giovedì 5 maggio 2022

La chiave dei ricordi...

 ...di Kathryn Hughes.

Sarah ha 38 anni ed è appena passata attraverso un divorzio sofferto e la morte della madre. Mentre si prende cura del padre, decide di scrivere un libro su Ambergate, il manicomio della sua cittadina, ora dismesso, dove suo padre ha lavorato in gioventù. Nonostante incontri la velata ostilità del genitore, Sarah comincia ad esplorare l'edificio abbandonato dell'ospedale psichiatrico, finchè un giorno non si imbatte in un deposito dimenticato che custodisce vecchie valige appartenute ai pazienti. Una in particolare attira l'attenzione della donna, perchè sembra custodire una storia drammatica che attende da decenni di essere raccontata.

Ispirandosi alle vicende di un vero presidio per la salute mentale, Kathryn Hughes narra una storia al tempo stesso affascinante e dolorosa, quella delle vite dei pazienti degli ospedali psichiatrici negli anni 50 e 60.
E lo fa con una delicatezza ed empatia che trascinano il lettore al centro della narrazione.
Il romanzo è strutturato su due piani temporali, uno ambientato nel 2006 ed un altro 50 anni prima.
Protagoniste di quest'ultima ambientazione sono l'infermiera Ellen Crosby, all'inizio del suo lavoro, e la giovane paziente Amy. La storia di Amy è la parte centrale del romanzo, e quella intorno a cui ruota tutto.
Mi è piaciuto molto come l'autrice ha saputo coniugare il dipanarsi della storia di questa paziente (a cui è legato "il segreto della valigia" che Sarah si impegna a svelare) con la descrizione dei trattamenti e della vita quotidiana dei pazienti psichiatrici dell'epoca. Non è il primo romanzo che leggo sul tema, ma ogni volta resto stupita, indignata e tremendamente triste per il modo in cui queste persone venivano trattate. Nessun rispetto per la dignità dei pazienti, nessuna speranza di cura, solo privazioni, cure invasive del tutto inutili e indifferenza (quando non vera e propria crudeltà). Il merito maggiore del romanzo è proprio quello di essere riuscito porre in evidenza questi temi fondendoli in maniera naturale con l'evolversi della trama.
La narrazione è molto scorrevole, la storia intrigante e i personaggi, sebbene tratteggiati con poche pennellate, risultano credibili e sono approfonditi il giusto. Il tema del romanzo è uno di quelli duri, amari, non facili, ma qui viene sviluppato con delicatezza e lascinado che un tenue filo di speranza ci guidi attraverso l'intera trama.
La chiave dei ricordi è il classico romanzo che hai voglia di leggere perchè vuoi assolutamente conoscere il segreto attorno a cui si sviluppa la storia. 
Quando un romanzo mi dà questa sensazione, io lo classifico automaticamente tra i buoni romanzi.
Il finale, benchè contenga la tanto agognata rivelazione (che, almeno per me, non è stata affatto scontata) ha qualche pecca.
Capisco che l'autrice, dopo l'amarezza inevitabile che suscita il tema del romanzo, abbia optato per un finale abbastanza "dolce", ma penso abbia un pochino ecceduto nella quantità di zucchero, cedendo anche a qualche semplificazione narrativa e a qualche ingenuità.
La chiave dei ricordi resta comunque una lettura molto piacevole e consigliata.

Voto: 7

lunedì 25 aprile 2022

La ragazza che cancellava i ricordi...

... di Chiara Moscardelli.

 

Olga è una tatuatrice specializzata nel coprire cicatrici e vecchi tatuaggi e nel portare alla luce la vera essenza delle persone che tatua. Ogni suo disegno è ricco di significato e svela qualcosa di chi lo porta impresso sulla pelle. Di se stessa, invece, Olga svela pochissimo. Un passato tormentato, una madre con l'Alzheimer e un padre misterioso che appare e scompare quando meno te lo aspetti sono le cose che l'hanno portata a vivere in un paesino speduto al confine con la Svizzera. Olga sta sulle sue, non vuole amici, non vuole relazioni, fino a che, suo malgrado, resterà coinvolta nella sparizione di Melinda, una escort che è stata sua cliente e che è la cosa più simile ad un'amica nella sua vita.

Con La ragazza che cancellava i ricordi, Chiara Moscardelli crea un personaggio femminile molto interessante. Olga è una donna autonoma ed indipendente fino all'eccesso. Una donna che sa cavarsela da sola in ogni situazione, e crede che questo basti per poter rinunciare alla compagnia degli altri esseri umani.

Nessun uomo è un'isola è la citazione che ricorre lungo tutto il romanzo, più che altro per essere (apparentemente) smentita. Un leit motiv, che, pagina dopo pagina acquisterà un peso sempre più significativo, fino a quando Olga sarà costretta ad accettare quella affermazione come ineluttabile verità. Olga si renderà conto, infatti, che nonostante i suo sforzi, i fili che ci legano agli altri sono importanti, curano le nostre ferite, anche quelle più profonde e sono quello che rende la vita degna di essere vissuta. Questi legami, inoltre non sono solo quelli amorosi, ma anche e sopratutto quelli che si instaurano tra amiche. Altro tema significativo all'interno del romanzo,infatti, è la solidarietà tra donne. Senza annoiare il lettore con ramanzine moralistiche Moscardelli riesce a mostrarci le potenzialità della collaborazione al femminile, magari con un ottimismo e una fiducia nell'umanità un po' ingenui, ma che hanno il sapore della speranza e dell'augurio. Nel romanzo, infatti, le donne sono raramente in conflitto tra loro, ma anzi la trama si sviluppa proprio perchè questa connessione tutta al femminile diventa come il proverbiale sassolino che scatena una valanga. Mi è piaciuto molto il fatto che l'autrice, oltre a raccontarci una storia, ci abbia lasciato qui e lì piccoli spunti di riflessione, senza che ciò interrompesse la narrazione.

Passando ad esaminare la trama, devo dire che è abbastanza articolata per tenere il lettore avvinto alle pagine. In realtà gli intrecci sono due: uno riguarda il passato di Olga, dominato da un padre misterioso e da una madre che stava dimenticando pian piano ogni cosa; il secondo riguarda una catena di sparizioni che, come detto, arriveranno a toccare Olga da vicino.

Olga, come personaggio principale, è ben delineato e coerente nella sua evoluzione. I personaggi secondari sono tratteggiati a grandi linee ma sufficientemente bene. Nessuno di loro è un "cartonato" bidimensionale che sullo sfondo. 

La scrittura dell'autrice è matura, asciutta e ben curata. Il tono della narrazione è cupo e mesto ma non mancano momenti di leggerezza legati proncipalmente al giornalista Gabriele Pasca, personaggio secondario della storia. Da segnalare anche le deliziose citazioni di serie tv che hanno lasciato il segno nel cuore di chi era adolescente negli anni 80 e 90 (una su tutte: non credo che il nome del gatto di Melinda, Remington, sia una semplice coincidenza... alzi la mano chi, tra le su menzionate ex adolescenti, non aveva una cotta per Remington Steele, interpretato da un giovane Pierce Brosnan)

Unico neo, a parer mio, il finale. La risoluzione del casoè un po' ingenua e arriva, secondo me, con qualche coincidenza fortuita di troppo, con qualche "aiutino" della sorte un po' forzato, e con diversi interventi provvidenziali di personaggi che si trovano al posto giusto al momento giusto. 

Ciò nonostante, La ragazza che cancellava i ricordi è un romanzo di qualità, ben scritto e godibile. 

Consigliato.

Voto: 7

martedì 5 aprile 2022

I delitti di Via Medina-Sidonia...

 ... di Santo Piazzese.

Sinossi:

Palermo come una Parigi coloniale. Un gattopardo attuale indaga a ritmo di blues sul duplice omicidio dell'Orto botanico.

«I sani, buoni, misteriosi delitti, che gli mancano tanto; quelli che rendono vivibili tutti i paesi civili di questo mondo. Quelli con un bel movente, quelli da scavarci dentro, come Maigret, come Marlowe, o - più realisticamente - come don Ciccio Ingravallo, per arrivare alla fine ai meccanismi elementari della psiche. Da noi, però, c'è la mafia che oscura tutto, e non concede a un detective brillante alcuna possibilità di uscire dalla routine». Ma il delitto, il duplice delitto, che insanguina Palermo, nei giorni del pieno scirocco, i giardini botanici, è di quelli sani buoni e misteriosi: senza mafia, radicato invece in una complicanza annosa di gelosie e inconfessabili colpe, in un ambiente di ozi e stranezze universitarie. Conduce l'indagine una specie di prototipo palermitano, colto e nullafacente, raffinato e sensuale, ironico e sentimentale, così simile - per chi conosce Palermo - a una versione sprovincializzata e moderna dei siciliani-dei di cui diceva il principe Fabrizio del Gattopardo (o a un miscuglio meridionale di Marlowe e Philo Vance). Ed è questo suo senso metastorico di superiorità che gli permette di condurre l'indagine con la facilità, e la felicità, di chi insegue un ritmo. Un blues palermitano. (Sinossi dal sito della casa editrice Sellerio)

I delitti di Via Mediana-Sidonia è un romanzo colto, raffinato e scritto benissimo, con un lessico vario e ricercato. Santo Piazzese è padrone delle parole, gioca con gli spunti e  le citazioni colte che semina qua e là, e si capisce benissimo che sa di cosa sta parlando, sia quando l'argomento è l'arte o la musica  o il cinema o la letteratura.

Però... però io mi sono annoiata a morte a leggere questo romanzo.

Perchè? Perchè per avere uno straccio di trama da seguire ho dovuto scavare, pagina dopo pagina, nell'assoluto autocompiacimento con cui Santo Piazzese ci snocciolava nomi di musicisti jazz and blues, marche pregiatissime di whiskey, episodi storici curiosi ma per nulla attinenti alla trama. Le citazioni colte, in questo caso, soffocano la narrazione, non la esaltano. Santo Piazzese scrive benissimo, per carità, ma ne è troppo consapevole e lascia che questo gli prenda la mano. 

Il protagonista, il biologo Lorenzo La Marca, sembra condividere questo indolente autocompiacimento con il suo autore, e spesso mi sono chiesta dove finisse il personaggio e dove cominciasse lo scrittore. Anche qui, per caità, niente di male, se fossi riuscita a percepire un senso in tutto questo sfoggio di cultura. La sensazione, costante per tutto il romanzo, è che in realtà non stessimo andando da nessuna parte,  come se in fin dei conti raccontarci una storia fino in fondo non fosse importante, o non fosse l'obiettivo principale dell'autore. 

Inoltre, a me pare che Lorenzo La Marca indaghi controvoglia, che di per sè potrebbe anche non essere una caratteristica negativa, se non fosse che questa svogliataggine del protagonista rende lo svolgimento del romanzo quasi immobile. L'indolenza del protagonista  rallenta ulteriormente il ritmo di un romanzo già lento e sonnolento di suo.

Veramente memorabile resta l'ambientazione palermitana, affascinante, originale, non tanto nella scelta del luogo quanto nel punto di vista  da cui si è scelto di raccontarla.

La cosa curiosa è che ho deciso di leggere questo romanzo dopo aver letto un racconto dello stesso autore con il medesimo protagonista, Come fu che cambiai marca di whiskey, e ne ero rimasta particolarmente colpita. Lì la medesima formula (citazioni colte + protagonista autocompiaciuto e svogliato + atmosfera noir) funzionava alla grande, e dava vita ad un breve noir di ambientazione mediterranea, godibile ed originale.

Forse l'ampio respiro del romanzo non si addice alla formula scelta dall'autore? Ai lettori l'ardua sentenza.

Voto: 5