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giovedì 10 gennaio 2019

Questa volta leggo # 7. Il racconto dell'ancella...

... di Margaret Atwood.


Rieccoci anche questo mese all'appuntamento con Questa volta leggo, la rubrica creata dalle blogger dei blog La libridinosa, Le mie ossessioni librose e Lettrice sulle nuvole.
Ogni blogger partecipante si impegna a leggere un libro che soddisfi il tema del mese, che per questo mese di gennaio è leggere qualcosa di un autore che non abbiamo mai letto.
Ho deciso di cogliere l'occasione per avvicinarmi ad una autrice e ad un romanzo che mi aspettavano da troppo tempo: Margaret Atwood e il suo Il racconto dell'ancella.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Ponte Alle Grazie

In un futuro non troppo distante, gli Stati Uniti sono diventati una teocrazia totalitaria e liberticida. Il mondo è contaminato da inquinamento nucleare, la natalità è ormai pari a zero e pochissime sono le persone ancora fertili e quindi in grado di riprodursi.
Le donne hanno perso qualsiasi tipo di diritto e libertà personale; anche gli uomini però non se la passano meglio. Infatti tutti gli esseri umani sono rigidamente inquadrati ed etichettati in base alla loro funzione e utilità sociale. Ogni attività che esuli da quelli richieste dal governo è proibito. L'ordine costituito viene manntenuto con la violenza e il terrore. Spie e delatori sono ovunque.
In questo contesto, una giovane donna diventa un'ancella (ovvero una schiava sessuale destinata alla riproduzione) racconta la sua vita, i suoi tormenti e i suoi aneliti di ribellione.

Il racconto dell'ancella è un romanzo di straordinaria forza. Per tutta la lettura non ho fatto altro che provare un crescente senso di anoscia che mi ha portato a leggerlo tutto d'un fiato.

La trama è semplice: in un mondo sconvolto da conflitti e inquinamento radiottivo, le donne sono ridotte a incubatrici in nome del supremo interesse dello Stato alla procreazione e al perpetuarsi della discendenza dell'elitè dominante. Le poche donne ancora fertile non hanno diritti nè alcun tipo di funzione che non sia finalizzata a questo: mettere al mondo figli sani.
Le donne non più fertili vengono eliminate senza tanti complimenti.
Essere epurati, anzi, rigenerati, secondo il lessico governativo, è piuttosto comune e può capitare anche per le infrazioni più lievi. Può capitare, ad esempio, di essere uccisi perchè ci si rifiuta di abbandonare la propria fede religiosa, o perchè in passato, prima che diventasse il peggiore dei crimini, si lavorava come ginecologi e si erano praticati aborti.

L'acutezza con cui l'ambientazione è costrutita è davvero degna di nota.
Altrettanto degna di nota è la voce narrante dell'ancella, che sembra costantemente sussurarci i suoi segreti all'orecchio, mentre il lettore si sente addosso l'occhio sospettoso di zelanti delatori.
Atwood non perde tempo a raccontarci per filo e per segno cosa è accaduto al mondo e come si è arrivati a questo punto; attraverso le scarne parole dell'ancella, di cui non sappiamo il nome, ma solo che viene chiamata Difred (ovvero appartente a Fred) la cappa totalitaria e oppressiva della Repubblica di Galaad ci viene svelata un pezzo alla volta.
Quello che crea tanta angoscia è la grandissima verosimiglianza di come lo stato di diritto sia stato spazzato via in poche semplici mosse. Tutto è cominciato sottraendo ai cittadini un pezzetto di libertà alla volta, per garantirne la sicurezza. E quando la gente si è resa conto di quello che stava accadendo, era ormai troppo tardi. Difficile non andare col pensiero a certe scelte governative attuali (non mi riferisco solo all'Italia; penso anche a chi costruisce muri, separa le famiglie al confine e si rifiuta di riconoscere come sacrosanto il diritto di una sanità accessibile a tutti).

Sebbene il romanzo sia incentrato intorno ad una figura femminile che lotta per non rassegnarsi alla propria condizione, sarebbe riduttivo definirlo un romanzo femminista. Questo perchè la tematica riguardante i diritti delle donne è solo una delle tante trattate nel romanzo; e ho apprezzato molto che l'autrice abbia saputo mostrare come questa tematica sia in realtà strettamente connessa con una serie di altre questioni. Quando si sperimenta la contrazione dei diritti fondamentali di una categoria, presto o tardi sarà l'intera società a risentirne e ad avviarsi verso una contrazione della libertà per tutti i soggetti.

Credo che questo sia l'aspetto più interessante dell'intero romanzo.

Non è un libro facile da metabolizzare. Ti rimane pdentro per giorni e giorni. Ti spinge a riflettere, a rimuginare, a trovare similitudine, segnali... e a guardarti le spalle come se avessi davvero la Polizia segreta alle calcagna.
Un romanzo da leggere assolutamente.

Voto: 8


mercoledì 28 marzo 2018

Dottor Futuro...

... di Philip K. Dick.

La scheda del libro sul sito della Fanucci Editore

Jim Parsons è un medico e sta andando tranquillamente al lavoro come ogni giorno, quando si trova catapultato 400 anni in avanti nel tempo. Senza sapere cosa, come o perché si trovi lì, Jim cerca di orientarsi in quel nuovo mondo incomprensibile. Quando si trova di fronte una ragazza ferita gravemente in uno scontro con la polizia, egli cerca di salvarla, senza sapere che sta commettendo un grave crimine, per cui sarà condannato, senza processo, all'esilio su Marte. Ma durante il suo trasferimento qualcosa va storto...

Ho un rapporto controverso con la scrittura di  Philip K. Dick. Ne apprezzo le idee e la forza cupa e visionaria, ma riesco a leggerlo con molta difficoltà. Mi sono resa conto che il suo stile è quello, cioè molto lineare, preciso, senza enfasi. A volte un po'piatto.
 
Questo breve romanzo (192 pagine) non fa eccezione. Jim Parsons si ritrova improvvisamente nel futuro, in una società che non conosce e che gli appare aliena, strana, assurda. Eppure non perde la testa, tutt'altro. Si mette ad analizzare la sua situazione ed alla fine sarà lui, il naufrago temporale, a salvare gli altri. Questa caratteristica l'ho apprezzata fino ad un certo punto. Insomma, un minimo di sbandamento nel personaggio me lo sarei aspettato; non capita tutti i giorni di essere rapiti mentre si percorre l'autostrada e di ritrovarsi 400 anni nel futuro. A parziale discolpa di Dick devo però notare che Parsons non è un uomo del nostro tempo, o almeno non del nostro tempo come noi lo conosciamo.
Dick ha scritto questo romanzo nel 1960, immaginando la società del 2012 tecnologicamente più avanzata (le automobili, ad esempio, sono una sorta di macchine volanti), e dai cenni sulla situazione del 2012 mi è parso anche di intuire che gli uomini siano più logici, impregnati di razionalismo e fiducia nelle possibilità della scienza. Forse la mancanza di smarrimento del protagonista deriva qui.

Quello che ho davvero apprezzato del romanzo, invece, è stata la combinazione di due elementi che amo molto ritrovare nella fantascienza, ovvero una società distopica e i viaggi nel tempo.
La società del futuro ha valori completamente capovolti rispetto ai nostri. L'individualismo ha lasciato il posto a un interesse per il bene comune così esasperato che perfino la morte è pacificamente accettata per evitare lo spreco di risorse del pianeta e per fare spazio alle generazioni future. La medicina e la pratiche salvavita in genere sono non solo abolite e proibite, pena l'esilio, ma anche eticamente aberranti.
I bambini non nascono più nel modo tradizionale, ma esclusivamente in vitro, per selezionare solo i corredi genetici migliori. Qui non abbiamo un governo totalitario che ha abolito la medicina; abbiamo una società che ha subito un cambiamento profondo e radicale, fino a considerare la scienza medica eticamente intollerabile ed insostenibile. E se questo non è uno spunto geniale per un romanzo, ditemi voi cosa lo è.
L'etica imperante, inoltre, non ammette opinione contraria, ed in questo senso la società può essere considerata non democratica e totalitaria.

In questo quadro disturbante, Dick inserisce la tematica dei viaggi nel tempo, ed in particolare quella dei paradossi che detti viaggi possono creare. Il tutto cercando di rispondere alla domanda: cosa farebbe una società totalitaria e distopica se possedesse la tecnologia per muoversi nello spazio - tempo?
La risposta è tutto un paradosso, anzi, una serie di paradossi.

Il romanzo è come una matrioska, con i paradossi temporali l'uno dentro l'altro. Cercando di venire a capo di uno di essi, se ne incontra inevitabilmente un altro, in una continua spirale che disorienta e affascina il lettore allo stesso tempo.
Questa struttura "a spirale", per così dire, io l'ho amata molto.

Certo, non mi sento di consigliare a tutti questo romanzo, sebbene, nonostante qualche perplessità evidenziata più su, lo trovi un ottimo romanzo. Credo però che per apprezzarlo bisogna amare la fantascienza classica e i viaggi nel tempo.  Per questo anche il mio giudizio numerico non è univoco.

Voto: 6 se la fantascienza non è il vostro pane quotidiano, 7 e 1/2 se siete dei fanatici della sci- fi.
 

giovedì 18 maggio 2017

Il labirinto. Maze Runner #1...

di James Dashner.


Thomas si risveglia in un ascensore senza ricordi di sé o della vita precedente. L'ascensore lo conduce in un strano posto, un'enorme fattoria chiamata La Radura, abitata da adolescenti, tutti maschi, anch'essi arrivati lì tramite l'ascensore, e tutti senza ricordi della loro vita precedente l'arrivo.
La cosa più assurda è che la Radura è circondata da mura altissime che poi sono quelle di un labirinto sterminato, abitato da mostri spaventosi, e i cui muri si spostano ogni notte. 
Perché Thomas e gli altri sono lì? Chi ce li ha portati? Chi ha creato il labirinto? E cosa si aspettano da loro questi "creatori"? Ma soprattutto, esiste un modo di lasciare la Radura?

Premessa: di solito nella recensione approfondisco un po' la trama rispetto alla sinossi inziale, ma stavolta cercherò di evitarlo, non fornendo altri particolari; la parte migliore di questo libro, infatti, è scoprire i dettagli sul labirinto a poco a poco, e non voglio sciupare il divertimento.
 
Il labirinto, primo volume di una trilogia, è un romanzo distopico destinato ad un pubblico giovane.
La realtà in cui Thomas viene catapultato è a dir poco incredibile. E' solo un ragazzino, ma si ritrova in un posto pericoloso ed incomprensibile. Intorno a lui, altri ragazzi che si trovano nelle sue stesse condizioni: non hanno ricordi della vita precedente al loro arrivo nella Radura, nessuno sa come o perché siano in quella situazione; allo stesso tempo però, cercano una soluzione, una via di fuga, e cercano altresì di mantenere l'ordine nella Radura, dove hanno creato una società ben organizzata.
Inizialmente nessuno sembra propenso a rispondere alle domande di Thomas; a ogni sua richiesta viene inevitabilmente risposto di attendere, e questo si rivela un po' frustrante per il lettore.
Allo stesso tempo però, è anche abbastanza naturale che alcune cose Thomas debba vederle e toccarle con mano; l'enormità della situazione in cui si trova catapultato non può essere spiegata facilmente a parole. Perciò, anche se è evidente che il rimandare le spiegazioni è un espediente dell'autore per mantenere alto il livello di mistero e di curiosità, si tratta comunque di un espediente accettabile.
 
La costruzione dell'atmosfera misteriosa ai limiti dell'inspiegabile è sicuramente la cosa migliore del romanzo. L'autore riesce a creare un'ambientazione ben fatta, che instilla angoscia, quasi claustrofobia nel lettore, oltre al desiderio di capire cosa sta succedendo.
Ho trovato interessante anche la costruzione della società creata dai ragazzi, e addirittura di un loro slang fatto di parole create appositamente, come sploff (me**a), pive (pivello), caspio (cacchio, o peggio), fagio (fagiolino, ovvero ultimo arrivato).
Unico difetto dell'ambientazione è la descrizione dei mostri del labirinto, chiamati Dolenti. Onestamente io non sono riuscita a figurarmi come siano fatti e in che modo si muovano, a cuasa di descrizione piuttosto vaghe e confuse.
 
Quello che invece ho trovato meno convincente è stata invece la costruzione dei personaggi. Ce ne sono diversi, Thomas, che accompagna il lettore alla scoperta ei misteri del labirinto; Newt e Alby, i leader del gruppo, Chuck, il primo amico di Thomas alla Radura, Gally, inspiegabilmente ostile a Thomas. Ecco, più o meno parlano tutti con la stessa voce. E' difficile per il lettore provare empatia per loro. La narrazione è molto fredda e distaccata. Le emozioni provate dai personaggi sono raccontante, mai mostrate, e anche frettolosamente, come se l'autore dovesse levarsi il pensiero, e proseguire con la storia. Più che farci vedere la frustrazione, o la confusione, o lo smarrimento attraverso le azioni, l'autore preferisci dirci a ogni piè sospinto che Thomas o qualcun altro sono confusi, o tristi, o smarriti. Onestamente questo appesantisce un po' la narrazione, perché quando si tratta dell'interazione pura tra i personaggi, raccontata quasi sempre tramite discorso indiretto (mentre le informazioni ci vengono per lo più date col discorso diretto), viene voglia di saltare a piè pari i passi corrispondenti per concentrarsi esclusivamente sul progredire della trama.
Altra cosa che ho trovato un po' forzata, è stata la molla che spinge in avanti la trama, ovvero l'arrivo di Thomas e poi di una ragazza, l'unica presente nella Radura. Ora, sebbene si capisca che Thomas e Teresa (questo è il nome della nuova venuta) abbiano qualcosa di diverso dagli altri, ho trovato comunque forzato che i due abbiano idee e intuizione che permettono in parte di svelare il segreto del Labirinto (idee e intuizioni che loro hanno dopo pochi giorni dal loro arrivo, mentre gli altri che sono lì da due anni non hanno mai provato, per esempio, una cosa semplicissima come arrampicarsi sulle mura del labirinto. Questo credo sia un grosso limite della trama.)
 
Il finale merita qualche riga di commento. Sebbene lasci in sospeso più di qualche domanda, il finale risponde almeno a quelle più urgenti (cos'è il labirinto, chi l'ha creato e perché), ma soprattutto apre nuovi scenari  che fanno ben sperare per il prosieguo della trilogia.
 
In conclusione, si tratta di un libro con una storia potenzialmente esplosiva, che però necessita della lettura degli altri volumi della serie perché il lettore possa avere tutte le risposte. La lettura è a tratti pesante, a causa della scarsa immedesimazione con i personaggi, ma la curiosità di scoprire l'enigma del labirinto tiene comunque accesa la voglia di proseguire.
 
Voto: 6 e 1/2

venerdì 24 febbraio 2017

Fatherland...

... di Robert Harris.



La scheda del libro sul sito della Mondadori

Berlino, 1964. La Germania nazista ha vinto la guerra, e ora tutta l'Europa è sotto la sua influenza. La guerra continua solo ad est, oltre gli Urali, e la dittatura nazionalsocialista regola ogni aspetto delle vite degli abitanti nei territori di sua competenza.
Tra Stati Uniti e Germania c'è una sorta di Guerra Fredda, ma sembra che qualcosa stia per cambiare quando Joseph Kennedy, presidente degli Stati Uniti, accetta l'invito del Furher e decide di recarsi a Berlino.
In questo contesto, Xavier March, agente della Polizia Criminale, si trova ad indagare sulla morte di un alto funzionario del Partito, trovato cadavere sulle rive di un fiume. Quando March scopre che le morti sospette di alti funzionari sono state diverse negli ultimi mesi, capisce di avere a che fare con qualcosa di più grande di un semplice suicidio o incidente.

Questo romanzo, oltre ad essere un giallo/thriller che racconta le indagine di Xavier March per giungere a una verità che in molti vogliono impedirgli di scoprire, è anche un romanzo ucronico, ovvero ambientato in un periodo storico alternativo.
Come accennato, siamo negli anni '60, ma il contesto socio-politico è decisamente diverso. la Germania ha vinto la guerra, e c'è poco da stare allegri.
Il protagonista è Xavier March, membro della Polizia Criminale, che adesso è un dipartimento delle SS. E' un uomo chiuso, sfiduciato dalla vita. Reduce da un divorzio, con un figlio che lo odia perché lo crede un cattivo patriota, vive solo per il suo lavoro, ma non perché lo ami, ma semplicemente perché non ha altro.
Nonostante tecnicamente sia un membro delle SS riesce a conservare la sua integrità e la sua autonomia di pensiero.

La sua vita si era ristretta al punto che gli restava soltanto il lavoro. Se avesse tradito anche quello, che altro poteva esserci?
E in effetti c'era qualcosa d'altro, l'istinto che lo faceva alzare dal letto ogni mattina: il desiderio di sapere. Nell'attività della polizia c'era sempre un altro incrocio da raggiungere, un altro angolo da cui sbirciare.

La ricostruzione della realtà alternativa cattura fin da subito il lettore, compensando l'iniziale lentezza del ritmo del romanzo.
La pesante atmosfera paranoide che si respira in questo Reich sopravvissuto alle Seconda Guerra Mondiale è resa molto bene. Con un tono neutro e senza appesantire la narrazione ci vengono forniti tutti i dettagli necessari sulla piega che hanno preso gli eventi durante la guerra.
Essendo Xavier March un uomo molto solo, chiuso e introverso, nonché riflessivo, i suoi pensieri e i suoi ricordi sono il mezzo perfetto per informarci dei dettagli storici e politici evitando digressioni (i famigerati spiegoni!) che spezzerebbero il fluire della trama.
 Ad esempio, alcuni degli eventi salienti della guerra ci vengono raccontati con un espediente: costretto ad attendere in sala mensa un importante annuncio proveniente dal Ministero degli Esteri (l'annuncio che Kennedy si recherà in visita in Germania), March rievoca gli annunci a cui ha assistito - una manciata di avvenimenti di rilievo comunicati al popolo riunito. Quindi apprendiamo che, con tutta probabilità, - perché l'autore ci fornisce fatti, nudi e crudi, non opinioni - la svolta nella guerra è stata la decisione del Reich di attaccare la Russia in estate, e non in inverno; nonché il fatto che i tedeschi siano riusciti a sviluppare una tecnologia missilistica a lungo raggio prima della fine della guerra, costringendo gli USA alla pace (cui però è seguita la guerra fredda).

La Storia viene ricostruita con grande intelligenza, mescolando fatti realmente accaduti (addirittura utilizzando documenti reali)  con altri che mai successi; la precisione e la verosimiglianza di questa ricostruzione storica alternativa spinge a riflettere sugli eventi della Seconda Guerra Mondiale, ed a vedere le cose da un altro punto di vista. Non solo: vedere attraverso gli occhi di Xavier March gli orrori del nazismo, che magari già conosciamo benissimo, è come vederli per la prima volta e fa l'effetto di una doccia fredda, un pugno allo stomaco, una serie di emozioni forti e difficili da dimenticare.
E non è poco, per un thriller.

In fin dei conti, infatti,  il romanzo è un thriller,  e uno di quelli fatti bene, e svela questa sua natura man mano che la trama prende forma.. La tensione continua a crescere fino ad arrivare al culmine nel finale.
Il finale, sebbene perfettamente costruito e adeguato alla vicenda narrata, nasce l'amaro in bocca a chi, come me, spera sempre in una conclusione che metta ogni cosa a posto.

Dal libro nel 1994 è stato tratto anche un bel film per la TV, intitolato Delitto di Stato, diretto da Christopher Menaul con Rutger Hauer nei panni di Xavier March. Per quel che ricordo, il film differisce vistosamente dal romanzo, addolcendo gli aspetti più crudi e optando per un finale almeno in parte consolatorio.

In conclusione: un romanzo ben fatto, ben scritto, con un protagonista rude e introverso, che sa catturare il lettore. Una storia ben costruita, interessante, che parte lentamente ma poi non ti lascia più andare.
Voto: 8 e 1/2 

mercoledì 30 novembre 2016

Wolf...

....di Ryan Graudin.



La scheda del libro sul sito De Agostini
 
Germania, 1955. Hitler ha vinto la Seconda Guerra mondiale. I Giapponesi non hanno attaccato Pearl Harbor ma la Russia, gli Americani sono rimasti neutrali e l' Europa è caduta. In un mondo dove esecuzioni e pulizia etnica sono all'ordine del giorno, Yael, giovane sopravvissuta ai campi di sterminio, decide di intraprendere per conto della Resistenza una missione quasi impossibile. Avvicinare il Führer e ucciderlo. Per riuscirci dovrà partecipare ad una massacrante gara  motociclistica dalla Germania fino a Tokio; il vincitore potrà incontrare Hitler.
Per poter partecipare Yael dovrà prendere le sembianze di Adele Wolfe, eroina ariana. Yael nasconde un incredibile potere: può cambiare il suo volto e la sua apparenza a piacimento, e sarà questa la chiave che le permetterà di tentare l'impossibile.
 
Wolf è un romanzo distopico che prende spunto da una domanda classica circa la storia recente: cosa sarebbe successo se i nazisti avessero vinto la guerra? La risposta è, ovviamente, niente di buono per nessuno.
Questa storia si propone di raccontarci i disperati tentativi della Resistenza per rovesciare il regime. Lo spunto del romanzo è sicuramente affascinante, ma  poco spazio (troppo poco, a parer mio) è dato all'ambientazione storico -politico-sociale del Nuovo Mondo sorto dalle ceneri del conflitto. Le cose che sappiamo le apprendiamo solo tramite accenni a luoghi o situazioni che onestamente non mi sarebbe dispiaciuto approfondire.
La narrazione è tutta concentrata sulla gara motociclistica, e resta spazio per poco altro.
 
Il piano architettato è, a parer mio, troppo macchinoso. La protagonista, Yael, può cambiare faccia, altezza, peso, eccetera a piacimento. Nonostante questo, invece di studiare un modo per infiltrarla nella Cancelleria del Führer, si decide di farla partecipare ad una folle gara in motocicletta, dove il tasso di mortalità dei concorrenti è abbastanza alto, e le possibilità di vincere alquanto scarse. Un dubbio poi mi ha tormentato durante la lettura: ma Yael può diventare cambiare se stessa anche in un uomo o no? Perché certo le cose cambierebbero di parecchio, se così fosse. E se così non fosse... perché no? Sarebbe interessante capirlo. Non vi svelerò come e perché Yael ha assunto questo potere, però non sono riuscita a trovare nessuna buona ragione per cui Yael sia limitata a cambiare il suo aspetto assumendo esclusivamente caratteri femminili.
 
La cosa che più mi ha lasciata perplessa della congiura, comunque, è che il piano è di piazzare Yael al posto di Adele Wolfe, già vincitrice della gara l'anno precedente, darle una pacca sulle spalle e dirle "corri!". Cioè, un minimo di aiuto? Supporto logistico? Imbrogli clamorosi? (E' esplicitamente affermato che le regole di questa gara sono carta straccia, i colpi bassi, sabotaggi, avvelenamenti, etc., sono all'ordine del giorno...quindi magari un aiutino per Yael no, eh?).
 
Quindi Yael parte per questa lunga, interminabile e anche abbastanza monotona gara motociclistica, la cui narrazione è inframmezzata dai ricordi della deportazione di Yael e della sua famiglia.
Un altro problema è, a parer mio, lo stile dell'autrice. La Graudin compie quella che secondo me è una precisa scelta stilistica. Le scene clou, quelle piene di azione e adrenalina, vengono narrate usando una sorta di versione letteraria della tecnica cinematografica slow motion. La scelta non mi ha entusiasmato particolarmente, avendo contribuito, secondo me, ad appiattire la narrazione e spezzare la tensione.
 
Un esempio: due concorrenti tentano di far finire la moto di Yael/Adele fuori strada.
 
Luka le si fece addosso di nuovo, in perfetto sincrono con Katsuo, con un movimento a tenaglia che la intrappolò tra le punte della loro chela metallica. La tennero stretta in una morsa di lamiere, la imprigionarono nella puzza di gomma bruciata.
 Pericolosa, stupida, sconsiderata. Non c’erano abbastanza parole, in nessuna delle lingue di Yael, per descrivere quella manovra. Ogni curva, ogni scatto, poteva finire in un groviglio di motori e carne sulla strada… e la corsa sarebbe finita prima di iniziare.
 Yael tenne lo sguardo fisso sulle linee bianche tracciate sull’asfalto. Se avesse proseguito diritta, di sicuro si sarebbero stancati. Allontanati.
 Ma poi la mano guantata di Katsuo entrò nel suo campo visivo: puntava al suo polso, al manubrio. Voleva provocare un incidente e mandarla a sbattere contro Luka, liberandosi così dei due avversari più temibili prima ancora di uscire dai confini di Germania.
Non sarebbe riuscita a scacciare quella mano… non senza sbandare, provocando lei stessa un incidente, visto che Luka le stava ancora addosso, eccitato dalla sfida, ignaro del pericolo.
 
Ricapitoliamo: stiamo sfrecciando sull'asfalto a velocità elevate, due concorrenti stringono in una morsa Yael, e lei si mette a pensare che non c'erano parole in ciascuna delle lingue che conosce per descrivere la manovra? Oppure, stiamo sempre sfrecciando eccetera eccetera, è necessario che mi venga spiegato che volevano provocare un incidente? Ma davvero? E chi lo avrebbe mai immaginato, eh. Grazie per lo spiegone.
Io voglio sapere cosa succede, come reagisce la protagonista, voglio azione in circostanze come questa.
 
Ancora, qui Yael è costretta ad una manovra disperata:
 
Era il momento di colpire. [...]
     In un solo istante successero tante cose. Le sue dita si strinsero intorno al manubrio cromato. I freni di Luka fischiarono, il sibilo della gomma bruciata riempì l’aria. Katsuo girò la testa e incontrò lo sguardo di Yael. Gli occhi del giapponese non erano più affilati come una lama. Niente più sguardo da cacciatore. Ciò che Yael vide fu qualcosa di molto più selvaggio… di molto più umano: la paura. Che la penetrò fino all’osso, fino al midollo, e la riportò dritta alla bambina legata alla barella, gli occhi sbarrati per il terrore mentre gli aghi la ustionavano, uno dopo l’altro dopo l’altro. Che camminava sotto i fari e stava in mezzo a un fiume di sangue e sentiva ogni battito del suo cuore. Che, con la manica sollevata, esponeva la propria vita al nazionalsocialista che non era un nazionalsocialista.
La ragazza braccata. Quella che aveva paura. Aveva desiderato a lungo diventare la cacciatrice. Il predatore. La Valchiria – dispensatrice di vita e morte – soprattutto. Ma non così. Cosa stava facendo? Danzava tra i confini, beatamente ignara.
Yael e Katsuo proseguirono per altri due secondi, a fianco a fianco. Paralizzati e in volo.
Due secondi di troppo. L’emozione pura negli occhi di Katsuo si trasformò in qualcosa di disperato, di pericoloso.
Due secondi in cui entrò in vigore il comandamento della natura: uccidi o sii ucciso. I confini non si adattavano a questo mondo.
Katsuo l’agguantò per il polso, intrappolandola con le dita. Se ora Yael avesse strattonato il manubrio dell’avversario, sarebbe stata sbalzata via dalla sua Rikuo, risucchiata nel groviglio di lamiere e carne. Se l’avesse lasciato andare, tirandosi indietro, Katsuo l’avrebbe spintonata lo stesso, facendola finire fuori strada per poi ripartire.
 
In due o tre secondi, il tempo in cui Yael deve agire per superare un avversario e non compromettere tutta la missione, la ragazza riesce a farci stare il pippone mentale sulla paura, i traumi del passato, il fine che giustifica i mezzi e bla bla bla.
La scena, che alla fine segnerà comunque una svolta importante nella trama, è lenta, piatta e procede a singhiozzo.
E questo è un peccato, perché il romanzo ha un finale molto bello, inaspettato, e non scontato, che riesce a concludere le vicende del libro pur lasciando aperta la porta per il sequel (uscito in lingua originale il 1 Novembre 2016).
 
Insomma, i romanzi distopici sulla Seconda Guerra Mondiale sono sempre interessanti, ma qui ci sono due grosse pecche (ritmo lento e poco spazio lasciato all'ambientazione fanta-storica), solo in parte riscattate da un bel finale.
Voto: 6 e 1/2