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sabato 10 marzo 2018

Questa volta leggo #2: Belgravia...

... di Julian Fellowes.


Ben ritrovati per il secondo appuntamento con la rubrica Questa volta leggo.
Si tratta di un appuntamento fisso (o quasi) a cadenza mensile, nato da un'idea di Laura la libridinosa, Dolci di Le mie ossessioni librose, e Chiara La lettrice sulle nuvole, in cui un gruppo di blogger sceglie un tema comune e legge un libro scelto di conseguenza.
Il tema di questo mese è:
 
un libro che non sono riuscita a leggere nel 2017
 
La prima domanda che mi è salita in mente è stata: solo uno?!? Immagino che ogni lettore e ogni lettrice accaniti abbiamo liste chilometriche di libri in attesa. Con grande difficoltà, ne ho scelto uno dalla mia lista, così oggi vi parlerò di un libro che non avrebbe affatto meritato questa lunga attesa, ovvero Belgravia di Julian Fellowes.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Giugno 1815. La famiglia della giovane Sophia Trenchard è a Bruxelles al seguito delle truppe inglesi. Il padre è un abile mercante che riesce a procurare all'esercito i viveri di cui ha bisogno, tanto da venire soprannominato il Mago. Sophia, bella, testarda, intraprendente, è innamorata di Lord Edmund Bellasis, ben consapevole che le loro famiglie sono divise da un abisso dal punto di vista sociale.
Ma la battaglia di Waterloo è ormai imminente, e la guerra cambierà tutto...
Londra, 1840. I Trenchard sono tornati in Inghilterra, e ne hanno fatto di strada. Con le enormi ricchezze accumulate, la famiglia si è stabilita nell'elegante quartiere di Belgravia.
Ma le famiglie come quella di Lord Bellasis continuano a guardarli dall'alto in basso. Eppure, le famiglie Trenchard e Bellasis verranno presto unite, loro malgrado, da un segreto sepolto nel passato.

Julian Fellowes mi aveva divertito con Snob, e annoiato abbastanza con Un passato imperfetto; con questo romanzo, invece, mi ha regalato un libro perfetto sotto molti punti di vista.

La famiglia Trenchard deve la sua fortuna alla guerra e all'abilità di James, il capofamiglia, negli affari. Eppure James non è soddisfatto; è ossessionato dall'idea di scalare la società e di farsi accettare come un pari dalle famiglie aristocratiche di Londra. Questa sua smania a volte lo rende patetico, a volte ridicolo.
Sua moglie Anne, più tranquilla, sensata e riflessiva, trova assurda questa aspirazione del marito, ma decide di non ostacolarlo.
Sophia, invece, ha preso il temperamento intraprendente del padre, e per lei le barriere sociali sembrano fatte per essere infrante.
Il combinarsi di tutti questi elementi metterà in moto una serie di eventi che prenderanno il via durante il famoso ballo che la contessa di Richmond diede proprio alla vigilia della battaglia di Waterloo, e che fu bruscamente interrotto dalla notizia che le truppe francesi, capitanate da Napoleone, erano in marcia.
Gli eventi di quella sera continueranno a dispiegare i propri effetti anche a distanza di venticinque anni.

A questo romanzo non manca praticamente niente. Ci sono tragedie, segreti, intrighi e macchinazioni; buoni sentimenti e meschinità; ostacoli da superare e alleanze improbabili.
Durante la lettura si ha la curiosa sensazione di leggere un classico della letteratura inglese, e allo stesso tempo di essere alle prese con un romanzo attualissimo.
 
La trama è perfettamente concepita, e funziona come gli ingranaggi di un orologio. Ogni dettaglio ha un senso, un posto, una sua utilità e alla fine tutto torna. Nella narrazione ogni parola è misurata e niente è lasciato al caso. La raffigurazione di ogni scena è vivida, i dialoghi sono vivaci, il ritmo frizzante e l'ambientazione curatissima e credibile.

I personaggi sono ben tratteggiati, le loro motivazioni chiare e coerenti e costituiscono il motore per le intricate vicende che ruotano intorno a un segreto custodito da troppo tempo. Qua e là affiora l'ironia cui ci ha abituato l'autore, ma Julian Fellowes ha anche saputo sorprendermi con la incredibile delicatezza con cui ha tratteggiato i sentimenti dei personaggi di fronte al dolore e alla sofferenza.
Le famiglie Trenchard e Bellasis si trovano per la maggior parte del tempo l'una contro l'altra, eppure riesce difficile al lettore parteggiare per l'una o per l'altra, tanto sembrano sensate e reali le motivazioni di entrambe.
Una menzione speciale merita un personaggio che potremmo definire secondario, perché compare pochissimo nel romanzo, ma la cui ombra aleggia per tutta la storia. Perdonate la vaghezza della descrizione, ma vorrei evitare di fare spoiler. Questo personaggio finisce per essere, nonostante la sua assenza fisica dalla scena, quello più riuscito dell'intero romanzo, nonché quello più intenso e toccante.  E questo non è altro che un segno della incredibile maestria che Fellowes ha usato nel costruire i personaggi e intrecciare le loro vite.

Insomma, dal punto di vista tecnico, a mio modesto parere, questo romanzo è praticamente perfetto, ma resta un romanzo perfetto anche dal punto di vista narrativo. La storia intrattiene e scorre piacevolmente; gli ingredienti sono ben dosati; l'alternanza dei personaggi sulla scena stuzzica il lettore e non infastidisce, ma al contrario incuriosisce e spinge a leggere ad oltranza.

Insomma, una lettura che mi sento di consigliare davvero a tutti.
Voto: 8

Vi lascio il calendario di marzo della rubrica Questa volta leggo, per scoprire quali letture le nostre blogger hanno lasciato indietro.
 

giovedì 2 marzo 2017

Un passato imperfetto...

...di Julian Fellowes.

La scheda del libro sul sito della casa editrice Neri Pozza

Uno scrittore ultracinquantenne e non troppo famoso riceve una richiesta d'aiuto da un ex amico di gioventù, Damian Baxter. L'uomo sta morendo, e nonostante abbia accumulato una fortuna, non ha amici né parenti a cui rivolgersi. Prima di morire desidera che il suo ex amico indaghi su una lettera anonima giuntagli anni prima, in cui una donna lo metteva al corrente di aver avuto un figlio da lui senza mai rivelarglielo. La lettera non fornisce molti indizi, ma Damien, uomo forte, affascinante, ma anche cinico e opportunista, desidera lasciare il suo patrimonio ad un figlio che non ha mai conosciuto.
Incapace di rifiutargli il suo aiuto, nonostante qualcosa sia successo tra loro quarant'anni prima, tanto da indurli a non rivedersi mai più, lo scrittore ripercorrerà a ritroso le tappe della loro giovinezza alla ricerca della donna che ha scritto la lettera e di suo figlio.

Il romanzo è narrato in prima persona dallo scrittore, che resterà senza nome per tutta la durata del libro. Per esaudire l'ultimo desiderio di Baxter dovrà rintracciare cinque donne, in base a una lista che lo stesso Baxter ha scritto per lui. Così lo Scrittore ci porterà in giro per l'Inghilterra e anche a Los Angeles, ma inevitabilmente la ricerca lo costringerà a ricostruire i fatti salienti della sua giovinezza. Lo Scrittore, adesso, ha passato i 50 e si avvia verso i 60; la sua vita scorre su consolidati binari fatti di routine e insoddisfazione.  Lo Scrittore non è infelice, ma nemmeno pieno di gioia e voglia di vivere.
La richiesta di Damian Baxter non comporterà solo una ricerca di vecchi amici ed ex fidanzate. Comporterà un tuffo in un passato che non è assolutamente idilliaco, nemmeno quando viene guardato attraverso la lente deformante dei numerosi anni trascorsi.
 
Stai rivisitando il tuo passato e non potrai fare a meno di paragonarlo con il tuo presente. Sarai costretto a ricordare ciò che volevi dalla vita a diciannove anni, quando ancora non sapevi nulla della vita, i tuoi sogni e i sogni di tutte le ragazzine sciocche e troppo truccate, dei giovanotti montati che frequentavi allora. Per colpa di Damian, dovrai essere testimone della loro sorte. Della tua sorte. Da vecchio, chiunque abbia un minimo di cervello trova il modo di venire a patti con le grandi delusioni della vita, ma tu sei ancora troppo giovane. Non avrai più il tempo di raddrizzare le cose, ma te ne resterà troppo per rimpiangere gli errori che hai commesso.

Perciò la ricerca lascerà un segno molto profondo sulle vite dello Scrittore e delle persone da lui contattate, anche perché  tra Damian e lo Scrittore è successo qualcosa, qualcosa di grave e mai chiarito, ma che molto britannicamente (si, lo so che questa parola non esiste, ma è comunque appropriata) viene sempre e soltanto accennato e mai discusso direttamente. 
Damian Baxter è stato un affabulatore, un arrampicatore sociale senza empatia e senza sentimenti veri. Lo Scrittore invece è esacerbato da quello che è successo tra loro, ed è ancora amareggiato a distanza di quarant'anni.
Quando lui e Baxter erano giovani hanno assistito, come tutta la loro generazione, nata durante o subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, al crollo inesorabile dell'aristocrazia; alla scomparsa dei vecchi privilegi e della deferenza ossequiosa verso le classi alte; alla sparizione di interi patrimoni non più in grado di reggere il confronto con l'economia moderna; in una parola, sono stati testimoni di un cambio epocale per le fortune e le vite degli aristocratici.
Ecco, tutto questo ci viene narrato con estrema dovizia di particolari, abbondanza di dettagli che sfiora la pedanteria. La trama procede lenta, perché ci sono pagine e pagine di spiegazioni sul come, perché, quando, dove l'aristocrazia ha fallito, è caduta, ha ceduto il testimone ed il mondo è inesorabilmente cambiato (in peggio).
Il crollo di una società e l'instaurarsi di un'altra è un'ottima cornice per un romanzo (penso ad esempio, a Via col Vento) ma qui questi eventi sono narrati dall'esterno, senza essere veramente legati alla trama, senza che ne facciano parte davvero. E' come se fossimo a cena con l'autore, e lui ci stesse illustrando l'ambientazione del suo romanzo, senza lasciare che siano i suoi personaggi e le loro storie a definirla per noi.
 
Per esempio, lo Scrittore incontra un tizio che potrebbe avere informazioni utili per lui, e parte la divagazione:

Il vecchio Savoy ci ha lasciato. Quell’assurda mescolanza di Odéon e Belle Époque ha fatto da sfondo a buona parte della mia vita: dalla fanciullezza, quando le zie mi ci portavano per il tè, all’adolescenza, con i balli e i cocktail-party nella River Room, agli anni adulti fra matrimoni, compleanni e ricorrenze di ogni genere, fino a ieri, quando ci andavo per le cene di gala dei festival cinematografici con i loro menu privi di fantasia, le pacche sulle spalle, la finta allegria. Poco dopo la serata con Kieran, la nuova proprietà chiuse i battenti ed è passato un bel pezzo prima che ci fosse svelata la forma rivista e corretta dell’hotel. Consapevoli del posto speciale che il Savoy occupa, da oltre un secolo, nel cuore dei londinesi, gli architetti hanno cercato di preservarne almeno lo spirito, ma il ritrovo preferito da Nellie Melba e Diana Cooper, Alfred Hitchcock e la duchessa di Argyll, Marilyn Monroe e Paul McCartney vive ormai solo nella nostra memoria e nei libri di storia.
   Era da tempo che non entravo al Grill e lo trovai molto diverso dall’esclusivo rendez-vous della mia adolescenza. All’inizio degli anni Sessanta... [continua così ancora per parecchio]

Dopo una discreta scena piena di sentimento, lo Scrittore decide di fare una camminata per schiarirsi le idee - e parte il sermone.

Esco raramente a piedi di notte, più per pigrizia che per timore a dire la verità, ma ogni volta rimango stupito nel vedere quanto è cambiata Londra dai tempi della mia giovinezza. Non mi riferisco alla microcriminalità e neppure alla sporcizia, le cartacce che svolazzano qua e là e si accumulano presso le ringhiere e i platani nella vana attesa che gli addetti vengano a raccoglierle. È l’ubriachezza molesta ad aver trasformato le strade di Londra in un piccolo inferno per il cittadino rispettoso della legge. L’abbrutimento alcolico che si associava un tempo alla Russia di Stalin, sintomo di un popolo oppresso dal pugno di ferro della dittatura, o alle regioni polari, dove l’interminabile notte artica conduceva alla pazzia anche i temperamenti più equilibrati, sembra essere dilagato anche da noi. Perché? Sbaglia chi pensa che sia un problema di classe, frutto delle miserie dei meno abbienti.[...]
   La gente beveva anche quarant’anni fa, è ovvio, ma capitava di rado di assistere al triste spettacolo di un uomo in preda ai fumi dell’alcol. Alzare troppo il gomito era considerato uno sbaglio, un riprovevole effetto collaterale dell’allegria, un errore di valutazione che, il giorno dopo, richiedeva delle scuse. Oggi è il vero scopo di ogni festa. C’è qualcuno in grado di spiegarmi perché continuiamo a tollerare un simile andazzo? Non intendo negare il fascino della vita notturna, che noi stessi abbiamo favorito e incoraggiato, ma non si può andare avanti così. Quanto tempo dovrà passare prima che riusciamo ad ammetterlo? L’ottimismo non equivale a chiudere gli occhi sui problemi, quella si chiama ignavia. [continua così ancora per un po']

Questi sono due esempi, ma se ne potrebbero fare molti, molti, molti altri, perché il romanzo è costruito tutto così.
C'è una vena triste, a volte amara, a volte velenosa che attraversa il romanzo. Non c'è traccia dell'humour cui ci aveva abituato il precedente romanzo del medesimo autore, Snob; i personaggi suscitano più pietà e compatimento più che empatia. Il rimpianto per quello che poteva essere e non è stato permea tutto il libro. Avrei potuto apprezzare l'amarezza e la tristezza di fondo, che danno alla trama un accento dolente, se non fossero state sommerse da una incredibile quantità di recriminazioni che somigliano a lezioncine su cosa c'è che non va nella società di oggi; ogni singolo passo che compie la trama viene accompagnato da pagine e pagine di dissertazione che analizzano le pecche del mondo moderno.
In questo modo la lettura viene resa molto difficoltosa, e a tratti diventa noiosa.

Il finale è passabile, ma nulla di più.

Voto: 5

giovedì 14 luglio 2016

Snob...

...di Julian Fellowes.


La scheda del libro

Si da il caso che gli inglesi di tutte le classi sociali siano drogati di esclusività. Lasciate tre inglesi soli in una stanza ed escogiteranno un sistema per impedire che un quarto si unisca loro.

Edith Lavery proviene da una benestante famiglia londinese, ma è stata cresciuta dalla madre nel mito dell'aristocrazia. Il suo obiettivo è di entrare a far parte della upper class inglese, entrare negli esclusivi circoli aristocratici, e possibilmente, sposarne uno per sistemarsi per tutta la vita.
Grazie ad un amico attore, ben introdotto negli ambienti che le interessano, riuscirà nel suo intento.
Ma ben presto comincerà a chiedersi se davvero ne valeva la pena...
 
A guardarlo da fuori, quello dell'aristocrazia sembra un mondo perfetto, patinato, divertente, sfavillante, ma vivere avendo contatti con una ristretta cerchia di persone, frequentando una ristretta cerchia di eventi e di locali, senza mai poter rompere gli schemi non è un gran che.
E mentre Edith comincia a capire che non è tutto ora quello che luccica, suo marito, rampollo di nobilissima famiglia, non troppo sveglio, ma buono e innamorato, è perfettamente a suo agio in quell'ambiente monotono e oppressivo. Ed ecco che Edith si troverà ad un bivio...
 
Julian Fellowes non ha bisogno di presentazioni. Scrittore, sceneggiatore della famosa serie tv Downton Abbey, e premio Oscar per la sceneggiatura di Gosford Park di Robert Altman, Fellowes con questo romanzo ci introduce nella parte più intima e sconosciuta della ristretta cerchia della nobiltà inglese. E con ironia tutta britannica, ne demolisce il mito un rigo alla volta.
Nessuno si salva dai suoi strali: chi è dentro l'élite, chi è fuori e vorrebbe entrarci, chi è dentro e vorrebbe fuggirne.
Oltre a narrarci la storia di Edith, arrampicatrice sociale superficiale ma bella, sveglia e audace, che ha molti difetti, ma non quello dell'ipocrisia, l'autore ci svela i peccatucci, i tic e le ossessioni della società inglese.
Siamo abituati a concepire il Regno Unito come un paese moderno, dinamico, terra di democrazia e di opportunità. Eppure resistono sacche di tradizionalismo e classismo, ancorate ai tempi andati, che non è facile cogliere senza una guida adeguata. Snob e Julian Fellowes lo sono.
L'ossessione per l'esclusività e per i natali altrui; il pudore esasperato che impedisce di parlare persino delle cose più normali, la ripetitività delle conversazioni che ruotano sempre intorno a quei 4/5 argomenti innocui , l'esasperazione per il buon gusto, per il rispetto delle tradizioni, della privacy e del decoro sono solo alcuni degli aspetti che il romanzo mette alla berlina con humour.
Questa ossessione per l'esclusività sembra contagiare un po' tutti, soprattutto quelli che sono fuori "dal giro" e vorrebbero essere invece dentro, e che sono, a volte, più ossessionati degli stessi aristocratici. 
 
Conoscevo e comprendevo il problema Broughton, e Isabel sapeva che io sapevo, anche se, essendo inglesi, ovviamente non ne avevamo mai parlato.
 
Ovviamente nell'alta società inglese non si parla di problemi quotidiani o triviali; tutt'al più si ammicca, si alza un sopracciglio, si fa una smorfia o si butta fuori con noncuranza frecciatina travestita da domanda educata.
Diciamoci la verità: deve essere un ambiente piuttosto noioso... ma Julian Fellowes ce lo descrive con leggerezza, lo mette alla berlina sì ma con affetto, un po' come un nipote che descriva le fissazioni dell'anziano nonno.
 
Se, come me, adorate gli autori inglesi e la società inglese, e volete conoscerla meglio divertendovi, e senza patine di romanticismo, questo libro fa per voi.
 
Voto: 7 e 1/2