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domenica 6 settembre 2026

Persa e mai ritrovata...

 di Simon Mason.

mercoledì 27 novembre 2019

Le spose sepolte...

... di Marilù Oliva.

Dove sono finite quelle donne misteriosamente sparite da anni, mogli e madri di cui i mariti sostengono di non sapere nulla? Uno dopo l’altro, i loro resti vengono ritrovati grazie a un killer implacabile che costringe chi le ha fatte scomparire a confessare dove si trovano le loro ossa e poi uccide i colpevoli, sempre assolti dai tribunali per mancanza di prove. Il rituale è feroce e spietato: l’assassino vuole così rendere giustizia alle spose sepolte. I pochi indizi lasciati sulla scena del crimine conducono a un piccolo paese, Monterocca, soprannominato la Città delle Donne, un territorio nell’Appennino bolognese circoscritto da mura ed elementi naturali, governato da una giunta completamente al femminile. Il team investigativo, in cui spicca la giovane ispettrice Micol Medici, si trova catapultato in una realtà di provincia quasi isolata dal mondo, con una natura montana che fa da contorno e molti misteri avvolti nella nebbia. Un inquietante enigma conduce gli inquirenti al Centro Studi Rita, un’azienda farmaceutica che sta sintetizzando un anestetico speciale: lo stesso utilizzato dal serial killer come siero della verità per far confessare i colpevoli. Ma quanti altri segreti si nascondono dentro i confini del piccolo paese? Solo Micol ha l’innata capacità di scoprirli, anche se questo potrebbe costarle la vita…(Sinossi dal sito della casa editrice HarperCollins).

Dopo aver letto Musica sull'abisso, della stessa autrice, mi era rimasta la curiosità di scoprire qualcosa sul passato di Micol Medici, e perciò ho recuperato Le spose sepolte.

Marilù Oliva ci racconta la storia di un serial killer; il genere è ultimamente inflazionato, ma la bravura dell'autrice sta nell'aver introdotto nella narrazione un elemento originale ed intrigante. Il serial killer sulle cui tracce si metterà Micol Medici con la sua squadra è uno spietato assassino, sì, ma sceglie le sue vittime tra coloro che sono fortemente sospettati di aver ucciso e fatto sparire le proprie mogli, ma sono riusciti a farla franca per mancanza di prove. Il misterioso killer riesce anche a far confessare alle sue vittime dove si trovano i poveri resti di coloro che hanno ucciso, permettendo di dare una pietosa sepoltura a persone scomparse magari da anni.

Mi è piaciuta questa dicotomia presente nella figura dell'assassino, che è sì spietato, ma mosso da una sorta di volontà di ristabilire, a modo suo, la giustizia. Certo un killer così tratteggiato fa riflettere. Ma quello che ho apprezzato di più è stato che, nonostante il serial killer sia una sorta di vendicatore per le vittime di un crimine odioso e purtroppo diffuso, mai ho avuto l'impressione che l'autrice lo giustificasse, o parteggiasse per lui. Insomma, due torti non fanno una ragione e uccidere a sangue freddo un assassino non fa di te un eroe; in un periodo storico in cui armarsi e farsi giustizia da soli sembra essere la panacea universale, ho apprezzato questo equilibrio narrativo.

Altro elemento che ho apprezzato, è stata l'ambientazione nel paesino di Monterocca. La città di sole donne, come ha avuto a chiarire l'autrice durante una presentazione cui ho avuto la fortuna di assistere, è un'utopia (nel presente) e allo stesso tempo un sfida (per il futuro).
Nell'economia del romanzo rappresenta invece, secondo me, un altro aspetto della dicotomia che ho rilevato prima riguardo al serial killer.
Monterocca è un posto idilliaco, eppure nasconde segreti.
Queste ambiguità fatte di luci e ombre, dubbi e certezze, mi sono piaciute molto, e credo sia grazie ad esse se ho trovato la lettura così stimolante.
Insomma, ho trovato l'ambientazione veramente ben costruita e dettagliata, ed è stata una delle cose che ho apprezzato di più nel romanzo.

Interessanti i personaggi, ben delineati anche quelli secondari.

Anche la trama è buona, con un finale all'altezza delle premesse.

Voto: 7

martedì 26 novembre 2019

Penelope Poirot fa la cosa giusta...

... di Becky Sharp.

Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot sprizza talenti: la vocazione per risolvere misteri, la propensione a vivere artisticamente, il palato fine e la penna feroce di una critica gastronomica perfetta.
La passione, si sa, quando arde divora, e Penelope Poirot è provata nello spirito quanto ammorbidita nel corpo; stile Botticelli, dice lei, stile krapfen, pensa e non dice Velma Hamilton, la sua nuova, perplessa segretaria.
È il momento di cambiare, di partire: c’è una clinica salutistica, nelle colline del Chianti, che promette di depurare corpo e mente.
Ha un bel sapore gotico, avvolta così dai rampicanti, stemperato dalla luce dorata che occhieggia dalle persiane.
A cena il cibo è mesto, ma il bellissimo giardiniere sa come fartelo dimenticare. La donna alta e misteriosa scatena rivalità, odio e simpatia; la famosa scrittrice il desiderio insopprimibile di rubarle il marito.
Penelope non rinuncia al tacco dodici e alla volpe bianca neppure quando trascina Velma ad abbandonare ogni principio in osteria, e basta una pasticca alla violetta per coprire un altro vizio clandestino.
Poi, nelle sedute libido-dinamiche, scavano tutti insieme buche immaginarie per disseppellire i segreti. Operazione non priva di rischi: certi segreti, allo scoperto, esplodono.
C’è odore di gelo nell’aria di novembre, e il delitto, quando accade, è sulla neve bianca.
Neve che cade imperterrita sull’assassino, sulle prossime prede, sulla nuova trappola.
Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot non ci casca.
In certi casi, solo lei sa qual è la cosa giusta. (Sinossi dal sito della casa editrice Marcos y Marcos)

Ci sono pochi personaggi , nella mia lunga carriera di lettrice, che fatico a lasciar andare. Una, forse lo sanno anche i sassi, è Rossella O'Hara, ragion per cui ho letto tutti i sequel possibili e immaginabili di Via col vento ( e mene sono epntita in tutti i modi possibili e immaginabili).
Un altro personaggio è Hercule Poirot, delle cui abilità deduttive non riesco a far a meno. Dopo aver letto Tre stanze per un delitto, che non sarà all'altezza della Christie, ma non è male, ho deciso di lanciarmi in questa nuova avventura, e fare la conoscenza della pronipote di Hercule Poirot.

Penelope Poirot è un personaggio decisamente sopra le righe; ha una altissima - ma scarsamente meritata, secondo me - opinione di se stessa; invadente, intrigante e convinta di sapere sempre tutto, si dedica con passione al mestiere di critica culinaria. Quando decide di partire per l'Italia per una cura disintossicante, prende con sè una segreteria, Velma Hamilton, discreta e poco appariscente giovane donna inglese.

Il romanzo non mi è piaciuto granchè. Non saprei dire se si tratti di aspettative deluse, o se più semplicemente Penelope Poirot sia riuscita a toccare tutte le corde che mi causano fastidio in un libro.
Tanto per iniziare, la protagonista non mi ha ispirato nè simpatia nè ilarità.
L'ho trovata insulsa, odiosa nelle sue manie di grandezza, e anche parecchio illusa riguardo se stessa e il mondo che la circonda. Ho preferito di gran lunga Velma, la segreteria poco appariscente, che avrebbe avuto del potenziale, secondo me, se non fosse rimasta eccessivamente incastrata, anche grazie a dei flashback piuttosto incolori, nello stereotipo della zitella inglese timida e bruttina.
Oltretutto ho odiato il modo in cui è stata tiranneggiata da Penelope per tutta la durata del romanzo.

La trama non mi ha affascinato molto; la causa principale è da ricercarsi nel fatto che per intravedere una vittima, un delitto ed uno straccio di indagine ho dovuto attendere quasi metà del libro (150 pagine su 336). Decisamente troppo, per i miei gusti.
Mentre attendevo la svolta gialla, per così dire, mi sono annoiata parecchio. L'ambientazione (una clinica salutistica, le colline toscane a novembre) era potenzialmente intrigante ma a conti fatti si è rivelata piatta, a tratti deprimente. 
I personaggi secondari sono piatti e banali; fatta eccezione per due o tre di loro, ho faticato a distinguere gli uni dagli altri;  la maggior parte appariva palesemente messa in scena a far numero, ed era evidente che non sarebbero mai potuti rientrare nel novero dei sospettati dell'omicidio.
L'indagine non costituisce una sfida per il lettore, ed il finale, sebbene ci regali un guizzo di umanità che illumina la protagonista, è inconsistente e totalmente inappagante. 

Salvo lo stile, piacevole e scorrevole, dell'autrice.

Voto: 5

domenica 27 ottobre 2019

Morte nelle Highlands...

... di Lucy Foley.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Giunti

Come ogni anno Emma, Mark e i loro amici trascorrono l’ultimo dell’anno insieme. Per Emma, l’ultima arrivata, l’unica a non aver frequentato Oxford con gli altri, è l’occasione per fare bella figura e integrarsi nel gruppo. Ma qualcosa va storto nell’esclusivo cottage che si affaccia sulle gelide acque di Loch Corrin. Sui boschi già imbiancati si abbatte la peggiore tempesta di neve degli ultimi tempi e poi, improvvisamente, uno degli ospiti scompare. Le condizioni meteo sono così proibitive che i soccorsi non possono arrivare e nessuno può andare via. Quando l’ospite viene ritrovato – morto – tutti sono dei potenziali sospettati. Ci sono Heather, la manager del resort, Doug, l’ex marine ora guardiacaccia, una inquietante coppia di islandesi e poi gli amici: Miranda e Julien, tanto belli quanto snob, Samira e Giles con la loro bambina di 6 mesi, Nick e il suo fidanzato americano, e infine Katie, l’unica single del gruppo. Chi è l’assassino? Ma, soprattutto, chi è la vittima? Nella migliore tradizione del giallo alla Agatha Christie, Lucy Foley sfida il lettore a scovare la verità in una fitta rete di intrighi e bugie. Una lettura compulsiva e ricca di colpi di scena.

Nove amici decidono di festeggiare il l' arrivo del nuovo anno in un lussuoso resort sulle Highlands. E, dal mio punto di vista, questa ambientazione già vale da sola il costo del romanzo. 
L'ambientazione è davvero ben fatta ed estremamente adatta al tipo di storia che Foley si appresta a raccontarci. La neve cade e rende un posto particolarmente isolato irrangiungibile e inquietante. Non aiuta a sollevare il nostro senso di angoscia il fatto che i protagonisti siano nove amici di lunga data, affiatati (almeno all'apparenza) tra di loro. Anzi, la vicenda prende, proprio per questo, tinte ancora più fosche.
Gli amici si conoscono da una vita, hanno ricordi e un passato in comune, eppure, anno dopo anno, si rendono conto che questo tipo di raduno comincia a star loro stretto. Sono cresciuti, sono cambiati, non sono così disposti a perdonarsi l'uno altro errori e piccole cattiverie; alcune cose sepolte nel passato, poi, cominciano a tornare a galla, e bisognerà farci i conti. 
Il passato che ritorna è uno degli elementi che preferisco nei thriller. Trovo che crei un senso di profondo mistero intorno alle vicende e ai personaggi.
 
Aumenta il senso di mistero e di paura anche il fatto che l'autrice abbia scelto di narrarci la storia alternando capitoli che raccontano il prima della scomparsa a capitoli che raccontano il dopo. Il tutto senza farci sapere chi sia la persona scomparsa, e cosa esattamente le sia accaduto.
Anche i punti di vista dei vari personaggi vengono alternati e questo ci aiuta ad avere una visione d'insieme ampia e varia, e ci permette di scoprire qualcosa di più sui vari componenti del gruppo. Ognuno di loro ha segreti e peccati da confessare, che il lettore scopre con crescente sgomento e che aiutano a dare spessore ad ognuno dei nove amici, che pertanto risultano ben delineati e credibili.
I personaggi esterni alla cerchia di amici, Heather e Doug in particolare, invece, mi hanno lasciato perplessa. Credo che l'amalgama dei due e del loro passato con le storie dei nove protagonisti non sia perfettamente riuscita. Questo ha, in alcuni punti, spezzato il ritmo della narrazione (specie laddove si faceva riferimento al passato dei due). 
Inoltre ho notato che il romanzo, per quanto ben strutturato, in alcuni tratti diventa prolisso. Un po' di sintesi non avrebbe guastato.

A metà strada fra un giallo di Agatha Christie, con i personaggi intrappolati in uno spazio ristretto, e un thriller di taglio moderno, Morte nelle Highlands è, nel complesso, un romanzo ben fatto, che regala momenti di suspense e una bella e claustrofobica atmosfera di mistero.

Voto: 7 e 1/2
 

Il pianto dell' alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Einaudi.

Tutto il dolore del mondo, è questo che la vita ha riservato a Ricciardi. Almeno fino a un anno fa. Poi, a dispetto del buonsenso e delle paure, un pezzo di felicità lo ha preso al volo pure lui. Solo che il destino non prevede sconti per chi è condannato dalla nascita a dare compassione ricevendo in cambio sofferenza, e non è dunque su un omicidio qualsiasi che il commissario si trova a indagare nel torrido luglio del 1934. Il morto è l’uomo che per poco non gli ha tolto la speranza di un futuro; il principale sospettato, una donna che lo ha desiderato, e lo desidera ancora, con passione inesauribile. Cosí, prima di scoprire in modo definitivo se davanti a sé, ad attenderlo, c’è una notte perenne o se ogni giorno arriverà l’alba con le sue promesse, deve ancora una volta, piú che mai, affrontare il male. E tentare di ricomporre, per quanto è possibile, ciò che altri hanno spezzato.

Il pianto dell' alba, come sicuramente saprete tutti, è l'ultimo romanzo della serie dedicata all'amatissimo commissario dagli occhi verdi, creato dalla penna, sempre partuicolarmente ispirata quando si tratta di lui, di Maurizio de Giovanni.
Il personaggio di Ricciardi è uno di quelli che non vivono solo nelle pagine dei libri, che sono scritti e immaginati talmente bene che diventano reali, amici che magari non vedi spesso ma sai che sono lì, e sai cosa pensano, come ragionano, cosa stanno per dire.
De Giovanni ci ha regalato questo, negli ultimi anni, e non posso che essergliene grata e rispettare la sua decisione di dare una conclusione alle storie del suo personaggio.
Se vogliamo, ragionando lucidamente, questa è sempre la scelta migliore: ogni storia ha una fine, e evitare di scriverla solo per far contenti i fan non sarebbe stato giusto. Ciò non toglie che sentirò, terribilmente, la mancanza di Luigi Alfredo Ricciardi.

Tutto questo fiume di parole per dire semplicemente che ho dovuto attendere un po' prima di avere il coraggio di prendere in mano il romanzo, perchè sapevo sarebbe stato l'ultimo, ed averlo sul comodino ancora da iniziare serviva a rimandare il momento del distacco.
Ad un certo punto però, tra spoiler schivati per un pelo, nostalgia del personaggio e curiosità di sapere cosa gli accadeva nell' ultimo volume, ho deciso che era giunto il momento.


E come direbbe il buon re Theoden, e così ha inizio. Con questo spirito ho iniziato a leggere l'ultima avventura del commissario Ricciardi.
A chi non lo conoscesse e desiderasse saperne di più,  consiglio di partire da qui.

Il romanzo è all' altezza degli altri, se non addirittura superiore, e costituisce una degna conclusione per le vicende che hanno visto protagonista il commissario.
Il caso di omicidio che questa volta Ricciardi deve risolvere coinvolge due persone che sono state, suo malgrado, una presenza costante nella sua vita: la bellissima Livia, vedova Vezzi, innamorata (o meglio, ossessionata) dal protagonista fino al punto di tentare di distruggerlo qualche volume fa, e Manfred, l'uomo che avrebbe voluto sposare Enrica e portarla via con sè.
Non dirò altro della trama, perchè per il lettore affezionato sarà un piacere scoprire cosa sta accadendo nella vita di Ricciardi, e la bellezza struggente del romanzo sta nel sentire l'ombra (citata anche dal sottotitolo) salire, addensarsi e poi dispiegarsi.
Dirò soltanto che il caso di omicidio è intrigante, non solo perchè ben ideato, ma anche perchè strutturato per coinvolgere  tutti i personaggi che circondano il protagonista. Il fatto poi che si tratti di qualcosa che riguarda il commissario Ricciardi anche a livello personale rende la storia ancora più coinvolgente e struggente. 

Lo stile di de Giovanni è quello lirico a cui siamo abituati, ma questo non è di intralcio alla scorrevolezza della lettura. Le immagini create dallo scrittore hanno un forte impatto che definire quasi visivo, e aiutano a visualizzare la parola scritta come raramente capita. 
Nel finale de Giovanni dà il meglio di sè, costruendo un epilogo che non dimenticheremo facilmente. Da lettrice, sono rimasta positivamente impressionata, mentre da fangirl... beh, avrei qualcosa da ridire.

Con questo romanzo de Giovanni non fa sconti ai suoi personaggi, e non ne fa ai suoi lettori. Il dolore, compagno costante del commissario Ricciardi, non scompare per magia solo perchè dobbiamo salutare il personaggio che abbiamo amato.
Da  questo punto di vista de Giovanni è coerente e costruisce una trama perfettamente integrata nella serie, lucida, coinvolgente ed esaustiva.
Ci darà le risposte che attendevamo da tempo, ma forse non saranno le risposte che volevamo sentire. 

Voto: 9

venerdì 27 settembre 2019

Dodici rose a Settembre...

... di Maurizio de Giovanni.

«Mi chiamo Flor, ho undici anni, e sono qui perché penso che mio padre ammazzerà mia madre».
Gelsomina Settembre detta Mina, assistente sociale di un consultorio sottofinanziato nei Quartieri Spagnoli di Napoli, è costretta a occuparsi di casi senza giustizia.
La affiancano alcuni tipi caratteristici con cui forma un improvvisato, e un po’ buffo, gruppo di intervento in ambienti dominati da regole diverse dall’ordine ufficiale. Domenico Gammardella «chiamami Mimmo», bello come Robert Redford, con un fascino del tutto involontario e una buona volontà spesso frustrata; «Rudy» Trapanese, il portiere dello stabile che si sente irresistibile e quando parla sembra rivolgersi con lo sguardo solo alle belle forme di Mina; e, più di lato, il magistrato De Carolis, antipatico presuntuoso ma quello che alla fine prova a conciliare le leggi con la giustizia.
Vengono trascinati in due corse contro il tempo più o meno parallele. Ma di una sola di esse sono consapevoli. Mentre Mina, a cui non mancano i problemi personali, si dedica a una rischiosa avventura per salvare due vite, un vendicatore, che segue uno schema incomprensibile, stringe intorno a lei una spirale di sangue. La causa è qualcosa di sepolto nel passato remoto.
Il magistrato De Carolis deve capire tutto prima che arrivi l’ultima delle dodici rose rosse che, un giorno dopo l’altro, uno sconosciuto invia.
Mina Settembre e gli altri sono figure che Maurizio de Giovanni ha già messo alla prova in un paio di racconti. In Dodici rose a Settembre compaiono per la prima volta in un romanzo. Sono maschere farsesche sullo sfondo chiassoso di una città amara e stanca di tragedie. Un mondo di fatica del vivere che de Giovanni riesce a far immaginare, oltre all’intreccio delle storie, già solo con il linguaggio parlato dai vari personaggi di ogni strato sociale: ironico, idiomatico, paradossale, immaginoso. (sinossi tratta dal sito della casa editrice Sellerio)

Maurizio de Giovanni torna in libreria con un nuovo personaggio, che aveva fatto la sua comparsa in un paio di racconti editi dalla Sellerio. La protagonista di questo nuovo giallo è Mina Settembre, assistente sociale per vocazione, e pin up suo malgrado. La sua fisicità dirompente le causa più di qualche problema sul lavoro e nella vita privata, resa quest'ultima ancora più complicata da una madre che definire arpia sarebbe un complimento.

Il romanzo è molto diverso da quello a cui de Giovanni ci ha abituati; siamo sempre nell'ambito del giallo ma l'atmosfera è decisamente più allegra e più serena. Ad allegerire il clima pensa, suo malgrado, Mina, che a 40 anni vive ancora nella sua vecchia cameretta con i poster alle pareti, con la madre invalida e insopportabile. 
L'autore ha scelto, specialmente nei primi capitoli, di calcare molto la mano sul lato comico dei Due Grandi Problemi nella vita della protagonista: un seno un po' troppo ingombrante, che le rende difficili i rapporti con l'altro sesso, e una madre acida e rompiscatole fino all'eccesso.
Devo dire che inizialmente il rimarcare la fisicità di Mina mi ha infastidito; trovavo che la cosa fosse un po' troppo insistita per risultare divertente. Ma si è trattato, almeno per me, di un problema passeggero, perchè dopo le prime pagine, da un lato, le descrizioni del decollete di Mina diminuiscono in numero e frequenza, e dall'altro ero entrata perfettamente in sintonia con l'ambientazione della storia.

Mina fa un lavoro difficile, in un tessuto sociale complicato, se non apertamente ostile; la scelta di Maurizio de Giovanni di affrontare questi argomenti con ironia e leggerezza è azzeccata. Ho apprezzato il fatto che "trattare con leggerezza" non significhi, in questo romanzo, banalizzare o dileggiare; infatti, quando entra in scena la piccola Flor, il registro narrativo sa essere diverso, e nella spasmodica ricerca di una soluzione al suo terribile problema anche la figura del portinaio Rudy acquista serietà e profondità che ne fa un comprimario di tutto rispetto, e non una semplice spalla comica, o peggio, una macchietta.

Intanto, mentre Mina si occupa di Flor, la parte più propriamente gialla e noir del romanzo si sviluppa all'insaputa della stessa protagonista. Qualcuno trama nascosto nelle ombre del passato, senza che Mina sappia di essere in pericolo. Questo approccio diverso alla trama investigativa mi è piaciuto molto. L'ho trovato originale ed interessante.

Ecco perchè amo de Giovanni qualunque cosa decida di scrivere: perchè sa scrivere, fa scelte stilistiche e narrative consapevoli, ed padrone delle storie che racconta. 

Voto: 7 e 1/2

giovedì 26 settembre 2019

Musica sull' abisso...

... di Marilù Oliva.

Dopo il successo delle Spose sepolte, primo caso dell'ispettore Micol Medici, Marilù Oliva ci presenta thriller inquietante e attuale, una storia di sopraffazione e ferocia, che racconta quanto ciò che siamo oggi è il frutto di quello che abbiamo - o non abbiamo - ricevuto. L'ultima volta che Gwendolina Nanni, giovane imprenditrice bolognese, è stata vista viva era mattina molto presto e come al solito stava correndo lungo gli argini del Bacchiglione prima di andare in ufficio. Il suo corpo è stato ritrovato molti giorni dopo in un'ansa del fiume, ormai irriconoscibile. Il suo caso viene chiuso come suicidio dalla polizia di Padova. I suoi familiari non ci stanno e si rivolgono alla Sezione Omicidi di Bologna, dove è stata da poco trasferita l'ispettore Micol Medici. Le ricerche vertono attorno agli ex-studenti di un liceo storico di Bologna, il Cicerone, dove si diploma la migliore gioventù della città. Ma c'è una classe del passato che ha avuto un destino infausto: uno dopo l'altro, anno dopo anno, stanno morendo gli adulti che quindici anni prima sono stati compagni di classe. Tutti in circostanze sospette e tutti lo stesso giorno, il 21 febbraio. Cosa lega questi delitti? E com'è possibile che una canzone, scritta in latino e cantata da alcuni di loro, abbia preveduto con anni di anticipo in che modo sarebbero morti alcuni di loro? Micol, con la sua abilità speciale, cerca di scoprire la verità, muovendosi sullo sfondo di una città dove ogni torre e ogni portico sembrano nascondere qualcosa. (sinossi tratta dal sito della Harper e Collins)

Musica sull' abisso è un thriller costruito con molta cura e molta intelligenza dalla sua autrice.
Il merito principale di questo romanzo è di aver mescolato sapientemente la classica ricerca di quello che sembra essere un omicida seriale con elementi originali e anche molto inquietanti. 
Non c' è dubbio infatti che la storia di una classe i cui alunni muoiono uno dopo l'altro in circostanze misteriose o mai ben chiarite sia intrigante ma non orginalissima. Qui però entra in gioco la bravura della narratrice, che diluisce nell'arco di oltre vent'anni le morti sospette, lascinado costantemente il dubbio agli inquirenti ( e ovviamente anche al lettore): si tratta di una maledizione, una fatalità o di una o più mani omicide? E l'assassino va ricercato dentro o fuori le mura del liceo che ospitava la classe "maledetta"? 
Inoltre, il fatto che tutto sembra ruotare intorno a una canzone scritta in latino, i cui versi sono profetici, aggiunge un tocco conturbante alla trama. L'utilizzo del latino, della mitologia e del simbolismo classico, infatti, rende la storia ancora più inquietante. La scelta di questi elementi non appesantisce la trama, ma anzi contribuisce a rendere l'atmosfera del romanzo costantemente minacciosa, come se ci fosse qualcosa di arcano, di sconosciuto e pericoloso in agguato dietro ogni pagina.

La protagonista, Micol Medici, ispettore di Polizia, è chiamata ad investigare su queste morti sospette, il cui legame è stato intuito troppo tardi dagli investigatori che si sono occupati dei vari casi nel corso degli anni. Nelle sue indagini perciò entra anche un senso di urgenza e un non troppo velato senso di colpa per alcune morti che forse potevano essere evitate, e questo contribuisce a rendere l'investigazione un fatto personale. Micol Medici non guarda più al caso con occhio distaccato, e riesce a coinvolgere il lettore. E se ciò non fosse sufficiente, va aggiunto che Micol Medici è un ottimo personaggio: donna forte con le sue debolezze, i conflitti irrisolti (specie nei confronti della madre) e anche qualche fragilità superata e archiviata (cosa rara da trovare nei protagonisti di thriller e noir).

La trama, come detto, è intrigante e affascinante, cupa quanto basta. Il suo sviluppo è curato e gli indizi vengono dosati nel modo giusto, tenendo alta l'attenzione del lettore.
Il romanzo è nel complesso molto ben costruito, con un buon ritmo, nessun calo di tensione ed ha una struttura solida ed uno sviluppo intelligente e mai banale.
Il finale riesce a sorprendere e a rispondere a tutte le domande che ci eravamo posti durante la lettura senza forzature. La soluzione si rivela all'altezza delle premesse, con elementi toccanti e di spessore.

Voto: 8

domenica 25 agosto 2019

Il respiro delle anime...

... di Gigi Paoli.

E' una torrida mattinata di luglio, le scuole sono ormai chiuse e sulle strade semideserte di Firenze e dintorni è calato un silenzio irreale, ma Carlo Alberto Marchi, tenace cronista e instancabile padre-single, continua inesorabilmente a svegliarsi alle sette e dieci. Non resta che mettersi in viaggio verso ''Gotham City'', l'avveniristico Palazzo di Giustizia nella periferia della città - nonché uno dei dieci edifici più brutti del mondo secondo svariate classifiche - e andare a caccia di notizie sull'allarmante ondata di morti per overdose che negli ultimi mesi ha colpito la città. Un'inchiesta con cui il direttore del ''Nuovo Giornale'' sta marcando stretti il reporter e il suo collega, ''l'Artista'', che con la loro tendenza all'insubordinazione non godono certo delle sue simpatie... Ma a scombinare l'agenda di Marchi arriva una notizia che gli fa subito drizzare le antenne: nella notte, a pochi passi da Gotham, un ciclista è stato ucciso da un'auto pirata scomparsa nel nulla. Un banale incidente? Solo all'apparenza. Perché se si aggiunge che la vittima era il dirigente americano di una nota azienda farmaceutica, e che solo pochi giorni prima era rimasto coinvolto in una retata in un ambiguo locale del centro, il caso si fa piuttosto interessante. Molte e intricate sono le piste che si aprono davanti alle forze dell'ordine e a chiunque abbia voglia di vederci chiaro: una lugubre villa dalle finestre murate, un misterioso iPhone placcato d'oro, un barbone che forse dice la verità, un pericoloso boss della malavita... Marchi si troverà alle prese con l'inchiesta più complessa, torbida e inquietante della sua carriera. (sinossi dal sito della casa editrice Giunti)
 
Mi sono avvicinata a questo secondo capitolo delle indagini del giornalista Carlo Alberto Marchi con molta diffidenza. Il rumore della pioggia mi era piaciuto, ma la mia opinione aveva risentito del fastidio che personalmente avevo provato per il protagonista e i suoi tentativi (malriusciti, secondo me) di ironizzare sulla sua situazione di padre single attraverso ovvietà, frasi fatte e stereotipi che sfioravano pericolosamente il sessismo.

Per fortuna devo dire che in questo secondo romanzo, Marchi è decisamente migliorato, dal mio punto di vista. Il personaggio è meno sopra le righe, meno impegnato a fare battute a tutti i costi, più concentrato sul suo lavoro e su chi ha davanti. Ritroviamo ancora la figlia pre-adolescente Donata, ma questo volta l'autore ha saputo dosarne la presenza in maniera più attenta, riuscendo a tenere il focus sul protagonista e sulla sua indagine giornalistica. Insomma, il rapporto padre figlia, che comunque concorre a caratterizzare il personaggio, è presente, ma non ruba la scena alla trama. Secondo me, visto come era stato gestito nel primo capitolo della serie, questo è un bene.

Mentre Marchi narra in prima persona le vicende  di cui è protagonista, altri capitoli del romanzo sono raccontati in terza persona e descrivono le attività della Procura e della Polizia giudiziaria. Mi è piaciuto questo modo di organizzare la stroria, e questa dicotomia tra la fredda procedura e il calore, per così dire, dell'investigazione giornalistica.
A ciò dobbiamo aggiungere che la trama è particolarmente strutturata e ben architettata. Si parte da quello che sembra un triste ma purtroppo banale incidente automobolistico, per arrivare ad un mistero che si ingigantisce pagina dopo pagina, e che è stato davvero piacevole da leggere. Mi è piaciuto come nell'ingigantirsi del mistero vengano ben inseriti alcuni elementi piacevolmente inquietanti come una villa in rovina, con gli ingressi e le finestre murati, ed un cimitero monumentale in mezzo alla città.
Interessante è stata anche l'introduzione di un nuovo investigatore di polizia giudiziaria, un uomo a cui un errore in una precedente indagine è costato la carriera, le cui doti investigative, insieme ad una pacata ma ferma voglia di riscatto, saranno preziose.

In conclusione, un giallo davvero mirabile, ben scritto, ben orchestrato, scorrevole, che sa dosare con abilità i due volti che lo scrittore ha dato a questa indagine: l'approccio più umano, psicologico e curioso del giornalista Carlo Alberto Marchi, e quello più rigoroso degli organi preposti alle indagini ufficiali. Consigliatissimo.

Voto: 8=

sabato 24 agosto 2019

Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn...

... di Colin Dexter.

Non è stato facile per Nicholas Quinn riuscire a ottenere la nomina accademica di membro del Comitato Esami Esteri di Oxford. Il giovane professore era afflitto da una sordità progressiva e questo, a parere di alcuni, avrebbe ostacolato una piena funzionalità. Ma alla fine, tra gelosie e risentimenti, l’aveva spuntata sui candidati concorrenti e aveva intrapreso il compito armato del sussiego e della flemma comune a tutti nell’ambiente del santuario universitario. Un giorno Nicholas viene ritrovato cadavere nel suo appartamento da scapolo. Accanto una bottiglia dello sherry preferito. La causa della morte appare semplice: avvelenamento da cianuro. Ma l’indagine dell’ispettore Morse della Thames Valley Police e del suo aiuto Lewis è tutt’altro che semplice. L’ambiente accademico è oscuro, arcano, reticente; è chiuso in un guscio claustrofobico in cui le domande investigative sembrano prevedibili ma tutto è così vischioso che è impossibile muoversi. Si mescolano motivi di carriera, passioni sessuali, intrighi economici, coinvolgimenti di finanziatori esteri, personaggi dalla vita privata impenetrabile. E poi, del tutto all’improvviso, un secondo inspiegabile omicidio. Un ginepraio per l’ispettore Morse, sempre brusco e bisbetico con il paziente sergente; e sempre affezionato agli intermezzi nei pub dove esporre allo scettico collaboratore la trama dei suoi percorsi mentali. (Sinossi dal sito della casa editrice Sellerio)

In questo terzo capitolo della serie dedicata all'ispettore Morse, Colin Dexter ci porta come di consueto ad Oxford, ma questa volta nell'ambiente accademico, e precisamente all'interno degli ingranaggi burocratici del Comitato Esami Esteri, ovvero all'interno di quell'ente che supervisiona gli esami per ottenere una certificazione di conoscenza della lingua inglese. Un tema decisamente attuale, nonostante il romanzo sia stato scritto nel 1977, e inconsueto per un romanzo giallo. 

L'ispettore Morse, burbero e scontroso come sempre, amante degli alcolici e restio a condividere le sue scoperte con il suo collaboratore sergente Lewis, entra in scena relativamente tardi.
La prima parte del romanzo infatti segue le vicende di Nicholas Quinn, la sua elezione a membro del Comitato e i suoi primi passi all'interno dell'ente.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, arriva il suo avvelenamento, e parte la caccia al chi e soprattutto al perchè.
Già, perchè la particolarità di questo romanzo è che l'indagine ruota intorno alla convulsa ricerca di un movente per un delitto che appare senza senso alcuno. Il signor Quinn era un uomo pacifico, abitudinario, senza nemici e senza scheletri nell'armadio.

Perfetta la caratterizzazione della vittima, proprio grazie alla lunga introduzione che ho già citato; perfetta risulta inoltre la caratterizzazione degli altri personaggi, quasi tutti accademici , di cui a poco a poco veniamo a conoscere rancori, invidie, ripicche, alleanze momentanee e piccole vendette.
L'unico neo che ho rilevato è proprio la personalità dell'ispettore Morse, nonostante l'accurata caratterizzazione. L'ispettore è burbero, a tratti misogino, spesso scrtese e dispotico, ed io non riesco a trovare un appiglio che mi aiuti ad entrare in sintonia con lui, nonostante le indubbie capacità investigative. 

Mi ha colpito maggiormente l'ambientazione. Il mondo accademico, all'apparenza statico, polveroso, quasi soporifero si rivela, attraverso la trama creata da Colin Dexter, vitale e anche terribilmente complicato. Le ambiguità e le bugie che caratterizzano i rapporti all'interno del comitato fanno sì che le indagini abbiano continui capovolgimenti di fronte e colpi di scena. Quando gli indizi sembrano puntare in una direzione, ecco che spunta qualcosa a scombinare nuovamente le carte sul tavolo.
L'indagine è di tipo deduttivo, e ho apprezzato moltissimo che la soluzione finale venga svelata grazie ad un sottilissimo dettaglio, presentato fin dall'inizio agli occhi del lettore, ma a cui, probabilmente, si presta poca importanza.

In conclusione, questo romanzo è un classico giallo all'inglese, un'indagine deduttiva in cui viene usata il più classico dei modi per uccidere, il veleno, e consigliata a tutti gli amanti del genere. Qualche perplessità suscita la personalità del protagonista, a tratti, a parer mio, un po' troppo sopra le righe.

Voto: 7

Morte di una sgualdrina. I casi di Hamish Macbeth #2...

... di M. C. Beaton.

Una sgualdrina con un cuore di pietra: ecco chi è Maggie Baird. Né gentile né generosa, ma certamente molto, molto ricca. Così, quando la sua auto prende fuoco con lei dentro, ci sono almeno cinque candidati per il ruolo di assassino. Tutti e cinque sono ospiti nella sua lussuosa residenza nelle Highlands: la timida nipote Alison e quattro uomini, una volta suoi amanti, ora chiamati a una sorta di competizione che avrà come premio il matrimonio con Maggie. Tutti e cinque sono in difficoltà finanziarie e tutti hanno avuto la possibilità di manomettere la macchina.
Hamish Macbeth avrà bisogno di dosi massicce del suo straordinario buonsenso e della sua capacità di comprensione dell’animo umano per risolvere il caso. (Sinossi dal sito della casa editrice Astoria)

In questa sua seconda avventura, il poliziotto scozzese Hamish Macbeth si ritrova trasferito in città, e deve lasciare la sua amata Lochdubh, paesino delle Highlands. Hamish si strugge di nostalgia, ma non è il solo: anche gli abitanti di Lochdubh sentono la sua mancanza, e faranno di tutto per far sì che Hamish venga riassegnato al luogo cui appartiene. Quando finalmente ci riescono, accade l'evento che dà il titolo al romanzo: Maggie Baird muore in un incidente a dir poco sospetto. Dato il passato della vittima, e una schiera di pretendenti interessati al suo patrimonio, l'indagine non sarà semplice.

Questo nuovo caso di Hamish Macbeth segna, a parer mio, un deciso passo avanti rispetto al romanzo precedente. Il romanzo appare infatti più solido, con una trama meglio strutturata,  personaggi più focalizzati e una narrazione meno dispersiva.
L'ambientazione è la medesima - bellissima - del romanzo precedente. Le Highlands si rivelano nella loro quotidiana, tranquilla bellezza.
La trama è articolata e vivace. Prende spunto dal trasferimento di Hamish per mettere in scena tutti gli attori della tragedia che avverrà di lì a poco.
L'inizo è pertanto interessante, perchè le vicende prendono il via  da fatti che apparentemente non hanno niente a che vedere con il delitto che verrà commesso di lì a poco.

Sicuramente il fulcro del romanzo è Hamish, investigatore all'apparenza pigro e indolente, ma in realtà scaltro e acuto. Quello che mi colpisce di lui è la sua indole tranquilla, di uomo che, nonostante tutto, sa di essere esattamente nel posto in cui dovrebbe essere, e di stare svolgendo il lavoro per cui è nato. Mi piace questa sua pacatezza, questa mancanza di "ansia da prestazione" che si respira nei gialli di questa serie.
Mancanza di ansia non vuol però dire che non ci sia interesse ad andare avanti nella lettura; il giallo si ispira ai canoni classici del genere, innestando nel filone elementi di novità, rappresentati proprio dalla fusione dell'investigazione con la perfetta ricostruzione della tranquilla vita di un paesino delle Highlands scozzesi.
Per quanto traumatico, il delitto fa parte delle vicende della vita moderna, purtroppo, ed è da questo punto di vista che Hamish indaga e cerca di sbrogliare la matassa.
Il numero di sospettati è sufficientemente ampio da garantire la complessità del mistero; ed allo stesso tempo è sufficientemente ristretto da consentire al lettore la sua personale indagine. Quest'ultimo elemento, per me, è fondamentale in un giallo: devo avere la possibilità di formulare le mie ipotesi e trarre le mie conclusioni.

Ben riuscito anche il finale, che chiude la vicenda ma lascia al lettore la voglia di continuare con la serie.
Voto: 7

Sangue marcio...

... di Antonio Manzini.

 «Ero un bambino felice. Facevo le cose che fanno tutti i bambini felici. Questo fino al 12 ottobre 1976».
Pietro e Massimo Sini vivono un’infanzia dorata. Villa con campo da tennis, piscina, videogame Atari. Poi, una mattina del 1976 cambia tutto. La polizia arriva in casa con un ordine di arresto e si porta via il padre. “Il mostro delle Cinque Terre” lo chiameranno qualche giorno dopo i giornali. Sono passati quasi trent’anni e i due fratelli hanno preso strade differenti: Pietro ha trascorso l’adolescenza in un istituto di preti a Torino e ora fa il cronista di nera in un giornale, Massimo ha vissuto con un zio a Padova ed è diventato commissario di polizia. Ma i delitti di un serial killer che da due anni cuce con ago e filo le vagine delle sue vittime, li riavvicinano. Sembrano tutt’e due cambiati. Massimo, che da piccolo era un tipo violento che usava minacciare i suoi coetanei con la frase «vatti a nascondere in Tibet», ora è un uomo stanco e triste che beve troppi martini. Pietro invece è diventato scaltro e freddo come un serpente. Non ha storie d’amore, non ha amici. Vive per il suo lavoro. Il suo unico obiettivo è mettere suo fratello sulle tracce del serial killer e farlo diventare un eroe. Ci riuscirà? (sinossi dal sito Fazi Editore)

Questa è la storia di due fratelli, a cui il destino prima concede molto, poi toglie tutto in un modo cinico e crudele. Figli di una famiglia all'apparenza solida, normale, e notevolmente agiata, una mattina scoprono che il padre è un efferato serial killer. Perdono così, da un momento all'altro, ogni cosa. Non sono tanto gli agi e le comodità la perdita più dura, quanto il doversi rassegnare a vivere da reietti, spinti ai margini da una colpa che inevitabilmente ricade su di loro, innocenti e inconsapevoli.
Manzini riesce a narrare stupendamente il cambiamento
Quando Antonio Manzini non si dedica al suo personaggio più famoso, Rocco Schiavone, riesce comuqnue a scrivere romanzi che hanno una forza dirompente e una originalità sorprendente. Come già mi era successo con La giostra dei criceti, ho trovato la lettura estremamente coinvolgente e sorprendente.
La trama parte in sordina ma ben presto acquista forza. Sebbene si parli di un serial killer, non si tratta esattamente di un thriller (di un noir sicuramente, ma di certo non di un thriller), eppure Sangue marcio è un page turner che deve la sua fortuna ad una profondità e uno spessore psicologico che molti thriller non hanno. Questo romanzo infatti ha diverse anime, come i suoi protagonisti, e con stile a volte leggermente ironico e distaccato, a volte cupo e malinconico, ci guida attraverso le luci (poche) e le ombre (molte) che albergano negli esseri umani.
Quello che spinge a leggere senza tregua è stato, nel mio caso, il senso di profonda inquietudine che le vicende ambientate nel presente e gli sprazzi di passato riuscivano a darmi. Ad ogni capitolo, la vicenda acquista sempre più senso, fino a che il grande mosaico che l'autore stavo componendo non ci viene rivelato.
Ho letto di alcuni lettori che si lamentavano della facilità con cui erano giunti alla verità; onestamente io non avevo intuito niente fino al momento in cui l'autore non ha deciso di giocare a carte scoperte.
Ed è stato un  pugno nello stomaco.

Voto: 7 e 1/2


lunedì 27 maggio 2019

Chiedi alla notte...

... di Antonella Boralevi.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Baldini+Castoldi

Ringrazio la casa editrice per la copia del romanzo.

Venezia, 28 settembre 2018. È la serata di gala della Mostra del Cinema, ed è anche il momento di Vivi Wilson, protagonista del film d'apertura e astro nascente del cinema mondiale. 
Quella stessa notte, Vivi Wilson viene trovata morta sulla spiaggia. Incidente, omicidio o suicidio?
Alfio Caruso, commissario di origini siciliane, indaga, e durante le indagini incontra nuovamente Emma, avvocato che lavora per Netflix, con cui aveva avuto una breve ma intensa storia d'amore una anno prima, quando indagava su un altro caso.
L'indagine non sarà facile, ed Emma ed Alfio si troveranno a collaborare, spinti l'uno verso l'altra da un sentimento mai sopito, e dovranno muoversi con cautela tra star, manger, critici cinematografici, nobili veneziani e uomini d'affari, il tutto in una splendida Venezia di fine estate, piena di luce ma anche di torbidi segreti.

In questo romanzo ritroviamo Alfio ed Emma, inquieti protagonisti de La bambina nel buio. A separarli, le infedeltà di Alfio; ad unirli la profonda affinità di due anime.
Alfio ed Emma vedono il contesto in cui è maturata la morte di Vivi Wilson da due punti differenti, entrambi utili alle indagini. Mentre Alfio si occupa della scena del crimini, di alibi e di rapporti della scientifica, Emma si trova coinvolta nei torbidi segreti della nobilità veneziana, che sembra sapere parecchio sulla morte di Vivi Wilson.
Le apparenze, in questo romanzo, ingannano sempre. E tutti mentono, come dice il regista di Vivi Wilson ad Emma. Perciò la risoluzione del mistero non è nè facile nè consolante, e richiede la collaborazione di entrambi i protagonisti, capaci di vedere ognuno un pezzo della soluzione.

Il romanzo sembra quasi essere diviso in due parti. Nella prima metà, più o meno, siamo trasportati nello scintillante mondo della Mostra del Cinema, tra feste, grandi alberghi, cocktail party, registi alcolizzati, giornalisti e paparazzi. Insomma, tutto quello che siamo soliti associare a quel mondo. L'elemento di disturbo, per così dire, è Emma, avvocato di Netflix, società che produce il film d'apertura.
La giovane inglese, dall'educazione e dalla professionalità impeccabili, si trova spaesata in quel contesto dove all'apprenza tutto è meraviglioso. Forte è il contrasto fra la sua personalità sofferente e confusa e quella dei bellissimi attori sicuri di sè sul red carpet. Il luccichio della fama e di quel mondo patinato fa emergere ancora una volta le sue fragilità e i dolori del passato, che non sono ancora sopiti.
Certo, a ben guardare questa prima parte del romanzo ha dalla sua una grande carica empatica, essendo descritto dal punto di vista della fragile Emma, ma allo stesso tempo risulta dispersivo e poco incisivo. Insomma, seguendo i pensieri e i sentimenti di Emma comprendiamo benissimo la sua sofferenza, i suoi rimpianti e la sua anima, ma per altro verso questo poco incide sulla trama, la fa avanzare lentamente e porta inevitabilmente a chiedersi dove alla fine andremo a parare.

Passata la metà del romanzo, il registro cambia, e la trama diventa più focalizzata sul proprio sviluppo e sulla risoluzione del mistero.
Emma, ospite nella villa di una enigmatica nobildonna veneziana, resta anche questa volta invischiata in una indagine a ritroso su un passato che non vuole saperne di restare tale.
Qui l'autrice dà il meglio di sè. Il ritmo della narrazione aumenta fino a diventare incalzante, e le rivelazioni si susseguono senza tregua. Il mistero sembra infittirsi anzichè chiarirsi, ed assume contorni sempre più inquietanti. Qui ho ritrovato l'angosciante atmosfera noir che tanto mi aveva colpito ne La bambina nel buio, e qui ho ritrovato ciò che mi aveva conquistato nel precedente romanzo: quella cappa di sofferenza che aleggia tra gli antichi palazzi e le scure calli: l'eco di una tragedia accaduta nel passato che arriva a plasmare il presente; e personaggi, anche quelli secondari, con ombre molto lunghe nelle loro anime spezzate.

Un'altra cosa particolarmente accattivante è stato il fatto che l'autrice ha voluto dare due finali al suo romanzo. Mi spiego meglio: Alfio ed Emma giungono ad una soluzione molto ben congegnata e soddisfacente.
In un breve ma splendido capitolo finale, intitolato Cosa videro i gabbiani, Boralevi aggiunge un tassello, che non sapevamo mancasse, ma che ci lascia con l'amaro in bocca.
Il doppio finale vale da solo il prezzo del biglietto (per restare in tema cinematografico).
Credo che questi finali così crudi e poco pietosi siano la cifra dell'autrice, ed una delle cose che apprezzo di più dei suoi romanzi.

Voto: 7

domenica 26 maggio 2019

Le vedove di Malabar Hill...

... di Sujata Massey.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Bombay, 1921. Perveen Mistry è la prima donna avvocato dell'India. Non può patrocinare in tribunale, ma lavora nello studio del padre. Quando il ricco musulmano Omar Farid muore, lasciando tre vedove purdahnashin, donne che non parlano con gli uomini e vivono in isolamento, Perveen è l'unica che può seguire l'esecuzione del testamento senza creare problemi. Ma quando l'amministratore del patrimonio viene trovato morto nella residenza delle vedove a Malabar Hill, le cose si complicano per Perveen, che decide di indagare.

Le vedove di Malabar Hill è un romanzo dalle diverse anime. È sicuramente un giallo, ma è anche la storia di una donna, ispirata a due figure realmente esistite (Cornelia Sorabji, prima donna a frequentare legge a Oxford nel 1892, e Mithan Tata Lam, prima donna ammessa al foro di Bombay nel 1923) che lotta per la sua emancipazione. È la storia di una società sospesa tra la tradizione e la modernità, divisa in caste, gruppi etnici e sociali, dove ancora fortissimo era il pregiudizio verso le donne e tra indiani ed inglesi nascevano le prime tensioni.

In questo contesto così ricco e così complesso si muove Perveen. Il suo personaggio mi è piaciuto molto. Nonostante si tratti di una giovane donna che vive fuori dagli schemi, non ho mai avuto la sensazione che lei o il suo atteggiamento fossero anacronistici. Massey è riuscita a costruire un personaggio che è una vera pioniera, inserendola nel contesto sociale nel modo giusto. Perveen ha limiti e ostacoli, vede lontano e affronta consapevolmente la realtà che la circonda.

 Il romanzo è ricco di dettagli e di spiegazioni, ed è utilissimo per capire il contesto sociale e storico in cui è ambientato. Questo, se da un lato può essere considerato un pregio, dall'altro rallenta lo sviluppo dell'indagine, a volte in maniera esasperante. Se a ciò aggiungiamo che nella narrazione sono inseriti gruppi di capitoli ambientati nel 1917, prima che Perveen diventasse procuratore legale, è facilmente intuibile come inizialmente io abbia trovato la storia lenta e frammentaria.
Però devo riconoscere che procedendo nella lettura, la trama mi ha conquistata, specialmente quella di cui meno evidente mi appariva l'utilità, ovvero la storia di Perveen prima della sua laurea. 
La storia di Perveen e della sua lotta per essere riconosciuta come donna e essere umano (non faccio spoiler, ma no, non riguarda la sua possibilità di studiare o lavorare, come sarebbe stato ovvio, ma qualcosa di diverso e questo mi ha colpito positivamente) diventa parte integrante della trama e aiuta a capire meglio i personaggi e il perchè di determinati comportamenti ed azioni. Inoltre si tratta di una sotto-trama che diventa sempre più avvicente con lo scorrere delle pagine.
Insomma, questo è un libro che parte piano, ma a cui bisogna dare una possibilità. 

L'indagine ha molti elementi del giallo classico. Il delitto è infatti avvenuto in un ambiente chiuso, con un numero limitato di sospettati. Sono situazioni che mi sono molto congeniali, ed ho altresì apprezzato che la soluzione del mistero passi attraverso lo studio e la compresione di dettagli legali (sì, lo so, è una deformazione professionale). Ed è qui che Perveen dimostra tutta la sua intelligenza e la sua perspicacia.
Nel finale Massey si concentra sulla risoluzione del mistero legato all'omicidio. Il ritmo si fa più veloce, ma mancano veri e propri colpi di scena; alcune rivelazioni comunque sono interessanti e rendono il finale assolutamente non scontato.

L'impressione che mi resta, finito di leggere il romanzo, è quello di una lettura piacevole, che a volte pare un po' troppo didascalica, ma che comunque non perde di vista la ragione principale d'essere di un romanzo, ovvero quello di raccontare una (bella) storia. A conti fatti, le descrizioni sulla società indiana degli anni venti sono un valore aggiunto, anche se hanno reso la lettura meno scorrevole.

Voto: 7

L'uomo di Lewis...

... di Peter May.


Fin, ex poliziotto di Edinburgo, dopo essere tornato brevemente sulla natia isola di Lewis, nelle Ebridi Esterne, per la risoluzione di un caso, decide di lasciare il lavoro e stabilirsi sull'isola. Qui si imbatte nel ritrovamento del corpo di un ragazzo, sepolto nella torba, che risale, probabilmente, agli anni '50. Quando gli sviluppi dell'indagini coinvolgono la donna che aveva amato in gioventù, Fin decide di indagare, e fa un viaggio a ritroso nel passato di una famiglia e di una comunità. Segreti, menzogne, abusi e atrocità emergono dal passato, e tocca a Finn dare un senso e una conclusione ad una storia che non può più rimanere nascosta. 

L'uomo di Lewis è il secondo libro della trilogia di Lewis scritta da Peter May. I due volumi sono autoconclusivi ed è possibile leggerli indipendentemente. Ma, poichè questo secondo romanzo comincia poche settimane dopo la fine del primo, L'isola dei cacciatori di uccelli, consiglio vivamente di leggerli in ordine, per meglio apprezzare la complessa storia di Fin e dell'isola di Lewis.
L'ambietazione scozzese  è la prima cosa che balza all'occhio del lettore. Essa riempie le pagine e l'unica parola che mi viene in mente per descriverla è possente. Questo romanzo non avrebbe avuto la stessa forza se fosse stato ambientato da un'altra parte.
Le Ebridi Esterne sono formate da piccole isole e piccoli villaggi molto chiusi e isolati, che però posseggono un grande senso della comunità. Peter May ci racconta la storia di un omicidio, che diventa la storia di una famiglia e delle comunità in cui ha vissuto.
Il viaggio indietro nel tempo è affascinante, intrigante e ricco di elementi misteriosi che andranno al loro posto solo con la lettura dell'ultima pagina.
Allo stesso tempo però, questa è la storia di un uomo, e del suo rapporto di amore e di repulsione verso il luogo dove è nato e cresciuto. Fin ne è fuggito appena maggiorenne, credendo di odiarlo; ma quando la sua vita è andata in pezzi, il richiamo dell'isola gli ha restituito equilibrio e stabilità.
Ho amato moltissimo questo lacerantre contrasto di Fin, e soprattutto ho amato la riscoperta dell'amore per il luogo da cui proviene, che non è il paradiso in terra e non è perfetto, ma è parte di lui. Nonostante la durezza dei luoghi e della vita che vi si conduce, c'è un che di consolante nell'idea di accettazione delle proprie orgini. Il contrasto fra l'asprezza dell'ambientazione, la crudezza degli eventi e la riscoperta del protagonista del sentimento per la propria terra rende il protagonista Fin un bel personaggio, scontroso, chiuso e non facile da comprendere, ma sicuramente molto umano.

La trama si svolge su due piano temporali.
Nel presente, Fin indaga sul ritrovamento del cadavere nascosto nella torbiera, in una lotta contro il tempo, prima che dalla terraferma mandino un poliziotto, un estraneo, a indagare ufficialmente. Il cadavere, infatti, sembra legato alla famiglia di Marsaili, la donna che Fin ha amato in gioventù, che in questo momento ha grossi problemi familiari di difficile risoluzione. Fin vuole proteggerla scoprendo la verità prima che qualcuno che viene da lontano ficchi il naso in vicende che non può comprendere.
L'indagine è ben strutturata. Se c'è una cosa che adoro nei gialli è quando le scoperte provengono non da intuizioni campate per aria o da colpi di fortuna dell'investigatore, ma da un vero lavoro di ricerca, in cui ogni passo è conseguenziale a quello precedente. Ed è esattamente così in questo romanzo.
La trama ambientata nel passato è molto interessante, offre molte notizie sulla vita e sulla società scozzese degli anni 40 e 50, diversi spunti di riflessione ed è quella che ha generato, nel mio caso, maggior curiosità. Credo sia la parte migliore della storia, senza nulla togliere al resto. Parte da un orfanotrofio, attraversa i vicoli di una città per arrivare allo splendido paesaggio delle Ebridi, dove il cielo e il mare sono un tutt'uno, e il vento non mette mai di sferzare gli uomini durante il duro lavoro.

Bello e delicato il finale.

Voto: 8

sabato 11 maggio 2019

L'isola dei cacciatori di uccelli...

... di Peter May.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Einaudi

Finn Macleod è ispettore della polizia ad Edinburgo. Ha da poco perso un figlio e il suo matrimonio non regge l'urto di questa tragedia. Quando sull'Isola di Lewis, Ebridi Esterne, viene commesso un omicio molto simile ad uno precedentemente commesso ad Edinburgo, Finn, originario del luogo, viene spedito ad investigare nella piccola comunità. La vittima è un uomo che ben pochi avevano motivo di amare. L'indagine costringerà perciò Finn a fare i conti col proprio passato, le proprie origini e con una comunità molto chiusa e legata, da cui era fuggito giovanissimo, ma che ora gli appare sotto una luce diversa.

Non conoscevo nè l'autore nè il romanzo che mi accingo a recensire. La verità è che l'ho letto solo perchè cercavo un libro ambientato in Scozia (sono stata in Scozia una anno fa, per la seconda volta, e ci ho lasciato il cuore, per la seconda volta). E così, per puro caso, ho scoperto un grande romanzo mistery/noir.

L'isola dei cacciatori di uccelli è un romanzo molte forte, molto duro e di una straordinaria quanto ruvida bellezza. La prima cosa che balza agli occhi è  l'ambientazione. Come detto, il romanzo si svolge in Scozia, quasi tutto sulla piccola Isola di Lewis, un isolotto incessantemente spazzato dai venti, dove la natura è aspra e selvaggia e modella il carattere delle persone a sua immagine. In questo romanzo ho visto la vera Scozia, lontana dai miti e dalle leggende di castelli e epiche battaglie; ho visto la lotta quotidiana di una intera comunità contro gli elementi per sopravvire, e allo stesso tempo il forte amore che la lega alla propria isola, a dispetto di tutto.
Un valore aggiunto sono dettagli preziosi che permettono di scoprire la vita quotidiana degli scozzesi lontano dalla capitale Edinburgo (e dell'altra grande città del paese, Glasgow): l'uso del gaelico, che viene loro più naturale dell'inglese; le tradizioni secolari a cui non rinunciano; le fattorie sperdute; la dignitosa povertà, ma anche l'alcolismo e la depressione.

Finn, il protagonista, è fuggito da tutto questo in un'età in cui il piccolo orizzonte dell'isola gli stava stretto, e torna ora, piegato dal dolore, per scoprire che quell'orizzone non era affatto così ristretto.
Ho amato motissimo sia l'ambientazione e i sentimenti contrastanti che suscita in Finn, e ho amato l'evoluzione di questi sentimenti, che lo porta a riconsiderare molte scelte della sua vita, e ad accettare ciò che non può essere cambiato. Questo parallelismo tra uomo e natura è la colonna portante del romanzo e la parte che ho apprezzato di più, perchè permetta a trama e personaggi di bucare le pagine.
Per certi versi, il romanzo mi ha ricordato quelli di de Giovanni; anche se lo stile è molto diverso, anche qui l'omicidio è quasi un pretesto per indagare l'animo umano e soprattutto gli abissi oscuri che nasconde; il passato non è mai passato finchè non ci si fanno i conti, e l'ambientazione è protagonista al pari dei personaggi.

La trama è solida, e oltre all'indagine su un efferato delitto, ci regala ampi flashback sul passato di Finn, che ci permettono di conoscere la comunità in cui è cresciuto, e tutti gli attori del dramma che si consumerà anni dopo. La stretta interconnessione fra i fatti raccontati nei flashback e quello che accadrà poi non è immediatamente chiara, ma si fa sempre più evidente mentre si prosegue con la lettura. La storia perciò diventa sempre più interessante ad ogni pagina.
Lo scrittore alterna sapientemente elementi del noir con elementi presi a prestito dalle migliori saghe familiari.
Ogni cosa è dipinta vividamente; la forza con cui i personaggi vivono, amano, odiano e soffrono non può lasciare indifferenti; così come non si può restare indifferenti davanti ad una trama che colpisce dritta allo stomaco.

Voto: 8

giovedì 9 maggio 2019

Le parole di Sara...

... di Maurizio de Giovanni.

La scheda del libro sul sito della Rizzoli

Sara Morozzi ha lasciato la Polizia anni prima, per accudire l'amore della sua vita, gravemente ammalato. Per lui ha lasciato marito e figlio, e adesso vive in solitudine, ma non si pente di nulla, dopo aver amato tanto. Ma l'unità speciale della Polizia in cui prestava servizio sembra avere ancora bisogno di lei. Non in via ufficiale, si intende. Teresa Pandolfi, amica ed ex collega, ha bisogno di aiuto per un'indagine sulla scomparsa di uno stagista, un'indagine che qualcuno, ai livelli superiori, non vuole che venga svolta. La persona giusta da contattare è Sara: lei sa muoversi nell'ombra, sa come non essere vista mentre vede tutto, e con l'aiuto di Viola, compagna del figlio deceduto in un incidente, e dell'ispettore Pardo, arriverà alla verità.

Iniziamo col dire che devo ancora trovare un libro di Maurizio de Giovanni che non mi piaccia. Anche I guardiani , il libro di de Giovanni che ha avuto meno succeso rispetto agli altri, è per me affascinante e ben scritto (anzi, io aspetto con ansia il secondo volume della serie, rinviato a data da destinarsi, sigh).
Le parole di Sara non smentisce questo trend.

Il volume è il secondo della serie dedicata a Sara Morozzi, detta Bionda, ex agente di una squadra speciale della Polizia, esperta di interpretazione del linguaggio del corpo, di lettura della labbra e comprensione delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Lei arriva a decodificare suoni e immagini incomprensibili per altri; è praticamente una donna invisibile, perchè ha passato la vita a mimetizzarsi con l'ambiente, per poter cogliere ogni minimo dettaglio utile alle indagini senza farsi notare.
Questo secondo romanzo mi è piaciuto più del primo. Infatti il libro ha dalla sua una trama ben congegnata e compatta, che mescola elementi diversi (dal mistery, al noir alla spy story) e una protagonista originale curata nei minimi dettagli.
Ho apprezzato molto la scelta di includere nell'edizione il racconto breve Sara che aspetta, inizialmente pubblicato nell'antologia poliziesca Sbirre. Il racconto, oltre ad essere molto bello, anche se doloroso, come tutto quello che riguarda la nostra donna invisibile, getta luce sul passato recente di Sara. Un vero e proprio regalo per i lettori appassionati della serie e dell'autore.

Dopo un primo capitolo, recensito qui , in cui larga parte della trama era dedicata alla presentazione dei personaggi, del contesto e del passato di Sara, ho trovato questo nuovo romanzo molto focalizzato sulla storia, con una protagonista perfettamente integrata nel meccanismo della narrazione.
Nonostante sia la protagonista, Sara riesce davvero ad essere invisibile. Parla poco, ma agisce molto, soprattutto in sordina. Riesce ad essere quasi invisibile anche agli occhi del lettore, che, distratto dai problemi di Viola, dalle sue scaramucce con l'ispettore Pardo e dai fantasmi del passato che non cessano di tormentare i protagonisti, quasi non si rende conto del grande lavoro sottorraneo svolto dell'ex poliziotta.
Il personaggio è dunque costruito alla perfezione e ho trovato interessante che riesca a mimetizzarsi così bene con la trama senza però sparire. De Giovanni è davvero riuscito a creare una protagonista che domina la scena senza che il lettore se ne accorga.

L'intreccio è complesso quanto basta ed è narrato in maniera lucida e diretta; le riflessioni, l'empatia e i sentimenti sono affidati ai brevi momenti di flashback, anch'essi perfettamente integrati nello sviluppo della trama. La storia è di quelle spinose; oltre a dover risolvere il mistero legato alla scomparsa di un giovane stagista, l'eterogenea squadra di investigatori dovrà fare i conti con depistaggi, oscure minacce e apparati deviati dello Stato.

Fa capolino nella trama anche l'attualità, con richiami ai temi dello sfruttamente dell'immigrazione ai  gruppuscoli eversi di matrice fascista.

L'ambientazione è sempre quella napoletana cara all'autore, ma è interessante sottolineare che Napoli qui è, al pari di Sara, invisibile eppure presente e riconoscibilissima, anche se non viene mai nominata. È una città dolente, disperata ma non rassegnata, viva, pronta sempre a sconfiggere "il male"con l'ultimo guizzo di autoconsapevolezza.
Come Sara.

Il finale mi è piaiciuto moltissimo. Forte (anche se non scioccante come ci ha abituato l'autore), duro e assolutamente non politically correct.

Voto: 8