domenica 26 febbraio 2017

L'albero dei segreti...

... di Sarah Addison Allen.

Il giorno in cui Paxton Osgood portò all'ufficio postale la scatola con le buste spesse e rivestite, gli indirizzi scritti da un calligrafo professionista, cominciò a piovere così forte che l'aria divenne chiara come il cotone sbiancato. Al calare della notte, i fiumi iniziarono a straripare e, per la prima volta dal 1936, la posta non poté essere consegnata. Quando ogni cosa iniziò ad asciugarsi, quando l'acqua fu pompata fuori dalle cantine e le strade e i cortili furono ripuliti dai rami, gli inviti furono finalmente recapitati, ma agli indirizzi sbagliati. I vicini ridevano al di sopra delle staccionate mentre consegnavano la corrispondenza ricevuta per errore ai legittimi destinatari, fra i commenti sul tempo assurdo e sulla sbadataggine del postino. Il giorno dopo, un numero insolitamente alto di persone si presentò nello studio del medico con tagli da carta infettati, perché con l'umidità le buste si erano sigillate come fossero di cemento. Più avanti, i biglietti d'invito sembrarono nascondersi e saltare fuori a caso. L'invito della signora Jameson scomparve per due giorni, per poi riapparire nel nido di un uccello su un albero in giardino. L'invito di Harper Rowley fu trovato nel campanile della chiesa e quello del signor Kingsley nel capanno dell'orto dell'anziana madre.
Se qualcuno avesse prestato attenzione ai segni, avrebbe capito che l'aria diventa bianca quando le cose stanno per cambiare, che i tagli da carta significano che sul foglio c'è scritto più di quello che salta all'occhio e che gli uccelli sono sempre lì per proteggerci dai mali che non vediamo.
Ma nessuno prestava attenzione. Di certo non Willa Jackson

Nella cittadina di Walls of Water sorge una vecchia dimora abbandonata. Una volta era di proprietà della famiglia Jackson, prima che questa perdesse tutta la sua fortuna. Adesso la villa è stata ristrutturata, e vi si terrà un gran galà per celebrare il settantacinquesimo anniversario della fondazione del Circo Femminile della città. La presidentessa, Paxton Osgood, ha voluto che la festa si tenesse nella vecchia villa dei Jackson, ora di proprietà della sua famiglia. Willa Jackson, la cui nonna appartiene all'ultima generazione di Jackson che vissero in quella dimora, non ha nessuna voglia di partecipare al galà che appartiene ad un tempo e ad uno stile di vita che lei ha sempre rifiutato. Ma nonostante tutti i suoi fermi propositi, Willa sarà costretta a varcare di nuovo quel cancello, per scoprire cosa accadde davvero settantacinque anni prima.
 
L'albero dei segreti è un libro pieno di buoni spunti che naufragano miseramente nella superficialità delle situazione, dei personaggi, dell'ambientazione.
L'incipit accattivante mi aveva conquistato. E in effetti è un ottimo incipit, scorrevole, intrigante, che dice e non dice, a cui sarebbe seguito un ottimo romanzo se le premesse intraviste in queste prime righe fossero state adeguatamente sviluppate.
 
I personaggi principali, oltre a Willa Jackson sono Paxton Osgood, il suo gemello Colin e Sebastian, amico del cuore di Paxton. Sono tutti trentenni con conflitti adolescenziali non risolti. Ognuno di loro fatica a togliersi di dosso l'etichetta attribuitagli durante le superiori. Willa, per assecondare il suo spirito di ribellione, era diventata il misterioso burlone della scuola, autore di scherzi mitici fino a che non era stata scoperta e addirittura arrestata per aver azionato l'allarme antincendio; Colin, impacciato e poco espansivo, era stato soprannominato Stecchino per la sua rigidità; Paxton era sempre stata la principessa della scuola, bella, perfetta, organizzata e con un grande futuro davanti; Sebastian, infine, era il diverso, quello strano, dalla sessualità ambigua e dagli abita eccentrici.
Queste etichette che si sono ritrovati addosso  hanno apparentemente un grande peso anche nella loro vita presente, ma senza che l'autrice ci faccia appieno comprendere perché.  Le vicende passate che tanta parte sembrano avere non sono mai approfondite e sono tutt'al più citate di sfuggita.
Allo stesso modo, le vicende "magiche" che l'incipit sembra evocare rimangono sempre marginali, sullo sfondo, mentre giriamo in tondo seguendo le crisi esistenziali di questi quattro personaggi che hanno più o meno tutto dalla vita, ma sono profondamente insoddisfatti e infelici, senza che al lettore venga dato di capire appieno perché.
Anche l'altro filone narrativo presente nel romanzo (che riguarda qualcosa successo nel 1936, un misterioso viaggiatore, un albero di pesco, un fantasma e una vecchia valigia) soffre dello stesso difetto. In ogni istante è presente, è vero, ma sembra che l'autrice e i suoi personaggi non lo ritengano importante, e perciò la storia non viene approfondita più di tanto.

Insomma, un vero peccato e un'occasione sprecata, anche perché tutto sommato il romanzo è scorrevole, lo stile accattivante e a tratti anche molto piacevole. Ma sembra di trovarsi davanti ad un'opera incompiuta, a cui non si è saputo o voluto dare una direzione o un'altra.
Anche il segreto custodito dalla vecchia dimora è piuttosto scontato, ma avrebbe potuto essere sicuramente meno banale se la Allen avesse approfondito quella vena di mistero soprannaturale che attraversa tutto il romanzo senza caratterizzarlo veramente.
C'è da dire che il romanzo proprio per questo si legge velocemente, e solo per questo ottiene la sufficienza.
Mi restano, di quest'opera, il bell'incipit e un paio di passi azzeccati che voglio condividere con voi.

Il caffè, aveva scoperto, era legato a ogni genere di ricordi, diversi per ciascuno. Le domeniche mattina, i ritrovi con gli amici, un nonno affezionato scomparso da tempo, le riunioni dell'Anonima Alcolisti che ti avevano salvato la vita. Il caffè significava davvero qualcosa per le persone. Quasi tutti pensavano che la vita fosse misera senza.
In questo senso, il caffè assomigliava davvero all'amore.

La felicità è un rischio. Se non sei un po' spaventata, significa che non stai facendo la cosa giusta.

Onestamente il libro mi ha deluso, ma credo che darò un'altra possibilità all'autrice.
Voto: 6
 

venerdì 24 febbraio 2017

Fatherland...

... di Robert Harris.



La scheda del libro sul sito della Mondadori

Berlino, 1964. La Germania nazista ha vinto la guerra, e ora tutta l'Europa è sotto la sua influenza. La guerra continua solo ad est, oltre gli Urali, e la dittatura nazionalsocialista regola ogni aspetto delle vite degli abitanti nei territori di sua competenza.
Tra Stati Uniti e Germania c'è una sorta di Guerra Fredda, ma sembra che qualcosa stia per cambiare quando Joseph Kennedy, presidente degli Stati Uniti, accetta l'invito del Furher e decide di recarsi a Berlino.
In questo contesto, Xavier March, agente della Polizia Criminale, si trova ad indagare sulla morte di un alto funzionario del Partito, trovato cadavere sulle rive di un fiume. Quando March scopre che le morti sospette di alti funzionari sono state diverse negli ultimi mesi, capisce di avere a che fare con qualcosa di più grande di un semplice suicidio o incidente.

Questo romanzo, oltre ad essere un giallo/thriller che racconta le indagine di Xavier March per giungere a una verità che in molti vogliono impedirgli di scoprire, è anche un romanzo ucronico, ovvero ambientato in un periodo storico alternativo.
Come accennato, siamo negli anni '60, ma il contesto socio-politico è decisamente diverso. la Germania ha vinto la guerra, e c'è poco da stare allegri.
Il protagonista è Xavier March, membro della Polizia Criminale, che adesso è un dipartimento delle SS. E' un uomo chiuso, sfiduciato dalla vita. Reduce da un divorzio, con un figlio che lo odia perché lo crede un cattivo patriota, vive solo per il suo lavoro, ma non perché lo ami, ma semplicemente perché non ha altro.
Nonostante tecnicamente sia un membro delle SS riesce a conservare la sua integrità e la sua autonomia di pensiero.

La sua vita si era ristretta al punto che gli restava soltanto il lavoro. Se avesse tradito anche quello, che altro poteva esserci?
E in effetti c'era qualcosa d'altro, l'istinto che lo faceva alzare dal letto ogni mattina: il desiderio di sapere. Nell'attività della polizia c'era sempre un altro incrocio da raggiungere, un altro angolo da cui sbirciare.

La ricostruzione della realtà alternativa cattura fin da subito il lettore, compensando l'iniziale lentezza del ritmo del romanzo.
La pesante atmosfera paranoide che si respira in questo Reich sopravvissuto alle Seconda Guerra Mondiale è resa molto bene. Con un tono neutro e senza appesantire la narrazione ci vengono forniti tutti i dettagli necessari sulla piega che hanno preso gli eventi durante la guerra.
Essendo Xavier March un uomo molto solo, chiuso e introverso, nonché riflessivo, i suoi pensieri e i suoi ricordi sono il mezzo perfetto per informarci dei dettagli storici e politici evitando digressioni (i famigerati spiegoni!) che spezzerebbero il fluire della trama.
 Ad esempio, alcuni degli eventi salienti della guerra ci vengono raccontati con un espediente: costretto ad attendere in sala mensa un importante annuncio proveniente dal Ministero degli Esteri (l'annuncio che Kennedy si recherà in visita in Germania), March rievoca gli annunci a cui ha assistito - una manciata di avvenimenti di rilievo comunicati al popolo riunito. Quindi apprendiamo che, con tutta probabilità, - perché l'autore ci fornisce fatti, nudi e crudi, non opinioni - la svolta nella guerra è stata la decisione del Reich di attaccare la Russia in estate, e non in inverno; nonché il fatto che i tedeschi siano riusciti a sviluppare una tecnologia missilistica a lungo raggio prima della fine della guerra, costringendo gli USA alla pace (cui però è seguita la guerra fredda).

La Storia viene ricostruita con grande intelligenza, mescolando fatti realmente accaduti (addirittura utilizzando documenti reali)  con altri che mai successi; la precisione e la verosimiglianza di questa ricostruzione storica alternativa spinge a riflettere sugli eventi della Seconda Guerra Mondiale, ed a vedere le cose da un altro punto di vista. Non solo: vedere attraverso gli occhi di Xavier March gli orrori del nazismo, che magari già conosciamo benissimo, è come vederli per la prima volta e fa l'effetto di una doccia fredda, un pugno allo stomaco, una serie di emozioni forti e difficili da dimenticare.
E non è poco, per un thriller.

In fin dei conti, infatti,  il romanzo è un thriller,  e uno di quelli fatti bene, e svela questa sua natura man mano che la trama prende forma.. La tensione continua a crescere fino ad arrivare al culmine nel finale.
Il finale, sebbene perfettamente costruito e adeguato alla vicenda narrata, nasce l'amaro in bocca a chi, come me, spera sempre in una conclusione che metta ogni cosa a posto.

Dal libro nel 1994 è stato tratto anche un bel film per la TV, intitolato Delitto di Stato, diretto da Christopher Menaul con Rutger Hauer nei panni di Xavier March. Per quel che ricordo, il film differisce vistosamente dal romanzo, addolcendo gli aspetti più crudi e optando per un finale almeno in parte consolatorio.

In conclusione: un romanzo ben fatto, ben scritto, con un protagonista rude e introverso, che sa catturare il lettore. Una storia ben costruita, interessante, che parte lentamente ma poi non ti lascia più andare.
Voto: 8 e 1/2 

giovedì 23 febbraio 2017

Il terrore viene per posta...

... di Agatha Christie.

Jerry Burton, un giovane pilota militare, riceve dal suo medico l'ordine di recarsi in campagna per riprendersi da una ferita alla gamba. Insieme alla sorella Joanna affitta un caratteristico cottage nel villaggio di Lymstock, ridente località dove tutti si conoscono e non accade mai nulla. Presto però qualcosa comincia ad accadere: velenose lettere anonime scuotono la tranquillità del piccolo borgo. Gli abitanti sembrano prendere la cosa con filosofia, finché un suicidio non costringe tutti a rivalutare la questione, e la moglie del vicario a cercare un aiuto esterno. E questo aiuto arriverà nelle vesti di una tranquilla vecchina che sferruzza a maglia...

Il terrore viene per posta è un classico giallo d'atmosfera, narrato in prima persona da Jerry e ambientato nel classico villaggio inglese dalla vita placida e abitudinaria.
Così Joanna parla del villaggio appena arrivata:

"Credo che questo sia proprio un posto carino. Certo è ameno, di-vertente, vecchio stile! È impossibile che succedano brutte cose qui, non ti pare?" Mi rendevo conto che erano sciocchezze, ma le detti ragione: no, in un paese come Lymstock nulla di brutto poteva accadere!

Immersi nella tranquilla atmosfera della campagna inglese, Jerry e Joanna vedono accadere davanti ai loro occhi fatti che ne minano la serenità. E ben presto sarà chiaro che quella calma era soltanto apparente.
Questo è un tema ricorrente nei gialli di Agatha Christie; le passioni raramente sono chiare e sbandierate alla luce del sole. Di solito, specie quando c'è in gioco Miss Marple, è necessario andare a grattare la patina di imperturbabilità della buona società inglese per giungere al movente.
Il vero elemento di novità sono Jerry e Joanna, che non sono investigatori e in realtà non imbastiscono una indagine vera e propria; ma sono due elementi estranei alla quotidianità di Lymstock, abituati come sono alla vita di città e ad altri ritmi.
Miss Marple questo lo intuisce subito; e perciò sarà il loro punto di vista, diverso da quello degli abitanti del villaggio, quello che la vecchina cercherà per risolvere l'enigma.

In questo romanzo l'anziana investigatrice appare molto tardi, quando ormai abbiamo letto circa i due terzi della pagina. Ma subito riesce a farsi un quadro completo e ad afferrare al volo gli indizi che sono stati disseminati qua e là dalla scrittrice.
Miss Marple interverrà soltanto perché chiamata dalla moglie del vicario; e arriverà quando i giochi sono ormai fatti.

"Così voi ne sapete più di loro?"
"Niente affatto. Io non so niente. Ecco perché farò intervenire una persona esperta."
Scossi il capo.
"Non potete fare una cosa simile. Scotland Yard prende in considerazione solo le richieste che provengono dal capo della polizia della Con-tea. Inoltre hanno già mandato Graves."
"Non alludo a quel genere di esperti, cioè alle persone che si intendono di lettere anonime e perfino di delitti. Alludo a qualcuno che conosca bene la natura umana. Capite? Abbiamo bisogno di una persona che sappia molte cose sulla cattiveria degli uomini!"
 
Questa conversazione fra Jerry e la moglie del vicario riassume bene il nocciolo del romanzo.
La natura umana è quella che è, secondo il pensiero (alquanto pessimista, lo ammetto) di Miss Marple. E a volte non c'è bisogno di esperti o tecniche sofisticate per scoprire quel che c'è da scoprire.

"Ecco la mia persona esperta" disse la signora Calthrop: "Jane Marple. Guardatela bene. Vi assicuro che la donna conosce meglio di chiunque altro tutte le gradazioni della cattiveria umana."
"Secondo me, non dovresti porre la cosa in questo modo, cara" mormorò Miss Marple.
"Ma è così!"
"In un anno di vita in un villaggio si può osservare molto bene la natura umana" disse placidamente Miss Marple. Poi, come se sentisse che ciò che stava per dire era desiderato da tutti noi, posò l'uncinetto e iniziò una dissertazione da vecchia zitella sul delitto.
"In questo genere di cose ciò che più importa è mantenere la mente bene aperta. La maggior parte dei delitti sono di una semplicità addirittura ridicola, come questo, per esempio. Assolutamente piano e semplice... molto facile da scoprire, in un modo spiacevole naturalmente."

Insomma, c'è da conoscere la natura umana, e quella è la stessa dappertutto.
E' per questo che Miss Marple resta la mia investigatrice preferita, nonostante ammiri l'acume di Poirot. Miss Marple scava negli abissi dell'animo umano; è lì che cerca i suoi indizi, ed è da lì che trae le sue conclusioni.

Voto: 8

mercoledì 22 febbraio 2017

Lady Almina. La vera storia di Downton Abbey...

... di Lady Fiona Carnarvon.

La scheda del libro sul sito della Vallardi

Questa è la biografia di Almina Wombwell, una ricchissima ereditiera, figlia illegittima di Alfred de Rothschild, che, nel  1985, sposò il Conte di Carnarvon e con il suo immenso patrimonio salvò dalla rovina il castello di Highclere,la tenuta di famiglia dei Carnarvon.
Nonostante fosse figlia illegittima, Almina riuscì a conquistarsi un posto di rilievo nella vita dell'alta società inglese, e non soltanto grazie al matrimonio; era una donna volitiva, che realizzò molti progetti, diede il suo contributo durante la Prima Guerra Mondiale, e non si accontentò mai della pigra vita di campagna che molte gentildonne dell'epoca conducevano.
 
Di solito non amo molto le biografie, ma questa mi ha entusiasmato per due motivi.
In primo luogo, la vita di Almina ha vagamente ispirato le vicende di una delle mie serie tv preferite, ovvero Downton Abbey. Il castello di Highclere, dimora dei conti di Carnarvon, è stato usato per le riprese della serie. E ho letto che Julian Fellowes, sceneggiatore della serie, è un amico di famiglia dei conti.
In secondo luogo, è al patrimonio di Almina che dobbiamo una delle più stupefacenti scoperte dell'archeologia. Mi riferisco al ritrovamento della tomba di Tutankhamon, scoperta nella valle dei Re dall'archeologo Howard Carter con il supporto di Lord Carnarvon, marito di Almina e egli stesso archeologo dilettante.
 
Perciò, come si può notare da questi brevi accenni, la vita di Almina fu tutt'altro che convenzionale, noiosa o banale, perché i suoi interessi e quelli del marito spaziavano in molti ambiti.
Almina, che disponeva di un ingente patrimonio e di un padre che l'amava teneramente e non sapeva rifiutarle nulla, era fermamente convinta che il denaro fosse un mezzo per realizzare qualcosa di più grande dei fastosi ricevimenti, delle battute di caccia o delle feste da ballo che pure amava e organizzava curando in maniera estremamente meticolosa ogni dettaglio.
Durante la Prima Guerra Mondiale, Almina decise che non poteva stare con le mani in mano in attesa che la guerra finisse. Trasformò Highclere in un ospedale, ma non in un ospedale qualsiasi, piuttosto in un luogo di pace e serenità dove i soldati potevano recarsi per la convalescenza dopo essere stati dimessi (a volte frettolosamente ) dagli ospedali militari. All'epoca non esisteva nulla del genere, e l'amorevole cura e attenzione per gli esseri umani - spesso traumatizzati o mutilati - che Almina e lo staff da lei personalmente scelto dedicarono ai pazienti  salvò e recuperò molte vite; e diede l'esempio perché altri grandi famiglie lo imitassero.
 
Da questa biografia emerge il ritratto di una donna che non riusciva a stare ferma, inquieta, ma allo stesso tempo molto sicura di sé; una persona che sapeva guardare oltre i limitati orizzonti che la sua condizione di donna e di figlia illegittima avrebbero potuto imporle. Certo, il fatto di avere risorse ingenti ha indubbiamente favorito le sue inclinazioni, ma quello che mi è piaciuto di Almina, così come è descritta  nella biografia, è che non si è mai adagiata sulla sua ricchezza. Inoltre doveva essere una donna molto intelligente; le sue idee furono spesso all'avanguardia per l'epoca in cui viveva.
 
L'autrice di questo libro è la moglie dell'ottavo conte di Carnarvon, attuale padrona di casa di Highclere. Lady Fiona, che cura anche un blog, si dedica con molto entusiasmo alla promozione della tenuta e alla conservazione della storia della famiglia.
Ecco, se vogliamo trovare un difetto a questa biografia, è che è scritta con troppo entusiasmo. L'autrice tende a saltellare da un avvenimento all'altro per mostrarci quanto fosse straordinaria Lady Almina, e di conseguenza la narrazione risulta a tratti confusa e poco omogenea.
 
In ogni caso, la biografia è una lettura gradevole e interessante, specialmente per me che amo la letteratura inglese in generale, e quella sulla vita quotidiana sia delle classi più alte che dei ceti più umili in particolare.
Voto: 7+
 

martedì 21 febbraio 2017

Lola nascerà a diciott'anni...

... di Carla Maria Russo.
La scheda del libro sul sito della casa editrice Piemme. (ATTENZIONE: io il link alla scheda lo metto, ma se il libro vi interessa non leggetene la sinossi perché vengono spoilerati circa i 3/4 del libro!)

Sono disteso in una lussuosa bara di mogano marrone scuro, con anelli di lucido ottone sui quattro lati. Corone di fiori a profusione impestano l’aria dell’odore dolciastro e corrotto tipico dei funerali. Persino il Duce, dalla roccaforte di Salò, non ha fatto mancare la propria: gerbere e rose. [...] La camicia della divisa, per quanto il particolare sfugga all’occhio dell’osservatore, è abbottonata in modo da coprire rigorosamente il collo e fermata con una spilla da balia nascosta sul retro, così che la testa sembra attaccata direttamente al resto del corpo, conferendo alle mie spoglie mortali un aspetto tozzo e poco aggraziato. Vi è una ragione precisa di tutto ciò, come pure dello strato di cerone con cui mi è stato ricoperto il volto e del velo nero, alquanto spesso, steso sopra la bara a ricoprirla per intero, ricadendo poi morbido e fluttuante fino sul pavimento: non un gesto di delicatezza della vedova inconsolabile [...] E neppure un segno di rispetto verso il mio cadavere [...] Questa messinscena serve a coprire qualche livido che il mio maldestro assassino ha lasciato su di me nella concitazione del momento, a confondere le idee sulla mia morte: un omicidio e non, come si affanna a recitare mia moglie, un infarto improvviso.
 
Milano, 1943. Mario, operaio delle acciaierie Breda, si innamora a prima vista di Mara, giovane rampolla di una famiglia altolocata e fedele al regime fascista. I due tentano la fuga e quando Mara rimane incinta, la madre la obbliga a sposare un anziano e potente generale. Il bambino illegittimo viene abbandonato subito dopo la nascita.
Ma il matrimonio di Mara non dura a lungo, perché il generale viene assassinato nella sua casa. Questo avvenimento è solo il primo di una serie di tragici fatti che cambieranno per sempre la vita dei protagonisti.
 
Mi sono imbattuta per caso in questo splendido romanzo. L'incipit accattivante e insolito per questo tipo di storia, cattura subito, e ci introduce nella trama con un tono leggero, quasi svagato.
Ben presto scopriamo però che lo spirito del Generale non sarà l'unico a raccontarci i fatti. Siamo infatti di fronte ad un romanzo corale, dove la parola corale assume un significato nuovo. Non solo ci sono diversi punti di vista (sei diversi solo nei primi sei capitoli) ma ogni voce raccoglie il testimone della narrazione dove lo aveva lasciato cadere il narratore precedente, spesso iniziando il suo racconto confermando o smentendo le parole di chi lo ha preceduto. Sembra davvero di essere seduti ad un tavolo con diverse persone che ci raccontano una storia.
Dicevo del tono svagato; bene, inizialmente lo è. Ma man mano che la narrazione procede, ci accorgiamo che la leggerezza cede pian piano il posto alla narrazione delicata ed empatica di tragiche vicende. Non mi riferisco solo al pesante clima di guerra che si respira in città (una città stremata, impaurita, in ginocchio), ma anche alle vicende dei protagonisti, che dopo la passione bruciante conosceranno la perdita ed il dolore. Il racconto diventa accorato e dettagliato, delicato ed empatico, a tratti commuovente.
 
Mara è una ragazzina viziata e ribelle, pensa che la vita si piegherà ad ogni suo capriccio, come è stato fino ad ora. L'amore per Mario, l'operaio dalle simpatie comuniste, comincia quasi per sfida, per ribellarsi alle convenzione e al futuro pianificato dalla madre ossessiva; non è niente altro che un modo per dimostrare che può piegare la vita ed il mondo ai suoi voleri. Nel momento in cui dovrà separarsi dalla creatura che ha partorito prenderà coscienza che non sarà così. Mara cambia lentatamente davanti ai nostri occhi, scopre sentimenti profondi che non credeva di poter provare. 
 
Eppure, Lola mia cara, nel momento stesso in cui ti perdevo, per la prima volta ho avvertito un orribile senso di mancanza, come se avessero scavato e svuotato il mio corpo, strappandomi la parte più profonda e vitale. Per qualche tempo mi sono ripetuta che si trattava solo di una sensazione fisica: la pancia di nuovo libera del tuo peso. Poi ho capito che a mancarmi era il tuo corpicino di cucciolo che non avevo stretto tra le braccia, le carezze che non ti avevo dato, il calore che non ti avevo trasmesso e che si era condensato nello stomaco, in un grumo freddo e acido. Ho capito che il senso di vuoto non sarebbe più scomparso, che si sarebbe trasformato in una ferita inguaribile, sempre sanguinante, in un rimpianto che mi avrebbe perseguitato fino all’ultimo istante di vita. In un dolore che niente avrebbe potuto consolare e che mi avrebbe uccisa a poco a poco.

Mario invece è un tipo che sembra sempre colto alla sprovvista dalla vita, dalla guerra dall'amore. Niente, in questo romanzo, gli accade perché sia andato a cercarselo, ma lui non si sottrae alle conseguenze e alle responsabilità.

Accanto ai due protagonisti, altri personaggi; alcuni hanno un  parte che dura solo mezza pagina; altri plasmeranno il destino di Mario e Mara. Ma tutti sono indimenticabili.
Sullo sfondo, la guerra e Milano semidistrutta dai bombardamenti, la caduta del fascismo, le atrocità del conflitto (da ambo le parti) e quelle di un  regime ormai morente che sferra gli ultimi colpi di coda.
Alcuni episodi amalgamati nel romanzo sono realmente accaduti, come l'assassinio di un dissidente diciassettenne sorpreso a distribuire volantini di propaganda contro il regime; e il bombardamento da parte degli alleati di una scuola elementare alla periferia di Milano che fece strage di bambini.
Queste le parole con cui il giovane partigiano si congeda dalla storia:

Mi spiace di morire, per il dolore che procuro a mio padre. E anche perché avrei voluto conoscere i miei figli, [...] Mi sarebbe di conforto se tanta sofferenza non fosse inutile. [...] E avessi contribuito a creare un mondo migliore dove, ai giovani che nasceranno, verranno risparmiate le atrocità inflitte a noi. Non passerà lo straniero... Così diceva la canzone... La barbarie non vincerà...

Non vi nascondo che in un paio di occasione mi sono commossa. Ma grazie alle diverse voci narranti il romanzo scorre nella lettura, e anche le parti emotivamente più dure si leggono con facilità.
 
Leggere questo romanzo è stato come scendere una scala a chiocciola, e scoprire, un passo alla volta, cosa si celava dietro alla curva seguente.
Carla Maria Russo dimostra un'abilità straordinaria nella costruzione del romanzo, e nell'amalgamare le diverse voci che ci narrano la storia.

Un libro dolce, triste, delicato e al tempo stesso che colpisce al cuore, consigliatissimo.
Voto: 8

giovedì 16 febbraio 2017

Sospetto e sentimento...

... di Carrie Bebris.



La scheda del libro sul sito della TEA

Dopo l'avventura vissuta nel romanzo Orgoglio e Preveggenza, Elizabeth e Mr. Darcy, i protagonisti di Orgoglio e Pregiudizio, sono coinvolti in un nuovo mistero.
Durante la stagione londinese, Kitty, sorella minore di Elizabeth, conosce Mr. Dashwood, giovanotto un po' ingenuo ma serio e rispettoso. In breve i due si fidanzano, ma presto qualcosa comincia a cambiare. Mr. Dashwood diventa sempre più evasivo con la fidanzata, e il suo comportamento diventa sempre più indegno di un gentiluomo. Sembrerebbe una storia come tante, eppure c'è qualcosa di misterioso nel cambiamento del giovane, accompagnato da un repentino ed accentuato decadimento fisico. I coniugi Darcy, loro malgrado, indagano.
 
Le indagini dei coniugi Darcy mi avevano già favorevolmente colpito nel primo volume della serie, e li ho apprezzati pure qui. 
Chi li ha amati in Orgoglio e Pregiudizio,  (e scusate, chi non li ha amati?), li amerà anche in questa nuova avventura.
Durante la prima metà del romanzo, pagina più, pagina meno, l'atmosfera è tipicamente quella di un romanzo di Jane Austen, con i suoi elementi: la stagione londinese con i suoi intrighi da salotto; la necessità, per le giovani donne nubili, di conquistare un buon partito; l'obbligo di farsi vedere nei posti e alle feste che contano; i pettegolezzi; le trame per avvicinare o dividere questa o quella coppia di giovani. 
 
La trama è scorrevole, la storia piacevole da leggere. L'elemento soprannaturale compare nella seconda metà del romanzo. Prima accennato, solamente sospettato, poi, nel finale, si rivela in tutta la sua interezza.
Ed è incredibile (ed è sicuramente merito della bravura della scrittrice) come, nonostante il soprannaturale sia estraneo ai romanzi originali, la Bebris riesca non perdere il contatto con l'essenza delle opere che l'hanno ispirata.
 
Carrie Bebris non è Jane Austen, e lo sa. Per questo, a mio parere molto intelligentemente, prende la distanze dai romanzi originari, aggiungendo appunto quel  tocco di soprannaturale, e soprattutto, evitando di strafare e stravolgere storie e personaggi (1). L'autrice tratta i protagonisti e l'ambientazione consegnati alla storia della letteratura da Jane Austen con garbo, rispetto e delicatezza. Insomma, la scrittrice ha tutte le caratteristiche di una vera eroina austeniana, e si vede. E si vede anche che conosce bene la produzione letteraria di riferimento.
Soltanto così si spiega la naturalezza con cui riesce ad incrociare le vicende dei coniugi Darcy con quelle di Elinor Dashwood, protagonista, con la sorella Marianne, di Ragione e Sentimento.
Ma la grande conoscenza dell'opera letteraria della Austen si comprende anche dalla costruzione dei dialoghi, brillanti, arguti e modellati sullo stile della Austen.
L'autrice mi ha anche strappato un sorriso quando, per presentare la famiglia Dashwood, con una complice strizzatina d'occhio al lettore, fa dire ad Elizabeth:
 
La madre di Mr. Dashwood ha due fratelli. Edward Ferrars, ecclesiastico nel Devonshire, è sposato a Elinor, sorellastra di John Dashwood. Hanno due figli, o forse tre, ma non si recano mai in città e Fanny Dashwood parla di loro molto raramente. L’altro fratello, Robert, ha ereditato la proprietà dei Ferrars, pur essendo il minore, a causa di una rottura tra Edward e la madre. A quanto pare, il dissidio famigliare ha coinvolto in qualche modo la moglie di Robert, un tempo Miss Lucy Steele, ma questa vicenda fornirebbe materiale sufficiente per un romanzo.
 
E il romanzo in questione ovviamente esiste, e altrettanto ovviamente è Ragione e Sentimento.
Questa serie di libri ci da la possibilità di gettare uno sguardo nel futuro dei personaggi delle opere della Austen, e, allo stesso tempo, di leggere una nuova, piacevole storia .
 
In conclusione, un buon romanzo, che piacerà sia agli amanti di Jane Austen che ai lettori che non ne hanno mai letto una riga.
Voto: 7 e 1/2

Note
(1) E poi ci sono autori, come Daniel Mc Caig, che decidono di prendere un classico della letteratura mondiale (mi riferisco a Via col Vento), assassinarne lo spirito, traviarne i personaggi e distruggerne il senso, fino ad arrivare a scrivere come Rossella, di fonte all'incendio di Tara, lo liquidi con un'alzata di spalle. La recensione del libro in questione, Il mondo di Rhett, la trovate qui. (Sì, sono passati sei anni e non gliel'ho ancora perdonato). 

martedì 14 febbraio 2017

Il giardino dei segreti...

... di Kate Morton.



La scheda del libro sul sito della Sperling & Kupfer
 
Australia, 1913. La piccola Nell si ritrova da sola sulla banchina del porto di Maryborough, sbarcata da un transatlantico giunto dall'Inghilterra. L'aveva imbarcato una donna misteriosa, Eliza Makepeace, dicendole di nascondersi e di non dire a nessuno il suo nome.
 
Australia, 2005. Alla morte di Nell, sua nipote Cassandra cerca di scoprire la verità sul passato così misterioso della nonna.
 
Inghilterra, 1975. Nell giunge in Cornovaglia seguendo le tracce di un libro di favole di Eliza Makepeace, che sembra essere l'unico legame con suo passato.
 
Inghilterra, 1900. La giovane Eliza Makepeace, dopo la morte della madre, si trova in grandi difficoltà, finché un uomo misterioso viene a prelevarla dalla sua squallida stanzetta di Londra per condurla in Cornovaglia dove la aspettano i ricchi parenti di sua madre.

Come potete notare dalla sinossi, Kate Morton osa molto in questo romanzo e ci propone ben quattro linee temporali per raccontarci un'unica storia.
Nell viene imbarcata di nascosto su una nave a soli quattro anni. La donna che l'ha nascosta a bordo, che lei conosce come l'Autrice, le ha detto che si sarebbero recate insieme in America, ma finché non sarebbe tornata, Nell non doveva dire a nessuno il suo nome e doveva stare nascosta.
La bimba si ritrova invece in Australia, sola sulla banchina, seduta su un piccola valigia bianca. Il responsabile del porto di Maryborough si muove a pietà e la porta a casa con sé.
Inizialmente l'attenzione del lettore è catturato dalla valigia bianca con cui Nell è arrivata, che contiene oggetti di buona fattura ed un libro illustrato che sembra contenere molte risposte.
A parer mio c'è troppo non detto nella costruzione della storia; il padre adottivo di Nell le rivela il segreto al compimento del suo ventunesimo anno, ma non le consegna la valigia e il libro, ma lo fa alla sua morte, quando ormai Nell è una donna di mezza età e le possibilità di seguire la pista sono decisamente più scarse.
Mi sembra che questo modo di agire sia funzionale alla costruzione della trama, più che rispondere ad una vera ragione.

Nonostante questo ho trovato la storia molto intrigante, anche perché ben presto entrano in scena un vecchio e tetro maniero e una famiglia aristocratica dai molti segreti.
Anche se le linee temporali siano 4 (anche se quella della Nell bambina si esaurisce in fretta) la trama è scorrevole e non è difficile seguirla; anzi è interessante notare come ogni personaggio, nella sua epoca, riesca a fornirci un chiaro tassello per risolvere il mistero.
I personaggi principali sono Cassandra nel presente, Nell nel passato recente e Eliza Makepeace agli inizi del '900; ma ce ne sono altri, che sebbene si possano definire secondari non sono sicuramente di secondo piano.
La cosa che mi ha colpito è che tutti brillano per le loro passioni, o per la mancanza di esse. Sono appunto le passioni a definirli per quello che sono, in questo romanzo, più che le loro azioni.
In particolare trovo che Nell sia il fulcro di tutto - in fondo è la storia della sua vita che cerchiamo di riscostruire - e sia un personaggio controverso. Quando ha scoperto il segreto riguardo le sue origini, Nell ha tagliato i ponti con la sua famiglia, distrutto legami amorosi ed affettivi e si è chiusa in se stessa. Ha permesso a quello che le mancava di rovinare quello che già aveva, vivendo una vita fatta di silenzi e risentimento. Questo non la rende simpatica, o meglio, non la renderebbe simpatica se fosse una persona in carne ed ossa, ma come personaggio funziona. Il suo, infatti, non è il classico comportamento delle eroine di questo genere di storie, e mi è piaciuta per questo. E' un personaggio vero, non un pretesto per narrarci qualcosa.
Eliza  Makepeace è il personaggio più letterario del romanzo, e sembra uscita da un libro di Dickens o di Hardy. Ma è lei che conferisce un'aura di magia a tutto il racconto.
Cassandra, invece, mi sembra la meno caratterizzata, e la più scialba delle protagoniste (non a caso le parti ambientate nel presente, sebbene utili al proseguimento della storia, sono state quelle che mi hanno annoiato di più).

Se Kate Morton ha un difetto, però, sono gli inizi lenti. Anche in questo caso l'inizio della storia è molto lento e graduale.
Comunque gli ingrediente per affascinare il lettore ci sono tutti. Il racconto, dopo un centinaio di pagine, finalmente ingrana, ma sembra afflosciarsi a metà percorso, complice anche qualche dettaglio e dall'eccessivo dilungarsi  di alcuni passi ambientati nel presente.
Il finale non mi ha sorpreso tanto quanto avrei sperato, ma non è male. E' delicato, triste e poetico.

Insomma, se vi piace Kate Morton, adorerete questo libro. Se amate le storie tutte azione e adrenalina, in cui l'azione si svolge rapida, non credo potreste apprezzare questo libro.
Io dal canto mio, sebbene abbia fatto un po' di fatica nella lettura, ho amato la storia, che poteva essere narrata in meno pagine, ma che resta comunque una bella storia.
Voto: 7

sabato 11 febbraio 2017

Poirot e le pietre preziose...

...di Agatha Christie.

 
 
Raccolta di cinque avventure del celebre investigatore belga. Il libro viene classificato per ragazzi; probabilmente perché si tratta di cinque casi senza omicidi e spargimenti di sangue, ma la scelta mi è sembrata comunque singolare. Di certo, non è un libro adatto esclusivamente ai ragazzi, essendo nient'altro che una raccolta di cinque, bellissimi racconti gialli.
 
IL CASO DELLA STELLA D’OCCIDENTE” (The Adventure of the Western Star)
 
Un racconto che intreccia il giallo e l'amore della Christie per l'Oriente e il mistero al limite del soprannaturale.
Una famosa attrice, Mary Marvell, chiede l'aiuto di Poirot. Qualcuno la minaccia, tramite lettere anonime, perché riconsegni ai legittimi proprietari un diamante conosciuto come Stella dell'Occidente. Il diamante, secondo la leggenda che lo accompagna, era l'occhio destro della statua di una divinità, finché non fu misteriosamente trafugato per essere venduto. Mary Marvell e il marito saranno ospiti nella tenuta di Yardly Chase, i cui proprietari posseggono il diamante gemello, la Stella d'Oriente. Poirot indaga.
Le coincidenze non esistono, secondo Poirot, e in questo racconto l'investigatore belga ce lo dimostrerà con un piccolo gioco di prestigio, che svelerà l'inganno sottostante il ricatto con una facilità che ci lascerà un po' costernati, quando arriveremo alla conclusione del racconto.
 
 
DOPPIO INDIZIO” (Doublé Clue)
 
Durante un ricevimento a casa di un noto collezionista, un gioiello viene rubato. La cerchia dei sospettati è molto ristretta, e addirittura nella stanza dove è avvenuto il furto ci sono due indizi: un guanto da uomo e un portasigarette con le iniziali BP.  
Un indizio va bene, ma due non saranno troppi? Poirot non si fa trarre in inganno dall'abbondanza di tracce da seguire. Non solo gli indizi potrebbero essere fuorvianti, ma andrebbero anche guardati con occhi liberi da pregiudizi.
Questo racconto è ambientato agli inizi della carriera di Poirot.Interessante notare la presenza di una personaggio secondario che tornerà ancora in altri racconti, la contessa Vera Rossakoff, con cui Poirot intreccerà un rapporto che potremmo definire singolare, vista la moralità e il carattere dell'integerrimo investigatore.
 
L’AVVENTURA DEL DOLCE DI NATALE” (The Adventure of the Christmas Pudding)
 
Il racconto che ho preferito in questa antologia. Si tratta della storia più intrigante e più articolata.
Poirot deve recuperare un prezioso rubino sottratto ad un principe orientale da una giovane donna durante una notte di licenziosi divertimenti. Il rubino fa parte del tesoro di famiglia e se non venisse recuperato lo scandalo per il principe, che è prossimo alle nozze, sarebbe enorme.
Le tracce portano Poirot nella campagna inglese, nella residenza della famiglia Lacey. Il caso vuole che si approssimi il Natale, cosicché Poirot trascorrerà un tipico Natale inglese con la famiglia (e attenzione, tipico non vorrà dire tranquillo, in questo caso).
Questa storia, come ho già detto, è secondo me la migliore. C'è quel tipico sapore della tradizione inglese che adoro. C'è la calma apparente di una ricca famiglia altolocata, con la sua tenuta di campagna e il pudding per la sera di Natale; e sotto la superficie ci sono segreti e passioni ben nascosti, che però non sfuggirono a Poirot.
 

IL FURTO DI GIOIELLI AL GRAND METROPOLITAN” (The jewel Robbery at the Grand Metropolitan)
 
Poirot e Hastings sono a Brighton al Grand Hotel Metropolitan. Qui conoscono una ricca coppia, gli Opalsen, che successivamente rimangono vittime del furto di una preziosa collana di perle.
Qui Poirot si occupa di un furto all'apparenza impossibile. Una collana chiusa in un portagioielli, a sua volta chiuso in un cassetto, sorvegliata da una domestica fidata che non ha mail lasciato la stanza, stanza in cui non è entrato nessuno a parte la cameriera dell'albergo, che comunque non si è avvicinata al cassetto.
Forse il meno brillante dei racconti, nonostante le premesse da reato impossibile. Non è tanto la conclusione a lasciarmi un po' delusa, quanto il modo sbrigativo in cui arriva la soluzione. Tutto molto ovvio e molto scontato per Poirot, un po' meno per il lettore che magari avrebbe gradito qualche rigo in più nel finale.
 

 LA SPARIZIONE DEL SIGNOR DAVENHEIM” (The Disappearence of Mr Davenheim).
 
Un caso paradigmatico del metodo di lavoro di Poirot. Con la sua sicurezza un po' beffarda, che rasenta l'arroganza, Poirot ci illustra il suo metodo di lavoro: risolvere un caso è questione di collegamenti logici, di mettere insieme gli indizi e i fatti. Lo stile dei gialli della Christie è quanto di più lontano si possa immaginare dai famosi investigatori letterari che sono stati creati dopo. Non c'è bisogno di consumare le suole, basta riflettere e mettere in moto le celluline grigie.
Conversando con l'ispettore Japp e il fido capito Hastings, Poirot scommette che riuscirà a risolvere il caso della sparizione di un banchiere, il signor Davenheim, appunto, senza muoversi dal suo studio.
Davenheim è sparito dalla sua tenuta di campagna, dopo essere tornato da Londra quello stesso pomeriggio. Nel suo studio lo aspettava il suo rivale d'affari, il signor Lowen. Ma il banchiere non si presenta a quell'appuntamento.
In seguito viene anche scoperto che la cassaforte nascosta proprio nello studio è stata forzata. I sospetti si appuntano tutti su Lowen, ma Poirot ha un'idea diversa dell'accaduto.
 
IN CONCLUSIONE:
I racconti sono tutti molto belli e godibili. Ho notato che rispetto ai romanzi, in questi casi si fa più fatica a stare dietro alle deduzioni di Poirot a causa sella brevità delle storie, che devono risolversi necessariamente in un numero minore di pagine rispetto a opere più lunghe. Per me, che traggo metà della gioia della lettura nel cercare di scoprire l'assassino o il colpevole insieme al detective, questo causa un po' di fastidio, ma niente di così pesante da rovinare la lettura. La raccolta è molto scorrevole, si legge facilmente e non annoierà anche chi magari non è un appassionato di questo genere, visti i frequenti cambi di scenario e situazioni. Nessun caso è troppo intricato o cervellotico. Una lettura rilassante ma di qualità.
 
Piacevole  e intrigante. Consigliato.
  

mercoledì 8 febbraio 2017

Non ti muovere...

... di Margaret Mazzantini.


La scheda del libro sul sito Mondadori

Timoteo, chirurgo di fama, è seduto nella sala d'aspetto di un ospedale. Sua figlia quindicenne ha avuto un gravissimo incidente con il motorino, e ora è in fin di vita in sala operatoria. Mentre aspetta l'arrivo della moglie giornalista, che era in trasferta a Londra, Timoteo immagina di raccontare alla figlia la relazione che aveva avuto prima della sua nascita con Italia, una donna che viveva in una casa occupata, che faceva lavori precari per mantenersi, da cui si sentiva inspiegabilmente attratto.

Mamma mia. Questo libro è un mattone. Deprimente, pesante, sembra voler dire chissà che cosa e invece non dice niente.

Timoteo è un personaggio terribile. Egocentrico e concentrato su sé stesso perfino quando parla alla figlia in fin di vita. Perfino dopo aver stuprato una donna (sì, la sua relazione con Italia è cominciata così, con un episodio che lui definisce avventura erotica. E più avanti afferma che non ha fatto tutto da solo. No, lei ha fatto più di lui).
Si autocommisera perfino dopo aver imbastito una relazione con una donna psicologicamente fragile, ed averla abbandonata di punto in bianco, dopo averla convinta a non abortire.

Ripensai agli ultimi mesi di stordimento amoroso come a una sorta di anno sabbatico, di vacanza intensa e struggente che il mio cuore si era concesso in vista di questo nuovo ciclo di responsabilità che mi aspettava. Tornavo a sentirmi forte. E se qualcosa di terribile era accaduto, ora volava alle mie spalle come una cartaccia nel vento sul lungomare di un'estate finita.

Rabbrividisco di fronte a tanto superficiale auto assolvimento. Perché ovviamente lui è il centro del mondo. Chi se ne importa se una donna già problematica ne esce a pezzi. Quello che soffre, quello che deve salvarsi, dopo aver dato il via a tutto, è lui. Per amor di verità devo precisare che la fine della relazione clandestina avviene perché lui scopre di aspettare un figlio anche dalla moglie, ma il modo in cui la fine è gestita, e i pensieri di Timoteo mi hanno lasciata alquanto perplessa.

Certo la comunicazione non deve essere il suo forte.
Quale padre userebbe, per esempio, immaginando di parlare alla figlia, l'espressione la spingo ai piedi del letto e la prendo come una capra?
Qui non è questione di moralismo, il sesso esiste, ed è bello perché è vario, e siamo tutti grandi, grossi e vaccinati. Qui il problema è: che tipo di storia stai raccontando, tu, Autrice?
Perché non venirmi a dire che, mentre si trova al capezzale della figlia, un padre che immagina di raccontargli i suoi segreti fallimenti, penserebbe in quel modo, userebbe quelle parole, quel tono, quel registro. Per favore, no.
Perché la verità, secondo me, è che l'autrice ha scelto una scorciatoia comoda comoda. Far piangere è facile, ho letto in alcuni commenti su Goodreads. E questa frase dovrebbe essere il sottotitolo del romanzo.
L'antefatto dell'incidente e la conseguente confessione, per quanto immaginata, alla figlia sono un espediente facile per strapparci un gemito di dolore, per gettare un'ombra tragica su una vicenda che, tutto sommato, rimane quasi sempre sospesa tra il banale e l'incomprensibile.
Perché Timoteo stupra Italia al loro primo incontro? Perché torna da lei? Perché se ne innamora perdutamente? Non è chiarissimo.
Certo, potrei provare a immaginare, a fare delle ipotesi ma non è compito mio, io sono la lettrice, e le motivazioni dei personaggi non devo ipotizzarle da sola.

Per tutta la durata del romanzo la noia regna sovrana. Già il racconto di Timoteo, per sua stessa natura, non consente chissà quale ritmo, ma poi tocca leggere pagine e pagine di inutili, minuziose descrizioni che sembrano volerci dire chissà che, e invece non portano da nessuna parte.
Leggere per credere:
 
L'indomani mi sveglio tardi. Trovo Elsa in cucina, indossa la sua vestaglia di seta cruda. «Ciao» dico. «Ciao.» Mi preparo la macchinetta del caffè, la metto sul fuoco e, mentre aspetto che il caffè esca, mi siedo. Mia moglie è alta, le sue spalle sono un trapezio perfetto, due linee oblique che corrono fino alla strettoia della vita. Sta sistemando dei fiori dagli steli lunghi.
     «Dove li hai presi?»
     «Me li ha regalati Raffaella.»
     È ancora arrabbiata, lo capisco da come muove le mani, gesti sbrigativi che hanno il solo intento di ignorarmi. Da quanto tempo non le regalo dei fiori?, penso. E forse anche lei sta facendo lo stesso pensiero. Si è infilata i capelli dietro le orecchie. È contro la finestra, da dove penetra una luce vivida, appena soffocata dal cotone della tenda. Le guardo il profilo, le sue labbra scolorite sono due bolle di carne burbera. Ci sono molti pensieri per me in quelle labbra, forse contro di me. Mi alzo, mi riempio una tazzina e bevo.
     «Vuoi un po' di caffè?»
     «No.»
     Mi servo un'altra tazzina e bevo anche quella. Elsa si è tagliata. Ha lasciato cadere le forbici sul tavolo e si è portata il dito ferito nella bocca. Mi avvicino a lei. «Non è niente» dice. Ma io le prendo la mano e la spingo sotto il getto dell'acqua. Acqua rosata del suo sangue scompare dentro il buco nero al centro dell'acquaio. Le asciugo il dito nella mia maglietta, poi cerco il disinfettante e un cerotto nel pensile dei medicinali. Tua madre mi lascia fare, le piace quando mi occupo di lei come medico. Poi le bacio il collo. Me lo ritrovo accanto, il suo collo, e lo bacio, lì dove scompare nella nuca invasa dai capelli. E ci abbracciamo in cucina accanto ai fiori sparpagliati sul tavolo.
     Quando esco dalla doccia, lei sta battendo a macchina in un angolo riparato del salone. Deve sbrigarsi, dice, perché è rimasta indietro con il lavoro. Non ha più voglia di bagni e di sole. Lascerò che la sua pelle scura scolorisca nell'inverno. Non si è vestita, indossa ancora la vestaglia. In basso quella seta cade sul pavimento e le lascia scoperte le gambe. Ho messo sul piatto del giradischi la Patetica di Cajkovskij. Le note invadono come una tempesta di cristalli il salone dove entra il sole, ho i piedi nudi e leggo. Gli occhi di tua madre viaggiano sui tasti, ogni tanto tira via un foglio, lo accartoccia e lo butta nel cestino di vimini che ha accanto. Ha una natura sdegnosa, altera negli intenti, nelle linee del corpo. Non mi appartiene, non mi è mai appartenuta, ora ne sono certo. Non siamo programmati per appartenerci, siamo programmati per vivere insieme, per condividere lo stesso bidet.
     Mi guarda, abbandona la macchina da scrivere e si avvicina. Si siede sul divano di fronte a me, una gamba piegata sotto le natiche, un piede scalzo che sfiora il pavimento. Comincia a parlare, e le sue parole sono un accerchiamento ponderato. Frasi generiche sul suo lavoro, su una collega al giornale che le ha fatto uno sgarbo, poi di punto in bianco: «E tu cosa hai fatto al congresso?».
 
Qui la moglie di Timoteo ha intuito il tradimento. Ma prima di arrivare al confronto, abbiamo pagine e pagine di mi alzo, mi abbasso, mi siedo, mi giro, prendo un caffè, ne prendo un altro...
E ho tagliato il brano, perché continua per pagine su questo livello.
E potrei fare diversi altri esempi.

Italia come personaggio ha del potenziale. Ma vendendola esclusivamente attraverso gli occhi e i ricordi di Timoteo, penso sia un potenziale che viene allegramente sprecato. L'uomo infatti non fa altro che trovare nuovi ed arditi paragoni fra la ragazza e un topo. Il suo alito, le sue spalle, il suo odore. Italia non parla, squittisce. E via così. Se da un lato posso capire la volontà di raccontare lo squallore della vita di Italia, dall'altro ritengo che le metafore siano troppo insistite, ed oltretutto non fanno che alimentare i dubbi di cui sopra: ma perché Timoteo si è innamorato di Italia?
Ma anche nel finale (tragico, e che ve lo dico a fare), l'unica cosa che conta è la sofferenza di Timoteo, i suoi problemi, i suoi deliri sentimentali.
Italia è una figura tragica e sicuramente più interessante di Timoteo, ma grazie all'egocentrismo dell'uomo, su cui l'autrice ha scelto di basare l'intero romanzo, ne possiamo vedere solo le briciole. Se invece di autocommiserarsi Timoteo ci avesse davvero voluto raccontare la storia di Italia e del loro rapporto, il romanzo sarebbe stato passabile. Forse anche buono.

Lo stile è pedante, puntiglioso. Certo l'autrice conosce il suo mestiere e scrive bene, ma il testo non risulta scorrevole, ma sempre e soltanto pesante.

C'è poco da dire, in conclusione. Questo libro è brutto. Forse il più brutto che abbia mai letto (se la gioca con Adesso di Chiara Gamberale, ma penso sia peggio). E non è nemmeno uno di quei libri così brutti da diventare divertenti, uno di quei libri in cui cerchi le incongruenze, i buchi di trama, gli errori. E' brutto perchè è un libro che si sopravvaluta, che ha i toni del romanzo di un certo livello, perché pensa che basti usare parole come gnaulio e aggricciato, incavernato e sbozzolare per essere qualcosa di profondo, di elevato.

martedì 7 febbraio 2017

La figlia del mercante di tè...


...di janet MacLeod Trotter.
 

 
 

La scheda del libro sul sito della casa editrice Newton & Compton

Assam, India, 1904. Dopo la morte del padre, la diciottenne Clarissa e la tredicenne Olive sono costrette a vendere la piantagione di tè della famiglia, ormai in bancarotta, e a trasferirsi in Inghilterra da un parente che gestisce un pub. Le due ragazze ritengono responsabile della propria rovina economica un facoltoso piantatore di tè, Wesley Robson.
La vita in Inghilterra non è facile; i lontani parenti si dimostrano gretti e meschini con le ragazze, che hanno un unico scopo: restare unite e riconquistare un po' dell'agiatezza e della serenità perdute.
 
La figlia del mercante di tè è parte della serie chiamata India Tea Series di Janet MacLeod Trotter. La figlia sarebbe il primo volume, ma io, nella mia beata ignoranza, ho letto (e recensito qui) per primo il secondo volume, La promessa sposa del mercante di tè.
 
Protagoniste di questo volume sono due sorelle, che, dopo aver perso la madre, perdono anche il padre. L'uomo non si era mai ripreso dalla scomparsa della moglie, e così aveva lasciato andare la piantagione di tè in rovina, affogando il suo dolore nell'alcool.
Un burbero ma affascinante piantatore, Wesley Robson, cerca di mostrare a Clarissa, soltanto diciottenne ma oramai sostegno della famiglia, come salvare la proprietà, ma a causa di screzi passati, lei e il padre non vogliono l'aiuto della famiglia Robson.
Per ragioni sconosciute ai più, Wesley rimane affascinato da Clarissa, che lo tratta davvero malissimo in ogni occasione possibile, e le resterà devoto per oltre dieci anni e 400 pagine.
Questa è la prima nota stonata del romanzo: di preciso, cosa ha tanto colpito Robson da farlo restare fedele a quella infatuazione? Perché  rimane devoto a Clarissa, correndo a toglierle le castagne dal fuoco a distanza di dieci anni dal loro primo incontro?
Insomma, la cosa appare un po' forzata, o quantomeno non ben approfondita.
Il personaggio di Clarissa non è male; è una persona forte, che si fissa uno scopo e non lavora sodo per ottenerlo. Nel suo caso lo scopo è tenere la sorellina Olive al sicuro, e darle una vita migliore.
Clarissa in sé mi è piaciuta, anche perché ha il coraggio di fare scelte che non sono perfettamente in linea con l'ideale di "eroina romantica" che ci aspettiamo di trovare in un romanzo come questo.
 
Olive invece è una lagna, sempre attaccata alle gonne della sorella, spaventata, inerme, triste. Ci potrebbe anche stare; in fondo parliamo di una ragazzina strappata alla sua terra natale, l'India, e ad una certa agiatezza, che finisce a fare la lavapiatti nel pub di due cugini del padre che niente hanno da invidiare agli schiavisti del '700. Ma nel corso del romanzo, l'indole di Olive è altalenante, prima è attaccata alla sorella, poi si dimostra ostile, poi di nuovo attaccata, poi è gelosa, poi distante (anche fisicamente, si allontana dalla sorella e fa di tutto per evitarla), poi corre bellamente a ripararsi sotto l'ombrello di Clarissa quando le cose vanno male. Il tutto un po' troppo velocemente e senza il necessario approfondimento, secondo me.
 
Le vicende narrate non sono noiose, ma mancano di mordente. Se si eccettua la prima parte del romanzo, quando le due ragazze precipitano verso il basso della scala sociale, e devono adattarsi al nuovo status,  al duro lavoro, alle angherie ed oltretutto devono anche elaborare il lutto, il romanzo è la cronaca un po' stanca della vita di Clarissa, e dei suoi tentativi di risalire la scala sociale.
L'apice di questo modo di raccontare si raggiunge nella parte finale del romanzo, quando scoppia la Prima Guerra Mondiale. Sarebbe l'occasione perfetta per un po' di patos, di sentimento, di stravolgimenti nelle vite dei personaggi... invece sembra che per sbagliano nel libro abbiano inserito la sinossi di questa parte anziché le pagine del romanzo vero e proprio.
L'autrice ci fa uno stringato riassunto degli anni della guerra, raccontandoceli senza mostrarceli, senza farceli vivere davvero.
Anche l'evento tragico del finale giunge un po' troppo tardi a riscattare l'assenza di sentimento della narrazione, e secondo me non è neanche sfruttato al meglio. In pratica il suddetto evento tragico ci viene comunicato con lo stesso tono piatto che io userei per dire "ehi! Sai chi ho incontrato alle Poste ieri?". Il tutto poi viene ulteriormente annacquato dal lieto fine d'ordinanza.
 
L'ambientazione, sia quella indiana che quella inglese sono belle, ben approfondite, e non mancano gli spunti interessanti, ma per lunghi tratti il libro è troppo piatto per meritarsi la sufficienza.
Voto: 5
 

domenica 5 febbraio 2017

L'amuleto di Samarcanda. Trilogia di Bartimeus volume #1...

...di Jonathan Stroud.



La scheda del libro sul sito della Salani

Londra, più o meno ai giorni nostri. I maghi sono l'élite della società, e governano il mondo.
Il jinn Bartimeus, che costruì le mura di Uruk, Karnak e Praga, che parlò con re Salomone, che cavalcò per le praterie con i padri dei bisonti, viene convocato dall'Altro Luogo, cui appartiene, nel nostro mondo. Scopre con sorpresa che a convocarlo è stato Nathaniel, apprendista di dodici anni. Il ragazzino vuole che lui rubi il potentissimo amuleto di Samarcanda, che è custodito da un mago molto pericoloso e ambizioso, Simone Lovelace. Suo malgrado, Bartimeus dovrà eseguire gli ordini.
 
Questo è un Libro Fantasy con la l e la f maiuscole. Erano anni che non leggevo qualcosa di così ben fatto in questo settore. Sulla copertina c'è scritto: il fantasy più brillante e originale degli ultimi anni e per una volta possiamo dire che la copertina non ha cercato di imbrogliarci.
 
Siamo a Londra, più o meno ai giorni nostri. Londra è una città triste, cupa, dilaniata dagli intrighi e da una strisciante guerriglia condotta contro i maghi, detta Resistenza. I maghi sono al potere, ma non si tratta affatto di un governo illuminato, tutt'altro. Le persone senza poteri, i babban... ehm i non maghi sono detti comuni, e vivono un'esistenza dura, misera, priva di prospettive e di diritti. Per molti versi la condizione dei comuni mi ha ricordato quella dei lavoratori all'epoca della Rivoluzione Industriale
A loro volta i maghi, anche se detengono il potere, non se la passano benissimo. Sono troppo impegnati a tessere intrighi e ad evitare quelli tessuti contro di loro; ad opprimere il prossimo; e a scalare i vertici del potere. E ad evitare di essere pugnalati alle spalle (non solo metaforicamente). Oltretutto i maghi hanno un segreto: la loro magia si riduce esclusivamente alla capacità di richiamare esseri potenti dall'Altro Luogo, e di costringerli ai propri voleri. E più l'essere è potente, più tentare di ribellarsi al mago che l'ha evocato, ma più efficaci saranno i suoi servigi.
 
In questo contesto Nathaniel, venduto dalla sua famiglia ai maghi a soli cinque anni, diventa apprendista del mago Underwood, un uomo meschino, gretto, vile e tremendamente ambizioso.
Nathaniel, per vendicare un torto subito, convoca il jinn millenario Bartimeus, e gli affida un compito molto pericoloso.
 
Il libro è narrato sia dal punto di vista di Bartimeus che da quello di Nathaniel. E' evidente che Bartimeus, costretto suo malgrado a servire il giovane apprendista, dovrebbe essere in una posizione subordinata anche dal punto di vista narrativa, ma, anche se questa è l'avventura della vita per Nathaniel, è Bartimeus a prendere subito la scena.
I capitoli narrati dal suo punto di vista sono narrati in prima persona, e ciò permette al jinn di dare libero sfogo ai suoi pensieri, alle sue frecciatina, alla sua ironia, alla narrazione vanagloriosa delle sue gesta passate. Bartimeus è forte, non c'è altro termine per definirlo. E' divertente, disincantato e descrive il mondo e la società dei maghi con ironia, dall'alto dei suoi millenni di esperienza.

I capitoli dedicati a Nathaniel sono invece narrati in terza persona. La storia del ragazzo è molto triste: i genitori lo hanno venduto come apprendista a cinque anni, abbandonandolo per denaro. Certo, la posizione di un mago potrebbe sembrare invidiabile, ma Nathaniel cresce senza affetto, senza amici, senza contatti umani eccettuati quello con il suo maestro Underwood, sua moglie (che mostra un affetto sincero per il ragazzo, ma è l'unica), e gli altri insegnanti. Non ci sono giochi, non ci sono svaghi, vacanze, amicizie nella vita del ragazzo. E quindi non c'è da meravigliarsi se Nathaniel si butta nello studio delle formule magiche fino ad imparare interi volumi a memoria... ma non c'è da stupirsi nemmeno se il ragazzo è un tantinello sociopatico.
Per vendicare una umiliazione ingiusta, da il via agli eventi narrati nel romanzo, senza badare alle conseguenze catastrofiche delle sue azioni.

La trama è lineare ma molto ben costruita, interessante e senza punti morti. Ogni volta che le cose sembrano mettersi in certo modo, arriva una svolta a mescolare nuovamente le carte in tavola. 
 
L'ambientazione è molto intrigante e ben narrata. La città è cupa, pericolosa, triste. I dettagli su Londra, la situazione geopolitica mondiale e nazionale sono raccontati mescolandoli con intelligenza alla narrazione senza bisogno di ricorrere a fastidiosi spiegoni (meglio conosciuti come infodump, di cui trovate un'ottima definizione su Pensieri d'inchiostro).
Esempio:
Anche i comuni erano ben visibili. Nathaniel si stupiva sempre di quanti fossero. Nonostante l'oscurità e la pioggerella serale, erano in giro in numero sorprendente, a capo chino, frettolosi come le formiche del giardino, entravano e uscivano da negozi o a volte scomparivano dentro taverne agli angoli di strada, dalle cui finestre gelate trapelava una calda luce arancio-ne. Ognuno di questi edifici aveva la sua sfera di vigilanza che galleggiava costantemente nell'aria al di sopra della porta; ogni volta che qualcuno ci passava sotto sobbalzava e pulsava emettendo un rosso più intenso.

La macchina aveva appena superato una di queste taverne - un esemplare particolarmente grande di fronte a una stazione della metropolitana - quando il signor Underwood diede un gran pugno sul cruscotto, che fece trasalire Nathaniel.
«Eccola li, Martha!» esclamò. «Quella è la peggiore di tutte! Se dipendesse da me ci manderei la Polizia Notturna domani stesso e farei portare via tutti quelli che sono dentro».
«Oh, la Polizia Notturna no, Arthur» disse la moglie con voce addolorata. «Sono certa che ci sono modi migliori per rieducarli».
«Tu non sai niente, Martha. Mostrami una qualunque taverna di Londra e io ti mostrerò che nasconde una copertura per le riunioni dei comuni. In solaio, in cantina, in una stanza segreta dietro al bar... Ne ho viste di tutti i colori: noi degli Interni abbiamo fatto parecchie retate. Ma mai uno strac-cio di prova, mai che si trovi uno degli oggetti che cerchiamo: solo stanze vuote, qualche sedia e qualche tavolo... Fidati: è in luride bettole e in buchi come quello che iniziano tutti i problemi. Il Primo Ministro sarà presto costretto ad agire, ma intanto chissà quelli che crimini avranno già com-messo. Le sfere di vigilanza non bastano! Dobbiamo radere al suolo quei postacci... l'ho detto anche a Duvall oggi pomeriggio. Ma naturalmente nessuno mi dà ascolto».

Senza interrompere l'azione, da questo semplice brano apprendiamo molte cose su  Underwood, sui comuni, sul tipo di atmosfera che si respira in città, e sul mondo in cui viene gestito il dissenso. Questo modo di raccontare fa sembrare tutto più vero, più reale e più vivo. Non stiamo assistendo a una lezioncina, noi stiamo guardando Londra con gli occhi di Nathaniel.
Sia l'ambientazione, che il sistema su cui si basa la magia sono originali ( e non è poco, oggigiorno).
Il libro è leggero e divertente senza essere comico o scadere nella parodia. L'alternanza dello scanzonato Bartimeus e del cupo Nathaniel crea una perfetta alchimia affascinando il lettore.
 
Assolutamente consigliato.
Voto: 8


venerdì 3 febbraio 2017

Tutte le donne di...

di Caterina Bonvicini.
 
 
 
 
Vittorio Fumagalli è un affermato scrittore. Mentre le donne della sua vita sono riunite intorno ad un tavolo per la cena della vigilia di Natale, l'uomo manda uno stringato sms per annunciare loro che si prenderà un anno sabbatico. Una pausa da tutte loro.
Partendo da questa rivelazione sconcertante e mortificante, viviamo un anno insieme alle donne della vita di Vittorio Fumagalli: Lucrezia, la madre ultra ottantenne; Ada, la ex moglie; Cristina, la moglie attuale; Francesca, la sorella; Paola, la figlia ormai adulta della prima moglie; Giulia, la figlia adolescente della moglie attuale; Camilla, la giovane amante.
 
Il romanzo è narrato dal punto di vista di ognuna delle sette donne; mentre Vittorio ricompare per il gran finale. I personaggi sono il fulcro di questa storia.
Vittorio è un debole. Le donne intorno a lui sono incapaci di calore umano, di empatia - forse salvo solo Paola. Sono persone profondamente egoiste e concentrate su stesse.
Lucrezia è abituata ad averla sempre vinta. Ada deve dimostrare di essere la migliore, la più forte, la "star". Cristina ha un complesso di inferiorità nei confronti della famiglia del marito, e si lagna e piagnucola a ogni piè sospinto, colpendo e danneggiando con i suoi capricci, l'unica persona che non se lo meriterebbe, Paola, la figlia di Ada. Paola è triste, ma è una ribelle incompresa dalla sua famiglia. Mi è piaciuta più di tutte perché è la meno ipocrita e vive la sua vita senza conformarsi. Francesca è il personaggio più allucinante, il più emotivamente sterile e triste. Single per scelta - o forse per necessità - non è in grado di stabilire un rapporto umano che vada oltre la mera convenienza. Giulia è di una superficialità sconcertante, parzialmente scusata dai suoi sedici anni. Camilla è un pesce fuor d'acqua, vorrebbe appartenere a quella tribù, ma non riesce davvero ad inserirsi.
Il loro tratto in comune è il vivere la vita come una competizione. Ognuna di loro sembra aver ingaggiato una battaglia contro il mondo. Il trofeo, manco a dirlo, è il povero Vittorio, che rappresenta, più che altro, il prestigio sociale raggiunto.

L'amore e le relazioni familiari descritte nel libro sono sicuramente ben costruite, ben narrate. Lo stile è maturo, e le diverse voci che si alternano nel libro sono sul serio diverse; ci si accorge del cambio di registro e si riesce ad entrare in ognuna delle teste che racconta il suo punto di vista.
Il romanzo, infatti, è scritto benissimo, e non ha nulla che non va.

Diciamo che l'unica cosa che non va è che proprio non sono riuscita a farmelo piacere.
Diciamo pure che questo non è esattamente il mio genere di romanzo. Amo i libri con una trama articolata; certo, mi piace l'approfondimento psicologico dei personaggi ma non mi basta. Infatti questa sorta di psicodramma collettivo non mi ha soddisfatto interamente. In realtà mi ha lasciato una grande amarezza, una sensazione di vuoto e la voglia di fuggire molto lontano. I rapporti umani tra i personaggi sono talmente desolanti che mi hanno messo un magone incredibile per tutta la durata della lettura. Forse era questo lo scopo dell'autrice? Non deprimerci, non dico questo, ma mostrarci la desolazione di certi rapporti affettivi?
Non lo so. In realtà non sono riuscita a darmi una risposta.
L'evoluzione dei vari personaggi, che in assenza di Vittorio mettono da parte la competizione sfrenata, il gusto per la ripicca e il sospetto, e iniziano a piacersi e ad andare d'accordo, non mi ha convinta fino in fondo.
Quello che non ho capito è come l'assenza di Vittorio abbia potuto migliorarle, e spingerle finalmente a ignorare i loro peggiori istinti. Cosa aveva Vittorio di così sbagliato da  tirar fuori il peggio da ognuna di queste donne? E' questo il nocciolo delle mie perplessità riguardo il libro.
 
E che dire di Vittorio? Inizialmente pensavo che oltre che un debole che sceglie la fuga per non affrontare i suoi problemi, fosse anche un egocentrico (e un po' cazzimoso) che molla la famiglia con sms senza curarsi dell'effetto che la sua sparizione avrà sulla vita di queste persone. Insomma, lo consideravo il peggiore. Ma invece, a parer mio, si rivela il più autentico. Con una semplicità disarmante, mentre riflette sulla maschera che ha indossato nella vita, ci fa riflettere sulle nostre.
A volte si indossa una maschera, ma non necessariamente perché si è persone false.
Il finale riscatta Vittorio in pieno, ed è la parte che ho preferito del romanzo perché rappresenta l'unico vero nucleo di calore umano, di intimità, in un intreccio di relazioni gelide.
 
Voto: onestamente è difficile esprimere un voto secco. Se amate questo genere di romanzi, ve lo consiglio caldamente.
Altrimenti lasciate perdere.