato una minaccia alla sicurezza nazionale non strettamente necessaria alla realizzazione del suo piano, attirandosi così le attenzione della CIA?

Per concludere, la storia avrebbe anche potuto essere intrigante, se soltanto fosse stata curata di più nei dettagli; se l'autore non avesse cercato, barando, di soprendere il lettore a tutti i costi; se le fosse stato impresso un ritmo più incalzante.
Avrebbe giovato al romanzo un uso più parsimonioso dei flashback e anche qualche taglio in più, soprattutto nella parte iniziale e in quella finale.

Consigliato esclusivamente a coloro che non possono vivere senza Dan Brown e che leggerebbero anche la sua lista della spesa.
Gli altri farebbero bene ad evitarlo.

venerdì 8 febbraio 2008

Crypto...

...di Dan Brown.

La lettura di questo libro suscita, fin dalle prime pagine, molte domande.

Una su tutte: ma perchè la protagonista di questo spy-techno-thriller (chiamamolo così) deve essere una super bella con le gambe più lunghe che si siano mai viste (e chiamate le famose gambe di Susan Fletcher dai suoi colleghi )? Una che quando passa perfino le super addestrate guardie della segretissima Agenzia Governativa per cui lavora si girano a guardarla e a sbavarle dietro? Perchè deve per forza avere un fisico da top model (definizione dell'autore) e un quoziente intellettivo di 170? Non sarà un po' troppo da sopportare, per noi miseri mortali?
E non è finita!
E già, perchè mentre leggevo pensavo, vabbè, avrà pure il fisico di Naomi Campbell e il cervello di Einstein, ma sarà sicuramente sfigata in amore. Nei libri funziona così. Più sono belle, più gli uomini le fanno soffrire.
E invece no.
Il suo fidanzato nonchè promesso sposo (quindi è pure uno che non ha paura di impegnarsi!!) è un professore universitario. Sarà uno di quegli intellettuali calvi e leggermente tarchiati, perso nel suo amore per i libri? Indovinate un po'?
No!!
E' un 35enne alto più di un metro e ottanta, il più giovane professore che si sia mai visto, campione di squash, fisico atletico, occhi verdissimi, e non è nemmeno calvo! Ha folti capelli neri, e uno smisurato senso del romanticismo.
Insomma, una coppia costruita apposta per suscitare l'istintiva antipatia del lettore.
(L'unica nota positiva è che la protagonista ha 38 anni...per lo meno non si è laureata quando era ancora alle elementari...distruggendo quello che rimaneva della nostra autostima.)

Tralasciando queste considerazioni di carattere generale e del tutto personali, passiamo ad esaminare i punti salienti del romanzo.
La storia ruota attorno ad un sofisticatissimo, segretissimo ed avveniristico computer da 3 milioni di microprocessori, in grado di decodificare qualsiasi codice segreto, ed usato dalla National Security Agency per leggere ed eventualmente decodificare ogni comunicazione che viaggia attraverso la rete, alla ricerca di terroristi, spacciatori, spie e altre amenità del genere. Per garantire la sicurezza della Nazione, la NSA "ficca il naso" in ogni comunicazione digitale, anche in quelle di privati cittadini, anche se non gradisce che la cosa si sappia in giro.
(Il soggetto è un filino inquietante, non trovate?)
Un brutto giorno questo computer trova pane per i suoi denti: un sistema di crittografia impossibile da decifrare, che il suo autore, ex dipendente dell'Agenzia, minaccia - per protesta contro le molteplici violazioni della privacy commesse dalla NSA - di diffondere gratuitamente in rete, mandando così per sempre a monte i piani dell'Agenzia. Infatti, se questo sistema inviolabile di codificazione delle comunicazione - chiamato Fortezza Digitale - diventasse di dominio pubblico, la NSA che non potrebbe più decifrare alcunchè.
Quando il creatore di Fortezza Digitale viene misteriosamente ucciso, per Susan Fletcher e la NSA comincia una corsa contro il tempo, alla ricerca del codice che possa bloccare il programma ed evitare così che accada l'irreparabile.

Non essendo una grande esperta di questioni tecnico-informatiche, ho fatto un po' di fatica a non perdere il filo quando veniva narrato il sistema di funzionamento del super-computer, degli algoritmi, dei file crittografati e di Fortezza Digitale; non mi pronuncio pertanto sulla verosimiglianza e plausibilità delle spiegazioni tecniche.

Avrei invece qualcosa da dire sulla verosimiglianza e plausibilità dei personaggi e delle loro reazioni in situazioni di emergenza in cui si trovano.
Tanto per cominciare, la prima cosa che la NSA fa per fronteggiare la crisi, è mandare un innocuo professore di lingue (il fidanzato di Susan) a Siviglia a recuperare la pass-key che permette di neutralizzare Fortezza Digitale. Decisione quanto meno "insolita", sebbene alla fine ne venga in qualche modo chiarito il perchè. Quel che non viene chiarito è come ma nessuno si meravigli di questa decisione, nessuno la trovi strana, nonostante essa appaia, fino alla rivelazione finale, una incongruenza. Forse i personaggi erano tranquilli perchè avevano sbirciato le pagine finali del manoscritto?
Se la spiegazione è questa, allora bisogna concludere che hanno letto solo la fine, e non il resto del romanzo. Infatti i protagonisti, che sono tutti (tranne l'innocuo professore di lingue) membri altamente specializzati di una Agenzia Governativa che si occupa di sicurezza nazionale, tendono a restare un po' indietro, faticano a reagire prontamente e ad afferrare le conseguenze degli eventi.
Questo naturalmente per creare suspence ed evitare che le situazioni pericolose vengano risolte in un tempo troppo breve, ma a volte l'espediente è francamente eccessivo e ci fa dubitare dell'intelligenza dei personaggi.

Possibile, ad esempio, che un dipartimento chiave della famosa super-agenzia di sicurezza, che custodisce una banca dati coi segreti militari degli Stati Uniti, rimanga al buio per un black out per un tempo indefinito senza che nessuno dei dirigenti che osservano, da un palazzo adiacente, il fenomeno, decida di intervenire?
Possibile che quando una dei suddetti dirigenti, segnala un'anomalia nel flusso di dati provenienti dal super computer di cui parlavamo all'inzio, il responsibile della sicurezza liquidi la faccenda con un "ti sbagli"?
(inutile che vi dica che non sbagliava affatto, eh?)
Certo, il black out, i ritardi nei controlli aumentano il pericolo e la suspence, ma le situazioni risultano poco credibili. Non dimentichaimoci il contesto: una agenzia segreta che si occupa di sicurezza nazionale. Forse (e dico forse!!) una leggerezza nei controlli può anche starci, ma non certo una intera serie!

Lascia qualche dubbio anche la descrizione delle scene d'azione (inseguimenti, sparatorie, fughe), che dovrebbero essere quelle più adrenaliniche del romanzo.

Ad esempio, viene da chiedersi perchè (lo avevo detto che la lettura del romanzo suscita molte, molte domande) all'aereoporto di Siviglia, nessuno si accorge che un tizio alla guida di un taxi insegue una Vespa, sparandogli addosso, su una delle piste di atterraggio.
(mmm...un aereoporto sicuro, eh?)

Oppure perchè, alla prime luci dell'alba, nessuno senta i colpi d'arma da fuoco nei vicoli deserti di Siviglia, e dopo pochi minuti, la città si riempia improvvisamente di una fiumana di persone diretta alla funzione religiosa mattutina.
E a proposito di Siviglia, viene da chiedersi anche che idea abbia Dan Brown della Spagna, e come sia giunto a farsela.
L'autore descrive ospedali fatiscenti, polizia inefficiente e corrotta, servizi pubblici inesistenti, come se tutto ciò fosse la norma...nemmeno si trovasse in un paese del terzo Mondo dilaniato da qualche guerra civile!
Addirittura arriva a dire che in un paese più progredito in campo medico non si muore per un foro di proiettile nel polmone...ma in Spagna sì.
(eeeehh ?!?)
Più e più volte leggiamo commenti spregiativi del tipo "doveva ricordarsi che quella non era l'America, ma la Spagna."
Un punto di vista quanto meno singolare, il suo.
Ma torniamo alla trama del romanzo.
La ricerca del colpo di scena a tutti i costi la rende a tratti un po' tortuosa, piena di infinite e brusche svolte, a volte un po' forzate.
Il tema del bilanciamento tra esigenze di sicurezza nazionale e diritto alla segretezza della comunicazione e alla privacy è potenzialmente molto interessante, peccato che non venga sviluppato a sufficienza, ma rimanga sullo sfondo.
Peccato anche che la clamorosa protesta del creatore di Fortezza Digitale non faccia riflettere sul tema nemmeno per un momento Susan Fletcher e i suoi colleghi.
La loro personalità e credibilità ne avrebbe guadagnato.
Contrariamente a quanto mi apsettavo, la conclusione è la parte migliore del romanzo. I colpi di scena finali (magari un po' telefonati, questo sì) riacquistano un certo filo logico e razionale. per arrivare al termine dell'avventura, i protagonisti devono recuperare la loro lucidità e razionalità, e le ultime pagine ne risentono in senso positivo.
In conclusione, il romanzo a conti fatti non è male; i punti da me evidenziati non sono veri e propri buchi nella continuità del romanzo. Certo, non aiutano a farne un libro memorabile.
Crypto è una lettura leggera, da affrontare senza eccessive pretese, specialmente se si è appassionati del genere.